Augusto in ferie

Un tempo – cribbio, nostalgia paleolitica? – nemmeno troppo lontano, almeno l’ostica matematica era un punto fermo e imprescindibile.

Magari, spesso – rei confessi e vergognosi – non sapevamo (sappiamo!) maneggiarla, non la capivamo, la rifiutavamo, a priori, ostentatamente. Però, non solo nei proverbi popolari o nelle mutevoli sentenze da osteria, era lì, punto fermo e immarcescibile.

Nel frattempo, in un paio di decenni, gli ultimi, anzi, i più prossimi, come usa dire, tutto è cambiato. Tranne l’uomo e i suoi difetti, quelli peggiori.

Perfino la geografia non è più la stessa (lo è stata mai?): mi spezzo e mi spiego; il nostro derelitto (colpe nostre) pianeta è un magnifico organismo, vivente e mutevole. Ma si sta alterando, per così scrivere; non ci sarebbe bisogno nemmeno della certificazione scientifica, lo esperiamo ogni singolo giorno, notando – si spera – cambiamenti meteorologici, climatici, morfologici che mai avevamo registrato nella nostra vita: del passato.

In letteratura, per fornire un esempio, la geografia è sempre stata un’opinione; almeno, da quando Cervantes, con il suo Don Chisciotte, inaugurò l’era del romanzo (dato per defunto e sepolto già troppe volte) e della creatività applicata con fervore alle nozioni geografiche; partendo magari da dati veri, incontestabili, l’autore, meglio, le donne e gli uomini con l’ardire e il desiderio di cimentarsi con carte, penne e calamai, spesso e volentieri, preferirono/preferiscono inventare e/o modificare l’ambiente. Creando scenari nei quali i loro personaggi potessero/possano agire in totale, o quasi, libertà, autonomia. Il mondo ‘fantasy‘ del Signore degli Anelli, per citarne uno vagamente noto, rappresenta, dice qualcosa, in proposito?

Se posso osare, una distopia geografica, senza confini.

Emulando Pindaro, per confermare il perdurare della nippo mania italica, un bel Yamato (Grande Armonia) non si nega a nessuno, in Valle d’Aosta, presso il Forte di Bard, hanno pensato bene di organizzare una grandiosa mostra: Eroi. Evoluzione di un mito. Dal Giappone antico al contemporaneo. Tema quanto mai interessante e stimolante, anche se, ingenuamente, potremmo chiederci: Aosta ricade sotto la giurisdizione, l’influenza culturale del Sol Levante? Possiamo trovare soluzione ai nostri dubbi fino al 30 novembre, ma, da subito, potremmo renderci conto che in un avvincente percorso, dai ninja a Ufo Robot, questa scheggia montana occidentale, condivide molti aspetti e valori con il “lontano e misterioso Oriente“.

Nella sempre più insopportabile, insostenibile calura agostana, mi colpiscono come mai, le ricorrenti, non collegabili tra loro, celebrazioni di fatti legati a epoche lontane, eppure così coinvolgenti nei nostri percorsi quotidiani.

Potrebbe apparire bizzarro, sconveniente, stupido accostare i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, con le loro conseguenze ineliminabili, non solo per il popolo giapponese, ma per l’intera umanità (altro che reattori di 3° generazione e di quartiere), al vacanziero – chi può permetterselo – e mondano Ferragosto. 

Siamo tutti vittime e carnefici, lo resteremo fino a quando non ci voteremo al redde rationem, alla resa dei conti con le nostre coscienze – uh, che concetto desueto, superato – , fino a quando non diventeremo un’unica, variegata entità, in connessione, armonia, rispetto con la Terra.

Chissà se Augusto, imperatore astuto, inventore dei festeggiamenti e delle celebrazioni per la fine dei grandi lavori agricoli (soprattutto, per onorare se stesso, somma casualità), pensò, intuì, prefigurò anche inconsciamente, le derive, non balneari, – vamos a la plaia? – attuali.

Ferie d’Augusto, lo celebriamo e lo ringraziamo, a distanza di 2 millenni;

auspichiamo siano memorabili, meglio: non atomiche.

Ucronia

Ucronia, ucronia, per piccina che tu sia, tu mi appari una magia.

Ho scritto ucronia, non utopia (Nomadi), né – spero di essere chiaro – ironia.

In fondo, cos’è mai questa ucronia, tanto vagheggiata? Da chi? Perché?

Un genere letterario, mi rivelano i dotti: niente meno, forse qualcosa in più.

Dal rasoterra, dal fondo scala, dai sotterranei della mia ignoranza mi abbarbico, come di consueto, alle briciole della realtà – dura, anche violenta, mai sicura – e deambulo; come un sonnambulo, come un sognatore, come un bimbo, spaventato da tutto perché precipitato sulla crosta terrestre indipendentemente dalla sua volontà, che entra nel bosco (o sottobosco, un lusso di pari grado) e si costruisce una piccola casa, dove rifugiarsi spesso, per leggere. Per immaginare mondi, vite – specie la sua – alternativi.

Sono nato – almeno credo – attore, pirandelliano. Nel senso, ho interpretato sempre, solo (quasi, spesso e volentieri) personaggi creati dalla mente di Luigi Pirandello. Ho consunto assi (di legno, dei teatri) e neuroni a furia di recitare Uno, nessuno, centomila, Sei personaggi in cerca di autore, L’uomo dal fiore in bocca, I giganti della montagna. Soprattutto, La giara, la mia opera prediletta, novella umoristica che mi ha sempre baloccato come fossi prigioniero del burlone re del solletico. Zi’ Dima Licasi resterà un personalissimo ‘mulo da soma’, capace di trottare oltre le contrade del verismo, per spaziare libero su quelle del grottesco.

Sono scrittore, oltre ogni dubbio, oltre ogni barriera. Il coraggio (o audacia) di affrontare l’ignoto – tutto – il coraggio di non restare arenato, spiaggiato dalle infinite domande angosciose sulle mie reali capacità di orchestrare storie e personaggi. Non sarò mai Virginia Woolf, Mary Shelley, Alice Walker; non mi tramuterò miracolosamente in Georges Simenon, Lev Tolstoj, Gabriel Garcia Marquez. Un umile artigiano, un onesto ‘lavoratore’, un sincero vivente di parole.

Sono esploratore, qualunque cosa significhi. Esploratore qualunque, con il desiderio di scoprire angoli di mondo inesplorati – ancora possibile? – anfratti, particolari geografici e umani. La visione delle parti parti più affascinanti e insolite per comporre la comprensione globale. Difficile emulare Antoine de Saint-Exupéry o Dervla Murphy, anche perché se mi avvicinassi al primo avrei l’imbarazzo di optare tra l’aviatore e lo scrittore (steccati senza senso), mentre se tentassi di essere la seconda, rinuncerei in partenza, consapevole di non possedere né la stoffa – attitudini, se preferite – né la costanza.

Sono nato con l’orecchio assoluto, cioè, dotato di. Anche il naso, non scherza, servisse aiuto. O un robusto puntello. Sono un musicista, alta o bassa – non il volume, la musica e il suo livello – non importa. Non formalizziamoci. Non sono un maestro, non sarò mai un fuoriclasse, tipo, per citarne a caso uno minore, Volfango Mozart; o George Gershwin, o Janis Lyn Joplin. Mi applico, lavoro duro, ma il talento è come, se non di più, il coraggio: se non ce l’hai, non te lo puoi dare. Mi piacerebbe essere almeno un musicista fortunello, un brano mondiale, uno solo, e entri in modo trionfale nella Storia.

Sono certo un filosofo. Di scuola pindarica. Pindaro – tra l’altro, assiduo frequentatore della Trinacria – garantite voi, colti, era un poeta? Nessuno è perfetto; questa, forse, è già stata detta. Comunque, magari come filosofo rappresento un ‘magnaaufo‘ per poi nemmeno pagare il dazio, o conto che dir si voglia. Non dovrei giustificare la mia strampalataggine; incapace di voli di poesia metafisica, potrei dedicarmi a tempo pieno, ma anche a tempo perso, ai miei amati voli pindarici. Da Siracusa ad Agrigento e ritorno.

Nato friulano, non speciale, né unico: umano, questo sì.

Nato in un bosco siculo intricato, non per caso denominato dagli stessi indigeni di Girgenti:

Càvusu, Kaos.

Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante, disse Nietzsche;

mi sono avvantaggiato, la mia origine è lì.

H. P.

Pagina Bianca, Pagina della Luce Bianca da scomporre attraverso un prisma per ottenere tutti i colori e tutte le note musicali annidate nei cervelli di Syd Barret e Roger Waters.

Pagina Bianca, del dolore che non muta in disperazione, del dolore azione, del vuoto senza timore, del nulla che forse esisteva, forse è sempre stato una possibilità o un tabù da infrangere.

Si annidano nel buio, come creature figlie di H. P. Lovecraft; le percepisco, non le vedo.

Di notte, nell’oscurità umida e arroventata da afa innaturale, mi agito e smanio, per la sete e per la fobia dell’ignoto, so che sono lì.

Nel buio mi muovo a mio agio, è sempre stato così, dall’infanzia; mi allenavo in caso di cecità, come fossi una reincarnazione di Michele Strogoff, corriere dello Zar. Il sipario nero copre le illusioni del reale, le rende impotenti, le disarma e mi impedisce di piombare vittima della malia e mi protegge dalla visione di me stesso, dalla mia pochezza, dai miei limiti.

Nelle tenebre, dalle tenebre, rinasco come fossi un uomo finalmente caro e prediletto agli dei dell’Olimpo, prescelto per opere degne di questa definizione.

Loro, chi sono? Si limitano a incombere, non si manifestano, restano acquattati nelle tenebre; una caratteristica che in qualche modo ci accomuna, ci rende forse empatici.

Cosa vogliono, hanno un piano, un progetto? Ammesso sia possibile valutare e ragionare della loro esistenza con parametri banali, terrestri.

Se fossi onesto, coerente, coraggioso invece di porre filosofiche questioni sulla loro esistenza, dovrei in primis chiedere: esisto? Solo perché talvolta mi illudo di pensare?

Essi non agiscono, almeno nell’accezione che avremmo attribuito nel Mondo Prima al verbo, ma si muovono, mi seguono ovunque: ovunque, dove? Da mesi, la Legge dei Leviatani impedisce spostamenti fisici e i poetici voli pindarici sono cancellati, sine die.

Pindaro, Maestro, salvami, fammi volare.

Da quanto sono qui dentro? Dentro cosa? Un edificio, un armadio a muro (magari fosse un portale dimensionale), una scatola cinese, una matrioska, un caleidoscopio, un carcere mentale di massima insicurezza?

Essi pulsano nel buio, forse respirano. Un suono ancestrale, un rantolo cavernoso o amplificato da una caverna, che rispedisce dritti alle origini del mondo, al Mondo originale con annessi peccati mai domati; forse questo fu il suono del Big Bang, del Big Ben primordiale, l’urlo di Munch spaventoso che fornì alla Creazione una colonna sonora inquietante e tragica.

Come sarà poi apparso il Pianeta alle sparute tribù di Hominini, confusi smarriti ferini.

Vogliono comunicarmi qualcosa? Raccontarmi qualcosa? Oscuri messaggeri (loro muti, io sordo) laconici latori di una missiva enigmatica. Dovrei decifrare, decodificare, avrei bisogno di un marchingegno e soprattutto di ingegno; ma sono un macchinario che si spegne da sé e poco altro.

Un congegno per trovarmi, un filo di Arianna, briciole di Pollicino, una bussola cosmica; o forse dovrei perdermi e davvero disperdermi nell’Universo, disgregando ogni legame chimico, particelle infine affrancate e libere di vagare, senza meta; fuse, confuse nella Materia Oscura e in ogni oscura materia. Inafferrabili, irraggiungibili.

Eccoli, di nuovo. Si tengono a distanza, stavolta però sembra riescano a articolare gesti e suoni (parole?).

Mi sforzo, mi impegno, mi concentro, lo vedete anche Voi.

Nessuna possibilità di tradurre, nemmeno con le ormai invasive e viralissime app…

Un momento, contatto stabilito, incontro ravvicinato con i tipi, incontro di terzo tipo.

Farfugliano, odo (e forse amo):

– Come stai? Eravamo preoccupati. Come chi siamo? Ma siamo i tuoi familiari.

Esseri mai visti prima, mi ingannano.

Vogliono ferirmi, imprigionarmi di nuovo nell’incubo, uno degli infiniti, di un qualunque H.P.

Adesso. Per sempre.