Pagina del coraggio.
Coraggio, il meglio è passato, per citare una celebre battuta di Ennio Flaiano, autore e scrittore pescarese, passato alla storia per la sua ironia urticante, mentre pochi, rari rammentano la sua malinconia, la sua amarezza. Hanno preferito abbandonare alle spire dell’oblio il suo unico romanzo Tempo di uccidere che nel 1947 vinse il primo Premio Strega; forse perché era ambientato in Africa, forse perché descriveva gli italiani come sono: non troppo buoni, un po’ codardi, profittatori. Ladri e assassini. Uomini. Meglio rammentare il Marziano atterrato a Roma che dopo aver suscitato grande clamore, già al secondo giorno diviene vittima di battutacce e spernacchiamenti. Non solo da parte dei monellacci di borgata.
Come il Maestrone Francesco Guccini – non soggetto a spernacchiamenti, ma grandezza – vorrei anch’io saper compulsare in lingua locale – in friulano, nel mio piccolo caso – e divulgare ai posteri (no poster) giovani, un po’ o molta sapienza e saggezza antiche; vorrei habitare (avere consuetudine con un luogo) anch’io in una mia Pavana ideale, per dedicarmi alla contemplazione e al connubio con la natura, vorrei comporre poesie, racconti, romanzi densi di cultura e ironia (per restare in tema); al limite, mi basterebbero tre canzoni – fosse facile – L’Avvelenata, Autogrill, Canzone del bambino nel vento (Auschwitz). Mi accontenterei, forse. Con la gentile intercessione di Augusto Daolio.
Meglio appartenere a un universo preciso, se possibile, che a due mondi tra loro comparti stagni, tentando una complicata, impossibile (impossibile?) mediazione, costruzione di un ponte metaforico; certo, non quello con vista su Scilla e Cariddi. Come Jim Loney, Piedi Neri della riserva del Montana, pellerossa ma con padre della comunità bianca, scisso crudelmente tra le due parti: unica benedizione, essere giunto al suo ultimo giorno. Compreso nel profondo solo dal suo papà letterario, quel James Welch, ispiratosi a Camus e Rimbaud: probabilmente il maggiore scrittore nativo americano. Chissà perché, sottovalutato.
Del resto, non tutti siamo maestri nell’arte della metamorfosi, come Luigi Serafini, capace di individuare quei linguaggi, quei codici che consentono ad animali, piante e umani di mettersi in connessione con le altre forme di vita e trasformarsi, diventare altro – più completi e consapevoli? – da ciò che erano in partenza; nel mondo antico questo processo era vissuto con sana meraviglia, oggi preferiamo farci distrarre e imbambolare dagli ammennicoli elettronici e dalle tempeste sciocche dei media.
Non tutti possiamo essere Carmine Di Giandomenico, capace con il suo brigantino (o si trattava di una mongolfiera?) di partire da Teramo per ridisegnare gran parte dei supereroi Usa (senza mai averci posato i piedi) – Daredevil, Batman, Superman, per indicarne qualcuno – ma restare in un certo senso bambini, con la inesauribile voglia e necessità di meravigliarci, sì. O almeno, provarci con tutte le nostre forze, quelle migliori.
Invece, porca miseria – e chiedo venia alla miseria – ci abbandoniamo e naufraghiamo con la metempsicosi. Auspicando che la suddetta (la metempsicosi, per i meno addetti) si compia in fretta, o almeno, quanto prima. Purtroppo andiamo alla deriva, senza rinascita: con la psicosi, singola ma globale. Come dire, da Pitagora (anche se indulgeva troppo in numeri e teoremi) e soci, ai vari urlatori sguaiati contemporanei di sventure. Tutte. Dagli specchi ustori di Archimede (magari), agli specchietti per i gonzi.
La situazione – politica? – del mondo è grave, ma per fortuna non è seria.

