PROFESSIONISTA? PREFERIREI DI NO

Lui, sempre lui. Era quasi un’ossessione, una magnifica ossessione per tutti noi della squadra, per tante, infinite ragioni. Vi ho detto vero della vaga somiglianza somatica con Brad Pitt? Certo, sicuro.

Fisicamente invece (anche come stile di gioco) ai più ‘efferati’ di cose calcistiche, ai fanatici che conoscono come antichi rosari non solo anno di fondazione della prima squadra di calcio – che sia nata in Cina prima di Cristo, o nella Firenze medicea o in qualche sobborgo popolare e operaio di Londra e dintorni durante l’avvento dell’era industriale! – ma ti sciorinano a memoria anche nomi, cognomi, soprannomi della formazione titolare… ecco, per costoro, BradHypo sembrava ‘il gemello sputato’ (cosa mai vorrà dire, ancora me lo chiedo) di Mariolino Corso.

Forse è per questo, che lui, il nostro lui, non solo è stato l’unico ad avvicinarsi alla chimera di essere tesserato per una grande, vera, gloriosa società professionistica (cribbio, il Milan!), ma è stato anche l’unico a osare l’impensabile: come Celestino V, mutatis mutandonis, oppose un cortese ma netto rifiuto. Sì, avete capito bene, lo sciagurato genio del calcio, dopo provino ufficiale a Milanello e proposta di contratto, disse, come sempre senza enfasi: “Grazie, preferisco di no. Io quando gioco a pallone voglio pensare solo alla bellezza e al divertimento, qui sarei distratto da troppi fattori: l’immagine, il ruolo, la fedeltà agli sponsor. Non fa per me, scusatemi per il tempo perso”.

Lasciò come faceva con le sue finte sul campo (compresa quella che durante la partitella gli permise, senza nemmeno toccare il pallone, di mettere sedere a terra il libero titolare e osservare che la sfera esaurisse la propria energia cinetica poco oltre l’ostacolo utilizzato per l’occasione come porticina) tutti interdetti e senza parole; ma forse proprio perché davvero rammentava un po’ troppo un idolo che era stato in fondo uno dei simboli storici degli odiati cugini, non scatenò moti di disperazione o estremi tentativi di convincerlo a mutare decisione tra le fila dei dirigenti del Diavolo presenti alla partitella.

Così, davvero così, sfumò quell’incredibile opportunità, e non si ripresentò mai più, perché sappiamo che il microcosmo calcio è come un piccolo villaggio tradizionale, con i suoi riti, con le sue regole che per convenzione comune mai devono essere infrante, né messe in discussione, pena il crollo di tutto il circo, compresi tendone spalti e carrozzoni.

BradHypo era quello fortissimo, lento e soprattutto troppo bislacco per fare il calciatore professionista.

“Non ha la testa giusta”, dissero di lui nell’ambiente, quasi a giustificare “uno spreco scellerato di talento”.

O forse, ma la mia è solo un’opinione da profano del ‘calcio industria’ dello spettacolo e, soprattutto, da amico, aveva troppa testa.

“Voglio solo divertirmi, se devo concentrarmi su altro mi distraggo e la magia muore”.

Tutto qui, non c’erano altri segreti.

Forse.

Non raccontò mai, neppure a me, perché alcuni anni dopo, all’improvviso, decise di non giocare più, di non allietare più con le sue invenzioni compagni, spettatori e perfino avversari.

Non furono le sconfitte, perché vi ho già spiegato, credo, che non badava in modo particolare al risultato (era felice se ci vedeva felici); ma vi posso garantire che alcune batoste lasciarono invece il segno sul morale e sull’entusiasmo di alcuni di noi, suoi compagni.

Non quindi la maledizione che sembrava aleggiasse sulle nostre teste e che sempre ci impedì di vincere il campionato fu la causa del suo addio al calcio. Collezionammo risultati incredibili con prestazioni fantasmagoriche, riempimmo comunque la nostra bacheca sociale con coppe e supercoppe, ma il campionato ci sfuggì sempre, come una sorta di primula rossa o di fantasma inafferrabile. Ci furono incredibili battaglie campali, rimonte impensabili in condizioni improbabili (improbabili condizioni fisiche nostre, improbabili condizioni meteo per disputare qualcosa che somigliasse vagamente ad una partita di calcio), ma come fossimo, debite proporzioni sempre presenti, una piccola Olanda (Arancia Meccanica…) dei dilettanti, nonostante il nostro gioco spesso brillante e emozionante (soprattutto grazie a Lui), la Vittoria finale restò per noi un traguardo troppo lontano, altissimo, impervio, irraggiungibile. Una Fortezza inespugnabile nel deserto dei sogni irrealizzabili.

Senza averne coscienza, eravamo entrati nella leggendaria enciclopedia calcistica delle grandi squadre rivoluzionarie senza vittoria…

Prima puntata: Vi presento… BradHypo

Seconda puntata: Salgari, la Nonna e la Briscola

CONTINUA?

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