Comete, Halley permettendo

Pagina dell’ultima volta.

Intendiamoci: ultima volta del deambulare sopra le nostre teste di quella di Halley Edmond, la cometa.

Correva l’anno – per recarsi dove? – del Signore (Lui lo sa?) 1986 e noi più che osservare il cielo per individuarla, scrutavamo angosciati verso l’alto perché non volevamo ravvisare la nube tossica e radioattiva proveniente da Chernobyl. Oggi non accadrebbe mai, infatti autorizziamo il Giappone – un dolore infinito – a sversare acque radioattive in mare, ma in totale sicurezza: per la salute umana e per l’ambiente.

Cometa magnifica, immaginifica parola latina di etimo greco che allude alla chioma, quella di certi corpi celesti, meglio astrali, che ruotano attorno al Sole e quando appaiono ad occhi vagamente umani sembra sfoggino una indomita capigliatura luminosa.

Super Luna – perigeo, questo sconosciuto nuovo eroe, anzi: eroina (senza sensi mimetizzati) – e Luna Blu (ero rimasto fermo alla Laguna Blu, o forse al laghetto della Trota Blu) non hanno un preciso equivalente scientifico, anche se la scienza contemporanea assomiglia più a un reality con annesso reparto marketing; sono però molto popolari quindi vox populi, vox dei. Un dio minore: basta sapersi accontentare.

Forse non passeranno le comete più luminose in formazione celebrativa – o forse sì – ma mezzo secolo fa si congedava dalla Terra di Mezzo (e da tutti gli altri mondi) il Maestro Tolkien, JRR, per raggiungere l’empireo e riposarsi, finalmente; magari dedicandosi alla lettura dei romanzi fantasy e del suoi numerosi emuli. Certo, suona strano che con tutte le latitudini e longitudini disponibili, solo nell’ex Belpaese le sue opere siano divenute miti per i destrorsi italopitechi. Mentre ovunque hanno nutrito, educato, conquistato popoli di pacifisti e di hippie. Qualcuno non ha capito e difficilmente ritengo si tratti del Professor John Ronald. Comunque, solo per la cronaca, lo spietato Saruman era un tecno capitalista e noi tolkeniani parteggiamo, sempre e comunque, per nostra grazia: la Natura.

La cometa, quella di mister Halley, è periodica, come certi numeri o certe persone, forse presenze; ogni 77 anni torna qui da noi, ci osserva, ci predice il futuro e riprende il viaggio. Pronuncia profezie sempre più arcane e stringate, la prossima volta potrebbe anche restare muta. Ammutolita, più che altro.

La prossima volta chissà che Terra ritroverà, chissà se ci saremo: 2061.

Nel segno del comando

Pagina nel segno.

In quanto leone, nel segno del comando. Naturale.

Cercare su Raiplay lo sceneggiato omonimo – omonimo lo sceneggiato, non so se è chiaro – e ritrovarsi scaraventati indietro di quattro decenni.

Anzi, quasi cinque. Con uno strano effetto metafisico, allucinogeno, fantascientifico deambulare per una Roma storica, mai più così gotica e claustrofobica. Oscura, minacciosa, forse letale. Televisivamente.

Con inquadrature particolari, con lo studio accurato di giochi di ombre e di luci, strani scherzi – senza effetti speciali, Hitchcock docet – provare davvero paura, molta paura. Reale, senza sapere di cosa, o di chi. La paura.

Luci e ombre, soprattutto ombre: a Trastevere, nei palazzi antichi, nel cimitero a cattolico: tetro, eppure popolato di fantasmi; molto vivaci, in verità – visioni, presenze, echi da un’altra dimensione – annaspare nei primi 70, anni del 1900, con un inestricabile misto di gioia (per la illusoria giovinezza) e di terrore per l’inconoscibile, per il non spiegabile razionalmente. Altro che computer, altro che intelligenza artificiale.

Nel buio notturno, una civetta canta, 100 campane fanno da coro, controcanto e accompagnamento; non so più chi sono, non l’ho mai saputo. Vortice spazio temporale. Tutto quello che contiene, tutti quelli che vi si affacciano, niente e nessuno – anche Odisseo – esclusi.

Vorrei incontrare Carla Gravina, la modella Lucia, per ottenere luce sui miei sensi ottenebrati, per scoprire i segreti dei viaggi attraverso i secoli; vorrei conoscere Massimo Girotti, nei panni del gaudente, impenitente professore George Powell, il motivo non c’è nemmeno bisogno di specificarlo; mi piacerebbe incontrare Paola Tedesco (Barbara, ex fidanzata: ne esiste sempre una) e Rossella Falk (Olivia, proprietaria arcana di albergo); poi, per ultimo, ma non meno importante, lui: Ugo Pagliai, professor Lancelot Edward Forster, se non altro per capire come un uomo intelligente, colto e brillante come Lancillotto sia rimasto avviluppato tra i tentacoli non tanto del fascino femminile – comprensibile debolezza umana – quanto delle spire della magia. Per brevità, non cito tutte e tutti gli altri: se vi sembrano troppi. Vera o presunta, vera e presunta. La fondamentale magia.

Transitare per un viale, urbano ma alberato, percepire con le narici il profumo delicato e irresistibile di panni appena stesi (non stasi) e convincersi davvero di trovarsi – trovarsi? – nel 1971; attraversare un parcheggio rinfrescato e ingentilito da tigli secolari e notare un’auto rossa, un po’ malconcia, con il portapacchi sul tettuccio su cui è assicurata – più meno che più – una canoa gialla; forse cugina del sommergibile dei Beatles. Cantare a squarciagola insieme a loro, ma dalle strisce pedonali dell’arteria cittadina più trafficata. Respirare a pieni polmoni, l’aria: quella di Selene. Ammesso esista, sempre l’aria.

Comandare, pia illusione quando le nostre piccole vite sono a tempo, sono un prestito, in comodato d’uso; crogioliamoci in questa eterea convinzione in attesa di un segno, solido:

in attesa di tempi migliori, in attesa non della rinascita dell’Umanità, ma della sua maturità, completa.

Senza escludere le infinite dimensioni, senza escludere la fantasia.

Ponti, veneziani (o anche meno)

Gomma del ponte, o per il ponte. Tanto, a questo punto.

Ponti veneziani, corsi d’acqua come ferrovie, anzi meglio; ponti segreti di Venezia, della Serenissima; ma forse, purtroppo, anche meno.

Pensare a un ponte, a un’isola e, con naturalezza, a una penisola; pensare spesso, sempre, allo stesso ponte, ma non trovare una soluzione. Colpa di Scilla e Cariddi certo, ma anche nostra, inadeguati. Forse, colpa di Ulisse, del suo tetragono e ostinato ignorare il canto delle Sirene, o, con rispetto parlando, colpa degli dei: un po’ dispettosi, un po’ burloni.

Il ponte, quel ponte, non si farà né oggi – Ferie d’Augusto a parte (vacanti, assenti più che pria) – né mai, però le discussioni resteranno sulle onde, soprattutto perché il caos soccorre e gli appetiti sono infiniti e indistruttibili.

Vorrei farmi ponte – in senso metaforico, nevvero – tra le opposte fazioni, gli schieramenti (quali siano), i Popoli; ma temo di non possedere la necessaria resistenza, né la stoffa. Il cemento disarmato e disarmante sarebbe utile. Anche i materiali naturali, se possibile.

Condannare alla pena di Prometeo – forse ho esagerato: Prometeo era intelligente, molto – chi insiste nel propagandare come fattibile, anzi prossimo, il fantomatico progetto del ponte di Messina; solo che invece di essere incatenati ad una roccia a farsi divorare ogni giorno il fegato da un’aquila mitica, i chiacchieroni da cocktail alcolici in litorali dovrebbero finire incatenati alle biciclette da corsa (muscolare) e pedalare quotidianamente e anche nottetempo sul pavé della Foresta di Arenberg. Basterebbe una settimana di pedalate coatte per convincersi che il suddetto cavalcavia – cavalcastretto, meglio – non si realizzerà: né oggi, né mai. Per i dettagli, rivolgersi agli esperti: quelli veri.

La spiaggia, poi, sarebbe quella della canzonissima tormentosa dei RigheiraVamos a la playa – ma sarebbe troppo lungo e complicato spiegare a lorsignori la sottile metafora popolare e atomica!

Ogni tanto nell’aere si diffonde anche qualche notizia bella e buona; a Spilimbergo (Spilimburg?), Friuli, Finisterre, la politica locale ha deciso di decidere, per una volta come un tempo: il raddoppio dell’inceneritore Eco Mistral (sigh) non s’ha da fare: impianto troppo vicino alle abitazioni e grande rischio per la salute umana. Dopo anni di proteste e carte bollate, da ambo le parti, sembrerebbe scritta la parola fine, ma l’epilogo definitivo sarà tale solo con il ritiro definitivo del programma da parte dell’azienda. La conclusione non è nota, ancora; resta la sensazione, spiacevole, che oltre ogni considerazione, sarebbero necessari, ovunque, studi epidemiologici costanti e politiche ambientali reali. O, semplicemente, politica, quella dotata di πρόνοια (prevedere in anticipo, per lo svolgimento delle cose nel modo migliore), senza ricorrere ad Atena o agli scongiuri partenopei.

A proposito di Spilimbergo e ponti, si celebrerà il 19 corrente mese, la nascita del ponte, un secolo fa, tra Dignano e Spilimbergo, sul fiume Tagliamento. Collegamento che per il medio Friuli non ha rappresentato solo una via di comunicazione più agevole e immediata tra diverse realtà commerciali, fonte di crescita e sviluppo economici, ma soprattutto legame tra comunità lontane, non solo geograficamente.

Un ponte, al di là delle tonnellate di cemento e dei metri cubi di calcestruzzo, non è solo (soltanto) uno strumento pratico; unisce, pone a confronto e cambiamento, usanze lingue culture: in sintesi, vite.

La ricchezza, non il profitto dei soliti sospetti, diventa virtù: di tutti, per tutti.

Come diceva don Minzoni: negli esseri umani fluisce intrinseca la socialità, ergo il diritto di associazione e riunione. E tutte le naturali conseguenze.

Prima fra tutte: il rispetto della dignità della persona umana.

Questo è il mio ponte.

Vacanza

Pagina dell’originalità: avercela! Sarebbe una manna.

Una manna lava l’altra, entrambe – magari un’anticchia – recano all’apoteosi; nella tratta segreta delle ferrovie del Messico. Grazie, sempre, a Gian Marco Griffi. Alla sua fantasia, alla sua cultura: in buca con un solo tiro.

Messico e nuvole, la solitudine necessaria e ritemprante suona con l’armonica (a bocca, rigosamente), ma mille violini sfiorati dal vento sono sempre una bella benedizione. Udendoli.

Vacanza vacanza, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia; ovviamente una valle, tra il Cadore e Lienz, ma sono dettagli. Personali.

Vacare, con rispetto parlando, da vacatio (o il contrario), con rispetto addirittura sormontante; da etimo, per i colti – popolo raro, in distinzione – essere vacuo, sgombro (non in senso ittico), libero e giocondo in visita culturale alla Gioconda, senza occupazioni. Finalmente o sfortunatamente. Liberi come l’aria, però inquinati dallo smog: ambientale, mentale, fisico; tanto, per i tuttologi negazionisti, non esiste. Perfino nelle scuole, serie, cessano le lezioni e le occupazioni, studentesche, financo le assemblee; rispettiamo le accademie, i loro nutrimenti di crusca, il loro meritato riposo in cagione – cosa vorrà dire? – di quiete. Da tutto, da tutti.

Esplorare a fondo sé stessi, in una mattinata agostana tra il 7 e il Ferragosto; malgrado la pioggerellina insistente, scoprire l’incantata valle di Anterselva e immaginare convintaMente di essere stati catapultati nella Terra di Mezzo; guardarsi attorno e vedere non solo gli Elfi e piccoli drappelli di orchi scatenati, ma anche gli Ent (non semplici abeti secolari) e perfino Gandalf il Mago; sarà Grigio, eppure la barba, nonostante il cielo plumbeo, permane addirittura candida.

Siete scettici, increduli? Anterselva di Sotto, Anterselva di Mezzo, Anterselva di Sopra. Non aggiungo altro, se non siete convinti, il problema, esistenziale, è solo e soltanto vostro. Peccato.

Liberi dal petrolio, dai nostri vizi sociali, dalle nostre innumerevoli manchevolezze, stupidità: crasse, anche in assenza di triumvirato.

Decidere infine di cambiare vita, non solo per una vacanza dall’esistenza, ma per trasferirsi in una malga o in rifugio nella mitica Valle Blu;

che forse esiste, o forse no: dipende.

Scia (non scià) nel cielo

Pagina di cui non resterà memoria, tantomeno traccia.

Guarda lassù, accanto al tetto – in apparenza – del palasport: nuvole grigie si stagliano nel cielo, sembrano nomadi in cammino che lasciano un’orma; per chi sa ancora alzare gli occhi, per chi ancora sa commuoversi, per chi cerca risposte ai quesiti esistenziali presso gli dei, nel volo degli uccelli, nei fenomeni atmosferici. I responsi potrebbero rivelarsi utili, ma non sono determinanti.

Una rosa rossa estiva si ribella e di primo mattino (o anche secondo) fuoriesce allegra e baldanzosa – semplicemente, sé stessa – dalla ringhiera che non può trattenerla; mostra all’universo mondo la sua bellezza, la sua freschezza, il suo coraggio, di vivere pienamente, di dispensare con generosità il suo profumo per allietare gli altri esseri viventi, per suggerire il modo per coesistere e collaborare per il bene supremo: quello comune.

Care Rita Clotilde e Margherita, la ricerca scientifica non ha mai fine, è vero, ma se ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne immagini la nostra filosofia, chissà quali sono i veri limiti e le sorprese che la nostra mente simula, dissimula, ci nasconde, tiene gelosaMente in serbo per noi piccoli mortali. Volete le scoperte scientifiche? Pedalate.

Sapevate che amigdala e insula non sono galassie, astronavi o isole del mare, ma aree emozionali del nostro cervello? Se solo potessimo attivare – forse possiamo? – i neuroni specchio per capire le sofferenze e le gioie altrui, il Pianeta e l’Universo ci ringrazierebbero, calorosamente. O, considerate le asperità attuali, ci rinfrescherebbero. Non per apparire inutilmente saccenti, ma la poetica insula è una corteccia molto antica, la cui parte anteriore riceve una cospicua quantità di informazioni dalle zone frontali del nostro organo fondamentale; e, al termine della fiera e dei processi, associa lo stato fisico della persona a quello emozionale. Professor Giacomo Rizzolatti dixit.

Una finestra di un antico casale della pedemontana pordenonese – affacciata al piano terra, quello nobile – diffonde senza posa nell’aere un aroma forte e irresistibile di pane arrostito e cipolle: conferma, ennesima, che la ricetta del saper vivere bene è semplice; bene con sé stessi, con gli altri viventi, con l’universo, perfino con tutto quello che non si vede e non possiamo elencare.

Per decriptare l’enigmatico 95% dell’universo – una bazzecola, una pinzillacchera – ci affidiamo al benemerito CERN di Ginevra, la cui direttrice Fabiola Gianotti assicura che la scienza – quella vera è aperta – lavora per donare le proprie scoperte altruisticamente e inventare per l’umanità quello che ancora non esiste; una formazione prettamente umanistica aiuta poi a diventare grandi orchestrali della scienza, perché come la musica, i risultati migliori e più importanti sono ottenuti in ensemble. Per tacere dei neutrini, dispersi ormai per disperazione nelle viscere del Gran Sasso (ignari dell’esistenza del tunnel sotterraneo con la Svizzera).

Siamo immersi in queste oscure materie – se Philip Pullman e John Milton non sono geniali, chi lo è, di grazia? – e nemmeno ne siamo coscienti; possiamo registrare e tentare goffamente di decifrare solo il 5% di quanto esiste, eppure commettiamo con frequenza impressionante il peccato per noi mortale e mortifero di hybris. Chiediamo alla Polvere, meglio se magica, meglio se conosciuta con il nome di Particelle di Rusakov;

se poi dovessimo incappare per caso nel Bosone di Higgs o nei Fermioni (Enrico Fermi, chi era costui?), tenteremo – sempre a tentoni – di farli funzionare lo stesso.

Vite appese, non ai chiodi

Pagina delle vite appese, magari, se possibile, non ai chiodi arrugginiti;

anche fossero quelli delle opere pittoriche immortali. I chiodi, non confondiamoci.

Pagina dei graffiti o murales urbani, poco urbani, cioè sconci; quelli vergati da ignoti writers – forse – capaci di sorprendere, scandalizzare, criticare nel e dal profondo le nostre rispettabili società, non solo umane. Graffiti senza veli, per davvero: finalmente.

Non per pignoleria, writers, cioè scrittrici e/o scrittori (anche, non solo): di astrazioni, di realtà vivisezionate in precise categorie mentali, senza specificare il supporto; dell’astrazione, ovvio. Writers fantasma, non meno importanti e contundenti per questo.

Pagina di quelle vite che decidono di dedicare un periodo – un anno? – sabbatico, cioè del sabato, festivo, in senso ebraico, a sé stesse. Magari in un antico faro un po’ diroccato, ma funzionate; a picco sulle rocce nude e aguzze, a picco senza teli protettivi sulla vita, reale. Un sabbatico stabilito o una esistenza intera, però retribuita, giustamente degnamente totalmente. Per illuminare: le materie, l’intelletto.

A piedi scalzi, sempre su quelle pietre acuminate, per scoprire o riscoprire la bellezza dei sentieri – lunghi, infiniti – in bicicletta; o per scoprire all’improvviso che, magari in Transilvania, hanno inventato la scrittura, magari 7.000 anni fa circa, o giù di lì; per scoprire che la scrittura, una delle poche invenzioni rivoluzionarie sul serio per tutto il globo, forse è stata ideata da popolani ignoranti e non da anonimi burocrati o soliti ‘figli degli dei’, per cristallizzare il potere e abusare in eterno della povera gente.

Ascendere al monte ventoso, certo, camminando o pedalando, per rimirare il paesaggio, il passaggio, per apprendere la poesia; ascendere all’altopiano dell’Anatolia, ma rammentare che i popoli africani giunti in Europa edificavano templi a più piani e abitazioni di cinque stanze. Per non citare tutte le altre abilità. In più, disponevano di strane tavolette d’argilla, forse utilizzate per un primo, rudimentale sistema di scrittura. Pernacchia – gigante – alle nostre immutabili convinzioni: settentrionali, occidentali.

In realtà, le nostre esili vite sono appese, se non ai chiodi, ai rami dei tigli secolari; noi stessi ci dedichiamo allegramente alla potatura, immotivata, dalle conseguenze rovinose. Non ci rendiamo conto – non ci facciamo mente capace – che non è mutato il tempo, siamo proprio piombati in un’altra era, più insidiosa, minacciosa: mutatis mutandis, simile a quella che accolse i primi esseri umani. I quali – sia scritto senza offesa – sembravano di gran lunga più intelligenti di noi.

Come sosteneva lo scrittore statunitense Harlan Ellison, ogni scrittrice, ogni scrittore di valore sa che tutta la scrittura, in un modo o nell’altro, è sovversiva, è una guerriglia contro lo statu quo.

Soprattutto se stupido, come adesso.

Tutto sommato, meglio appigliarsi ai chiodi rugginosi.

Metempsicosi (psicosi)

Pagina del coraggio.

Coraggio, il meglio è passato, per citare una celebre battuta di Ennio Flaiano, autore e scrittore pescarese, passato alla storia per la sua ironia urticante, mentre pochi, rari rammentano la sua malinconia, la sua amarezza. Hanno preferito abbandonare alle spire dell’oblio il suo unico romanzo Tempo di uccidere che nel 1947 vinse il primo Premio Strega; forse perché era ambientato in Africa, forse perché descriveva gli italiani come sono: non troppo buoni, un po’ codardi, profittatori. Ladri e assassini. Uomini. Meglio rammentare il Marziano atterrato a Roma che dopo aver suscitato grande clamore, già al secondo giorno diviene vittima di battutacce e spernacchiamenti. Non solo da parte dei monellacci di borgata.

Come il Maestrone Francesco Guccini – non soggetto a spernacchiamenti, ma grandezza – vorrei anch’io saper compulsare in lingua locale – in friulano, nel mio piccolo caso – e divulgare ai posteri (no poster) giovani, un po’ o molta sapienza e saggezza antiche; vorrei habitare (avere consuetudine con un luogo) anch’io in una mia Pavana ideale, per dedicarmi alla contemplazione e al connubio con la natura, vorrei comporre poesie, racconti, romanzi densi di cultura e ironia (per restare in tema); al limite, mi basterebbero tre canzoni – fosse facile – L’Avvelenata, Autogrill, Canzone del bambino nel vento (Auschwitz). Mi accontenterei, forse. Con la gentile intercessione di Augusto Daolio.

Meglio appartenere a un universo preciso, se possibile, che a due mondi tra loro comparti stagni, tentando una complicata, impossibile (impossibile?) mediazione, costruzione di un ponte metaforico; certo, non quello con vista su Scilla e Cariddi. Come Jim Loney, Piedi Neri della riserva del Montana, pellerossa ma con padre della comunità bianca, scisso crudelmente tra le due parti: unica benedizione, essere giunto al suo ultimo giorno. Compreso nel profondo solo dal suo papà letterario, quel James Welch, ispiratosi a Camus e Rimbaud: probabilmente il maggiore scrittore nativo americano. Chissà perché, sottovalutato.

Del resto, non tutti siamo maestri nell’arte della metamorfosi, come Luigi Serafini, capace di individuare quei linguaggi, quei codici che consentono ad animali, piante e umani di mettersi in connessione con le altre forme di vita e trasformarsi, diventare altro – più completi e consapevoli? – da ciò che erano in partenza; nel mondo antico questo processo era vissuto con sana meraviglia, oggi preferiamo farci distrarre e imbambolare dagli ammennicoli elettronici e dalle tempeste sciocche dei media.

Non tutti possiamo essere Carmine Di Giandomenico, capace con il suo brigantino (o si trattava di una mongolfiera?) di partire da Teramo per ridisegnare gran parte dei supereroi Usa (senza mai averci posato i piedi) – Daredevil, Batman, Superman, per indicarne qualcuno – ma restare in un certo senso bambini, con la inesauribile voglia e necessità di meravigliarci, sì. O almeno, provarci con tutte le nostre forze, quelle migliori.

Invece, porca miseria – e chiedo venia alla miseria – ci abbandoniamo e naufraghiamo con la metempsicosi. Auspicando che la suddetta (la metempsicosi, per i meno addetti) si compia in fretta, o almeno, quanto prima. Purtroppo andiamo alla deriva, senza rinascita: con la psicosi, singola ma globale. Come dire, da Pitagora (anche se indulgeva troppo in numeri e teoremi) e soci, ai vari urlatori sguaiati contemporanei di sventure. Tutte. Dagli specchi ustori di Archimede (magari), agli specchietti per i gonzi.

La situazione – politica? – del mondo è grave, ma per fortuna non è seria.

La devianza, o deviazione

Punti di vista, vista dei punti o accidentale svista.

Eppure, muovere gli occhi anche di un solo millimetro – o giù di lì – consente visuali inedite, nuove, sorprendenti.

Devianza, o deviazione: sembrano sfumature, ma si tratta di differenze sostanziali e fondamentali.

Allontanarsi da una norma o da una serie di regole del gruppo di appartenenza o, soprattutto, del gruppo dominante, anzi, predominante in un dato tempo e in un luogo certo, rappresenta un’insopprimibile voglia di infrangere le abitudini consolidate, o una necessità di sopravvivenza ad un giogo sociologico insopportabile?

Lasciare la via certa e tracciata, rappresenta un mutamento momentaneo o la voglia di scoprire nuovi e diversi percorsi, nuovi diversi forse più ampi orizzonti? Il re delle improvvise deviazioni resta, per sempre, Paolo Rossi, in arte e scarpini da pallone: Pablito. Uno che non c’era, non avrebbe dovuto esserci e seppe divenire l’esempio, la pietra angolare dei centravanti atipici.

Il Fantasma dell’Opera, un lugubre scherzo di Natura, o un diverso inviso ai benpensanti, maestro della musica della notte – o della tenebra? – un coacervo di talenti che si redime, si fa vincere dall’Amore, archiviando per sempre la cupidigia, la volontà di potenza, l’egoismo?

Chi è davvero Erik? Chi è il misterioso Persiano? Chi sono Christine e Raoul? Chi siamo davvero noi, soli con noi stessi, in balia delle nostre pulsioni autentiche e bestiali?

Chi fu Gaetano Donizetti, geniale compositore di musica classica o anche – a tempo perso, disperso, giulivo – creatore del primo inarrivabile tormentone della musica popolare partenopea, conosciuto dalle masse vocianti con il titolo di Te voglio bene assaje? Qualcuno, all’epoca, a quanto si dice, per sottrarsi all’ascolto continuo, ininterrotto e coatto del fortunato brano, abbandonò in fretta e per sempre la città del Vesuvio.

Partecipiamo come comunità equa, intelligente e solidale ad una masquerade (detta anche: ballo in maschera), previa distribuzione ampia e generale delle maschere più in sintonia con le varie, infinite e sfumate personalità: sfoghiamoci, semel in anno.

Rammentiamo, infine, che l’ammontare delle nostre devianze e delle nostre ‘mostruosità’ forma in modo incontrovertibile i nostri talenti:

la nostra lucente bellezza nasce dalla somma e dal superamento dei nostri difetti.

Eclatanti, preziosi.

Muoiano gli eroi

Pagina del “a volte ritornano“, soprattutto quando si vendono bene e la loro prosecuzione ‘eterna’ genera profitti, principali e collaterali.

Il marketing ha le sue regole, ma anche il merchandising non scherza.

Altrimenti – per fare un esempio plastico, attinto dalla realtà storica – come spieghereste voi la vicenda di Che Guevara, in un battito di ciglia, un battibaleno, un amen passato da guerrigliero rivoluzionario a perfetta immagine dei trasgressivi da magliette, bandane e bandiere che garriscono ad ogni leggero mutare del vento? Nemmeno si trattasse di un’imbevibile bevanda gassata in lattina, meglio se rossa. La lattina, non la bevanda.

Eppure non esiste nulla capace di creare maggiore dipendenza emotiva che un ottimo personaggio di carta – letterario o fumettistico, se preferite (non è la stessa cosa?) – meglio se cattivo, anzi cattivissimo; se poi paliamo di un eroe e del suo antagonista siamo prossimi all’apoteosi e malgrado stanchezza d’inventiva o volontà di affrontare nuovi orizzonti, pubblico e editori chiederanno ancora, sempre e a gran voce nuove difficilissime (improbabili?) sfide tra i contendenti. Di successo, naturale.

Vita, morte: senza invadere il campo filosofico, non sono in fondo facce diverse della stessa medaglia? Medaglia molto antica e pregiatissima, lungi dal rappresentare l’una la negazione, l’opposto perfetto dell’altra. Forse, hanno difficoltà a presentarsi insieme, ma non è nemmeno così sicuro.

La Mummia, il Golem, i Vampiri (cito senza riflettere troppo, potrei aggiungere Fantaman): non sono morti che in realtà hanno una vita molto densa e fitta di impegni, di continui certami? Lo scrivo e penso – non demordo, da una vita – alla letteratura, ai fumetti, al cinema. La narrativa, perfino nel metaverso, è l’arma più potente: siamo fatti di e per le storie, anche quando si dimostrano minime.

Dovremmo chiedere lumi, o meglio, bussole (sempre di carta, china, penne per scrivere e matite) a Emanuele Trevi – letterato – e a Leo Ortolani – fumettista – come hanno fatto le tipe e i tipi della Lettura del Corriere della Sera; per scoprire che un autore ha il sacrosanto diritto di resuscitare i suoi personaggi di chiara fama (vero, Sherlock Holmes?), ma nello stesso tempo i personaggi più amati dal pubblico (vero, Corto Maltese?) non dovrebbero mai – non è sano – sopravvivere ai loro autori, gli unici che ne conoscono vita, miracoli, pieghe caratteriali e, appunto, morte.

Un bel tacer non fu mai scritto – qualunque cosa significhi – immaginiamoci quindi una bella morte.

Dunque, muoiano gli eroi (e i loro antagonisti): tanto poi provvederà il salvifico, miracoloso mercato a sistemare ogni cosa.

Molti metaversi (onniversi?), molto onore

Pagina del francamente non so con esattezza cosa sia, ma un po’ – anzi, molto – me ne infischio.

Non per insopprimibile, insopportabile snobismosine nobilitate – ma perchè, fino ad oggi, non riesco a percepire l’utilità di questa realtà virtuale (negazione) così moderna e rivoluzionaria. Forse.

Nemmeno per emulare, alla molto lontana, Rhett Butler: il quale, per inciso, i metaversi li divora a colazione.

Al momento mi sono molto più chiari i pericoli e gli svantaggi a confronto dei presunti benefici; come sempre, quando un medium s’impone, ci sono bande di furbi profittatori e pletore di gonzi che si fanno abbindolare dal richiamo invincibile del miracolo. Per qualcuno: pochi, di sicuro.

Metaverso dai molti versi, multiversi – per non offendere gli universi plurimi coesistenti – e non si tratta nemmeno dell’evoluto popolo delle scimmie. Senza incomodare Goku, la sua banda scatenata, i Mandarini: feroci o pavidi che siano.

Quelli molto bravi, in tutto, ci ammoniscono: mai confondere AR con VR (Arezzo, ma anche Arkansas, con Verona). Mai miscelare cioè realtà aumentata (interazione tra realtà fisica e mondo digitale) con realtà virtuale (interazione tra persone, cose, eventi grazie, o a causa, del web). Tutto con visori al momento futuristici – o vecchi scarponi? – e ammennicoli tecnologici vari ed eventuali. Avete davvero bisogno di quella aumentata? La realtà vera non vi soddisfa totalmente? Non vi fornisce abbastanza stimoli e guai assortiti?

Ancora, il metaverso è un’opportunità, ovvio: economica, Ucci ucci sento profumo di vile denaro, ma non chiamatelo così, altrimenti siete volgari e passatisti. Che sappiate cosa sono, o dovrebbero essere, blockchain, criptovalute e NFT (non si tratta di un gruppo rock o di un misterioso acronimo) sempre sul soldo si ricade: è proprio un antico vizio.

Un condominio di periferia, con cinque palazzine: cos’è se non un infinito metaverso, con infinite personalità, infinite esigenze, infinite diatribe e discussioni? Condominio batte metaverso: infiniti a zero.

Avete presente l’autore statunitense Neal Stephenson? In verità, nemmeno io: prima di sentirlo nominare da un esperto meneghino di tecnologia e metaverso, pensando ai Pokemon, già immaginavo che questi sedicenti metaversi, multiversi, onniversi – potrei trasformarmi in un divoratore onnivoro di siffatte realtà – avessero in realtà un’origine in comune con i personaggi e i mondi creati dalla letteratura; paragone impegnativo, forse azzardato, ma non lontano dal vero. Siamo o non siamo esseri fantascientifici postcyberpunk? E dunque, occhio allo Snow Crash (1992), non solo potente stupefacente, ma anche e più letale virus informatico, in grado di avvelenare computer e cervelli con cui entra in connessione.

Mi contraddico? E allora? Mi contraddico, contengo multiversi, sono vasto: non sono sicuro che il pensiero di Walt Withman fosse proprio identico, però ci siamo capiti; almeno, lo spero. Potrei diventare il più grande difensore, sostenitore, propugnatore del metaverso, appena qualche anima pia di buona volontà mi tradurrà cos’è. Lo giuro.

Non esageriamo: potrei prometterlo.

Comunque, a me piacciono i libri;

sostengono i mobili claudicanti, arredano meglio.