Antropocene, ei fu

Pagina dell’antropocene, in tutta, o parziale, evidenza: non la descrizione delle cene dell’uomo (rigorosamente minuscolo).

Né, in lieta alternativa, degli sciocchi apericena, molto in voga presso la gente che s’illude di piacere.

Pagina dei quesiti, dei dubbi, delle domande, anche se non siamo in un telequiz che ci fa sentire tutti letterati, intellettuali, geni; geni veri, anzi, genia.

Si può matematicizzare la matematica? Sarebbe galvanizzante chiederlo allo scrittore statunitense, scomparso – ma riapparso, chissà dove e come – di recente, Cormac McCarthy; lui forse saprebbe rispondere, a tono. Ne nascerebbe una bella conversazione, un confronto (filosofico? fisico?) stimolante, tra una birra e l’altra – Zahre Beer, per non esagerare – magari una franca amicizia. E’ apparso prima l’uomo o sono stati generati – non creati? – prima i suoi compagni immaginari, ma concreti?

Antropocene, questo sconosciuto; non tanto la sua ingombrante presenza – era del pensiero? magari – ma quando è cominciato, quali sono i suoi effetti, come potremmo (potemmo? vorremmo?) liberarcene? Le organizzazioni mondiali dei geologi, certo, ma non solo, pare adottino il termine senza paura e senza dubbi; peccato che quella brutta bestia identificata come uomo abbia alterato la velocità di invecchiamento della Terra, mentre un ristretto manipolo di bipedi ha arraffato più di metà delle ricchezze presenti sul nostro piccolo sasso alla deriva nel cosmo. Se tutto questo scatafascio non è intimamente connesso alla difesa dei diritti civili, ditelo voi cos’è e chi può aiutarci.

Andrebbe di lusso anche utilizzare l’intelligenza artificiale, però di buon umore. Non vale appellarsi agli idrocarburi – o sono i carboidrati? – e alla bomba H.

Per la cronaca (verde, visto che l’argomento è trendy), animali e piante – chi vuole, può informarsi e prendere appunti – sono esseri senzienti, speciali, come sosterrebbe Franco Battiato; anche in questo campo – mente e sentimenti – il nostro primato autoassegnato si sta sgretolando come povere capanne di cartapesta esposte alla bora impetuosa.

Se pochi paesi ricchi si autoproclamano civili ed evoluti, mentre i paesi poveri e meno sviluppati pagano il conto (salatissimo) per tutti; se pinguini africani incatramati dal petrolio tentano disperatamente di sopravvivere; se Rachel Carson – Rachel, non Kit: lui saprebbe risolvere forse in modo rude il dilemma dei petrolieri – profetizza “nuove primavere sempre più silenziose“.

Come racconta con forza poetica, filmica Paola Cortellesi, c’è ancora domani;

purché non sia – per nostra ignoranza, ignavia, pigrizia – the Day After.

Non passaggio

Pagina dei luoghi, tutti, nei quali effettui il non transito; se preferisci: il non passaggio.

Non passaggio, ovvero non concedo il trasporto agli sconosciuti; ma come potrò mai conoscerli se non comincio a frequentarli? I luoghi e gli sconosciuti.

Certo, tra i non luoghi, il non passaggio, i non umani, diventa complicato viaggiare, anche fosse solo con l’immaginazione; o con la non immaginazione? Negazione per sé stessa, uguale a negazione al quadrato o affermazione convinta? Convinta poi da chi, a fare cosa, appare arduo capirlo.

Mi incarto, faccio il regalo in anticipo, evito di comprendere ove voglia trasportarmi la scrittura; meglio così, pensare troppo fa male – dicono – soprattutto a chi possiede materia grigia e la restituisce intonsa: il cervello è un bene primario in comodato d’uso, ma non siamo obbligati a conservarlo inutilizzato.

Come racconta lo scrittore Marco Steiner, allievo e soprattutto amico d’avventure di Hugo Pratt, viaggiare per anni – una vita, più vite – in compagnia di una persona, calcando gli stessi sentieri di un personaggio immaginario vissuto (?) un secolo fa; accorgersi all’improvviso che quel personaggio è aria pura, pura fantasia e malgrado questo, o forse proprio per questo, proseguire nell’impresa; con la voglia indomita di non finire mai, con “ribellione, ruvida poesia e immaginazione“.

La poesia, come il racconto, può essere ruvida o delicata; meglio la prima soluzione, però, se davvero vuoi carpire qualche segreto alla vita, se davvero aneli a trovare le piccole pepite dell’esistenza: senza ipocrisie, senza infingimenti, senza materiale grezzo che offusca e appesantisce.

Anche il non voto dovrebbe preoccuparci, dovrebbe preoccuparci la salute dei bipedi e quella della democrazia di cui sono – in teoria – titolari, inamovibili, per restare in tema; se la democrazia non scalpita, non sussulta, non si agita e di conseguenza, non ci fa vibrare, non serve: è elementare svuotarla dall’interno, truccarla, lasciare intatto e inalterato il suo nome, ma instaurare – tra applausi e cori di quanti non capiscono – vari tipi di regimi. Che poco o nulla vogliono spartire con le libertà sociali e i diritti.

Paragrafo del movimento, in teoria – anche questo – contrario (o: il contrario) del non passaggio, nel senso di passeggio; potrebbe essere non solo il moto di un corpo fisico o di un oggetto, ma quello dell’anima o, significato sociologico importante, fenomeno di aggregazione e mobilitazione di più individui al fine di raggiungere un obiettivo comune. Movimento, vita, piena e appagante.

Fermo (e Lucia?): non passaggio, del resto; non passano gli altri – non deambulano – non passo io; però sbiadisco, appassisco, forse concludo il mio ciclo vitale (non subito).

Immobile, come una guardia svizzera, come una guardia reale di Buckingham Palace, come un menhir dell’Armorica, mentre qualcuno suona con l’armonica a bocca uno struggente tango che rievoca tutti gli amori infelici del mondo.

Chissà poi perché.

Pioggia (acqua)

Pagina della pioggia, necessaria e vitale; quando si manifesta, quando esagera;

dopo un minuto invochi Manitù per rivedere, quanto prima, il Sole.

Quando latita per mesi, studi stratagemmi e espedienti affinché cada copiosa, affinché irrighi, affinché colmi i nostri invasi, le nostre falde, le nostre fonti; quali siano.

Non siamo Ginger RogersFred Astaire, ma su di noi quelle gocce di Cielo – non: cielo, mio marito – non funzionano da acqua miracolosa in grado di renderci allegri sine die, ballerini formidabili, persone migliori. Persone umide, anzi bagnate, anzi stonfe cioé zuppe, chissà se anche umani buoni.

Le ‘uova spaziali’ di Cocoon (erano bozzoli?), immerse nella fonte giusta, propagano i propri effetti – speriamo anche i nostri preziosi affetti – portentosi, rinvigorendo e ringiovanendo i nostri usurati, consunti, antichi tessuti (organici, epiteliali); l’acqua scarrozzata dalle nuvole ci battezza, ma non sempre trova soggetti collaborativi, fiduciosi, pronti a trasformare difficoltà anche drammatiche in nuove risorse rigeneranti. Per i bipedi, per il Mondo.

Quando eravamo giovani – lo siamo stati, anche noi – ribelli, selvaggi nell’accezione migliore, la pioggia non ci spaventava, non ci turbava; ci corroborava, ci dissetava, ci confortava: era un lavacro di energia, era un’immersione nel futuro, nelle infinite prospettive arcobaleno del futuro; alla fine, senza bilanci, c’era comunque una pentola di dobloni aurei da cui ripartire, con fiducia.

Vorrei, fosse possibile, piovere come Domenico Modugno, vorrei andare libero e governare i cicli dell’acqua relativi all’ambiente Terra, come la pioggia vagabonda dei Rokes di Shel Shapiro, vorrei essere l’acqua reale degli Scarafaggi albionici, quella in fondo malinconica di Gianni Morandi, quella triste eppure trionfante dei Guns ‘n Roses; vorrei diventare la Donna della Pioggia – del resto, a chi affidare una risorsa così fondamentale? – e dissetare l’Universo, benedizione con armonia e misura della ragione e della bellezza.

Af-fidiamoci a Nausicaa della Valle del Vento (sempre elementi naturali primari), figlia prediletta di Miyazaki, principessa incontrastata del sacrificio in nome del bene più grande: il bene comune; nella speranza che ancora una volta non siano gli uomini che tutto vedono solo come cagione di profitto a vanificare le speranze e i progetti.

Dacci oggi la nostra razione quotidiana di acqua (chiara, fresca, dolce), rendici se non saggi, almeno un po’ – un pizzico – più intelligenti;

al 55 (circa)% siamo acqua, siamo come dicono i sapienti orientali depositi millenari d’acqua fresca custodita nella nostra anima, come esorta la scrittrice Margaret Atwood, dobbiamo imparare quanto prima ad agire come essa;

se non possiamo superare o rimuovere un ostacolo, giriamogli intorno:

per scorrere ancora.

La regina di Babilonia

Pagina del Maltese, Corto; sembra superfluo specificare. Un uomo, un’avventura: la vita, in toto.

Chiedo venia al gentiluomo di (av)ventura e a HP, Hugo Pratt, fumettaro, in realtà persona erudita, intellettuale raffinato, cultore e creatore di disegni superbi. Letteratura a fumetti è riduttivo per chi trasformò semplici tratti in bianco e nero in pura Arte; per tacere degli acquerelli.

Difficile non rimanere incantati dalla qualità della scrittura, dal ritmo delle narrazioni, dalla fantasia allo stato brado, sempre orientata da una cultura sconfinata, da una curiosità infinita, da una sete alias voglia di vivere inestinguibile.

Prostrarsi al cospetto della sovrana di Babilonia (Babil in aramaico), anche se all’epoca era diffuso e indiscutibile il maschilismo; esplorare con ansia di conoscenza la città più grande, favolosa e importante del Mondo prima di Cristo. Quante e chi saranno state le regine – vere e inoppugnabili – della Città?Meridionale rispetto a Baghdad, adagiata sulle rive dell’Eufrate, con ziqqurat alte e meravigliose (da cui forse il mito della Torre di Babele), gli impareggiabili giardini pensili, rimasti ora e sempre leggendari, non solo per la cura maniacale, ma per la realizzazione grazie alla sopraffina ingegneria vegetale. Re come Hammurabi e Nabucodonosor esempi di raro ‘illuminismo’ e ampiezza di veduta che permisero una prosperità inimmaginabile per noi, rassegnati a epoche di continue crisi, benessere favorito forse dal culto indiscutibile dedicato al dio pagano, ma non meno portentoso, Marduk. Vorrei anch’io essere catapultato nel Giardino della Vita e bearmi, assorbire attraverso il respiro la sapienza e la genialità di quei popoli.

Dormire, sognare forse: essere imprigionato nella ziqqurat più elevata e irraggiungibile – dagli umani – anche senza maschera di ferro e scoprire che gli altri due galeotti sono Bastien Vives e Martin Quenehen; disegnatore e sceneggiatore delle nuove vicende di Corto in chiave moderna. Approfittare di tutto il tempo per per farsi molte domande, per rivolgere nuovi interrogativi al duo artistico, per realizzare una volta in più che siamo carcerieri spietati e implacabili di noi stessi.

Semiramide, Regina guerriera e preveggente, chiedo la Tua grazia, la Tua intercessione, la Tua generosità: liberami, da ogni dipendenza, da ogni schiavitù, da ogni zona di conforto e abitudine; fammi respirare sconfinatezza.

Mi piacerebbe vagare nel deserto, ma in massima allerta causa presenza di letali scorpioni, mi sentirei privilegiato nel rinascere sotto il segno del Capricorno, trovare l’esatta ubicazione e svelare tutti i particolari della civiltà di Mu, farmi rapire dalle Celtiche e dalle Etiopiche, divagare malinconico e riflessivo nel Tango, costruirmi una casa dorata a Samarcanda, accogliendo migranti e profughi di tutte le genti del Mondo.

Ascendere in bicicletta al Castello di Caneva e poi scrivere – pensandoci su, come Alessandro Manzoni – il relativo romanzo neo gotico; ascendere al Castello di Aviano, se e quando le gambe risultano a corto di inventiva e soprattutto energia, vergando il romanzo breve o racconto lungo mini neo gotico conseguente; girovagare all’improvviso per corte sconta detta arcana e profanare le parole misteriose delle società segrete della Serenissima, sopravvivere, anzi vivere, della e nella favola di Venezia.

Come in Una ballata del mare salato, ci si trova sballottati dalle intemperie esistenziali, sgomenti di fronte ai troppi casi di mancanza di umanità e compassione, oppure storditi al cospetto della varietà e dell’immensità delle storie – non conta quanto vere, quanto partorite dalla creatività dell’autore – di Corto;

naufraghi in mezzo al mare magnum, aggrappati miracolosamente a un relitto, di cui siamo parte integrante, salvati in extremis dal marinaio, dal suo sguardo vasto profondo e ironico,

dalla mente e dalle mani di HP.

La giostra delle zucche

Pagina della zucca: non sempre, non per forza vuota.

Metti una domenica a Cividale del Friuli, magari con annessa festa della zucca, a tua insaputa, ma reale: la festa e anche le zucche, nel senso dei cucurbitacei.

Le zucche, tutti ne parlano, lodano ampiamente le superbe caratteristiche dell’ortaggio arancione, si riempiono le fauci a più non posso, ma quanti ne saprebbero parlare – perché no in pubblico, magari ad una platea che si balocca dentro una qualche pasticceria o forno che produce gubane e pani (alla zucca)? – con precisione e dovizia di particolari? Interessanti, irrinunciabili, incantevoli.

Deambulare fra le nuvole, poi accorgersi di percorrere il Ponte del Diavolo e temere per la propria sorte, anche se splende il Sole, con il fiero proposito di non formulare promesse – non necessariamente da marinaio – di non sottoscrivere patti con personaggi strani, inquietanti, sinistri.

Dopo qualche metro, incontrare un austero e meditabondo Cesare, chiedergli – sulla base di nessuna confidenza – se sa qualcosa a proposito dei Romani (antichi), dei Longobardi lontani leghe, anzi, anni luce da noi, dei Patriarchi, quelli di Aquileia e come responso ottenere solo un rauco grugnito che suona tipo Forum Iulii, senza esserne certi. Né della risposta, né del recondito significato.

Accorgersi che una zucca senza sale più che insipida – mai, in nessun modo o maniera – è priva di contenuti densi, forse allegrotta, ma sciocca; meglio: sciocchina.

Camminare, camminare, camminare, non potendo per una volta pedalare; ritrovarsi – meglio smarrirsi? – nel Monastero di Santa Maria in Valle e nel meraviglioso annesso chiostro. Chiedere venia e permesso alle Orsoline – esistono ancora? – percepire la presenza del sacro nell’area un tempo forse prossima, forse centro nodale della Cividale romana; illudersi, circondati dalle brume e dall’imbrunire, di essere precipitati dentro il segno del comando in una atmosfera onirica, ma invece di farsi abbacinare dalla strega Lucia – sempre luce – cadere nella malia regale di Piltrude; probabilmente, non una regina, ma un’autorevole madre badessa.

Halloween si avvicina – peccato sia una festa del marketing copiata da tutti i Santi e antichi culti europei – ma temo non possa redimerci o affrancarci dai nostri antichi vizi, per esempio credere che armi sempre più letali siano l’unico strumento per raggiungere la pace, o che continuando a produrre, trasportare, consumare, accumulare immondizia, si possa all’improvviso guarire: noi e il nostro sasso volante nell’Universo; potremmo, in ultima analisi, rivolgerci a Goblin, nemico giurato dell’Uomo Ragno, ma pare non sia persona molto affidabile.

Se brancoliamo nel buio, se non troviamo santi o almeno scogli cui appigliarci, resta sempre Benito, Jacovitti, naturalmente: vive nell’oscurità, come i pipistrelli, smonta e ricostruisce a modo suo, con ironia e divertimento, ogni cosa, soprattutto i tic e le bizzarre ideologie umane: lui saprebbe tracciare mappe per evitare di vagare senza meta, per non prendersi sul serio. Né troppo, né poco.

Organizzare infine una competizione, un torneo, una bella, sacrosanta giostra: rammentate Ettore Fieramosca e la disfida di Barletta (13 febbraio 1503)? Simile, giusto per rendere l’idea, per intenderci. Una giostra globale, tutti invitati a partecipare, tutti – nei limiti del possibile – con la propria zucca. Chissà se l’atmosfera di festa collettiva, unita a quel pizzico di pepe garantito dall’agonismo, compirà il sospirato incantesimo:

non trasformare le zucche in nuove fiammanti carrozze trainate da superbi cavalli, ma in teste sopraffine, lussureggianti, finalmente pensanti.

Grandi Viaggi

Pagina dei viaggi; in prospettiva, in teoria: grandi.

Del resto, in contumacia di grandi speranze – non spira proprio l’ossigeno migliore – dobbiamo accontentarci e fare di necessità virtù, come direbbero antichi, consunti, ormai archiviati saggi. Per conferma, chiedere lumi e campanelle a Charles, Dickens.

Ossigeno migliore, un ottimo proposito; sarebbe sufficiente quello respirabile, in grado di irrorare le fondamentali cellule neuronali, in grado di mantenere attivi e forti i polmoni; per tutte le idee – vere – per tutte le esplorazioni. Auspicabilmente.

Un avverbio che ho sempre considerato elegante, eppure inconcludente. A scrivere il vero non si crea letteratura e i maestri in genere, del genere (no degenere) sconsigliano in modo netto – nettamente? – l’utilizzo, soprattutto sconsiderato e prodigo, di avverbi. Non aborrire, per carità – ché qualcuno mai potrebbe offendersi – ma non tracimare; denota scarsa varietà linguistica, simpatia per stratagemmi facili, voglia di appesantire e rendere la lettura assai sgradevole.

Auspicabilis, latino tardo, nel senso di antico, non tonto. Assonanza evidente con auspicio, da avis (uccello) e spicio (osservare); come dire, presagio di cose future – potenziali, non ancora concrete – mediante l’osservazione del volo dei pennuti. Traete da soli i segnali del domani, senza abusare di ottimismo o del suo inevitabile contrario.

Vorrei esprimere un ultimo sogno, un sogno mai sognato, nuovo, enorme – sennò che atmosfera onirica sarebbe? – definitivo; scrivere un’antologia di racconti, come Pedro Almodovar, il regista cinematografico spagnolo, contaminato (non in negativo) dalle circostanze della realtà madrilena. Concedermi l’irriverenza, dopo opportuna reverenza ai mostri sacri della Cultura, non cedere all’insulsa autobiografia, coltivare con cura meticolosa l’originalità e l’utopia, soprattutto l’ironia. Potrei forse non salvare qualcuno, aprirgli qualche percorso alternativo, i punti di vista e quelli interrogativi.

Invoco la benedizione di Ulisse, di Shakleton, di HP (Hugo Pratt), di Freya Madeleine Stark, di Alfonsina Strada; le vostre imprese, le vostre volontà, le vostre intuizioni siano le mie bussole, apotropaiche.

Vorrei cadessero su di me gocce pesanti e soprattutto pensanti di Burt; Lancaster, certo non trascurabile, meglio Bacharach, potendo optare. Un uomo in rima, non per forza baciata, con la Musica, un uomo che con naturalezza ha conquistato 70 volte la Top 40 Usa, 52 quella di Sua Maestà (sponda londinese): non più la Regina, il Re; purtroppo non Artù. Canzoni, inni per cause umanitarie, colonne sonore divenute Storia di film cinematografici a loro volta assurti a pietre miliari dell’Arte, in senso stretto e in senso lato.

In tutto questo, mancano – tanto – le Donne; è un vulnus voluto, ricercato, perché le Donne sono, malgrado le orripilanti convinzioni degli uomini (presunti tali), le sole signore e padrone del Mondo, dell’Universo della Bellezza. Le stanze sono vostre, gli ambienti spaziali sono vostro esclusivo appannaggio, praterie sconfinate per le Vostre risorse, per la Vostra inesauribile creatività.

Trasformate i sogni in utopie, le utopie in progetti: in fondo, come sosteneva Mandela, i veri vincitori sono sognatrici/tori che non si sono mai arrese/i.

Il messaggero oscuro

Pagina del messaggero, oscuro.

Oscuro, misterioso, segreto, però divino (non per vanto, per precisione). Rigorosamente minuscolo – il messaggero (il latore della presente, per coloro che rammentano), in fondo un umile portalettere – ; magari agli o degli dei, ma postino.

Si potrebbero aprire numerose parentesi, o digressioni: da Carneade in giù, o meglio, in su: Michele Strogoff vuole, esige, pretende la sua aura, anche se gli zar non sono al momento molto popolari; oppure una bella carrellata, una panoramica, per i non addetti: un excursus. Non so cosa voglia dire, ma è per conferire importanza culturale al tema.

Se preferiamo capire meglio, addentrarci analiticamente nel lemma, chiediamo aiuto all’etimologia: dal francese, messager; o dallo spagnolo, mensagero (no mensa, purtroppo). In senso lato, metaforico o sinonimico: ambasciatore – che porta le pene sulle spalle e le consegna, spesso – oppure, messo. Inviato per recapitare messaggi, non sms o tweet.

Se gli amanti che stanno in piedi contro le porte della notte si baciano e hanno voglia di cinguettare, il modo lo trovano, anche lo spazio, il tempo, la dimensione onirica, lirica, emozionale. Anche se non ci sono per nessuno – Ulisse? – e si trovano oltre la notte, bene e al di là.

Il messaggero è figura fondamentale, imprescindibile o si tratta solo di un trascurabile servitore, dello stato delle cose e, forse, non solo? Chissà. Chi può affermarlo, stabilirlo con certezza, deciderlo senza tema di smentita? Oscuro, questo sì; mimetico nelle tenebre, non vistoso né pacchiano; i guitti servono, ad altro compito.

I giorni della dissoluzione – soprattutto morale – dell’impero austro ungarico somigliano tremendamente ai nostri, a quelli contemporanei nei quali viviamo infelici e confusi. Li descrive con maestria e arguzia Alex Beer, nome de plume di Daniela Larcher, laureata in archeologia, appassionata della Vienna decadente degli anni 20 del 1900, “periodo tenebroso e emozionante“: il romanzo si intitola Il messaggero oscuro (coincidenze) e narra per la terza volta le vicende professionali e umane, molto umane, di August Emmerich, ispettore capo della sezione omicidi, alle prese con uno spietato assassino; districandosi tra povertà, malattie, violenza che sembrano (sembrano?) sconvolgere il mondo. Non rimanendo né insensibile, né immune: gli duole la gamba ferita nella battaglia sull’Isonzo, ma resta un uomo pronto a frantumare ogni regola perché la giustizia – qualcosa che ci somigli da vicino – possa affermarsi.

Noi, in caso di difficoltà, proteste, rimostranze, problemi insanabili, irrisolvibili, ci possiamo sempre appellare – ultima ratio, senza poteri metafisici – al Cavaliere oscuro; muscoli solidi e acume sopraffino, propensione innata a sanare conflitti e ingiustizie, a modo suo, talvolta spiccio e non regolamentare;

di sicuro: efficace.

Intanto, i lampioni sulla riva del fiume, restano tristemente spenti.

Evolviamoci, diventiamo piante

Pagina dell’intelligenza, al bando – o al via, libera – le facili battute.

Noi siamo primati (posizione preminente nella scala sociale, evolutiva), l’intelligenza – qualunque cosa sia – è una prerogativa che spetta solo a noi umani (?), un dono divino che possediamo e sfruttiamo nei modi migliori solo noi bipedi, senza coda. Credo; senza coda, intendo.

Un primato – non primate – che utilizziamo largamente per il bene comunitario e che si traduce in progressi senza paragoni in tutti i campi – compresi quelli agricoli e sportivi – e in tutti i settori della vita. Meglio di così, completate Voi la frase perché non ravviso paragoni.

Armi sempre più precise (ci stanno lavorando), sempre più letali; plastiche in ogni dove; carburanti e energie ancora e sempre da fonti fossili inquinanti e velenose, per gli organismi e per l’Ambiente. Dimostrazione limitata (all’essenziale) ma ‘plastica’ dell’assunto precedente. Senza domande, senza dubbi né esitazioni.

Uscendo in bicicletta da corsa la mattina presto, dirigendosi verso borghi e paesi della Pedemontana pordenonese, ancora è possibile distinguere, prestando molta attenzione e ignorando gli onnipresenti miasmi dello smog, i tipici profumi della campagna che si prepara per l’autunno: aromi delle vere risorse della terra, dei magnifici prodotti conseguenti nelle cucine. Lo scrivo per testimonianza diretta e convinta, ma spero non a futura memoria.

Intelligenza, intelligenza, per piccina che tu sia, tu mi sembri una magia, in senso buono e benedetto; potremmo chiedere soccorso all’etimo, per scoprire che essa deriva da “intus” e “legere”, quindi da leggere dentro, traendo le più numerose e opportune ripercussioni; o potremmo rammentare quanto diceva la Professoressa Rita Levi Montalcini: “ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente“.

Credere come a un feticcio che spetti esclusivamente a noi e che ne esista un solo tipo, è, nell’ipotesi più generosa, un errore grossolano, un’ingenuità esiziale. Come garantisce il Professor Stefano Mancuso (Univesità di Firenze, Arboricoltura e etologia vegetale), “intelligenza è l’abilità di risolvere problemi“. Il controcanto della Professoressa Hannah Critchlow (neuroscienziata e divulgatrice, docente a Cambridge) non è meno impegnato, impegnativo, serio: “per anni abbiamo tentato di misurare e definire l’intelligenza umana, ma poi abbiamo capito che ne esistono diversi tipi. Con il lockdown i punteggi del QI sono scesi in modo notevole; abbiamo bisogno degli altri, per confrontarci e migliorare la nostra intelligenza individuale, questa è l’intelligenza collettiva che ho illustrato nel mio saggio“.

Il nostro cervello – non ABnormal, si spera – è attraversato da 86 miliardi di neuroni e le correnti elettriche generate hanno l’aspetto di onde; un gruppo di persone che riflette sullo stesso problema scambiandosi informazioni ed esperienze diverse, giunge perfino alla sincronizzazione delle onde cerebrali; Critchlow docet. Mentre le meravigliose piante sviluppano capacità di problem solving collettivo; non potendo muoversi, al cospetto di un pericolo, piante diverse si inviano messaggi chimici in modo che i vari esemplari innalzino subito i livelli di difesa. Mancuso docet. Se questa non è collaborazione per il supremo bene comune, non saprai a chi o cosa rivolgermi per ottenere salvezza.

Noi siam come le nuvole, meglio: noi siam (dovremmo diventare?) come le piante – magari – ci evolviamo apprendendo ciò che è utile collettivamente: intelligenza artificiale? Dobbiamo padroneggiarla – questa, sì – non passivamente subirla o lasciarci intimidire;

se imparassimo dalle sacre Piante, forse le probabilità di conservare e nutrire un Nostro futuro aumenterebbero, in modo e maniera esponenziale.

Di sicuro, nel mondo reale e solo attraverso connessioni sociali.

Africa, bici, Antonio (più Mario)

Si chiama Antonio, viene dall’Africa, grande madre di tutti noi.

Arriva su un piroscafo, accompagnato da una bicicletta; è tutto quello che possiede.

Non chiede altro, non vuole di più: si sente bene, la ricchezza non gli si addice.

Quel semplice mezzo lo rende felice, lo rende libero, gli permette di scoprire tutte le bellezze del Mondo.

Quando avverte stanchezza si ferma e si riposa, ma non è solo, mai: c’è la sua bicicletta, alla quale racconta tutti i suoi reconditi pensieri, le sue sensazioni, le sue speranze, i suoi progetti; dalla quale ascolta i racconti di tutte le contrade che può ancora percorrere nel suo transito terrestre.

Antonio mi ha insegnato a pedalare, tanto tempo fa; mi ha insegnato ad apprezzare, rispettare, amare la bicicletta, una vita fa.

Antonio mi ha insegnato che la bicicletta è il mezzo più umano per recarsi ad incontrare le altre persone, le più diverse, le più lontane: geograficamente, fisicamente, culturalmente.

Antonio è in apparenza un uomo semplice, in sella non teme i tranelli della vita, non teme i limiti: sa che ogni colpo di pedale è un grande passo evolutivo, sa che ogni metro in avanti è un balzo verso l’alto, verso il Cielo.

Devo, voglio menzionare Mario: silente, non ininfluente. Mi ha seguito nei primi, barcollanti tentativi, mi ha insegnato a perfezionare non solo le pedalate, il colpo d’occhio, la guida della bici; mi ha fatto capire l’importanza di essere buoni, gentili, comprensivi: con tutti, soprattutto i più scorbutici. E’ stato, sempre sarà uno degli uomini più generosi e altruisti che abbia mai conosciuto; del resto, capito durante il primo incontro agonistico di pugilato che i suoi pugni avrebbero potuto essere armi letali, decise di dedicarsi con ‘trasporto’ alla pacifica due ruote.

Antonio e Mario, mio padre e mio prozio materno: uomini in sella a una bicicletta; uomini consapevoli – forse per destino, forse per istinto – che conducendo una bici, l’essere umano comprende i segreti più importanti del suo Universo.

Uomo e bicicletta: un binomio inscindibile, una somma molto più grande delle singole parti:

un risultato finale eclatante, migliore in tutto e per tutto.

Passione inscalfibile, gratitudine eterna.

Il pedalar m’è dolce (diabete, vade retro)

Pagina del diabete.

Meglio, del guanto di sfida lanciato sul muso della patologia.

Milioni di nostri connazionali – consapevoli o meno – ne sono affetti, ma esserne portatori non significa (più) la morte civile, la fine della vita, il sacrificio di tutte le passioni; a cominciare dal buon cibo e dallo sport. Nonostante sia cronica, nonostante sia caratterizzata da iperglicemia, cioè da un eccesso di glucosio nel sangue (evito spiegazioni scientifiche sul diabete di tipo 1 e sul diabete di tipo 2; non mi competono e non sarei in grado), si può, si deve combattere.

Per una vaga idea sull’incidenza della malattia, nel 2021 le persone colpite solo in Europa raggiungevano la cifra cospicua di 61 milioni; da oggi al 2050, stime molto attendibili parlano di 1,3 miliardi di diabetici nel mondo. Un tasso di crescita impressionante che metterebbe in ambasce non solo i sistemi sanitari globali, ma anche un fattore di rischio sociale, considerando che il diabete moltiplica il rischio di ischemia e ictus.

Uomini, donne, bambini a tutte le latitudini convivono già con la malattia, soprattutto dove le istituzioni sanitarie sono meno sviluppate, esistono carenza o totale assenza di informazioni, prevenzione e in particolare cure.

Meglio quindi essere coscienti e prendere in esame alcuni dati certi e ormai incontrovertibili: il diabete esiste, è subdolo, si può manifestare all’improvviso, ma possiamo affrontarlo con decisione, possiamo disinnescarlo, possiamo ridurlo alla nostra mercé.

Per esempio, in Friuli Venezia Giulia, alcuni tipi ‘loschi’ del Crad (Coordinamento regionale associazioni diabetici, nell’alveo dei professionisti della Rete diabetologica regionale) si sono inventati Diabete a ruota libera, pedalata non agonistica di tre giorni, aperta a tutte e tutti, anche coloro che non sono diabetici, ma che vogliono informare, sensibilizzare, agire conto la ‘dolce malattia’; per dimostrare che si può mettere ko.

L’edizione del 2023, la II, corsa l’1/2/3 settembre – attraversando Tolmezzo, Gemona, Tarcento, Nimis, Cividale, Cormons; Palmanova, Grado, Monfalcone, Trieste; Rivolto (con partenza dalla base delle Frecce Tricolori), Spilimbergo, San Daniele, infine Udine, con arrivo conclusivo in piazza Libertà, davanti alla loggia del Lionello – ha registrato la partecipazione di 150 ciclisti, più del doppio rispetto a un anno fa. Dimostrazione plastica, anzi, atletica, di quanto il tema sia non solo sentito, ma coinvolga attivamente sempre più persone; alle quali si sono aggiunte e aggiunti partecipanti d’eccezione: Luisa Cavarzerani, campionessa di karate, affetta dalla malattia, combattiva non solo sul tatami, ma anche sui pedali; il colonnello Paolo Rubino del II Stormo; il professor Talej Battellino, endocrinologo di fama mondiale, massimo esperto di diabete; ultimo, ma non meno importante, Umberto Poli, ciclista professionista della Novo Nordisk.

Le istituzioni e le comunità locali sono state splendide nel gareggiare – in senso lato, ma altruistico – in accoglienza, disponibilità, attenzione al problema, attenzioni nei confronti delle atlete e degli atleti (offrendo sostanziosi spuntini energetici e bevande, approvati e scelti dalle dietologhe delle associazioni); in particolare, Luca Birri, Alberto Piovesana (anche grafico, tra le altre incombenze) e Elena Frattolin, presidenta del Crad Fvg Odv. Senza tralasciare l’apporto fondamentale della Regione Fvg, della Scuola Mosaicisti del Friuli, dell’Aeronautica Militare e della Polizia di Stato.

Si pedala in allegria, ma motivati e concentrati, si scoprono o riscoprono bellezze naturali paesaggistiche storiche dei nostri territori, si chiacchiera e ci si confronta, nascono nuove conoscenze, amicizie, progetti, si rinsaldano antichi rapporti; tutto in nome della lotta alla patologia diabetica.

Il pedalar m’è dolce in questo mare, a volte procelloso, eppure affascinante: perché i limiti, le accortezze, le strategie imposte dai nostri limiti possono tramutarsi in opportunità, grazie alla conoscenza, alla volontà, all’immaginazione.

Forse siamo piccoli e fragili, ma insieme siamo Infinito.