Viaggio tempestoso

Nel periglio mi voglio inoltrare, a costo di apparire arcaico. Lo sono, già.

Non mi imbatterò – imbratterò? anche questo rischio esiste – in fiere (intese come grossi felini aggressivi, non sagre paesane) o anime dei trapassati, accompagnati da Caronte se in vita terrena sono stati lestofanti di varie specie e tipi, o lieti di udire il tintinnio delle chiavi di San Pietro, se nella dimensione terrestre hanno emulato – in toto, in parte, si sono sforzati – San Francesco. Tanto per citarne uno al momento molto mediatico.

Per tacere dell’Angelo nocchiero – discreto come un angelo – e per il rapido frullare le ali di un certo psicopompo; non confondiamo il sacro con il profano.

Non sono nessuno, nel senso che non somiglio nemmeno lontanamente a Odisseo (né poco, né molto), nonostante comuni origini elleniche, nonché mitologiche.

Eppure.

Il viaggio, questo viaggio, mi ha attirato, risucchiato, catturato: occupando i miei capillari molto lentamente – come cantava il poeta meneghino – , con il ritmo adeguato per ipnotizzare, per non consentire alla mente di soffermarsi su certi dettagli fatali, sul senso del rischio (innato?), su quello del limite.

Siamo umani, sia quando decidiamo di attraversare il confine, sia quando restiamo a distanza di sicurezza – davvero? – ; cerchiamo di restarlo, di conservarci: ce n’è estrema necessità.

Giungere, raggiungere la vetta è impresa estrema, complicata, faticosa quanto una prova erculea; poi, si può solo scendere, o volare. Il difficile, anzi, il più ostico, rimane non disperdere quanto si è appreso e conquistato durante la salita.

Mi sovviene Kaplan, George, spia inventata, ma reale nel momento in cui, un innocuo pubblicitario statunitense, – Cary Grant, noblesse oblige – viene scambiato per ‘lui’ e gli ‘offre’ corpo, sangue, anima; fino alla sfida rusticana, epica, sul Monte Rushmore. Finale simbolico, sul treno, anzi, lapalissiano. Le acrobazie sui faccioni litici dei quattro presidenti (George Washington 1732-1799), Thomas Jefferson 1743-1826, Theodore Roosevelt 1858-1919, Abraham Lincoln 1809-1865), sono spettacolo mozzafiato per gli spettatori – quelli antichi, antiquati – palestra di vita, per i personaggi, forse per tutti.

Vorrei essere Francesco, non il santo patrono (per carità, grande stima), Petrarca; opto spesso per modelli semplici da emulare. Ascendere al  Mont Ventoux, come fossi Marco Pantani, come fossi il vento, come fossi un poeta. Simulo di ignorare i mari, fingo, arruffato, di obliare, dopo l’eroe di Itaca, anche il Capitano Nemo, perfino Capitan Harlock.

Conquisto illusoriamente lo zenit – sogno o vaneggio? – , non spicco il volo, le mie ali rimangono immaginarie, precipito;

nella discesa, ruinosa, forse no, raduno, affannosamente, le mie esili risorse. Scrivo, vivo.

Sei il mio ossigeno,

quello rarefatto, puro, prezioso; dell’alta montagna.

Alta quota, da dove osservare tutto, il tutto:

i molti errori, le ineliminabili fragilità, le meraviglie del mondo, l’armonia universale e la nostra.

Per questo Ti amo, vita mia.

In perpetuum.

Scienza, viaggi, proverbi (ad libitum)

In Artide i ghiacci hanno cominciato a sciogliersi ad una velocità quadrupla rispetto alle previsioni più infauste, ma centinaia di metri sotto la crosta gelida che ancora resiste pare sia presente un ambiente rigoglioso di vita, di vite; chissà se una volta liberato e libero di vagare ancora sul pianeta tutto quel gruppo, quell’accozzaglia brulicante si rivelerà positiva o negativa per gli stolidi bipedi che ancora si illudono di dominare, di controllare ogni singolo accadimento nel mondo.

Abbiamo ufficialmente inquinato tutto, compresa la pioggia che non è più potabile (con i campi coltivati e gli orti, come, anzi, dove la mettiamo?), eppure esultiamo come per un goal decisivo ai mondiali – ah, già, pare non ci riguardi nemmeno stavolta – tutte le volte (almeno una a settimana, ormai) che la Scienza ci comunica di avere individuato una potenziale Super Terra (cosa vorranno mai dire, benedetti ragazzi: si sono laureati ai corsi di marketing scientifico neurospin?), potenzialmente abitabile, però di solito a molte decine, centinaia, migliaia di anni luce dal vetusto Pianeta Azzurro. Forse, passate le follie della villeggiatura agostana, ancora immuni dai deliri natalizi, magari con buone biciclette, gambe solide e fiato da vendere, per il 25 dicembre potremmo raggiungerla. Salvo ingorghi da partenze scaglionate.

Su Marte, rosso pianeta un tempo bolscevico, ora solo impallidito, tracce evidenti di monnezza terrestre: servirebbe un corpo di polizia (pulizia, morale innanzitutto) ecologica del nostro sistema solare.

Sarò il classico dinosauro nostalgico, ma non vorrei facessimo la fine del terrestre che per anni aveva invocato l’arrivo di ET per chiedergli un passaggio su altra destinazione cosmica, per poi pentirsi amaramente e sperare che l’alieno – lui o l’altro? – fosse ancora nei paraggi per convincerlo a riportarlo alla casella astrale di partenza.

Occhio non duole, cuore non vede: proviamo a giocarcela con i saggi proverbi antichi e con il loro rovesciamento surreale.

Potremmo alimentare in modo sereno, compassato, lo scetticismo o l’arte filosofica e legittima del dubbio, senza essere etichettati quali anti qualcosa/qualcuno? Nessuno nega o vorrebbe negare l’importanza della scienza e dei mutamenti tecnologici, resterebbe salutare capire se i ritmi vorticosi degli annunci e dei relativi cambiamenti fruttino reale progresso all’Umanità o contribuiscano a creare, aggiungere, amplificare i danni già perpetrati e non sanabili. Per tacere, delle opportunità e conseguenze etiche che troppi di questi stravolgimenti minuto per minuto implicano e che colgono i bipedi completamente inadeguati, sotto tutti i profili: dal migliore al peggiore, senza esclusione di inquadrature.

Spesso, la carta da giocare è quella sbagliata, o una scartina – con deferenza parlando – spesso, l’ultimo ritrovato epocale (sigh) della tecnica si rivela solo un escamotage (espediente, suona malavitoso di mezza tacca, ma rende più efficace il concetto) per continuare imperterriti nello status quo che dagli anni ’80 a oggi ci ha resi responsabili addirittura di estinzione di alcune specie, di massacro di biodiversità. Gli scienziati hanno sintetizzato un enzima in grado di rendere la plastica biodegradabile, quanto non inquinante non si sa. Immaginare questo enzima mangia plastica come è stato subito definito, fa immaginare – a proposito degli immarcescibili anni ’80 – quel videogioco ossessionante, Pacman. Dalla vita in fondo, non solo dal famigerato decennio del 1900, non si esce vivi.

Quella donna e quell’uomo, gentili, dal fiero aspetto, si sorpresero in perfetta reciproca sintonia a sognare di viaggiare (grazie sempre, Marco Steiner, raffinato autore), si chiesero dunque perché non viaggiare davvero? La decisione fu presa: avrebbero trasformato le loro vite in un viaggio.

In fondo, cos’è un viaggio se non un sogno? Come la vita e viceversa.

Viaggiate sì, in ogni modo, leggeri se possibile.

P.S. Come disse il Capitano Nemo – o quella poetessa solitaria? – se non hai sottomano il Nautilus o l’Enterprise, per viaggiare ti basta un buon libro. A spanne (non il libro, la citazione).