Sarebbe magnifico, non vivere per sempre, ma risorgere: forse non a livello fisico, ad un livello più alto; anime risorte.
Anche solo immaginarlo.
Magari, essere ridestati da una melodia arcana, da una musica magica, da un suono indefinito e indefinibile, che abbia il potere di sollecitare, riattivare, ricaricare quella parte di noi ineffabile, non concreta, eppure fondamentale.
Programmare un lungo, strano, viaggio, come avrebbero detto i Grateful Dead, band che scrisse a note infuocate le coordinate dell’immaginario psichedelico, basandosi sugli esperimenti a base di Lsd, targati Albert Hofmann.
Del resto, nell’era del post panglobalismo – superamento di tutte le teorie globali, o globalizzanti, fondate o meno – potremmo aggrapparci tenacemente a quelli che furono i dettami post spirituali e post religiosi; come scrivono i tipi di Robinson, senza ricorrere agli eccessi, scevri anche delle utopie, con giudizio (buonsenso?).
Aggiungerei, senza coraggio: di osare, di volare. Oltre.
Si potrebbe cominciare andando tutti quanti allo zoo comunale – bioparco, va bene lo stesso? – per constatare lo stato di salute delle bestie feroci, delle fiere, e poi farsi sorprendere dal Re Leone in fuga che, appurata l’incerta, precaria situazione del genere (post, non social) umano, mosso a compassione, pietà, ruggisce: aiuto, sono scappati gli uomini. Da sé stessi.
Per non allontanarci troppo, per deambulare ancora in zona Enzo Jannacci e Dario Fo – chi furono costoro? – fallita la spedizione animalista, potremmo tentare con visite, guidate, al re, all’imperatore, al vescovo, ai ricchi sempre più ricchi e padroni, delle ferriere e non solo; poveri tapini, potremmo soccorrerli organizzando per loro un nuovo fantastico Live Aid e vedere l’effetto che fa. Si sa, i poveri, quelli veri, risolvono sempre i presunti problemi dei multi miliardari.
Corroborati dai primi insperati successi, partire, propositivi, entusiasti per Voghera. Partire davvero e lasciare le mamme? Restare, soprattutto fermi, ancorati ai propositi iniziali? Infine, dove arriviamo, se partiamo? Dilemmi amletici; forse, anche meno.
Ingarbugliati – intruppati, come avrebbe detto Luana, mia cugina – in questo mondo sempre più ingarbugliato, per colpa nostra, ché questo malefico, complicato garbuglio non riusciamo a dirimere; lanciare i dadi, ricorrere alla morra cinese, affidarci alla cabbala, alla numerologia, ai riti alchemici, al caso, al destino, alla fortuna?
Potremmo intonare i ritornelli delle canzoni di Lino Toffolo, attore, cantautore, cabarettista e pure molto altro (era una persona semplice, umana, coltissima); non risolveremmo i problemi, forse, ma impareremmo a riflettere, in allegria, re impareremmo a relazionarci, a collaborare alacremente per un fine comune, per il bene comune, universale.
Sarebbe magnifico – di nuovo, ancora – rinfrescarci le teste, ristorare le menti ‘su le nuvole‘, mentre i piedi restano saldamente depositati ‘su na gondola‘, che ci farebbe scoprire la laguna, Murano, i canali, il nostro magnifico mondo. Prima che sia troppo tardi, inutile.
Anche in preda alle visioni mistiche, varie ed eventuali, generate da suggestioni sonore, l’unica certezza è la permanenza, ostinata e non contraria, dell’amore;
siamo compagna e compagno, oltre la condivisione del pane quotidiano:
Tu sei diventata la Vita stessa, elemento fondamentale, ontologico, irrinunciabile dell’esistenza.
Un concerto senza fine.

