Immortali, come i Faraoni

Omaggiatemi con un rotolo – di prezioso papiro, a scanso di equivoci – e vi solleverò il mondo.

O almeno, accederò ai suoi arcani più misteriosi, fitti, insondabili. E non sto compulsando della foresta amazzonica, o di quel che ne rimane.

Vorrei essere un dono del Nilo, come il limo: per la mia compagna, per le persone alle quali voglio bene, perfino per gli sconosciuti di buona volontà, essere quello che lo storico Erodoto tributava ammirato all’antica terra degli Egizi. Capaci, per celebrarne la grandezza (del sovrano, ovvio), di edificare una piramide orientata in modo perfetto, perché ogni anno i raggi del Sole filtrassero in essa illuminando la statua dorata del faraone, proprio durante il giorno del suo genetliaco; faraone emigrato nel frattempo nella dimensione dei trapassati.

Un dono del Nilo, un gingillo mnemonico, almeno un souvenir del più modesto e popolare Noncello.

Ci reputiamo intelligentissimi e progrediti perché ci siamo sommersi di telefonini, intelligenze artificiali e droni, ma non siamo ancora in grado di dirimere le questioni più semplici riguardo gli Egizi: come hanno davvero potuto spostare i blocchi di pietra per erigere le piramidi? come hanno potuto all’interno delle stesse riprodurre fedelmente i meccanismi del nostro sistema solare? come sono stati in grado – forse – di vincere a scacchi e a dama la sfida con Madama Morte, per vivere in eterno?

Vivere in eterno, o sapere come vivere appieno: optare per la soluzione migliore. Quanto sarebbe bello, opportuno, importante.

Una delle verità che rifiutiamo sugli Egizi e sulla vita: ne conosciamo poco, o niente.

Tra le innumerevoli vite che non sono la mia e che ogni tanto immagino di selezionare (come se ne avessi la facoltà), c’è senza dubbio quella del Battista: Giovanni Battista, Belzoni il Grande, esploratore, avventuriero, archeologo, ingegnere idraulico e chissà cosa e quanto altro ancora. Nacque a Padova da una famiglia umile di Roma, fu cittadino del mondo, celebrato in Europa, Regno Unito in particolare per le sue imprese e le sue eccezionali scoperte in Egitto. Senza dubbio, conosceva più segreti lui sulla civiltà dei Faraoni di quanto ne sappiano oggi; o di quanti ne siano contenuti al GEM (Grand Egytian Museum) nuovo, immenso, fantasmagorico museo dedicato all’antica società dominata dai faraoni, che sarà inaugurato tra poco a Giza (3 luglio) e già preso d’assalto dalle prenotazioni di orde di turisti, da ogni latitudine. E attitudine.

Un giorno da grande, un solo giorno da Belzoni e l’autentico record sarei io.

Mentre Ramses II, approdato a Londra, per merito suo – di Giovanni Battista – veglia sul nostro operato, sorride enigmatico e dice: la tomba non è la fine di tutto, ma il portale da dove inizia un nuovo viaggio.

Nel volgere di una manciata di millenni, siamo passati dall’erigere un’imponente architettura funeraria, alla costruzione di impianti dedicati al gioco del calcio, ma non solo; dai cancelli verso l’aldilà, agli stadi che celebrano ed esaltano lo sport, dunque, la gioia della vita terrena, stadi di nuova generazione, meglio, nuova concezione; l’evento sportivo è centrale, ma non è più la sola funzione: concerti, uffici, centri congressi e di formazione, negozi, musei e chi più ne escogita, più ne aggiunga. Facce della stessa medaglia? Strutture distanti tra loro – a partire dal momento cronologico – eppure in connessione? Chissà.

Egizi, abbiamo lance, spade, mortaretti, tricche tracchi e castagnole. E con queste armi spezzeremo le reni a Maciste, a Rocco e ai suoi fratelli. Armatevi e partite!“.

Il principe De Curtis, nel lungometraggio Totokamen, aveva capito tutto, tanto da dispensare saggezza a suon di battute, lazzi, schiamazzi, ‘guittonerie’ – tra le sue mani, arte – partenopei;

a profusione.

In attesa del passaggio.

Deliri roghi deserti

Sospesi, appesi, coesi; forse.

Vivere tra coloro che sono sospesi, nel limbo, nel purgatorio; sopravvivere tra coloro che sono appesi, come gustosi salami suini, in attesa di affettatrice; sopravvissuti come sull’isola del tesoro dopo un terribili naufragio, coesi ma sperduti, auspicabilmente lontani da questa onorata società del Mondo Dopo.

Sospesi, come diritti universali inalienabili: gli oscuri poteri ancora non lo dichiarano pubblicamente, ma la sospensione definita temporanea, è solo un lungo passaggio intermedio con la prospettiva dello spegnimento finale e definitivo.

I poteri oscuri hanno pazienza, il logorio è talvolta invisibile impercettibile ma più costante e corrosivo della goccia d’acqua che scava la roccia; con una differenza palese, lapalissiana – a posteriori, nei posteriori soprattutto – la goccia crea sculture e comunque resta fonte di Vita, il logorio dei servitori del buio innesca guerre tra umani, lascia in eredità macerie desolate, aridi deserti salati, senza più speranze, nei quali perfino i miraggi non trovano più cittadinanza, né accoglienza.

Sospesi sui fili, a più di cento metri dall’asfalto mefitico, bandiere nel vento radioattivo di città fantasma, come cantava un tempo il Poeta iberico; ghost town, febbre dell’oro ci hai rovinati ché l’illusione del benessere e dell’accumulo – tumulo – è sempre premessa di rovina garantita, se non hai chiaro dentro di te la definizione esatta, perfetta di cosa sia davvero ricchezza. Vado a fare fortuna, si diceva baldanzosi tracotanti superbi nel Mondo Prima, ma spesso è la Fortuna che gioca con i destini degli ignari ignavi inani – da non confondere con i Nani da giardino, sette per sette Sorelle cenerentole; la caligine della ruina e di Kronos ricopre tutto e tutti, se le azioni non seguono la rotta astrale delle energie universali.

Chiedi a Erodoto chi fosse Serse il condottiero, quale esito maturò nella eterna tenzone tra Hybris e Dike; spade contro bilancia, bendata. Puoi decidere di disprezzare i tuoi simili, puoi decidere di ignorare le forze della Natura, convinto che scavare montagne e mutare il corso dei fiumi ti renda invincibile, onnipotente: tanti cari ottimi auguri, mentre Auguri Aedi Lacché mercenari intonano lodi sempre più sperticate, sempre più celebrative.

Di solito, la celebrazione, è l’ultimo adempimento formale prima della tumulazione.

Celebrare il G8 genovese di 20 anni fa, doveroso, nevvero? La lezione fu chiara, all’epoca solo lezioni in presenza, decisamente più efficaci: colpirne 50.000, inermi a braccia alzate, per educare gli altri 8 miliardi; per terra, sulla Terra il sangue i denti le ossa frantumate a manganellate, insieme ancora e sempre agli stessi tumori, oggi metastasi: finanziarizzazione dell’economia, scomparsa dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, globalizzazione inumana, satrapia totale delle multinazionali. Ottimo lavoro, non si può negare, nemmeno oggi.

Osservate le foto per favore, create da voi un collage o un puzzle, come fosse un giochino, non troppo divertente, in verità: senza riferimenti a fatti persone cose leggi governi attuali – o invece proprio così – provate a distinguere (un bravo con lode senza bacio accademico) le facce, le espressioni peculiari tra i vari generali della Terra dell’ultimo secolo; evidenziate le differenze in quel coacervo di torve pose marziali, mostrine sontuose, stellette a go go, parole e azioni autoritarie, draconiane, senza l’ombra di un sorriso, di un pentimento, almeno un dubbio.

Caro Bobby, hai meditato sulle immagini riprese dal satellite, uno qualunque, immagini sconvolgenti, raccapriccianti sul Bootleg Fire che marcia incontrastato sulle piste dell’Oregon? Avrai certo visto antichi film o letto antichi libri, anche a fumetti, sulla leggendaria Oregon Trail, la pista dei migranti dell’Ovest, quella dei tipici carri coperti trainati da buoi e muli. Ecco, oggi laggiù un tornado di fuoco avanza scatenato e nessuno è in grado di prevedere quando come e dopo quanti danni si placherà. Tu però stai sereno e continua a sproloquiare di trivelle sostenibili; facciamo così, inversione dell’onere della prova (scientifica, ma vera): inversione della sindrome Nimby, comincia a trivellare in modo verde sostenibile ecologico nel giardino di casa tua, poi, nel caso, dacci tue e buon pro pnrr ti faccia.

Se Ti sei allenato all’Infinito, con l’Infinito, la tua anima non vacillerà per le alterne sorti terrestri, per gli alterni alterchi mediocri del breve fugace transito per le vie del Mondo.

Gentile Ilaria, prezzemolina tuttologa, aspirante presidenta, della Repubblica o di Repubblica (o altro super quotidiano nazionalpopolare, meno male che nessuno li legge più), sovrapponibili in modo perfetto, in quanto sempre di banane si tratta: questo è.

Così è, se vi appare; se non vi appare; l’immagine potrebbe essere appannata, sfocata, confusa;

potrebbe essere un problema di connessione debole, o, più probabile, di sinapsi sfibrata:

ogni tanto, andrebbe attivata.