La montagna incantata

Pedalo in montagna senza fretta, senza illusioni agonistiche fuori tempo – il mio – , progettando, vagheggiando escursioni naturalistiche: per osservare, ammirare, farmi ispirare, inspirare ciò che resta dell’aria sana, dell’atmosfera azzurra e fresca, simile a una sorta di ideale purezza.

Miraggio, chimera.

Salire in alto, sempre più in alto, diceva qualcuno; contro il logorio della vita moderna – rispondeva un autentico gentiluomo – non resta che sedersi in mezzo al traffico e bere l’amaro calice, che sia estratto di carciofo o altro intruglio. Nel frattempo, il logorio si è tramutato in nevrosi, patologia deflagrante in questi caotici giorni contemporanei.

Un secolo fa, avremmo potuto inerpicarci sul Monte Ventoso, come Petrarca (in sella o senza il fidato velocipede), verso il Mortirolo, verso lo Zoncolan, lato non professionistico, quindi, ancora più difficile e faticoso; imbatterci nei ruderi, abbandonati all’oblio, di un antico sanatorio, riflettere sui flussi e riflussi, sulla risacca della storia e su come l’uomo, definito prima di Cristo, con molto ottimismo, ‘animale sociale‘, ripeta gli stessi orrendi errori e regredisca, a uno stadio non calcistico, non belluino (rispetto per le belve), ma di sciocco, crudele, senz’anima, manichino.

Non a caso – mai per caso – due giganti dell’intelletto umano, Sigmund Freud e Thomas Mann, davano alle stampe, al pubblico dominio, nello stesso fatidico triennio (1921 – 1924), due opere fondamentali, capolavori che preannunciavano all’Europa e al mondo il miserevole, miserabile crollo dell’Occidente; ecco perché, magari in altura, forse sarebbe utile e doveroso rileggere con la giusta attenzione la ‘Psicologia delle masse e analisi dell’Io‘ e ‘La montagna incantata‘. Per non finire vittime sacrificali di imbonitori lestofanti, capaci di mandare al massacro interi popoli, per lucro personale. Inutile vergarne i nominativi. Famigerati più che mai.

Nessun uomo, essere umano, è un’isola; o una baita solitaria, restando in quota. Lo scrisse in un suo famoso poema John Donne (poeta, saggista, religioso), nel 1624 (!): il significato intrinseco, anzi, esplicito, è chiaro e incontrovertibile: le nostre vite individuali, le nostre voci, acquistano senso, dignità, importanza solo calate nell’arcipelago dell’umanità. Non siamo tristi monadi, non siamo soli al cospetto della pervasività della tecnologia e della potenza extra legale delle multinazionali (che ormai hanno surclassato i sistemi legali dei singoli stati nazionali), ma siamo forti, in quanto comunità umana cooperante e attiva, fattiva. Spesso non lo sappiamo, o ci inducono a dimenticarlo, a travisare, eppure è così.

Dovremmo ritrovare le forze per esercitarci nuovamente con la metafisica, non astrattismo filosofico fine a sé stesso, ma strumento valido ed efficace, lo sostiene il filosofo Vittorio Possenti; per combattere il nichilismo, per non arrendersi inermi al temibile ‘così va il mondo’, di chi sguazza nello status quo.

Ci travolgono con incessanti mutamenti che non offrono stabilità, abbiamo perso la forza della speranza; ma sono ottimista, credo nel ritorno all’eterno e non nell’eterno ritorno: mette in gioco la libertà del singolo“. Nel consesso, nella società ormai globale.

Speriamo che gli schiaffi gentili del vento d’alta montagna sappiano, possano ridestarci alla vita;

appena in tempo, prima del tracollo:

ultimo e finale.

Croci Borgomastri Tamerlani

Tempi duri, tempi grami, tempi bui per i Borgomastri, non solo di Borgorosso.

Tempi difficili, felicità in briciole, arduo ritrovarle, servirebbe Pollicino.

Colpirne uno, per educarne cento: questo precetto era valido ai tempi d’oro; ora che il Globo è affollato da troppi miliardi di persone – ché i miliardi monetari sono saldamente nei forzieri dei soliti famigerati sospetti, molto noti – il nuovo diktat comanda: schiacciarne uno per scoraggiare potenziali emuli in tutto il mondo, meglio se portatore sano e onesto di idee buone eque giuste.

Distruggerne uno con forca giudiziaria, per rieducare tutti gli altri ché il Pianeta deve andare nella solita rotazione, non come Giove irriverente che viaggia nel cosmo controcorrente; arriveremo presto anche da lui e nonostante sia omonimo del capoccia degli Dei, lo conceremo per le feste, sistemandolo come meritano i ribelli utopisti. Giove non viaggia al contrario, come il treno onirico di Paolo Conte? Pazienza, conta il principio, nessuna carota, molte bastonate.

Ventidue e non più ventidue. Numero interessante questo 22, sotto il profilo cabalistico e sotto quello del simbolismo e della numerologia: a caso, ma ognuno se vuole, può cercare su manuali cartacei o digitando su Gogol per scoprire le anime nel sottosuolo della rete; 22 sono le lettere dell’alfabeto ebraico, 22 è il numero che indica l’Universo, 22 i capitoli del libro dell’Apocalisse la cui etimologia rivela il senso della affascinante, difficile parola greca: non catastrofe finale, ma rivelazione della Verità, attraverso segni prodigiosi che tutti saremo chiamati – alla cattedra – a decifrare in prima persona.

Ventidue, come gli imputati per la voragine peggiore di un buco nero galattico che ha decretato il fallimento della Banca dell’Etruria; tradotto in termini pratici, tantissime persone ridotte sul lastrico per colpa, per dolo degli squali della finanza criminale e del credito furfantesco. Chi ruba molto sta in libertà, cantavano saggiamente i Nomadi in una canzone dedicata a Mamma Giustizia, bendata in quanto imparziale, ma disarmata al cospetto della assenza di morale e di etica di troppi uomini. Così la corte si è pronunciata, in punta – o tutta in piedi sulle punte dei piedi – di codici, assolvendo tutti i 22.

Mamma Giustizia intanto si reca nell’officina di Vulcano, per temprare per migliorare il filo della propria spada. Se la vana legge degli uomini calpesta la legge morale, saranno guai e sciabolate.

Ventidue, più a Sud, ventidue capi d’imputazione per il sindaco povero – nel senso letterale dell’aggettivo, così povero che due legali di buona volontà lo hanno difeso senza pretendere emolumenti – di Riace, paese dell’Accoglienza e dell’Integrazione etnica, questo sì vero modello preso ad esempio e studiato in tutto il Mondo.

Ventidue capi per me possono bastare, una abnormità abnorme come nemmeno Jack the Ripper, Al Capone e Tamerlano messi insieme; timeo Temur o Timur Barlas che da discendente di Gengis Khan, sarà anche stato zoppo – Tamerlano, nessuna parentela con l’omonimo fondatore della pregiata ditta di pizzi e merletti – non recava doni, ma arrecava solo invasioni lutti distruzioni, un vero stratega, condottiero, guerriero mongolo, nel senso del Popolo della Mongolia. Ecco, facile poi l’equazione Tamerlano – Lucano, ma la pubblica opinione ha capito, nonostante il giudizio sprezzante del giudice aberrante: i cittadini non capiscono la sentenza, perché non hanno letto tutte le carte dell’inchiesta. Sarebbe stato meglio leggere le carte della Gitana, depurate umanamente dalla Luna Nera, sarebbe stato meglio non creare surrettiziamente strumentalmente il crimine che non esisteva: qualcuno ha sostenuto che nel codice penale non esiste ‘il reato di trattativa stato – mafia’, in compenso è apparsa come per magia, una magia cattiva, il reato indicibile, scandaloso di Umanità e Accoglienza.

Reo confesso di aver sottratto Persone alla morte da migrazione, da sfruttamento, da schiavitù; quindi ‘colpevolissimo’, e sapere che nell’arco teso della Storia ogni vero profeta, ogni vero filantropo sia stato osteggiato e spesso perseguitato non conforta, disillude, nausea che i banditori dei regimi abbiano l’ardire di chiamare questa feccia democrazia, giustizia di un paese democratico repubblicano, financo cristiano.

Come da amara vignetta di Biani, qualcuno sul Golgota commenta, dall’alto di una grezza croce lignea: 13 anni di reclusione, tutto sommato gli è andata bene.

Avrebbero anche potuto imporgli l’ostracismo dal Pianeta, spedendolo da solo nello spazio dentro un razzo, come la povera Laika: del resto, la conquista commerciale, la spartizione coloniale del cosmo è già un dato di fatto, soprattutto da quando gli astronomi hanno scoperto che alcuni asteroidi provenienti dalla fascia – non le leggendarie ali della storia del calcio, fascia degli asteroidi – sono formati in massima parte da preziosi, per noi bipedi schiavi della tecnologia, metalli, in quantità forse superiori alle attuali riserve terrestri: una sorta di concupito bocconcino spaziale, miniere volanti da registrare e trivellare quanto prima da parte delle multinazionali cannibali.

Potrebbe tornare utile un Borgomastro astrale, attenzione che non si monti la testa, come Urano e Venere potrebbe trattarsi di funzionario che ruota in senso orario rispetto al proprio asse, quello che in astronomia viene definito moto retrogrado quindi rotazione contro corrente – eccoli, ci siamo arrivati – rivoluzione non solo dei satelliti gassosi, ma agli schemi prestabiliti, rotazione contraria al moto comune prestabilito; si sa come sono certi corpi celesti anomali, si comportano in modo astruso:

certo si sono intrufolati clandestinamente da altre galassie, galassie aliene e hanno violato i confini, i sacri confini della nostra.

Ecco, Lucano sarebbe il borgomastro perfetto, borgomastro tra le Stelle, borgomastro nell’Universo, tra raggi cosmici dimensionali, su una barchetta solo in apparenza fragile, in rotta misteriosa ma sicura verso l’incantamento, trasportando i codici – non di togati confusi facinorosi – i codici segreti della Vita, codici petrarcheschi:

beata e bella Anima che di nostra umanitade Vestita vai, non come l’altre carca.