Archimandrita

Pagina dell’Archimandrita, prima o poi capirò chi, cosa o anche casa sia.

Archimandrita da non confondere con l’Arcimandrillo, perché – viene da sé – un paio di maniche, il guidare le greggi (le Leggi?), altro, davvero altro genere, in mezzo alle greggi, baloccarsi.

Il Vincastro dell’Arcimandrita: prima o poi l’Acca, muta – muta d’accento e di pensier – ma burlona, la finirà di tendere tranelli e gli insulsi blogger smetteranno di compulsare lemmi incomprensibili (appunto, CVD).

Archimandrita delle greggi popolari popolane – le Popolane sono belle – tu che sbraiti arringhi le folle virtuali invocando onore per le vittime del virus, auspicando mordacchia, museruola, ludibrio pubblico, gogna coram populo, forse rogo nella piazza, per chi non la pensa – obtorto collo (se il collo ha sempre obtorto, la ragione dove dimora? Forse poco più in là) e anche mente – come te; tu che non menzioni mai, non concedi mai un minimo di pietas per i danneggiati i dannati i caduti sul glorioso cammino poco lastricato del magico siero, tu che parli spesso di te stesso e lodi sperticandoti le mani e le tonsille le tue luminose eccelse ineguagliabili qualità, tu hai almeno il Vincastro in regola? Omologato, senza rate arretrate del bollo?

Altri Arcimandrilli, nella jungla poco urbana, offrono paragoni letterari inusitati: le dosi del miracoloso rimedio – miracoloso, davvero per chi lo fabbrica e smercia sulle piazze del Mondo Dopo – sono come i Moschettieri, tre nel titolo ufficiale, ma quattro o un esercito nella realtà; non come i deludenti Fantastici QuattroMamma, deciditi a rivelarmi finalmente come dormono – che saranno anche fantastici, ma quattro restano, come i gatti nel vicolo dei Miracoli e gli amici al bar che ancora credono, tra una chiacchiera e una barzelletta, di avere il potere di cambiare il Pianeta.

Esiste una grammatica archimandrita della Malinconia? Magari servirebbe a orientare, orientarsi, trovare di nuovo, o un nuovo – tout court – Oriente; se malinconia deve essere, vesta almeno colori pastello, come diceva Fellini al giovane Piovani: malmostosa, ma capace di non prendersi troppo sul serio, auto ironica, musicale, perché anche nell’Amore non contano le parole – mica sono numeri, anche se numeri e numerologia restano fondamentali per l’architettura generale – conta solo la Musica. Musica pericolosa se le permetti di oltrepassare la corazza del suono, se lasci che diventi una vibrazione cosmica da incontrare affrontare esplorare senza tuta, spaziale ma per tutelare l’Anima.

Se potessi scegliere un mio Archimandrita personale – personal Jesus trainer, senza offesa – opterei per Gianni (Morandi? Rivera? Anche), in primis Rodari; a Lui chiederei lezioni nel peripato, deambulando sereni ciascuno con la propria copia della Grammatica, quella della Fantasia e non solo perché ‘anta/e litteram’ prese le difese della nostra sentinella nel Cosmo (Grendizer, grazie sempre Go Nagai). Non avrei paura, né onta, né terrore di sbagliare, perché se sbagliando s’impara, sbagliando spesso e volentieri, alla grande, s’inventa: la Fantasia della nostra mente/cervello sa creare sempre sentieri imprevedibili invisibili inaspettati.

In quattro, sempre e solo in quattro, con o senza Archimandrita – a proposito, ma Peppiniello di Capua può essere considerato l’Ammiraglio molto ammirevole dei Fratelli Abbagnale? – anche i Cavalieri dell’Apocalisse, sul calesse siderale; se posso, dovrebbero sbrigarsi a consegnarla, l’Apocalisse: quella vera, non il disastro finale, a quello stiamo già provvedendo da noi; no, servirebbe come il Pane quella etimologica, una bella sana robusta Rivelazione di Verità;

ci faremmo bastare anche solo un piccolo raggio, capace di filtrare da una impercettibile crepa sul muro nero.

Croci Borgomastri Tamerlani

Tempi duri, tempi grami, tempi bui per i Borgomastri, non solo di Borgorosso.

Tempi difficili, felicità in briciole, arduo ritrovarle, servirebbe Pollicino.

Colpirne uno, per educarne cento: questo precetto era valido ai tempi d’oro; ora che il Globo è affollato da troppi miliardi di persone – ché i miliardi monetari sono saldamente nei forzieri dei soliti famigerati sospetti, molto noti – il nuovo diktat comanda: schiacciarne uno per scoraggiare potenziali emuli in tutto il mondo, meglio se portatore sano e onesto di idee buone eque giuste.

Distruggerne uno con forca giudiziaria, per rieducare tutti gli altri ché il Pianeta deve andare nella solita rotazione, non come Giove irriverente che viaggia nel cosmo controcorrente; arriveremo presto anche da lui e nonostante sia omonimo del capoccia degli Dei, lo conceremo per le feste, sistemandolo come meritano i ribelli utopisti. Giove non viaggia al contrario, come il treno onirico di Paolo Conte? Pazienza, conta il principio, nessuna carota, molte bastonate.

Ventidue e non più ventidue. Numero interessante questo 22, sotto il profilo cabalistico e sotto quello del simbolismo e della numerologia: a caso, ma ognuno se vuole, può cercare su manuali cartacei o digitando su Gogol per scoprire le anime nel sottosuolo della rete; 22 sono le lettere dell’alfabeto ebraico, 22 è il numero che indica l’Universo, 22 i capitoli del libro dell’Apocalisse la cui etimologia rivela il senso della affascinante, difficile parola greca: non catastrofe finale, ma rivelazione della Verità, attraverso segni prodigiosi che tutti saremo chiamati – alla cattedra – a decifrare in prima persona.

Ventidue, come gli imputati per la voragine peggiore di un buco nero galattico che ha decretato il fallimento della Banca dell’Etruria; tradotto in termini pratici, tantissime persone ridotte sul lastrico per colpa, per dolo degli squali della finanza criminale e del credito furfantesco. Chi ruba molto sta in libertà, cantavano saggiamente i Nomadi in una canzone dedicata a Mamma Giustizia, bendata in quanto imparziale, ma disarmata al cospetto della assenza di morale e di etica di troppi uomini. Così la corte si è pronunciata, in punta – o tutta in piedi sulle punte dei piedi – di codici, assolvendo tutti i 22.

Mamma Giustizia intanto si reca nell’officina di Vulcano, per temprare per migliorare il filo della propria spada. Se la vana legge degli uomini calpesta la legge morale, saranno guai e sciabolate.

Ventidue, più a Sud, ventidue capi d’imputazione per il sindaco povero – nel senso letterale dell’aggettivo, così povero che due legali di buona volontà lo hanno difeso senza pretendere emolumenti – di Riace, paese dell’Accoglienza e dell’Integrazione etnica, questo sì vero modello preso ad esempio e studiato in tutto il Mondo.

Ventidue capi per me possono bastare, una abnormità abnorme come nemmeno Jack the Ripper, Al Capone e Tamerlano messi insieme; timeo Temur o Timur Barlas che da discendente di Gengis Khan, sarà anche stato zoppo – Tamerlano, nessuna parentela con l’omonimo fondatore della pregiata ditta di pizzi e merletti – non recava doni, ma arrecava solo invasioni lutti distruzioni, un vero stratega, condottiero, guerriero mongolo, nel senso del Popolo della Mongolia. Ecco, facile poi l’equazione Tamerlano – Lucano, ma la pubblica opinione ha capito, nonostante il giudizio sprezzante del giudice aberrante: i cittadini non capiscono la sentenza, perché non hanno letto tutte le carte dell’inchiesta. Sarebbe stato meglio leggere le carte della Gitana, depurate umanamente dalla Luna Nera, sarebbe stato meglio non creare surrettiziamente strumentalmente il crimine che non esisteva: qualcuno ha sostenuto che nel codice penale non esiste ‘il reato di trattativa stato – mafia’, in compenso è apparsa come per magia, una magia cattiva, il reato indicibile, scandaloso di Umanità e Accoglienza.

Reo confesso di aver sottratto Persone alla morte da migrazione, da sfruttamento, da schiavitù; quindi ‘colpevolissimo’, e sapere che nell’arco teso della Storia ogni vero profeta, ogni vero filantropo sia stato osteggiato e spesso perseguitato non conforta, disillude, nausea che i banditori dei regimi abbiano l’ardire di chiamare questa feccia democrazia, giustizia di un paese democratico repubblicano, financo cristiano.

Come da amara vignetta di Biani, qualcuno sul Golgota commenta, dall’alto di una grezza croce lignea: 13 anni di reclusione, tutto sommato gli è andata bene.

Avrebbero anche potuto imporgli l’ostracismo dal Pianeta, spedendolo da solo nello spazio dentro un razzo, come la povera Laika: del resto, la conquista commerciale, la spartizione coloniale del cosmo è già un dato di fatto, soprattutto da quando gli astronomi hanno scoperto che alcuni asteroidi provenienti dalla fascia – non le leggendarie ali della storia del calcio, fascia degli asteroidi – sono formati in massima parte da preziosi, per noi bipedi schiavi della tecnologia, metalli, in quantità forse superiori alle attuali riserve terrestri: una sorta di concupito bocconcino spaziale, miniere volanti da registrare e trivellare quanto prima da parte delle multinazionali cannibali.

Potrebbe tornare utile un Borgomastro astrale, attenzione che non si monti la testa, come Urano e Venere potrebbe trattarsi di funzionario che ruota in senso orario rispetto al proprio asse, quello che in astronomia viene definito moto retrogrado quindi rotazione contro corrente – eccoli, ci siamo arrivati – rivoluzione non solo dei satelliti gassosi, ma agli schemi prestabiliti, rotazione contraria al moto comune prestabilito; si sa come sono certi corpi celesti anomali, si comportano in modo astruso:

certo si sono intrufolati clandestinamente da altre galassie, galassie aliene e hanno violato i confini, i sacri confini della nostra.

Ecco, Lucano sarebbe il borgomastro perfetto, borgomastro tra le Stelle, borgomastro nell’Universo, tra raggi cosmici dimensionali, su una barchetta solo in apparenza fragile, in rotta misteriosa ma sicura verso l’incantamento, trasportando i codici – non di togati confusi facinorosi – i codici segreti della Vita, codici petrarcheschi:

beata e bella Anima che di nostra umanitade Vestita vai, non come l’altre carca.