Curioso, associo subito il lemma all’ambito musicale: movimento, parte di una composizione sinfonica, non escluderei quella da camera; soprattutto, con meteo piovoso, barra / procelloso.
Curioso, non il soggetto – anche, senza dubbio – ma il pensiero: presunto o reale che sia.
Muovere, muoversi (darsi una mossa, non quella provocante e lussuriosa di Marisa la Nuit), dal latino – latineggiante? – movere; il movente, colui che si muove, ma anche l’innesco, la causa di una turpe azione criminale; meglio sarebbe optare per il garbo del muovere una persona (stimolare una persona a), l’atteggiamento, il modo (elegante? raffinato? misurato?) in cui un individuo si muove, nei confronti dei suoi simili, in mezzo al mondo.
Potrei, posso elencare una miriade – mi correggo: una quantità, modica (non quella, magnifica, in Trinacria) – di accezioni, sfumature se gradite di più, per lo stesso vocabolo; sfoggio comoda erudizione (non cultura, non sono così superbo, né artificialmente intelligente), snocciolando: nelle arti figurative, in architettura, nella critica letteraria e dello spettacolo, nella tecnica delle costruzioni, in geometria, nella statistica (quella sublime scienza che certifica: se io divoro due polli arrosto e tu zero, nisba, nada, dunque, entrambi abbiamo … ), in ragioneria, in economia, azione convergente di una moltitudine di persone (da non confondere con partito – non in senso nuziale – , organizzato, molto più strutturato), e, dulcis in fundo, se vi basta, movimento di cose e/o esseri viventi. Al punto che, il movimento in analisi, pare una delle peculiarità essenziali dei viventi. Oibò, urca.
Non escluderei flora e regno minerale, ma sono convenzioni, convinzioni, punti di vista, di svista; più o meno illuminati, illuminanti.
Vorrei aggiungere, in senso lato (non l’attaccante esterno della Polonia, anni ’70/’80), i movimenti, o moti – più specifici, più accurati – di memoria; ennesimo elemento spesso invocato, tanto citato, trascinato a caso, o utilizzato in modo maldestro e strumentalizzato, per fini personali, egoistici, criminali.
Nessuno si sorprenda, o finga stupore, se mi permetto di compulsare che l’oblio, identificato quale cancellazione, addirittura negazione della memoria, in realtà è considerato, è da considerarsi, senza tentennamenti, senza indugi, senza fraintendimenti, elemento fondamentale per formare, rinforzare, esercitare l’atto mnemonico, il patrimonio mnemonico.
Non lo affermo, né scopro io, il fine ragionamento, ma Marc Augé: etnologo, antropologo, sociologo passato alla storia come teorizzatore dei malsani ‘non luoghi‘ (aeroporti, centri commerciali, supermercati e compagnia infestante). Volendo sintetizzare al massimo gli studi e le riflessioni dello studioso francese, potremmo sciorinare l’espressione coniata dai tipi di Robinson: senza l’oblio, il ricordo non vive.
In sostanza, in soldoni (giusto per essere ‘ordinari‘), “il punto chiave per Augé è comprendere che l’oblio non è la mera perdita di uno o più ricordi, ma un vuoto che diventa componente essenziale della memoria stessa“. In altre parole, la memoria, per essere tale, autentica, deve sgravarsi della soma, dell’inutile, che impedisce ai concetti importanti di emergere, di risaltare. Se parlassimo di scultura, ad esempio, l’opera d’arte è ciò che resta una volta (buona, volta) eliminata la materia inutile, ‘affardellante‘.
“L’oblio è la forza viva e selettiva della memoria; il ricordo è il risultato della sua azione“.
Esagerando – compiendo quindi l’opposto di ciò che fa la grande letteratura: tacere il superfluo, fosse anche la più meravigliosa delle descrizioni – potrei, vorrei, anzi citerei Michael Herzfeld, antropologo, professore emerito di Scienze Sociali alla Harvard University di Londra (gli amati, stimati, cugini dei Galli): “Qualificare come tradizionale/tradizione qualsiasi oggetto (una canzone, un tipo di casa, una ricetta) è già un atto politico che stabilisce una gerarchia di autenticità, spesso escludendo aspetti culturali appartenenti alla vita quotidiana di gruppi emarginati o svantaggiati. La tradizione è soprattutto un’idea, un concetto, prodotto da persone desiderose di ancorare l’attualità (in particolare, l’identità collettiva) a un passato specifico, come se la storia avesse un inizio fisso!“.
I componenti di un determinato gruppo, di una determinata comunità tendono ad aggrapparsi alla cosiddetta “intimità culturale“: soffermandoci sulla società italiana, argomenta ancora il professor Herzfeld, “i romani, ad esempio, sono consapevoli che il loro dialetto romanesco suscita sdegno, imbarazzo, ma ne sono per lo più orgogliosi, perché l’uso di quell’idioma serve a escludere l’orecchio invadente dell’estraneo“. Quando ciarliamo di tradizioni, dunque, dovremmo rimanere attenti e cauti, per non confezionare un enorme pacco omaggio ai neo nazionalismi in ebollizione.
Se memoria deve esserci, se non altro per impedirci di replicare il male del passato (l’attualità mondiale mi smentisce clamorosamente), vorrei che fosse quella definita da Malcolm de Chazal, poeta, aforista, intellettuale delle isole Mauritius:
“La memoria ha cinque porte d’entrata: i cinque sensi; e una sola d’uscita: l’immaginazione“.

