Quadernaccio della Quarantena

Un quadernaccio che nasce così, forse abbandonato da qualche dio minore di passaggio, in volo radente e frettoloso. Senza capo, né coda. Senza alfa, senza omega. Piovuto di notte, forse scagliato sulla Terra. Forse disperso nel cosmo, biblioeternauta. O già occultato tra le crepe dell’esistenza. Estratto quasi intonso.

Si è immolato per essere crivellato da parole, possibilmente umane. Senza senso, senza canovaccio. Pagine alterne alternate alterate stralunate bislacche, solo questa la regola. Pagina bianca, pagina scritta.

Pagina bianca, pagina delle infinite possibilità, degli orizzonti nuovi o dei nuovi occhi per riscoprire orizzonti mai tramontati, per concedersi una speranza una sosta molta comprensione, per lasciare un pertugio alla Vita: alle sue sorprese, alle sue leggi, ai suoi scherzi degni di Messer Carnasciale, alle sue correzioni da maestra, ai suoi doni e ai repentini mutamenti di rotta.

Grazie Pagina Bianca, grazie Quadernaccio.

Le risposte saranno sempre solo l’ombra delle Verità.

Minotauri

Aveva un nome nel mondo prima, prima della grande reclusione. Ora tutto era imbozzolato in una tiepida foschia, umida e tenace. Aveva dimenticato anche quello.

I nomi sono pericolosi, determinano identità, stabiliscono destini, parabole in grado di compiere tragitti impercettibili, ma costanti, inesorabili, che tornano sempre al cospetto dei legittimi proprietari per il redde rationem; al cospetto anche dei trasportatori sani e ignari di nomi, senza colpa originale, senza colpa, senza colpa.

– Le scale… devo percorrere le scale, bruciare pensieri e tossine, tre sei nove… no no… attento idiota, concentrati! dal basso – tre nove sei, tre nove sei… dall’alto, sei nove tre, sei nove tre – ancora! più rapido, anche di corsa, non fermarti, stupido! anche al buio. Il buio avvolge, il buio abbraccia, il buio è bello, è sano e buono, il buio salva. Il buio non confonde come il mondo fuori, il mondo prima: un caleidoscopio con troppe luci, troppi colori, troppi rumori, troppe persone.

Troppe verità, troppi attriti, urti fisici di particelle che si sfregano una contro l’altra peggio di cartavetrata, troppe scelte… – Le scale, su per le scale, adesso scendi, senza rifiatare, intossicato di acido lattico, e di nuovo in salita, questo è ora il tuo dovere, il tuo compito, l’imperativo indifferibile, solo questo, senza pensare, senza più pensare, soprattutto alle persone. Le persone fanno male, sono il male, ogni persona una verità, ogni persona decine centinaia di verità, in contrasto in contraddizione tra loro, ogni persona migliaia di opzioni senza logica, ogni persona scenari mutevoli cangianti insidiosi. Ogni persona una sfida, guanto che prima o poi ti sferzerà la faccia, ogni persona un’intricata foresta di mangrovie tropicali, labirinti senza uscita con dentro Minotauri assassini, ogni persona un Everest – altro che scale – di cocci di bottiglia dove luce e immagini si scompongono, da scalare a mani e piedi nudi, disarmato, ogni persona…

Dove sono le persone? Erano miliardi, prima. – Le scale, inutile mollusco, le scale! Non ammettono distrazioni, sono solide, basi sicure, piccoli appigli di certezza nelle tenebre. Il buio amico copre meglio del mantello dell’invisibilità, protegge, il buio è sempre e solo il buio. Non inganna, non tradisce, coerente a se stesso.

Le scale…

Le persone, c’erano persone prima? Dove sono tutti?

Oltre Godot

Il Tempo non si è fermato.

Ha solo deciso di procedere con un ritmo nuovo, in nuovi modi non definibili, al momento indecodificabili.

Immobile in piedi davanti alla fermata del bus, quella vicina all’ingresso dell’ospedale civile, moderno antico teatro sanitario di resistenza, di tragedie, di umane miserie ma anche di resurrezioni e monstruose imprese..

Un manifesto sulla parete sinistra della cabina di attesa del mezzo pubblico, annuncia un imminente spettacolo teatrale. The Deep Blue Sea, un titolo che – come sempre a posteriori – pare una illuminante profezia.

Il volto della protagonista, Luisa Ranieri, appare nel mondo dopo con una luce e un’espressione vagamente enigmatiche, come sapesse una verità che non si può raccontare, come fosse sacra custode di una narrazione indicibile, nemmeno sulle tavole lignee di un teatro senza più spettatori.

Uno spettacolo che già era stato rimandato per piccola indisposizione della protagonista, rappresentazione poi definitivamente annullata causa pandemia, per assenza di umanità.

Fermo alla fermata osservo, in attesa di uno spettacolo che non arriverà mai in scena, non più; circondato, fagocitato dall’ambiente circostante, dal desertico silente grigiore delle arterie d’asfalto.

Oltre ogni immaginazione, oltre ogni Godot. Superato. Anche l’autobus oggi non passa.

Il mondo prima si è congedato così, senza l’ultima battuta, senza mattatori né mattatrici, spurio dell’ultimo applauso o illusoria ovazione.

Il Futuro? Una terra straniera, senza nemmeno il conforto di un’ipotesi.