Frontiere postumane

Maschere femminili lignee, sudamericane; occhi grandi, cerulei, fissi, sorriso inquietante. Dietro, potrebbe esserci Belzebù.

Decrittare il presente, ci viviamo – sopravviviamo – in mezzo, ma ci risulta caotico, oscuro. Abbiamo estremo bisogno di vati, filosofi, saggi (veri); ci accontentiamo di un profluvio di immagini sciocche, ci nutriamo di iconoclastia, coltiviamo non la terra, ma l’orrendo culto della pubblicità delle cose inutili. Nelle quali annegheremo.

Terra, nostra dolce Terra, sempre più insozzata, sfruttata, sfregiata; descritta e dipinta attraverso il gotico latino americano, discendente diretto del realismo magico, di cui è brillante portabandiera la scrittrice boliviana di origini abruzzesi Liliana Colanzi; fantasia e sapienza innervate dal pop, dal cyberpunk, perfino dai videogiochi, eppure ancorata solidamente a culture ancestrali, per creare racconti distopici di denuncia dello scempio e in difesa del nostro mondo. Come dice lei, utilizzando lo slogan della sua casa editrice Dum Dum, “con un piede nella giungla e uno su Marte“.

Forse dovremmo anche noi riconsiderare tutte le questioni più urgenti che ci riguardano, tenendo il baricentro a metà tra il pianeta che ci ospita e una giusta distanza siderale per riflettere con obiettività su quello che combiniamo; o non combiniamo, lasciando decidere la sorte delle nostre vite ai manigoldi delle multinazionali.

Vorrei essere un grande regista cinematografico, come Cesare Zavattini, o una grande autrice letteraria, come Marguerite Yourcenar, vorrei essere in grado di partire da un’immagine delle realtà che attirano la mia attenzione quotidiana come una calamita – non calamità – per giostrare tra quella e la parola meditata, o viceversa; vorrei essere un cantautore, come Leonard Cohen e dedicarti Dance me to the end of love. Per disvelarmi mimetizzandomi, per accarezzarci l’anima, oltre l’inesorabile, oltre la rassegnazione, oltre ogni disumanità dell’uomo.

Viviamo, disseminiamo tracce – lettere cartacee non mail, foto, oggetti che hanno attraversato epoche – che poi ispireranno altre persone a vivere in modo più felice, più intelligente di noi; come scrive il professor Roberto Mancini dobbiamo tenerci pronti al risveglio globale, “al rifiuto di ogni complicità con questo sistema di competizione e di guerra che è la più grande malattia della storia. Dobbiamo essere pronti a lavorare per costruire uno strumento d’azione politica che sia etica, popolare e progettuale“.

Le frontiere rappresentano una sfida, con sé stessi più che con gli altri e/o le forze soverchianti della Natura; una sfida che spesso le Donne e gli Uomini hanno raccolto pagandone le conseguenze a caro prezzo, ma dimostrando che l’essere umano contiene dentro sé risorse soprannaturali, divine, azzarderei a scrivere.

Purché le famigerate ‘frontiere postumane‘ non si trasformino o diventino frontiere postume, al netto dell’ardua sentenza di quelli che un tempo venivano chiamati poster e comparivano sulle pareti e sulle porte delle camerette delle Giovani e dei Giovani;

modelli ispiratori.

Ipazia e Ulisse per citare due nomi poco ‘fotogenici’ e non per caso;

mischiando le carte e la realtà storica con, forse, la Leggenda.

Ci arrendiamo? Al sogno

Procediamo, tutti: in mezzo a procelle, tempeste, uragani.

Questa è la versione ottimistica. Pensate il contrario.

Tempeste con vista marina, noi ci siamo in mezzo: protagonisti – vittime? – dipinti da William Turner, Hokusai o naufraghi, sulla zattera della Medusa.

Nemmeno un flebile raggio di Sole, cui abbarbicarsi e trarre motivi di speranza, salvezza e riscatto, ripartenza verso un nuovo inizio. Intelligente. Non come i viaggi con meta vacanze estive.

Eppure. Esiste sempre un’alternativa, anche e soprattutto quando non si palesa. Una scelta imprevedibile, uno scatto di reni, un sogno.

La realtà onirica, portale per accedere a mondi inesplorati, forse vergini, mai deturpati. Da noi.

Dormire, sognare forse. Sognare di essere cullati con dolcezza, sognare lidi sconosciuti incontaminati, sognare Corto Maltese; gentiluomo di ventura.

Nel frattempo, tra un pisolino e l’altro – tra una ronfata e l’altra – la letteratura disegnata annette il Grande Nord americano e incanta Quebec City, dove, dopo Durante (degli Alighieri) approda Corto a rappresentare degnamente la cultura italiana sul Pianeta. Sorriderà Hugo Pratt, sorridiamo tutti noi.

Proseguendo oltre i limiti – personali – e i presunti confini del sogno – quali confini? – perché non immaginare, anzi, non incontrare in carne, ossa e ispirati pensieri il Maltese, suo padre Hugo, Marco Steiner, allievo prediletto di Pratt, nonché prezioso autore egli stesso?

Incontri inaspettati, dialoghi magnifici, riflessioni maestose partendo dall’osservazione di piccole cose quasi invisibili; sognare più forte, sognare il meglio assoluto, grazie all’intercessione di Steiner e alla benedizione laica di Pratt – solo i grandi autori muoiono fisicamente, per rinascere e vivere per sempre nelle loro storie, nei loro personaggi (Vincenzo Cascone docet) – sognare Corto Maltese che si imbatte in Irene di Boston. Il marinaio più celebre del globo che dopo mille e più tempeste si ferma (temporaneamente) su una spiaggia sicula, al cospetto non di una Donna, ma del relitto di un antico veliero. O barca a vela. E dialoga e sogna.

Assi di legno frantumate, marcite che però conservano memoria e parole.

Così, l’avventura di Corto contiene i prodromi, i consigli per ottenere la soluzione, brillante, ai nostri guai peggiori; la fantasia, l’impegno sono totalmente a carico nostro.

Come sostenevano i filosofi presocratici:

non scegliamo i nostri luoghi prediletti, siamo da loro convocati“.

Forse vale anche per le persone.

Se solo fossimo più attenti al sublime, orientati all’ascolto:

senza egoismi, senza egolatrie.

Consumismo? Esaurito

Consumiamo, consumiamo: qualcosa resterà.

Questa la versione ottimistica, considerato che ogni anno, sempre più in fretta, sempre prima rispetto al ciclo dei 12 mesi precedenti – passati, in baldanzosa cavalleria – esauriamo le risorse che consentirebbero al pianeta, tutto il pianeta ex azzurro, di vivere bene. Tra l’altro, dettaglio trascurabile, inconsistente: in armonia, in condivisione, in pace. Ammesso interessi. Non bancari.

Qualcosa resterà, purtroppo i rifiuti: tossici; non un problema – il problema – della Terra. Anzi: nostro.

Qualcuno resterà? Forse le macchine, forse l’intelligenza artificiale. La stupidità naturale va forte, non dobbiamo preoccuparci.

Resteranno i Tre allegri ragazzi morti (Tarm), in vita da 30 anni – al cospetto della morte, un’inezia – suonanti e disegnanti al bastione Garage Pordenone; in quanto deceduti – però, che allegria – non sono in vendita: mestizia funesta per il sacro mercato, per l’irascibile violenza commerciale, per la morte stessa, con la falce inoperosa (rischio ruggine).

Come sostiene Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, ex guerrigliero guevarista – Che Guevara, quello vero, non l’icona del marketting – dovremmo imparare ad abitare il presente in modo diverso, come una realtà di gioia. Non con il pessimismo tipico dei privilegiati, dei profeti da salotto dell’apocalisse, quelli che si reputano unici e sostengono che il povero, vecchio mondo finirà con loro. Chissà poi perché.

Cattiva notizia, tra le tante: il Sole e la verità non sono osservabili direttamente. Buona notizia, finché dura: siamo vivi. Lo diceva Platone, non un convinto avventore di osterie.

Riporre troppe aspettative nei confronti delle nuove generazioni sarebbe ingiusto, un errore; non sono state dotate degli strumenti adeguati, sono nate in questa temperie – tempesta perfetta, per così scrivere – le clamorose rivolte che talvolta hanno scatenato o scatenano sono per entrare a pieno titolo nel bacato sistema del consumismo, non per abbatterlo; entrare nel consumismo e perpetrare tutti i suoi effetti deleteri. Alle ragazze e ai ragazzi bisognerebbe comunicare la bellezza e l’importanza fondamentale di arte e poesia, la grande possibilità di accumulare esperienze formative, la gioia di esplorare, sbagliando, senza il diktat dei bilanci e del profitto per il profitto.

Il consumismo, però, è concluso – notizia ottima o pessima, dipende dai punti di vista – non può accogliere, né contenere – intrappolare – più nessuno. Il consumismo ha consunto (anche troppo) e si è consunto. Fine del gioco. Letale.

Speranzosi e ottimisti? Di fronte alle emergenze attuali non ci si può cullare, trastullare, consolare con questi atteggiamenti.

Impegnati, questo sì, sul serio: per cambiare paradigma. Non sarà facile, né breve, ma l’unica via. Intelligente, sostenibile, vivibile. Prima lo capiremo, prima lo accetteremo, prima lo metteremo in pratica, maggiori saranno le possibilità di salvezza.

Nonna Erminia, grande donna, lo diceva con saggezza: chi è povero, chi deve procacciare il pane per la sopravvivenza dei figli, della famiglia (in senso ampio), di sé stesso, non può concedersi il lusso di filosofeggiare. Osserviamo, sempre più spesso in Sudamerica e presso popoli tartassati da povertà e potere, esempi di un’altra vita; anche senza voler citare, coscienti o meno, Franco Battiato.

Dovremmo, tutti, imparare a sperimentare stili di resistenza, esistenza, sussistenza alternativi;

il popolo messicano sostiene che solo per immaginare un cambiamento significativo in una società umana servono 120 anni. Centoventi.

Chissà se davvero avremo ancora a disposizione questo lasso di tempo: impossibile, no; molto complicato, senza dubbi.

In questa “molteplicità conflittuale (in apparenza, senza vie d’uscita), diventa urgente produrre altri modi di desiderare. E di vivere“.

Senza il culto del pauperismo, né della povertà.

Benasayag ne è convinto.

Speriamo di potergli dare ragione.

nirvana (in memoriam)

nessuno è più grunge – grugnito? – di me.

non sono nato a Seattle, non ho un successo planetario da cui mondarmi, non incarno uno o molti talenti, non posso più nemmeno spegnermi in fretta, invece di bruciare lentamente.

sono un citrullo, qualsiasi.

sono analogico, in un mondo, anzi, un’umanità (almeno: quella che frequento e che vedo) sempre più digitale, vorrei essere figlio dei fiori e provare il brivido di qualche apparente rivoluzione, invece sono figlio di quelli che dopo la II guerra mondiale – stupida come tutti i conflitti, eppure non ultima – hanno, a loro insaputa o forse no, preparato il terreno ai boomers.

mi nutro voracemente di rimembranze, ma non so siano mie, se siano accadute davvero; in ogni caso, la maggior parte mi è stata raccontata, patisco un’inguaribile nostalgia per fatti e persone che non ho vissuto, né conosciuto, quindi senza il diritto di chiamarli/le miei/mie.

di questo sono certo (davvero?): ho assistito, sono stato parte attiva e integrante dell’invasione nipponica, i disegni animati, la cultura – non sono la stessa cosa? – i fumetti; una passione viscerale che nutrivo anche prima, da fantolino, cresciuta a dismisura con l’avvento dell’ipnosi televisiva e con l’amicizia nata per puro accidente, mai per caso, tra mia mamma, mia nonna materna, le mie due prozie materne e un ingegnere elettronico di Tokyo, Akio Ashimoto. in visita di aggiornamento e scambio professionale alla Zanussi di Pordenone. negli anni ’80 del 1900 ci scrivemmo varie lettere, in inglese maccheronico – noi, allievi ciucci (somari, per i non addetti) di Totò e Peppino – in albionico perfetto, lui; mentre il pianeta affrontava con angoscia il buco nell’ozono, le piogge acide, l’aids. poi, purtroppo, il virtuoso carteggio s’interruppe, mentre il piccolo globo di fango debellava due minacce su tre; dell’aids ha solo smesso di discuterne.

l’insana infatuazione, resiste.

il sol levante non è mai stato così vicino, ho imparato grazie allo scrittore Douglas – questo nome non mi suona nuovo – Coupland che appartengo alla Generazione X (giovani, carini e disoccupati o Generazione Goldrake?), che oggi si è tramutata in una Sandwich Generation; non perché si nutra/ci nutriamo di cibo spazzatura, ma perché, malgrado siano/siamo stati bollati quali debosciati e fannulloni, si trovano/ci ritroviamo in una realtà che poco hanno/abbiamo contribuito a forgiare; tra figli, nipoti, genitori anziani da accudire e magagne e rogne planetarie.

come dice Coupland, la differenza sostanziale, senza volontà di incensare (né censoria) il passato: credevamo nella speranza, Kurt Cobain cantava disperato il suo disagio e la sensazione che il materialismo allegro e scriteriato ci avrebbe travolti, presto, prestissimo; l’odierna Generazione Z si abbarbica alla ferrea logica, all’intelligenza artificiale (artificiosa), credendo che ogni guaio si possa risolvere – o il contrario – solo con radicalità, non con speranza e dialogo.

non so, non ho vissuto stati prossimi al nirvana, né lo raggiungerò, mai;

però, in sella alla mia bici, ascendendo a Madonna del Monte di Marsure, so ancora rimanere incantato dalla semplice bellezza di una margherita:

dal suo potere palingenetico.

Fossi Gatta

Fossi nato – o nata? – Gatta. Non ho scritto matta, anche se Alda Merini docet, quella vera.

La Gatta sul tetto che scotta; il tetto o l’augusta felina?

Mentre rifletto sulla questione, non di lana caprina (felina?) e certo non bizantina, mi accorgo che reincarnarmi – per reiterare il tema – in Dorothy Marie Johnson sarebbe un privilegio; l’identità è forse misteriosa e sconosciuta alla stragrande maggioranza dei contemporanei, ma se citassi due titoli “Un uomo chiamato cavallo” e “L’uomo che uccise Liberty Valance“, forse qualche mente comincerebbe a illuminarsi, come salvifico Pireo nelle tenebre. Dell’ignoranza, a partire dalla mia.

Se non costituisce l’approdo finale, è buona cosa ammetterla.

Dorothy,”piccola lince rossa, spiritosa e grintosa” fu scrittrice e giornalista quando il mondo letterario era appannaggio quasi totalmente maschile (oserei: territorio di caccia); ancora di più, perché il genere scelto – ammesso abbia senso – fu il western, declinato però in antitesi e anticonformismo rispetto alla presunta epopea diffusa da Hollywood. Il West della lince è un luogo duro e spietato, nel quale vige un ferreo razzismo contro gli uomini neri e contro i Nativi (veri padroni di casa, piccolo dettaglio, molto influente) la famigerata “linea del colore“. Tra realtà e leggenda, vince sempre quest’ultima, forse perché l’uomo – bianco – necessita di ammantare le proprie peggiori nefandezze con toni epici, eroistici addirittura; frase attribuita spesso al regista John Ford, tanto per non rimarcare il maschilismo, ma forgiata dall’inossidabile Dorothy, originaria del Montana, con furore (passione per la scrittura essenziale) e coraggio.

In seguito, giustamente, ottenne le più alte onorificenze letterarie, ma forse i riconoscimenti di cui fu più felice furono la cittadinanza onoraria della tribù dei Piedi Neri e la partecipazione alla cerimonia religiosa del peyote, presso la riserva indiana dei Crow. Altro che John Wayne, con rispetto totale.

Fossi Gatta, sarei vagabonda; mi farei adottare, ma a tempo, optando per la famiglia migliore (in quel momento), più ospitale, più comprensiva e ‘tollerrante’. Con tutti gli esseri viventi, a ragione maggiore, senzienti, piante comprese.

Fossi Gatta, sarei meditativa, eviterei di trasformare la mia vita – comprese quelle di coloro che eventualmente mi vorrebbero frequentare – in un festival della velocità, della frenesia, delle immagini che tutto invadono, pervadono, corrompono. Fossi Gatta vorrei che la mia personalità – i miei convincimenti, le mie idee – fosse simile a quella della professoressa Lina Bolzoni, storica della letteratura; da sempre sostenitrice della parola (quindi, dei tempi lenti del ragionamento) contro il tradimento dell’immagine, strumento potentissimo, che da veicolo al servizio dei lemmi si è proclamato padrone delle nostre povere coscienze, padrone, incontrastato, delle nostre emozioni. Le più bieche. Per sollazzo del marketing.

Fossi Gatta dedicherei fusa a profusione al filosofo australiano Peter Singer (1946), non per caso autore nel lontano 1975 di Liberazione animale. Lontano per noi odierni smemorati. Cita spesso Henry Spira, attivista per una vita intera, che dopo aver difeso e lottato per gli ultimi della Terra – neri, contadini, sfruttati – si è reso conto che ultimi degli ultimi sono (erano?) gli animali. Noi presunti uomini siamo animali socievoli, ma spesso preferiamo ignorare che il termine discende da anima, per cui, con le parole di Singer, “esseri umani e animali hanno una corporeità che si alimenta di stimoli, facoltà cognitive, emotive, affettive: non siamo/sono semplici macchine“. Solo la nostra esecrabile presunzione, la nostra cecità malgrado il culto acefalo per le immagini, ci illude di essere la stirpe eletta, la schiatta padrona. Pensandoci bene anche solo un po’, nemmeno del nostro destino.

Vorrei rinascere Gatta, fosse possibile, perché, come scrive Laura Ingineri, “i felini penetrano in ogni cosa, compresa la nostra coscienza“;

sono meravigliosi, perfetti.

Amo gli animali – per ripartire dal principio e da Alda Merini- perché io sono una/uno di loro.

Metempsicosi

Mi preoccupa la seconda parte della parola: psicosi.

Non so quanto incida sul significato completo, però leggerla lì, in agguato, mimetizzata, pronta a balzare in azione non permette di rilassarsi. Sono diventato complottista, in questi ultimi anni. Ultimi, per chi? Forse, senza forse, semplicemente accuso il naturale processo di senescenza: programmata, non gradita.

Certo, tra buddismo e karma – non occidentale, né musicalmente, né filosoficamente – , orfismo, platonismo (platonico? mancherebbe solo l’amore, per complicare la già difficile traiettoria umana), pitagorismo, plotinismo (esiste? Plotino, credo di sì) e, ‘abundantis abundantiam‘, ermetismo per esagerare nell’errore, il rischio concreto è di perdere non solo l’orientamento, ma la liberazione dell’anima – ammesso esista – dalla prigione opprimente della corporeità e di tutti i suoi limiti e difetti.

Meglio morti che oppressi! Auspicabile.

Gli Indiani – fare l’Indiano, forse si riferisce alla metempsicosi – , i Cinesi e perfino i Galli: ebbene sì, a prestare fede agli storici antichi anche i cugini transalpini credevano nella trasmigrazione delle anime (anime non giapponesi); così beffarono anche Giulio, Cesare che non fu mai – lo ribadisco nel pieno possesso di tutta la mia ignoranza – imperatore.

Metensomatosi, cos’era ‘costei’? Secondo alcuni dotti sarebbe la versione più corretta della metempsicosi; ovvero trasferimento dell’anima – di chi? non per irriverenza, o trasgressione: de li mejo mortacci tua (con dispetto parlando) – solo ed esclusivamente in corpi umani. Umani, si fa per dire. La psicosi e la somatizzazione, se vuoi essere o fare l’intellettuale devi accettare il ruolo di pallina da ping pong tra queste due racchette. Il materiale, a scelta. Delle racchette. Difficile ottenere la vita eterna, meglio accontentarsi di una migliorata coordinazione motoria, di una aumentata velocità, di un colpo d’occhio tipo aquila.

Se consideriamo accettabile, probabile, addirittura legge immutabile della vita la trasmigrazione delle anime tra i corpi, chissà perché reputiamo inaccettabile, intollerabile, addirittura un bieco attacco geopolitico di sostituzione etnica – ordito dal diabolico Fu Manchu – il migrare dei Popoli tra territori del pianeta più favorevoli alla prosperazione, alla cooperazione. Dall’alba incerta dei tempi, l’animale bipede si è evoluto, o è mutato, grazie agli spostamenti, alle esplorazioni, alle scoperte.

Difficile prevedere – vedere in anticipo, soprattutto: capire – la possibile reincarnazione, impossibile azzeccarla con calcolo computazionale; figuriamoci nel Go sopraffino gioco – davvero? siamo certi di questo? – praticato da più di 3.000 anni in Cina, Giappone, Corea, in seguito in tutto il resto del mondo. Equiparato in Oriente ad una vera e propria Arte – Filosofia? – tanto da rendere gli scacchi un passatempo per persone normali che hanno voglia di trascorrere qualche ora divertendosi. In fondo, le mosse possibili sulle 64 caselle della scacchiera sono limitate (per chi ha desiderio di calcolo, 10 alla settecentesima), mentre il campo del Go, griglia delimitata da 19 x 19 spazi da conquistare con pietre bianche o nere equipollenti, rappresenterebbe più un googolplex – 10 alla decima alla centesima, numero impossibile da visualizzare con la mente, figuriamoci su tutta la carta disponibile – che una semplice area per un gioco di strategia.

Forse, disponendo di molte vite, magari alcune geniali, potrei arrischiarmi, cercare con insistenza, infine accogliere una sfida, una disfida, una sottile contesa psicologica a Go. Con esito risaputo, ma in seguito a una bella, estenuante, sfibrante lotta. Non pretenderei di più; o di meno.

Sulla metempsicosi o metensomatosi che pulsare si voglia, sono combattuto tra le riflessioni di Katharine Hepburn, attrice straordinaria di Hollywood – Non credo nella reincarnazione, e sarei molto triste se dopo la morte non ritornassi polvere – e il ragionamento positivo del sociologo Francesco AlberoniGli esseri umani hanno il dono di molte vite. Di molte morti, e di molte rinascite. Non nel senso fisico della reincarnazione, ma in quello psichico e spirituale di un rinnovamento profondo di loro stessi e del loro modo di vedere il mondo.

Chiederei alla polvere;

se poi la polvere, il pulviscolo fossi io, comincerei a posarmi da lucifero, portatore sano di luce, su cose e esseri senzienti, per un mondo infine pacificato, equo, accogliente.

Per tutti.

Venere privata

Mi prostro, striscio e chiedo perdono al Maestro: Giorgio Scerbanenco;

non posso spergiurare né promettere di non farlo più – rubare impunemente un titolo a un Suo romanzo – ma onorarlo e adorarlo sempre, questo sì. Senza esitazioni o dubbi.

Venere o Afrodite (non ditelo all’Africano): privata, in quanto personale, o privata, in quanto defraudata di qualcosa di proprio e prezioso? Un mistero, un dilemma, un giallo.

Del resto, mi ispiro alle lande del nord est: sono virtuose, nelle parole dei politici e in certe misteriose classifiche nazionali, per quanto concerne la tutela, la conservazione, la cura del patrimonio naturalistico, eppure gli alberi sani vengono falciati di continuo, in nome del progresso (?) e, soprattutto, della schifosa pecunia.

Spesso mi capita di pensare quali traumi infantili possano essere collegati al Popolo degli Ent, ma Tolkien dimora tra gli immortali – arduo, chiedergli lumi – e io, se mi soffermo troppo su riflessioni impegnate e impegnative, rischio un lacerante male alla capa. La mia, nel senso di testa.

Da più parti, poi, parti disparate in lungo e in largo, Artisti e rappresentanti della Cultura a frotte – molti, moltissimi – si schierano in modo deciso per proteggere la Flora e la Fauna (non fauni, credo) contro progetti biechi, malevoli; qui a Portus Naonis, sarò certo distratto, non avviene; ma possiamo sempre auspicare che il De Sacchis intervenga, secco e preciso. O almeno, tiri i piedi a certa gente mentre dormendo sogna lauti, meschini profitti, alle spalle nostre, della Natura e delle proprie famiglie: anche se non lo sa, con verde evidenza.

Non per calzare i panni dello sputa sentenze o del menagramo – Scerba e Duca Lamberti lo sanno, visto che denunciavano l’inquinamento industriale del Lambro molto prima del 1970 (!) – ma non è colpa mia se Pianura Padana (2P, per evitare spiacevoli fraintendimenti) e dintorni restano costantemente, da decenni, zone più deturpate, malsane del globo; se gli abitanti spesso muoiono in anticipo non di morte naturale, ma colpiti da malattie terribili a causa dei veleni, dei miasmi che le industrie, le fabbriche, i rampanti dello sviluppo diffondono tranquillamente nei territori. Senza incomodare la leggendaria Padania o fantasiosi guerrieri padani.

Il vero, gigantesco problema, mai rimosso, resta il processo di decolonizzazione, di civilizzazione degli occidentali, bianchi e ricchi; gli esempi deleteri, nefasti sono migliaia: nel modo di considerare gli altri umani che non sono noi (reputati guasti, incidenti di percorso, esseri sub umani, inferiori e sacrificabili!), nel modo di agire, nel modo di decretare proprie le risorse limitate di tutti, nel modo di considerare le conquiste economiche e ora tecnologiche, inarrestabili e senza limiti: etici, concreti. Lo scrive in un articolo su Altreconomia il professor Tomaso Montanari e forse sarebbe ora, anzi, trascorsa da decenni, di prenderne coscienza, senza accampare scuse, senza scaricare la responsabilità su poche, illuminate persone, senza, come sempre siamo abituati a fare, delegare ad altri, come se la questione delle questioni non ci riguardasse.

Non sarebbe opportuno, né salubre, come capitò a Janos Jancsi, uno degli scienziati del ‘gruppo MANIAC della bomba atomica’, giungere alla fine della vita (o Vita?) per concludere con inestirpabile amarezza:

“Per il progresso (sviluppo), non esiste cura“.

Anche l’eventuale intercessione di Venere/Afrodite risulterebbe vana.

Far East e/o altre storie

Pagina dell’assenza di pensiero, pagina della strada – meglio, delle strade – mai della meta; come direbbe la scrittrice Lidia Ravera. Infatti, si corre il rischio di fossilizzarsi sull’epilogo: triste, solitario (anche no, per i più fortunati), definitivo.

Pagina di Prometeo, partito un giorno per il lontano est – anche per altre infinite contrade, infatti potrebbe divagare raccontandoci innumerevoli storie – tornò indietro per sottrarre il fuoco agli dei e donarlo agli uomini. Quella scelta fu fatale, lo è ancora oggi. Per lui, per noi – non l’abbiamo saputa gestire nel modo corretto, anzi, giusto – per gli stessi dei, minacciati dalla fine fiammeggiante del Tutto.

In teoria e anche nella pratica (continua e senza soste), l’uomo nel corso e nel correre più che nello scorrere, dei secoli, si è affrancato dalla propria corporeità, fisicità; un bene o un male? Un potenziale progresso trasformato dalle sue stesse mani, dalla sua cupidigia materiale, dalla sua volontà di presunta potenza in potenziale suicidio collettivo e globale, anche per quei popoli dell’umanità che poco o nulla hanno da condividere con la separazione dalla Natura. Prima grazie al fuoco la abbiamo illuminata, poi riscaldata, infine bruciata. Per carità di cuore, non parliamo dell’ipocrisia delle chiacchiere che dovrebbero spiegarci la rivoluzione verde, mentre grande parte di noi è colpevole della corsa spasmodica alle fonti fossili.

Se solo potesse, Prometeo ricorrerebbe alle arti divinatorie e abbandonerebbe l’idea di offrirci quell’omaggio; non è colpa sua se siamo così stupidi. Come filosofeggia però concretamente Peter Sloterdijk, non realizzeremo mai un nuovo, vero equilibrio ecologico fino a quando – forse grazie alle nuove generazioni post prometeiche? – non denazionalizzeremo le fonti energetiche per renderle patrimonio di tutte le genti della Terra.

Sarebbe fondamentale valorizzare la memoria, sarebbe vitale abbracciare la cultura, non per abbarbicarci al passato – di solito, poco felice e beatificato dal ricordo – ; come ci ha insegnato Alfredo Castelli, fumettaro per dirla alla Hugo Pratt e letterato, fuoriclasse senza pari nonché creatore di Martin Mystere e Omino Bufo, per citarne solo due. Precisione, serietà, perfino puntigliosità, ma capacità di ridere di ogni argomento, scherzosità, ironia bonaria. I buoni Maestri non moriranno, mai.

Oppure, essendo “troppo tardi per credere, per credere in qualcosa… è troppo tardi, siamo arrivati tardi o forse troppo presto, comunque il nostro tempo non assomiglia al vostro“, affidarci a dei veraci cattivi maestri emiliani, i CCCP (Ferretti, Zamboni, Negri, Giudici: in formazione delle origini), perché è, sarebbe se solo volessimo fermamente salvezza, giustizia, equità, necessario “tifare rivolta“. Auspicando non sia l’ennesima piroetta leziosa su noi stessi.

Nel frattempo, Prometeo, frustrato da noi e dalla nostra inadeguatezza, si è rassegnato e, per restare in tema, ha rassegnato le dimissioni, immediate e irrevocabili.

Anche l’aquila.

Weltanschauung

Pagina della Weltanschauung, pagina di questa bellissima parola teutonica: non è un’offesa, sia chiaro, anzi limpido.

Lemma filosofico, difficile – in tutti i sensi – del quale, per sintetizzare, riesco solo a pronunciare “uu“; giornata splendida splendente, citazione involontaria a parte, mi riesce più agevole; del resto, noi ferrovecchi che ancora considerano con un po’ di affetto gli anni ’80 del 1900 siamo ignoranti e superficiali. Fatto conclamato, anche quando non siamo figli di Bingo Bongo.

Giornata meravigliosa per consentire alla leggendaria Pina (alias Pinarello) di scarrozzarci su e giù per i ponti immaginari, eppure reali, della Pedemontana pordenonese, ove fiorellini bianchi rupestri sbocciano già – ho smarrito qualche mese o la Primavera e i suoi prodromi sono molto in anticipo? – ; ove l’ascesa al Castello di Caneva, più attento che mai, favorisce incontri speciali: Marco, 20 anni dopo e non si tratta del Visconte di Bragelonne; Paolo Magno, talmente intelligente da porsi troppi perché, troppo pesanti, ma capace di domandarmi ancora: “Perché insisti, anzi, insistisci?“; Mustafà, l’uomo del Maghreb, lui che senza troppe parole ampollose, solo con il suo comportamento, riusciva a renderci più accoglienti, più saggi, migliori, anche da occidentali, sotto ogni punto di vista.

Non a caso il loro silenzio è assordante, non a caso si sono trasferiti tutti e tre – numero perfetto, dicono – nell’iperuranio e brillano intensamente di luce eterna, non per caso sono presenti più che mai ora che non sono più prigionieri della corporeità; li cerco come un assetato cerca un brandello di oasi nel deserto, li cerco e mi abbagliano all’unisono, mi mancano in modo straziante, ma gioiosamente li abbraccio tra le nuvole, dialogo con loro nel mio cuore.

Questo mi conforta, mi consola, mi fornisce un’ampia vigorosa iniezione di fiducia e forza morale; anche perché, a proposito di incorporeità, il mondo appartiene in spicchi ogni anno più grossi – almeno, in apparenza – a pochi, misteriosi fondi internazionali, le cui sedi fanno base in stati (hanno importanza?) a fiscalità agevolata, molto agevolata: in pratica, come dicono gli esperti più esperti, “accumulano, non guadagnano”. Nel silenzio complice della politica e delle istituzioni democratiche, quelle che rivendicano radici cristiane. A insaputa di Cristo e delle vite, umane.

Quando scherzando si dice: “Sei un pozzo senza fondo“, le mie poche, molto confuse idee, si annebbiano sempre più. Difficile immaginare San Patrizio – solo un semplice esempio – che affida le proprie prerogative miracolose a BlackRock (non Black Sabbath, troppo ingenui), per giungere infine a raschiare il fondo del barile, per scrivere banalità. BlackRock nuovo (de) genere horror poco musicale, nome adatto a un’entità malefica in un romanzo fantasy; molto horror, zero fantasy.

Visione del mondo, importante averne: almeno una. Se poi fossimo capaci di coltivarne molteplici (attenti ai trattori, o tempora o mores), saremmo anche più attrezzati per fronteggiare i rovesci della immancabile malasorte, degli immancabili farabutti; eppure dovremmo essere corazzati e intangibili, ormai.

Rammentiamo che il povero San Valentino da Terni, nonostante fosse santo e cristiano, finì decollato;

più semplice – per noi, di sicuro – pensare ai tanti racconti che sfociano nelle leggende, visualizzare immaginette stereotipate dal marketing più bieco che riducono la panchina di Peynet a uno scaffale per inutili, ammorbanti carabattole da rifilare a ingenui romanticoni creduloni: altro che le perline colorate dei conquistadores.

E da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amore sarò, sarai, saremo
.

Forse Neruda ci risulta alieno, ma, quando possibile, rammentiamolo.

In the fog (no frog)

Pagina in the fog, per la precisione: no frog.

Nella nebbia densa e avvolgente, senza punti di riferimento né appigli, può accadere di tutto; in una rana, nelle interiora (con rispetto scrivendo) al limite puoi baloccarti con esperimenti elettrici o con quelli vitali, ma bisognerebbe incomodare il dottor Frankenstein. Auspichiamo non piova.

Essere privilegiati e fermarsi con la bici da corsa ai piedi della irta ascesa che conduce al castello di Caneva – inquietante, nella nebbia sembra di vivere in un romanzo gotico, oltre che nell’immancabile umidità – mentre il mondo, tutto il mondo e i suoi rumori, scompaiono all’improvviso e cominci a temere l’arrivo di sinistre creature inviate dal Signore degli Inganni. Basta la realtà e avanza, anzi, abbonda.

Sostare nei pressi di una gelateria artigianale mai notata in passato – distrazione, novità o scherzo birbone del destino? – come trovarsi (ritrovarsi) nella migliore cremeria, ma in Siberia, in attesa di cominciare lavori pesanti (pensanti?) finalizzati alla rieducazione, la propria. In attesa di novella, solida maturità: dei genitori, mestiere più delicato e complicato del pianeta; dell’umanità: intera e completa.

Mentre i lampioni in riva ai fiumi – reali, immaginari, letterari – vengono inghiottiti, chiedersi se Marco Pantani quel giorno (poi sera, infine notte profonda, senza fine) avesse pedalato sulle sue salite, se si fosse fidato senza riserve, ancora e per sempre, della sua amica della vita, invece di annegare nei tranelli dei demoni, quelli personali, quelli a due zampe che lo braccavano, per invidia e lucro sporco. Se avesse potuto issarsi sui pedali contro l’orizzonte senza confini, contro la meschinità e la grettezza: non sapremo mai come sarebbe andata a finire.

Eppure, restano indelebili, immarcescibili, inscalfibili le imprese sportive, le emozioni, tutte le emozioni, la purezza del cuore e dell’amore.

Noi, imperterriti, mentre come nel video Billie Jean le brume accolgono un’improvvisa accensione di segnali luminosi terrestri, continuiamo a pedalare, senza pavesare bandiera bianca:

in questa nebbia.