Gran (beffa) finale

Pagina blanca y final, pagina bianco lutto, pagina che chiude una storia o pagina di un nuovo, vero inizio.

Raschiare la pergamena incrostata e vergare un magnifico palinsesto?

Non la Storia, maestra senza alunni, né una storia minima, una come tante, una tra le infinite della grottesca commedia umana. Riuscire proprio un attimo prima dell’epilogo a intrufolarsi con cautela nella stanza segreta dei bottoni, nella Grande Plancia del Comando e non individuare presenze.

Udire uno squittio sguaiato e canzonatorio.

Una piccola bertuccia irriverente che pone tutto a soqquadro, che balzando selvaggiamente tra una console e l’altra, preme pulsanti luminosi a caso, aziona leve e levette, digita compulsivamente seguendo il proprio estro sulle mille tastiere disposte a raggiera.

Agita le braccia, saltella senza posa per ogni dove. Ma dove, con precisione, nessuno potrebbe dirlo.

Capire all’improvviso. Un baluginio finale dell’intelletto: l’errore fatale è stato cercare un senso. Credere di poter comprendere. Affanni, conflitti, dilemmi, tutto inutile e futile; sarebbe stato meglio dedicarsi alla coltivazione degli Alberi del Balsamo e dell’Atarassia, producendo le vitali boccette erboristiche dell’a-tarassaco.

L’ineluttabilità delle Leggi dell’Universo, la suprema e regale indifferenza della Natura alle vicende umane e all’agire idiota degli uomini.

Infine, al cospetto della Tragedia, genuflessi ormai in presenza di Sua Maestà la Tragedia, prorompere in una irrefrenabile risata, ridere forte, morire dal ridere.

Farsi seppellire dalle proprie risate, congedarsi al concerto beffardo delle proprie immotivate risate.

p.s.

Paginetta bianca del post scriptum: dedicata a tutti coloro – noi, a ranghi completi? – che non riuscivano a vivere per ‘futurofobia’, oberati dalla minaccia pachidermica del futuro sulle proprie fragili casse toraciche. Pagina bianca fuori catalogo per la soluzione di ogni problema. Almeno dalla vita potremo congedarci con animo rasserenato, il futuro è stato abolito per decreto speciale. Nel frattempo, anche le batterie del Monkey Cyborg Goku 4.0 si sono esaurite e nella sala vuota resta solo un cupo ronzio di sottofondo al ritrovato silenzio.

Eterno.

Disegnare sogni

Disegnare, sognare, forse.

Attività che spesso cessiamo di coltivare durante la crudele, poco sensata adolescenza, bollandole come fuochi fatui, infantili; condannandoci alla povertà – intellettuale, espressiva – e al cinismo.

Simone Massi, autore di film animati – tanti poetici disegni, poche parole – riflette su questo strano paese (il nostro) ricco di arte e storia, cui, però, “non piace rivangare il passato, specie quello scomodo“.

Antico malcostume: ci si illude che per guarire da vizi e mali, sia sufficiente ignorarli, nascondendo, a più non posso, la polvere sotto il tappeto. Nemmeno volante, il tappeto.

In questo piccolo lato del mondo, ci si vergogna delle proprie umili originihumilis, la pianta che sorge poco da terra, ma si riconnette a humus, terra vera e propria, nostra preziosa progenitrice, nonché foriera di doni incommensurabili – “si è perso l’uso delle mani, delle parole. Si perde tempo per seguire le vite degli altri, non si vive la propria“.

Paradosso incalcolabile, sognare per attivare le fonti del disegno, per attivare le mani che creano cose concrete, per stimolare la nascita di parole in grado di raccontare le storie, la Storia, soprattutto quella perduta, anzi, abbandonata all’oblio.

Quanto avremmo bisogno di vagare “invelle“, da nessuna parte, lemma dialettale del regista che vive in un paesino nelle Marche e deambulando nel nulla (per i canoni della presunta modernità) trova, ritrova, attinge alle radici autentiche di sé stesso, ai valori essenziali.

Resistenza civile, lotte operaie (spesso, da sradicati in contesti che mutavano velocemente), realtà contadina, Simone Massi racconta quello che non vogliamo sentire né vedere, traccia disegni, percorsi onirici, che, una volta accolti e metabolizzati, diverrebbero nostri, i nostri punti cardinali, le nostre stelle di orientamento.

Disegnare la Memoria in disfacimento, Invelle, prima che il futile e il dilettevole – nemmeno quello, ormai – fagocitino tutto:

anche noi.

Senza titolo

La temperatura tropicale – tropicana? – ha inaridito ogni fonte, quindi anche il titolo del pezzo è evaporato.

Non solo, anche gli altri titoli, a cominciare da quelli di studio in giù (o in su), si sono rinsecchiti; ammesso avessero mai goduto di vitalità, di esistenza, di resistenza.

Nel mio nomadismo culturale, mi imbatto nella ‘bellezza inquieta‘ delle bromelie e subito finisco spiaggiato, fuori pista, in crisi. Omelie pretenziose di pretini baciapile – come avrebbe detto, senza complimenti, nonna Erminia – , crasi (saperla) tra bromuro e sacrestia? La mancanza oceanica di titoli, o, più semplicemente, di vera competenza, ottiene l’effetto di smantellare il palco; perché anche il proverbiale, incolpevole, arguto asino ride al cospetto delle mie gravi lagune: lacune, per meglio dire.

Fischiettando per darmi un tono (non un titolo, purtroppo), per simulare disinvolta indifferenza – mentre avvampo di vergogna – scopro che la su scritta (la vegetale, intendo) esiste, pianta verde e andina, non ondivaga, dal corpo carnoso, vagamente inquietante. Non è razzismo, è botanica.

Esaurita la premessa, il preambolo, l’incipit – cosa sarà mai? – esaurito me stesso, mi accorgo della mia fase prolungata di stasi, sullo stesso punto. Prima o poi, il resto del mondo transiterà da qui, auspico. Già stanco, io, ma anche la variopinta, variegata umanità.

Non per ingannare il Tempo – utopia fine a sé stessa – ma per renderlo rigoglioso e fecondo, vorrei essere la cantante teutonica Ute Lemper; non solo impersonarla, essere lei. Per un’estate, questa. Interpretare così ancora una volta il progetto artistico Neruda Songbook, perché ora più di sempre abbiamo bisogno di scoprire, riscoprire, come mantra salvifico, Venti poesie d’amore e una canzone disperata.

Questo nostro tempo si sente perduto e alla continua ricerca di un vero scopo, di uguaglianza, giustizia e umanità. Mentre il nostro tempo, perduto, ribadisco, continua a reinventare simboli nazionalistici che alimentano l’odio e la mancanza di rispetto verso coloro che sono diversi“.

Vorrei essere l’intellettuale Angelo Floramo, distillare e instillare cultura come solo lui sa fare, condividendola a profusione, senza superbia, né acrimonia.

Come lui, rinnegare il culto dei confini, maschi patri guerrafondai; proiettarmi verso frontiere, femminili, luoghi aperti alla possibilità di dialogo tra diverse culture, frontiere pacifiche, fattive, pronte sempre a edificare il presente e il futuro, comunitario e armonioso. Umano.

Se in questa calura, posso sognare per salvarmi, per rigenerare le fonti, voglio sognare in grande:

trasformare il Sogno in progetti concreti, ispirandomi alla generosa magnificenza muliebre:

altrimenti mi prosciugherò nell’aridità del marketing globale.

Completa guarigione

Dolore nella voce, o voce del dolore?

Incipit che appare peregrino, marzulliano, ma scompare, appare in tutta la sua tragicità, concretezza, se solo ci soffermiamo per qualche minuto sulle dolorose vicende di Sinead O’ Connor e Dolores O’ Riordan. Curiose assonanze di cognome, carriera, destino, esiti finali.

Il dolore è più forte, devastante, distruttivo se non si è in grado di esprimerlo, se non esiste una sola parola per definirlo. Leggere le statistiche sui suicidi in certe società tribali, ove non esistono lemmi per descrivere il disagio, l’infelicità umana.

Dolores e Sinead sono rimaste nel cono di tenebra della disperazione, si sono ribellate o hanno tentato, ma compiere quell’unico grande passo non è stato possibile, per loro. La catena incorporea ha loro precluso la luce, per sempre. Almeno qui, sul pianeta Terra.

Ci si abbarbica disperataMente a ogni cosa, per non patire o patire in modo più sopportabile, perfino alle sudate carte, fogli inutili, alle fole dei romanzi: più che rivelare, nutrono, fanno sgorgare nuove domande; la cognizione del dolore non è solo uno splendido (flusso di coscienza, senza pietà) di Carlo Emilio Gadda, è un pasticciaccio brutto, cui, come scrisse Pietro Citati, nemmeno “la felicità della forma riesce a risanare questa terribile piaga“. L’epilogo, a valanga, è noto; disperato.

Uno, non per indicare il primo capitolo o il primo numero di un (antico) codice binario; uno al di sopra del bene e del male, uno inteso come unità del tutto, nonostante, o grazie alla diversità di ognuno di noi, degli altri esseri viventi, delle cose.

Complicato da capire, eppure evidente, malgrado il nostro scetticismo, le nostre resistenze.

Uno per librarsi decisi – come Nietzsche? – al di là del bene e del male, per muoversi da nomadi, liberi davvero, tra storia, psicologia, cultura, per ridurre a brani (brandelli, se preferite) la morale, per divincolarsi, una volta per tutte, dalla religione cristiana, o meglio, dal cristianesimo, “autentico platonismo per i popoli“.

Riattivare il nostro occhio interiore – terzo occhio, non per importanza – , abbracciare, farsi avvolgere dal misticismo, dalla realtà superiore e divina che permea la concretezza, abbandonare la facile tentazione duale (bene e male, yin e yang, luce e buio, ecc.), finalmente approdare all’unità interiore.

Scorgere l’ombra della Luce, in un Oceano di silenzio, e, infine, conquistare la completa guarigione.

Anche Sinead e Dolores.

Abominevole uomo delle nevi

Uomo non saprei – inteso come genere umano, non come sesso – abominevole, senza dubbio alcuno.

Delle nevi, auspicabile: con questo caldo estivo – finalmente – afoso. Solito lamento, dell’esule; dall’intelligenza.

Yeti, chi era (o è tuttora) costui? Ammesso esista, ammesso bazzichi la Mongolia o l’Himalaya, perché classificarlo quale spregevole, detestabile, addirittura odioso?

Mi rammenta Tintin e l’abominevole Yeti (Tintin in Tibet, 1960 Hergé) – questo il suo nome d’arte – anche se, per onestà intellettuale (non io, intellettuale: l’onestà), ammetto che l’albo di Hergé forse non possiede le basi scientifiche adatte per descrivere il soggetto; una bella, appassionante avventura, con tutti gli ingredienti giusti.

Del resto, se artisti contemporanei immaginano pavoni che somigliano ai pinguini, di cosa dovremmo sorprenderci? Della disumanità dilagante? Dell’intelligenza artificiale che con svariati algo (algidi) ritmi decide i nostri gusti, le nostre pseudo convinzioni, le nostre vite?

Accogliamo con letizia e spirito critico le opere provocatorie, ma illuminanti che ci esortano a riflettere sulla crisi climatica, sulle sue conseguenze, sull’impatto che noi stessi, dopo averla scatenata, siamo chiamati, volenti o nolenti, ad arginare.

Dovremmo abbandonarci alla danza, non per insensata, scriteriata euforia – come sulla tolda del Titanic – ma per rendere visibile ciò che ci rifiutiamo di percepire, ciò che è ormai incontrovertibile.

Potremmo seguire l’esempio del Mozambico, lontano anni luce dalla canzoncina manierista – purtroppo sì – di Bob Dylan, che con pazienza e duro lavoro costante, anche grazie alla coltivazione del prezioso caffè, sta tentando di ricomporre una comunità a livello ecologico; le cui basi portanti poggiano sui contadini nei campi e sui magnifici, dispensatori di vita sana, alberi (ditelo a certi borgomastri italopitechi).

Ci sono gli scettici, i complottisti, anche tra le persone in teoria dotte, tra quelle di scienza; non credono all’antropocene deleterio, non credono ‘all’età del fuoco’, sono convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, mentre il ‘catastrofismo climatico’ non aiuterebbe il Pianeta e renderebbe i poveri sempre più poveri. Per costoro – gli scettici, non i poveri -, il ‘santissimo’ mercato globale si auto regola (mah). Non essendo Alberto Angela, non avendo i super poteri per trasformarmi in Telmo Pievani, inviterei queste persone a dialogare con i vigili del fuoco dell’Alberta, regione petrolifera del Canada; li esorterei a recepire con la dovuta attenzione cosa accadde il I maggio 2016 e quanti mesi impiegarono quei pompieri, a costo di sforzi e sacrifici immani, a domare in modo definitivo il rogo infernale.

A qualcuno, poi, piace il caldo. Molto, troppo caldo.

Guardando la celebre foto dell’astronauta William Anders, speriamo di poter ancora brindare a una nuova Earthrise:

alba della Terra.

Cuore di cane

Non vivevo in una discarica, non mangiavo rifiuti, nessun umano sadico mi ha mai gettato addosso della fetida acqua bollente, eppure ero maltrattata, legata a una catena, tenuta all’addiaccio, esposta alle intemperie, spesso rimproverata (chissà perché), derisa (da chi, poi).

Un manipolo di ragazze decise, coraggiose, generose mi trasse in salvo, portandomi presso un uomo solo che avrebbe dovuto accogliermi per breve tempo, in attesa di una famiglia amorevole che mi adottasse definitivamente.

Tra me e quell’uomo però bastarono uno sguardo e una carezza per generare amore infinito, indistruttibile. Mi adottò lui, senza remore, né ripensamenti.

Anni bellissimi, di formazione, educazione, di cambiamenti e crescita, per entrambi; anni spensierati, anni di peripezie, acrobazie, perché la vita di ognuno è sempre un esercizio di equilibrismo, di funambolismo su fili tesi sopra vari orridi, di navigazioni avventurose in mezzo a procelle e fortunali, nell’attesa, nella speranza di un porto riparato e sicuro.

Così approdai alla dimora dei miei nonni bipedi che dopo un attimo – anche meno – di smarrimento e rifiuto, decretarono la mia accoglienza, il mio ingresso trionfale e definitivo in famiglia, meglio di Remì. Divenni la loro bambina, la loro gemma, la zampa – meglio, la quattro zampe – protettrice, la loro compagna indispensabile, inimitabile nel transito attraverso la dimensione terrestre.

Un vortice di emozioni, passioni, un’esistenza densa e preziosa, un avvicendarsi di momenti di buio e di luce; le iniquità e le ingiustizie di sempre, la pandemia, le guerre che sono tornate – erano scomparse? – a funestare il presente, il futuro di tutti.

Insieme, indissolubilmente. Noi.

Il mio umano di riferimento sostiene che ho salvato vite – più volte – , donato a profusione gioia e allegria senza pretendere qualcosa in cambio, con altruismo, con dolcezza.

E’ convinto che ci ritroveremo ancora, uniti per sempre, esplorando altre dimensioni, viaggiando, indossando come abiti confortevoli altre forme.

Lo dice con tale sicurezza che mi ha convinto.

Vi aspetto, con il mio cuore di cane.

Minuetto nella nebbia, nel vento

Avanzo incerto, a passo di minuetto.

Mi si addice, mi confà: anche se si tratta di danza gallica – ovvero transalpina – creata chissà come e da chi all’inizio del secolo XVII (1600, per capirci o almeno tentare).

I passi sono più brevi – pas menu, piccolo passo – rispetto ad altri balli famosi e in voga, congeniali a un eterno – ragazzo? siamo seri – scomposto, goffo, proprio imbranato, tale e quale lo scrivente.

Piacque al popolo (nessuno sa cosa sia), poi se ne innamorò e impossessò l’aristocrazia, ai tempi di Luigi XIV; minuetto e Re Sole. Ritmo prima moderato, poi, con il trascorrere dei tempi – giochi di parole – , sempre più sostenuto, anzi, proprio allegro. Del resto, erano la sedicente nobiltà, l’andatura la decidevano a piacimento.

Meno allegri i sudditi che, malgrado le armoniche piroette, furono costretti a subire 72 anni di regno assolutistico, improntato alla discendenza divina del potere; minuetto infernale.

Come scrive argutamente Maurizio Maggiani, la (vera) gloria non appartiene ai vincitori – inguaribili chiacchieroni e promotori di sé stessi – ma ai loro cantori, ferrati (efferati?) nell’arte della parola, del racconto. Da tenere a mente che vanto, vano, vasto derivano dalla stessa radice indoeuropea wa, cioé devastato. Ognuno tragga le conclusioni dovute: gloria e vanto, di solito, non conducono a epiloghi lieti.

Bello ballare nel Sole, nella luce – anche se 6.000 gradi centigradi sono vagamente eccessivi – ma nella nebbia e nel vento, trovo maggiori affinità, come la maggior parte dei miei auspicati simili.

Siamo tutti viandanti sul mare di nebbia, come Friedrich pintor, non saprei dire quanto affini ai romantici teutonici, eppure al cospetto dell’infinito e del sublime, piccoli ammirati uomini, errabondi, capaci di meraviglia, vogliosi, consci dei propri limiti, infinitesima parte (frammenti) di questo meraviglioso universo.

Volenti o nolenti – magari nolani! – esseri naturali, nonostante le nostre amnesie, le nostre sovrastrutture; nature girls and boys: come l’autore della canzone preferita da Nat King Cole (a proposito di “re” e di gloria che volge in rovina). Il fumo delle sigarette è azzurro lontananza e nostalgia, brucia carta, nicotina, vite, incurante di voci sublimi, che non sanno accontentarsi di sé stesse.

Scegliere di chiamarsi eden, vivere con tre dollari al giorno abitando in una grotta, nutrendosi solo di frutta e verdura crude, permettere a un crooner afro americano di raggiungere il vertice della classifica delle vendite di dischi (non volanti, in vinile), in una confederazione spiccatamente razzista, nonostante i principi costituzionali. Se non ci credete, chiedete conferma a Luca Barbarossa.

Firmarsi con lettere minuscole, perché solo la trascendenza divina merita la maiuscola, credere che la vera vita si estrinsechi nella semplicità, fondata sull’unico comandamento, sull’unico valore che conti:

l’amore.

Per ogni cosa, nei confronti di tutti.

Colui/lei che apre porte

Sembra facile, a scriverlo.

Colui o colei, non una portiera di professione, o omologo; non una donna gentile, un uomo galante, anzi, come usava un tempo – una volta (una soltanto?) – un cavaliere. Per tacere del magnifico esemplare: l’equino.

Bisognerebbe prima chiarire i termini della questione, comprendersi; come diceva un tizio molti anni fa: famo a capisse. Solo questo potrebbe scatenare – non l’inferno, si spera – il subbuglio totale. Per la cronaca, nessuno riuscì a decifrarlo: il tizio.

Intanto: porte. Non quelle delle stanze – esistono culture che non le prevedono, lungimiranti – o degli edifici. Ne esistono altre, miriadi: eteree, incorporee, metafisiche. Penso (cosa volessi dire, non sono sicuro di saperlo). Le più complicate da individuare, aprire, attraversare.

Colei, colui che apre porte; non il gesto fisico, ma la creazione dal nulla (un po’ divina, senza sconfinare nella blasfemia), dal niente o dall’infinitamente piccolo delle suddette. Apertura della porta, quindi – della mente, la nostra – di un passaggio, di un sentiero: verso l’inesplorato, verso l’inconosciuto.

Ci soccorre, ci sostiene il Latino, lingua classica ritenuta defunta, mai viva come ora; puerta del Sol, idioma iberico, ma l’etimo è lo stesso. Da portare, ovvero sollevare. Se sostiamo anche un intero minuto a riflettere, ci accorgiamo di quanto sia bella questa accezione: una porta – o portale – che ci rende immuni alla gravità, ci permette letteralmente di volare verso un agognato, sospirato, sognato altrove, ove vivere in una realtà varia, multicolore, non omologata agli standard del mercato.

A proposito – o sproposito – di etimo, sconosciuto, meschino: porto, poro, parallelo all’antico (anche lui) greco perao: attraverso. Un passaggio, dunque, meglio se segreto, celato alla vista comune, ai ricettori di social e simili, disponibile per chi sviluppa uno sguardo curioso, attento all’armonia, al bello, ai dettagli: poco appariscenti, fondamentali.

Imposte, per accedere a un luogo chiuso; il perché lo saprà esso, le medesime riconoscono i meritevoli, meritori, i portatori sani di fantasia, pronti a compiere il fatidico passo (non matrimoniale, non solo).

Jane Austin, chi era costei? Autrice meravigliosa e generosa; non paga di offrire ai suoi simili adoranti le storie immaginate dalla sua fecondità, su tambureggiante richiesta, non solo dischiudeva soglie incantate, ma raccontava le vite – reali – dei personaggi romanzeschi, una volta esaurite e chiuse le pagine dei libri.

Infine, esiste la Sublime Porta – Porta Regale appare quasi una banalizzazione -, la più importante di tutte quelle che possiamo localizzare, attraversare; con tutto il rispetto per la cultura e la religione musulmane, non si tratta dell’uscio fregiato con frammenti della Pietra Nera o con indumenti di Maometto;

come scrive Marco Steiner, depositario e raffinato continuatore della poetica di Hugo Pratt: cosa rimane alla fine, quando tutto sembra concluso, esaurito, consumato? Quando – esempio casuale – un personaggio sopravvive al suo creatore?

Una sorta di miracolo, magia se preferite.

Resiste sempre l’immaginario, quella famosa porta forgiata dal papà di Corto Maltese che ci consente di affacciarci al mondo onirico, non per fuggire, sottrarci ai problemi, alle nostre responsabilità, ma per realizzare in noi, attorno a noi un mondo migliore.

Curiosi, coraggiosi, finalmente liberi.

Per davvero.

Crocevia degli Arcani

Crocevia, sperando prevalga la delizia (sulla via) rispetto alla croce. Chi vuole capire, ha recepito; il messaggio e anche il simbolismo.

Crocicchio, non un qualsiasi pezzo di legno dalle forme contorte, molto stilizzate se garba di più al pubblico pagante – inconsapevole? – quasi spregiativo, ma incrocio, incontro tra più vie, magari tra loro confliggenti, eppure con un punto condiviso, con un punto di contatto, con un punto comune.

Crocevia delle contrade del mondo, rebus elementare, ma assai di rado, semplice. Peggio mi sento, mi sembra, mi appare quando confluiscono gli arcani; e non ho compulsato corte sconta detta arcana – a proposito, buon mezzo secolo di esistenza a essa – e non ho compulsato arcana imperii, anche perché confesso la mia crassa, poco beata ignoranza. In materia e non solo.

Come da battuta, trita, ritrita, conosciutissima: non pronunciare codeste parole arcane; no, tranquilla, ar cane non jo detto gnente!

Non per insistere – come diceva il mio problematico, filosofico amico Paolo, quando fummo pueri: insistisci! – ma gli arcani, mi procurano ambasce, di rado piacevoli ambasciate.

Volendo essere pignoli – non pinoli, solo con le pigne in testa – il famigerato crocicchio sarebbe, anzi è, di etimo latino; forma diminutiva, senza mutare la sostanza, di crux (poche parole chiare per gli intenditori), luogo angusto – crocicchio, non croce – , raramente augusto, dove si incrociano più vie. Ora basta.

Gli Arcani, affascinanti, inquietanti; meno male che sono e restano celati alla vista, il più delle volte alla coscienza. Se ci penso – al netto citazionista dell’antico spot della reclame (pizzettine…) – mi tormentano, mi turbano, anche senza fomentare il mio appetito culinario. Occulti, misteriosi perché la loro natura ontologica lo prevede: devono restare intangibili, nascosti, conservati nell’arca, se prediligete, nello scrigno. Davvero ci illudiamo di svelare gli arcani della Natura, se non riusciamo nemmeno a interpretare i voti che eroghiamo nel confessionale dell’urna elettorale? Crediamo di sollevare qualche velo superficiale dalla realtà delle cose, quando lo stesso Giacomo Leopardi ammetteva sconsolato la propria sconfitta intellettuale?

Da non confondersi con il corpo para (non parà) militare romano omonimo: detto anche degli aerani o angariani – coloro che perpetrano angherie? – come testimoniato dallo storico Ammiano Marcellino; una sorta di polizia segreta con poteri illimitati che operava dunque senza vincoli giuridici e per perseguire fini mai del tutto chiari e, soprattutto, poco leciti. Per accrescere a dismisura perplessità – le mie, senza ombra di dubbio (ovvio) – e giustificate fobie.

Andrebbe meglio con gli Arcani maggiori, i tarocchi, la smorfia partenopea (non lo sberleffo infantile)? Non sono ‘efferato’ in cartomanzia, né un decodificatore/interprete di significati simbolici, esoterici; i minori, sempre Arcani, contribuiscono alla deflagrazione della baraonda personale e, secondo gli esperti (quelli veri), alla definizione del contesto. Annaspo, non so voi.

Mai potrei optare per l’Arcano senza nome – la Morte, troppo definitiva – o per l’Angelo – il Giudizio, lontano dalle mie corde – in ultima analisi (di cosa, non si sa) forse il Matto, il mattacchione, le Fou, The Fool, il villain, antagonista per vocazione dei supereroi (la confusione è grande in me, sotto il cielo, figuriamoci dentro i buchi neri):

assurto, nell’avvicendarsi dei secoli, al ruolo di caos primigenio, follia;

semplicemente: l’affacciarsi alla vita, per ricrearla di nuovo, senza credersi dei.

Possibilità o sogno?

Meglio, per tentare di evolversi verso l’agognato bene: progetto comunitario.

Lunario (sbarcare il)

Sbarcare il lunario, in qualche modo.

Anche sbracare, forse mi si addice di più.

Permane il mistero relativo al significato di codeste espressioni, alias modi di dire; ammesso qualcuno le conosca, riconosca, sappia decodificarle.

Lunario – per uno lunatico e selenico come lo scrivente – suona bene, o, perlomeno, promette assai; documento serio (serioso, mai) e ragionato che illustra le fasi lunari (la Luna è rossa, domani Vega attaccherà). Oppure, sinonimo esteso per almanacco, calendario.

Compilatore, arrangiatore, manipolatore di lunari, in senso spregiativo – arruffone incapace di scrivere (mi rammenta un vecchio arnese) che si arrabatta per mettere insieme pranzo e cena, quotidianamente – un tempo diffusi nelle campagne (esistevano, sì, non erano luoghi facili, come in certe narrazioni) per spacciare previsioni meteo alla colonnello Bernacca, consigli pratici, vaticini sul radioso futuro, notizie su fiere e mercati. Sempre necessarie, sempre utili.

Sarà l’influsso costante e ininterrotto di Selene, ma ultimamente mi imbatto spesso in vicende macabre: prima il ‘ritrovamento’ del romanzo obliato dell’altrettanto dimenticato William Sloane Attraverso la notte – un titolo, un programma – poi la ragionata, entusiastica recensione di Sarah Savioli, dedicata a una raccolta di racconti <da leggere> di Stephen King, You like it darker; infine, come non fosse abbastanza, la visione del film Percoco, il mostro di Bari, la belva di via Celentano, primo (nelle cronache ufficiali) stragista familiare che turbò e inquietò a lungo la cittadinanza del capoluogo pugliese nel 1956, ma anche tutta l’opinione pubblica italiana.

Sarebbe bello sbarcare, ogni tanto, dopo essersi imbarcati, per fare rotta verso grandi mete – un piccolo passo per me, enorme per l’umanità – grandi imprese (non intraprese, con rispetto argomentando). Sbarcare da un piccolo naviglio, sbarcare il famoso lunario – qualunque cosa significhi, qualunque significato vogliate attribuirgli – sbracare, da autentici professionisti per non finire incasellati (no cesellati) nella griglia allestita da coloro che si credono, si atteggiano da padroni. Il resto di niente, per chi vuole capire l’antifona.

Se con lunario, in accezione estesa, intendiamo anno – 365 giorni, dipende – con sbarcare lo stesso, alludiamo dunque a giungere in un porto, auspicabilmente tranquillo e sicuro, alla conclusione del suddetto (non sudeto, senza offesa) periodo? Insomma, preservare la baracca personale e comunitaria, alla meno peggio. Se possibile.

Sbarcare sulla faccia nascosta della Luna – tombola! – sbarcare con i garibaldini a Quarto (o imbarcarsi?), sbarcare a Omaha Beach, per vedere come i capoccioni gerarchici siano spesso limitati, incapaci e quanto le ‘persone normali‘ debbano sacrificare sudore, sangue, vite per raddrizzare pessime situazioni. La Torre di Pisa è uno scherzo, riuscitissimo.

Sbarchiamo sul nostro satellite, lo colonizziamo quale rampa di lancio per future colonizzazioni spaziali, un microbo può sterminarci, non siamo in grado di coabitare con i nostri simili; spiegatemi voi il senso.

Sbarchiamo il lunario, anzi, salviamolo;

in quanto a sbarcare, sono fermo – ma non con la mente fantasiosa – a Viaggio nella Luna di Georges Melies.

Mi aggrego solo se posso campare alla giornata, senza conflitti con la gente, con il nostro pianeta;

solo se posso portare la bici e pedalare in gruppo.