Mitigare

Miti in gare, o, se preferite, gare di miti.

Lenire, rendere meno aspro – un sapore, forse la vita quotidiana – persino addolcire: il clima (quale? in quali modi?), il carattere, le leggi draconiane; non le rispettiamo mai, a partire dalle istituzioni che le promulgano.

Vorrei mitigare la sete di potere e odio, non da solo; vorrei mitigare l’inerzia dei molti, troppi – a partire da me – per reagire allo stato delle cose, che sembra inaffrontabile, incontrovertibile, enorme.

Si potrebbe – andare tutti quanti allo zoo, come animali – cominciare dalle città ove tutto sia disponibile in 15 minuti (non anni): servizi essenziali, beni di sopravvivenza, cultura in senso stretto e ampio. Basta centri commerciali, basta parcheggi e mega parcheggi. Un’idea (siamo sicuri?) di spazio urbano datata 70 anni – più o meno – che non regge la modernità, che non sta al passo del tempo e delle mutate situazioni. In tutti i sensi.

Servono delucidazioni? Forse illuminazioni. Di intelligenza.

Azioni semplici, fatiche nulle, risultati eccellenti; come scrive Gian Antonio Stella sul Corrierone: prendiamo ad esempio i tappi di plastica. L’Unione europea ha stabilito di renderli un tutt’uno con le bottiglie, scatenando le consuete battute da bar (magari) di certe espressioni teoricamente politiche – campagne elettorali? – eppure, noi italiani, qualunque sia il senso e/o il significato, siamo detentori del record continentale del consumo di acque minerali e dello smaltimento casuale dei tappi. Da quando esiste la ‘vituperata’ norma – non di Bellini – siamo giunti, incredibile visu, alla ragguardevole cifra del 70% di eliminazione corretta degli antipatici turaccioli, sugheri se vi aggrada di più.

Non sempre si tratta di cattiveria o malanimo, spesso agiamo – siamo? – da insulsi per pigrizia, presunta furbizia.

Anche le menti più brillanti talvolta peccano o scivolano nella hybris, osservano – traendone le erratiche (o errate?) conseguenze; bisognerebbe prendere spunto dal fisico statunitense David Finkelstein (non ‘Frankestin’), dalla sua ammirazione per Albrecht Dürer. Riuscire a scorgere e a fermarsi al cospetto dell’orizzonte dei buchi neri, ammettere i nostri limiti, confessare che possiamo risolvere i problemi che ci affliggono in questa tangibilità, ora – il nostro ‘ora’ – anche in modo geniale, ma non oltre. E’ sempre un problema di prospettiva, la realtà – Carlo Rovelli docet – non finisce al limitare dei buchi neri, semplicemente prosegue con regole e dinamiche completamente nuove, alternative, sorprendenti. Per noi piccoli esseri, di sicuro. Non induce alla melanconia, ci rende lieti della buona parzialità della scienza, non ci costringe a credere in un sapere dogmatico, dato una volta e per sempre.

Non dimenticare mai le conseguenze di un ictus – non solo, non tutte negative – aiutano a conoscersi più a fondo, meglio, ad accettare le proprie umane debolezze, a trasformarle alla bisogna in insospettabili risorse. Per tacere della Pina (Pinarello, la bicicletta).

Il Cielo, lo spicchio che vediamo e gustiamo, sopra il castello di Caneva, era funestato da nubi minacciose che preludevano (avevano scatenato) a procelle, ma si è inaspettatamente, generosamente mitigato. Non spetta a me, per ruolo e limitate capacità, trarre opportune, didascaliche, possibili riflessioni.

Pulsioni e pretese, mitigarle o estinguersi; subito, altrimenti, fine pena mai:

in attesa dell’epilogo, noto, definitivo.

Arcadia (della fugace giovinezza)

Luogo miracoloso, luogo mitico, luogo mitologico.

Per il sottoscritto – ignorante consapevole come non mai – ma non solo, credo. Ignorante, certo, non caso unico, purtroppo.

Regione greca dove gli autoctoni – senza offesa – si dedicavano alla pastorizia e alla vita in armonia con i cicli naturali; regione del Peloponneso, provincia di Tripoli: non confondiamo il sacro con il profanato. Dalla volgarità.

Da non confondere con la vacua e oziosa accademia letteraria poetica romana del 1600; non confondere mai arcade, indigeno dell’Arcadia, con alcalde, capo supremo del municipio nonché giudice, istituzione araba, molto diffusa in Spagna (abolita nel 1812) e in America Latina. Mai vorrei ergermi a giudice di una vita umana, solo della mia. Ma con, altrettanto umana e fallace, umanità.

Arcadia, della mia giovinezza; difficile stabilire se mi stia addormentando e arrendendo alle confuse, imprecise rimembranze classiche o alla scatenata, irrefrenabile fantasia fanciullesca.

Arcadia, questo suono ritorna, come la risacca infinita del mare di stelle – con e senza streghe maligne, pronte a inglobarci nel loro abbraccio magnetico e letale – come una dolce nenia le cui note arcane sono segnate con precisione sullo spartito del nostro dna comune.

Arcadia, non deludere, peggio, tradire un vero amico; utilizzare l’essenziale senza umiliarsi o diventare schiavo; inseguire e perseguire i sogni, senza timore dei fallimenti. Trasformarsi in Arcade/Harlock/Emeraldas, senza più paura, con fierezza, persino con felicità.

Vorrei essere Aminta il pastore – in senso letterale, non figurato – per accumulare esperienza, vera (al bando eterno quella turistica), non della corte estense – con rispetto scrivendo – dell’Arcadia, delle favole pastorali e nipponiche che sono realtà e ci costringono a essere reali, concretamente; per consacrare l’anima a Silvia, ninfa mortale e leopardiana (in seguito), ma anche a Maya, donna e vestale, custode della fiducia nel Bene comune, nella Giustizia, nella Libertà. Senza inutili, arbitrari, opprimenti confini.

Un sogno muore solo quando rinunciamo ad esso, solo alla conclusione del nostro viaggio ci rendiamo conto con struggente nostalgia che la nostra giovinezza è (stata) la nostra indistruttibile, irripetibile Arcadia;

la nostra unica e vera libertà, sotto il cui vessillo avremmo potuto, dovuto vivere e lottare.

Fattore H

Fattore, di campagna: nel senso di direttore, anzi, facitore in prima persona, agricolo. Cos’altro, perbacco (soprattutto Bacco)?

Insomma, chi fa opere, il creatore; con la “c” minuscola, non montiamoci la testa: sul collo, dove per definizione, dovrebbe stare (come insegnava Totò).

Fattore, matematico, cioè, invertendo l’ordine degli stessi – non contadini – il risultato non dovrebbe mutare. Ma, signora mia, con questi chiari di Luna, con la scomparsa definitiva delle mezze stagioni, non si può mai dire: mai dire mai. Corretto, il caffè.

Fattore, tecnico scientifico: peggio mi sento, voi, non so. La spiegazione (o spiega) è talmente complicata che rinuncio in partenza – a priori, per così scrivere – a spiegare, capire. Anche se, di solito, chi non sa, chi non fa, si erge a professore.

Più che un fattore, qualunque sia il significato attribuito, mi sento a pieno titolo, sono: un fattorino; diminutivo, certo, senza dubbio, ma anche un impiegato subalterno, un garzone con incarichi minori – senza offese – un latore di messaggi o fiori, da parte del Cardinale Richelieu. Non per vantarmi, ma anticamente, quanto me, il lemma indicava svariati arnesi con funzione di sostegno. Un fattapposta foggiano, forse non uno strumento nobile, però utile. Utilizzandolo.

Fattore H, non la bomba, ripudiata per sempre insieme a qualsiasi tipo di arma, dai coltellini elvetici in su, da un’umanità finalmente umana. La H è muta, dicono come un pesce, ma non è mica vero. Forse afona, ma decisiva.

Attenti, poi, al folle esperimento del Dottor H; o si trattava del dottor K? In ogni caso, il ronzio delle mosche è inquietante e anche quello delle macchine ‘pensanti’ allo stato brado (non bradipo), non scherza. Fa maledettamente sul serio, soprattutto se l’uomo abdica e rinuncia al proprio cervello.

Fattore K, questo sì: trascorso un secolo dalla morte di Franz Kafka, non riusciamo ancora a capacitarci totalmente, pienamente del suo genio, della sua ironia che utilizzava in modo magistrale per descrivere la follia del potere (citate esempi, se vi aggrada: a bizzeffe) e la labile, incerta, traballante condizione umana. Se i processi industriali sempre più pervasivi, invasivi ci hanno reso alienati e hanno distrutto l’ambiente, tremiamo pensando a cosa potrebbe fare la sedicente ‘intelligenza artificiale’, mentre restiamo dei piccoli esseri fragili, tali e quali ci faceva vivere sulle pagine, tra le righe, con le sue parole: incompiuti, alla perenne ricerca di senso, che non raggiungeremo mai. Forse. Se non all’epilogo della storia.

Generazione Z, Fattore H, crucci contemporanei; H, non come hospital, semmai hospitale (latino antico, non perfido albionico) cioè ostello. Accogliente, confortevole: auspicabilmente.

Tralasciando, ahimè, la medicina immunologica, i classicisti al macero, vagheggiano ancora che il fattore H, humanitas – nel senso di solidarietà, compassione, comprensione, amore, perdono, cura, gentilezza – sia quello decisivo, definitivo;

per i Popoli, per il Pianeta.

Se io fossi

Come scrisse qualcuno – non ne sono certo – se fossi fuoco, arderei lo ‘monno‘, (tonno? comunque, non il comune lombardo), o, almeno, non mi farei catturare da Prometeo; l’ha pagata cara, la sua impresa.

Se fossi fuoco, sarei ardente (non al dente), dubito gelerei d’inverno, garantirei luminosità e molto calore; a chi, non saprei. Non sarei economico, a buon mercato; lo sono in pochi, perché pretendere tanta generosità proprio da me?

Se fossi un salta fossi non rischierei di precipitare nelle buche traditrici del terreno, della crosta terrestre, salterei di palo in frasca, ma rischierei di incenerirli; un bel volo pindarico non fu mai scritto, semmai effettuato.

Se fossi fuoco, le fiamme – non Fiamma, dei Fantastici Quattro, sul cui riposo notturno esiste da decenni un misterioso, annoso contenzioso – sarebbero comprese o a parte?

Se io fossi Cecco, sarei orbato, ma saprei bene chi arrostire; sarei cecco, ma non troppo angiolieri, non angelico, rude semmai, da maneggiare con cura. Forse poetico, ma comico realistico, per prendermi beffe – roventi quanto basta – dei miei simili, per burlarmi dei presunti seriosi, benpensanti. Quelli che predicano bene: fate ciò che dico, non ciò che faccio. Presunti dritti – pensate se fossero storti – senza pagare il dazio.

Se fossi fuoco, difficilmente sarei acqua e vento, o uno e trino all’unisono, ma senza essere Dio – forse, solo un dio semplice – e senza essere il suo vicario in Terra. Mi leverei non di torno, ma belle soddisfazioni, begli sfizi, sì.

Se fossi fuoco – non fuocherello – impalmerei (cosa significhi, non so) la donna mia, quando ella altrui saluta, ogni lingua umana diviene tremando – tremendo – muta: al netto delle eccitazioni poco dotte, molto confusionarie, non devasterei il Pianeta, non servirebbe un guastatore in più, ma lo sovvertirei, dalle fondamenta, dalle viscere, dalle 20.000 leghe sottoterra. E oltre. O sotto i mari.

Temo però che se io fossi fuoco, sarei una fiammetta, anzi, fiammella; auspicabile sarebbe fossi l’innesco, la piccola vampa (non d’agosto, anche se) primigenia, consapevole d’impotenza da sola, ma propensa, desiderosa di pronunciare ‘noi’;

se noi, tutte e tutti, fossimo fuoco che non brucia, ma divampa di passioni, sane e buone, se noi fossimo il fuoco del mutamento necessario, non nelle ideologie, ma nelle idee, pure libere coinvolgenti, se fossimo il fuoco del bene e delle verità non particolari, vere.

Se solo noi fossimo.

Papaveri

Cavalcando la rivoluzione, tra aprile e maggio, sbocciano miriadi di papaveri.

Rossi.

Mentre rondini libere e ribelli cantano melodie, disegnando nel cielo traiettorie arcane e sinuose.

Non garofani, semplici,  eleganti; papaveri, popolari, capaci e vogliosi di spuntare ovunque, anche nei luoghi più improbabili, meno ameni. Per provocare, sbalordimento e meraviglia.

Non si nasce poeti, la Poesia (poiesis) sceglie, chiama, convoca: le anime selezionate devono farsi trovare pronte, preparate a essere scritte, versate al perenne mutamento. Alla grazia, alle armonie.

Quello che le poetesse e i poeti possono fare: decidere se stare con chi distrugge il mondo – quelli che pensano all’essere umano come al nulla da annientare, peggio della gramigna infestante – o, invece, abbracciare tutti coloro che agiscono, lavorano per la rinascita del mondo.

Nostro, piccolo, unico, meraviglioso.

I papaveri intonano inni alla Madre Terra – se vi garba di più: alla Natura – all’architettura madri-lineare, al tutto che torna, si ripete grazie ai cicli e alle stagioni; vita, morte, rinascita. Ogni cosa volteggia uguale a sé stessa, ogni cosa si rigenera come fosse la prima volta, lasciandoci esterrefatti per lo stupore, lo stesso che a volte viene innescato dalla poesia.

Ne è sicuro Giuseppe Goffredo, poeta – se si può così definire – della Terra, homo apulo (pugliese), lui che durante le sue scorribande umane e culturali per il Mediterraneo, ha notato che da Oriente a Occidente esistono i trulli, una struttura che serve, di volta in volta, area per area, a edificare abitazioni, tombe, perfino monasteri.

Una matrice comune, una sorta di ‘lingua’ comune – koinè, per quelli dotti – che dovrebbe spronarci alla riflessione.

Arte, letteratura, musica, ingredienti perfetti per individuare o rinvenire il cordone ombelicale dal quale siamo partiti, ma che ci affratella tutti, genti e popoli della sfera di fango che con gentilezza ci ospita. Saffo, Beethoven, Van Gogh, Artemisia: solo per citare persone geniali a esempio, d’esempio, solo per indicare il grande, enorme, sconfinato terreno collettivo che condividiamo.

Anche, troppo spesso, inconsapevolmente.

Garofani lusitani, ispirateci voi, affetto profondo e buona fortuna, come credono i nipponici;

papaveri, in questa giornata di memoria e di festa, pace bellezza e passione, non possono e non devono latitare:

se fossimo distanti distratti confusi, indicateci le vie migliori.

Parte sbagliata

Una moda, in fondo; un atteggiarsi, uno sbandierare il ruolo da vittima, per ottenere vantaggi egoistici, personalistici. Spesso, elettoralistici.

Accomodarsi – si fa per scrivere – dalla parte sbagliata della storia, qualunque storia; pericoloso ma giusto se si tratta della difesa dei diritti civili e della libertà, quella vera responsabilizzante, di tutti; errato, senza se e senza ma, quando comporta l’adesione propagandistica, magari senza autocoscienza (pio tentativo di comprendere), a una ideologia anti storica, anti umana, anti ambientale.

Diciamolo, chiaro e tondo: chi vuole la guerra (le guerre) aderisce in pieno non solo al programma di annientamento dei Popoli, o di alcuni di essi, ma lo fa per bieca volontà di profitto, attraverso il triste mercimonio delle armi, attraverso il potenziamento sine die dello sfruttamento delle fonti fossili.

In spregio alla Vita, al Pianeta.

Non siamo in una canzone, non siamo in una poesia – forse esagero, di proposito – di Francesco De Gregori; lo strapuntino, la capacità di (ri) volgere lo sguardo, la capacità di comprensione dipendono dalle nostre capacità individuali, dipendono da quanto siamo in grado di osservare; come il cuoco di Salò: si preoccupava di preparare il cibo a quegli uomini che in una grande giornata storica, mentre con dolore e fatica si faceva l’Italia, morivano dalla parte sbagliata. Affrancando però l’autore del testo dall’adesione al giudizio morale e politico delle note vicende. Con il cuoco quasi inconsapevole, come scrive il BarbarossaLuca – di essere capitato al centro di una zona d’interesse.

Con semplicità: abbandonare la bagarre, mutando prospettiva, punto di vista; lo strapuntino personale, appunto.

Per paradosso, i tempi di Bertolt Brecht – nessuna omonimia o parentela con qualche calciatore teutonico – erano più semplici; potevi dire con relativa tranquillità “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati“. Nessuno o quasi, avrebbe frainteso o stravolto il senso del celebre aforisma, nessuno avrebbe replicato con frasi false, tendenziose, di odio; nessuno si sarebbe permesso uno sciocco dileggio, al massimo un dissenso motivato.

Oggi, solo per intendersi, bisognerebbe ri raccontare per sommi capi la vicenda del mondo e dei bipedi dal Big Bang, dall’ameba ai giorni nostri; con il rischio, fondato, di schiantarsi contro l’intelligenza artificiale, contro le deficienze (mancanze, senza allusioni ironiche, oniriche) naturali.

Eppure, tanto per non reiterare il culto del passato, Italo Calvino sosteneva che – Salvatore Settis, esimio antichista, laureato alla Normale di Pisa, lo racconta – per capire (forse, persino apprezzare, in un certo qual modo) il presente, serve uno sguardo da archeologo, una persona che sappia cogliere le stratificazioni che hanno edificato la realtà contemporanea.

Per sottrarci al pessimo andazzo – o al deludente vivacchiare – dovremmo fare come il già citato Brecht: inseguire i sogni e la poesia, a ogni costo, anche fosse cagione di esilio e/o di persecuzione; battersi per il rinnovamento, quello vero, contro pratiche stantie e distruttive.

Se tutti si siedono dalla parte del torto, non significa in automatico, che tutti sono nella ragione (Hanno tutti ragione, Paolo Sorrentino);

significa solo che bisogna mutare rotta e approdi, significa – per affidarci alla sapienza del professor Settis – che dobbiamo adottare il ‘metodo della Normale‘:

grandissimo piacere per la ricerca, anche delle svariate fonti, volontà e passione per la conoscenza globale.

Bestie (bestiario)

Pagina delle bestie: magari fossero gli Animali.

Animali, siamo noi: in teoria e nella filosofia di livello, sociali. Nella realtà, tutto un altro paio di maniche, rimanendo nell’allegoria modaiola e senza citare guerre, inquinamento, mercato. Tutto un altro bestiario, parlando chiaro: anzi, a muso duro.

Giusto scriverlo, considerando l’argomento.

Bestiario mitico, quello che nei tempi andati – belli, nelle rimembranze dei nostalgici, anche se mi permetto di essere scettico – fu libello (o tomo?) medievale che trattava in modo didattico le ‘nature’ e gli ‘animali’, per trarre insegnamenti di tipo morale o religioso.

Prendere spunto dalla Natura, dalle cosiddette bestie perché esse assurgono (assurgevano) a simboli di quanto il Creatore (per chi crede o anche no) vuole – vorrebbe (avrebbe voluto?) – comunicarci tramite tutte le sue creazioni, le sue creature.

Da qualche parte, il meccanismo si è inceppato: non impariamo più niente, siamo refrattari, oppure renitenti; abbiamo abbandonato i remi, non voghiamo più, lasciamo che il natante, la fatidica zattera prosegua senza rotta, preda inconsapevole delle correnti, dei flutti, della nostra dabbenaggine. Per bontà. Magnanimità. Nei confronti della dabbenaggine.

I bestiari riccamente illustrati con preziose miniature ebbero grande popolarità, soprattutto in area anglosassone, e furono di ispirazione anche per l’arte pittorica e scultorea; oggi le bestie e le miniature siamo noi, noi bianchi occidentali nordici. Non necessariamente in quest’ordine, anche sparso va bene, cioè male.

Il Pianeta e gli altri Popoli non ringraziano.

Sarebbe bello, opportuno se dedicassimo quotidianamente delle belle mezzore al pensiero, alla cultura considerata ormai cosa superflua, con cui non ci si nutre; sarebbe meraviglioso ingaggiare la Signora Elvira Sellerio in qualità di tutrice/educatrice di quella parte di umanità che ha obliato sé stessa, i valori fondamentali della vita, per imparare, stavolta per sempre, a campare in armonia con gli Altri, con la Natura e i suoi cicli. Impareremmo a leggere (o acquistare) ogni libro presente in casa, impareremmo a creare un giardino ‘cosmogonico’, impareremmo a infondere la grazia e l’incanto degli scritti migliori nei nostri gesti più comuni, impareremmo che forse il confine tra la parola scritta e la realtà è solo convenzione. Perché siamo spuri, di coraggio, di occhi, di braccia. Accoglienti.

Uscire dalla nostra ferinità, dal nostro “homo homini lupus” (da Plauto a Hobbes), spogliarci dal nostro egoismo liberista e pervasivo, divenire – noi nord occidentali, quelli di prima – Donne e Uomini. Semplicemente.

Come asserisce il professor Nello Cristianini, “ci pensavamo eccezionali, ma è arrivata l’IA“; l’abbiamo creata noi. “Dobbiamo decidere quale ruolo assegnarle: marginale o preponderante, quindi con potere su di noi. Amiamo chiamarci vincitori, ma dimentichiamo i costi. Dimentichiamo la vastissima platea degli sconfitti che la nostra storia purtroppo ha reso invisibile“.

Meglio intervenire adesso, ieri, che sorprendersi come Tristan Bernard (giurista, giornalista, commediografo):

per l’intelligenza degli animali (la fauna), per la bestialità degli uomini (in teoria, l’umanità)“.

Frontiere postumane

Maschere femminili lignee, sudamericane; occhi grandi, cerulei, fissi, sorriso inquietante. Dietro, potrebbe esserci Belzebù.

Decrittare il presente, ci viviamo – sopravviviamo – in mezzo, ma ci risulta caotico, oscuro. Abbiamo estremo bisogno di vati, filosofi, saggi (veri); ci accontentiamo di un profluvio di immagini sciocche, ci nutriamo di iconoclastia, coltiviamo non la terra, ma l’orrendo culto della pubblicità delle cose inutili. Nelle quali annegheremo.

Terra, nostra dolce Terra, sempre più insozzata, sfruttata, sfregiata; descritta e dipinta attraverso il gotico latino americano, discendente diretto del realismo magico, di cui è brillante portabandiera la scrittrice boliviana di origini abruzzesi Liliana Colanzi; fantasia e sapienza innervate dal pop, dal cyberpunk, perfino dai videogiochi, eppure ancorata solidamente a culture ancestrali, per creare racconti distopici di denuncia dello scempio e in difesa del nostro mondo. Come dice lei, utilizzando lo slogan della sua casa editrice Dum Dum, “con un piede nella giungla e uno su Marte“.

Forse dovremmo anche noi riconsiderare tutte le questioni più urgenti che ci riguardano, tenendo il baricentro a metà tra il pianeta che ci ospita e una giusta distanza siderale per riflettere con obiettività su quello che combiniamo; o non combiniamo, lasciando decidere la sorte delle nostre vite ai manigoldi delle multinazionali.

Vorrei essere un grande regista cinematografico, come Cesare Zavattini, o una grande autrice letteraria, come Marguerite Yourcenar, vorrei essere in grado di partire da un’immagine delle realtà che attirano la mia attenzione quotidiana come una calamita – non calamità – per giostrare tra quella e la parola meditata, o viceversa; vorrei essere un cantautore, come Leonard Cohen e dedicarti Dance me to the end of love. Per disvelarmi mimetizzandomi, per accarezzarci l’anima, oltre l’inesorabile, oltre la rassegnazione, oltre ogni disumanità dell’uomo.

Viviamo, disseminiamo tracce – lettere cartacee non mail, foto, oggetti che hanno attraversato epoche – che poi ispireranno altre persone a vivere in modo più felice, più intelligente di noi; come scrive il professor Roberto Mancini dobbiamo tenerci pronti al risveglio globale, “al rifiuto di ogni complicità con questo sistema di competizione e di guerra che è la più grande malattia della storia. Dobbiamo essere pronti a lavorare per costruire uno strumento d’azione politica che sia etica, popolare e progettuale“.

Le frontiere rappresentano una sfida, con sé stessi più che con gli altri e/o le forze soverchianti della Natura; una sfida che spesso le Donne e gli Uomini hanno raccolto pagandone le conseguenze a caro prezzo, ma dimostrando che l’essere umano contiene dentro sé risorse soprannaturali, divine, azzarderei a scrivere.

Purché le famigerate ‘frontiere postumane‘ non si trasformino o diventino frontiere postume, al netto dell’ardua sentenza di quelli che un tempo venivano chiamati poster e comparivano sulle pareti e sulle porte delle camerette delle Giovani e dei Giovani;

modelli ispiratori.

Ipazia e Ulisse per citare due nomi poco ‘fotogenici’ e non per caso;

mischiando le carte e la realtà storica con, forse, la Leggenda.

Ci arrendiamo? Al sogno

Procediamo, tutti: in mezzo a procelle, tempeste, uragani.

Questa è la versione ottimistica. Pensate il contrario.

Tempeste con vista marina, noi ci siamo in mezzo: protagonisti – vittime? – dipinti da William Turner, Hokusai o naufraghi, sulla zattera della Medusa.

Nemmeno un flebile raggio di Sole, cui abbarbicarsi e trarre motivi di speranza, salvezza e riscatto, ripartenza verso un nuovo inizio. Intelligente. Non come i viaggi con meta vacanze estive.

Eppure. Esiste sempre un’alternativa, anche e soprattutto quando non si palesa. Una scelta imprevedibile, uno scatto di reni, un sogno.

La realtà onirica, portale per accedere a mondi inesplorati, forse vergini, mai deturpati. Da noi.

Dormire, sognare forse. Sognare di essere cullati con dolcezza, sognare lidi sconosciuti incontaminati, sognare Corto Maltese; gentiluomo di ventura.

Nel frattempo, tra un pisolino e l’altro – tra una ronfata e l’altra – la letteratura disegnata annette il Grande Nord americano e incanta Quebec City, dove, dopo Durante (degli Alighieri) approda Corto a rappresentare degnamente la cultura italiana sul Pianeta. Sorriderà Hugo Pratt, sorridiamo tutti noi.

Proseguendo oltre i limiti – personali – e i presunti confini del sogno – quali confini? – perché non immaginare, anzi, non incontrare in carne, ossa e ispirati pensieri il Maltese, suo padre Hugo, Marco Steiner, allievo prediletto di Pratt, nonché prezioso autore egli stesso?

Incontri inaspettati, dialoghi magnifici, riflessioni maestose partendo dall’osservazione di piccole cose quasi invisibili; sognare più forte, sognare il meglio assoluto, grazie all’intercessione di Steiner e alla benedizione laica di Pratt – solo i grandi autori muoiono fisicamente, per rinascere e vivere per sempre nelle loro storie, nei loro personaggi (Vincenzo Cascone docet) – sognare Corto Maltese che si imbatte in Irene di Boston. Il marinaio più celebre del globo che dopo mille e più tempeste si ferma (temporaneamente) su una spiaggia sicula, al cospetto non di una Donna, ma del relitto di un antico veliero. O barca a vela. E dialoga e sogna.

Assi di legno frantumate, marcite che però conservano memoria e parole.

Così, l’avventura di Corto contiene i prodromi, i consigli per ottenere la soluzione, brillante, ai nostri guai peggiori; la fantasia, l’impegno sono totalmente a carico nostro.

Come sostenevano i filosofi presocratici:

non scegliamo i nostri luoghi prediletti, siamo da loro convocati“.

Forse vale anche per le persone.

Se solo fossimo più attenti al sublime, orientati all’ascolto:

senza egoismi, senza egolatrie.

Consumismo? Esaurito

Consumiamo, consumiamo: qualcosa resterà.

Questa la versione ottimistica, considerato che ogni anno, sempre più in fretta, sempre prima rispetto al ciclo dei 12 mesi precedenti – passati, in baldanzosa cavalleria – esauriamo le risorse che consentirebbero al pianeta, tutto il pianeta ex azzurro, di vivere bene. Tra l’altro, dettaglio trascurabile, inconsistente: in armonia, in condivisione, in pace. Ammesso interessi. Non bancari.

Qualcosa resterà, purtroppo i rifiuti: tossici; non un problema – il problema – della Terra. Anzi: nostro.

Qualcuno resterà? Forse le macchine, forse l’intelligenza artificiale. La stupidità naturale va forte, non dobbiamo preoccuparci.

Resteranno i Tre allegri ragazzi morti (Tarm), in vita da 30 anni – al cospetto della morte, un’inezia – suonanti e disegnanti al bastione Garage Pordenone; in quanto deceduti – però, che allegria – non sono in vendita: mestizia funesta per il sacro mercato, per l’irascibile violenza commerciale, per la morte stessa, con la falce inoperosa (rischio ruggine).

Come sostiene Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, ex guerrigliero guevarista – Che Guevara, quello vero, non l’icona del marketting – dovremmo imparare ad abitare il presente in modo diverso, come una realtà di gioia. Non con il pessimismo tipico dei privilegiati, dei profeti da salotto dell’apocalisse, quelli che si reputano unici e sostengono che il povero, vecchio mondo finirà con loro. Chissà poi perché.

Cattiva notizia, tra le tante: il Sole e la verità non sono osservabili direttamente. Buona notizia, finché dura: siamo vivi. Lo diceva Platone, non un convinto avventore di osterie.

Riporre troppe aspettative nei confronti delle nuove generazioni sarebbe ingiusto, un errore; non sono state dotate degli strumenti adeguati, sono nate in questa temperie – tempesta perfetta, per così scrivere – le clamorose rivolte che talvolta hanno scatenato o scatenano sono per entrare a pieno titolo nel bacato sistema del consumismo, non per abbatterlo; entrare nel consumismo e perpetrare tutti i suoi effetti deleteri. Alle ragazze e ai ragazzi bisognerebbe comunicare la bellezza e l’importanza fondamentale di arte e poesia, la grande possibilità di accumulare esperienze formative, la gioia di esplorare, sbagliando, senza il diktat dei bilanci e del profitto per il profitto.

Il consumismo, però, è concluso – notizia ottima o pessima, dipende dai punti di vista – non può accogliere, né contenere – intrappolare – più nessuno. Il consumismo ha consunto (anche troppo) e si è consunto. Fine del gioco. Letale.

Speranzosi e ottimisti? Di fronte alle emergenze attuali non ci si può cullare, trastullare, consolare con questi atteggiamenti.

Impegnati, questo sì, sul serio: per cambiare paradigma. Non sarà facile, né breve, ma l’unica via. Intelligente, sostenibile, vivibile. Prima lo capiremo, prima lo accetteremo, prima lo metteremo in pratica, maggiori saranno le possibilità di salvezza.

Nonna Erminia, grande donna, lo diceva con saggezza: chi è povero, chi deve procacciare il pane per la sopravvivenza dei figli, della famiglia (in senso ampio), di sé stesso, non può concedersi il lusso di filosofeggiare. Osserviamo, sempre più spesso in Sudamerica e presso popoli tartassati da povertà e potere, esempi di un’altra vita; anche senza voler citare, coscienti o meno, Franco Battiato.

Dovremmo, tutti, imparare a sperimentare stili di resistenza, esistenza, sussistenza alternativi;

il popolo messicano sostiene che solo per immaginare un cambiamento significativo in una società umana servono 120 anni. Centoventi.

Chissà se davvero avremo ancora a disposizione questo lasso di tempo: impossibile, no; molto complicato, senza dubbi.

In questa “molteplicità conflittuale (in apparenza, senza vie d’uscita), diventa urgente produrre altri modi di desiderare. E di vivere“.

Senza il culto del pauperismo, né della povertà.

Benasayag ne è convinto.

Speriamo di potergli dare ragione.