La regina di Babilonia

Pagina del Maltese, Corto; sembra superfluo specificare. Un uomo, un’avventura: la vita, in toto.

Chiedo venia al gentiluomo di (av)ventura e a HP, Hugo Pratt, fumettaro, in realtà persona erudita, intellettuale raffinato, cultore e creatore di disegni superbi. Letteratura a fumetti è riduttivo per chi trasformò semplici tratti in bianco e nero in pura Arte; per tacere degli acquerelli.

Difficile non rimanere incantati dalla qualità della scrittura, dal ritmo delle narrazioni, dalla fantasia allo stato brado, sempre orientata da una cultura sconfinata, da una curiosità infinita, da una sete alias voglia di vivere inestinguibile.

Prostrarsi al cospetto della sovrana di Babilonia (Babil in aramaico), anche se all’epoca era diffuso e indiscutibile il maschilismo; esplorare con ansia di conoscenza la città più grande, favolosa e importante del Mondo prima di Cristo. Quante e chi saranno state le regine – vere e inoppugnabili – della Città?Meridionale rispetto a Baghdad, adagiata sulle rive dell’Eufrate, con ziqqurat alte e meravigliose (da cui forse il mito della Torre di Babele), gli impareggiabili giardini pensili, rimasti ora e sempre leggendari, non solo per la cura maniacale, ma per la realizzazione grazie alla sopraffina ingegneria vegetale. Re come Hammurabi e Nabucodonosor esempi di raro ‘illuminismo’ e ampiezza di veduta che permisero una prosperità inimmaginabile per noi, rassegnati a epoche di continue crisi, benessere favorito forse dal culto indiscutibile dedicato al dio pagano, ma non meno portentoso, Marduk. Vorrei anch’io essere catapultato nel Giardino della Vita e bearmi, assorbire attraverso il respiro la sapienza e la genialità di quei popoli.

Dormire, sognare forse: essere imprigionato nella ziqqurat più elevata e irraggiungibile – dagli umani – anche senza maschera di ferro e scoprire che gli altri due galeotti sono Bastien Vives e Martin Quenehen; disegnatore e sceneggiatore delle nuove vicende di Corto in chiave moderna. Approfittare di tutto il tempo per per farsi molte domande, per rivolgere nuovi interrogativi al duo artistico, per realizzare una volta in più che siamo carcerieri spietati e implacabili di noi stessi.

Semiramide, Regina guerriera e preveggente, chiedo la Tua grazia, la Tua intercessione, la Tua generosità: liberami, da ogni dipendenza, da ogni schiavitù, da ogni zona di conforto e abitudine; fammi respirare sconfinatezza.

Mi piacerebbe vagare nel deserto, ma in massima allerta causa presenza di letali scorpioni, mi sentirei privilegiato nel rinascere sotto il segno del Capricorno, trovare l’esatta ubicazione e svelare tutti i particolari della civiltà di Mu, farmi rapire dalle Celtiche e dalle Etiopiche, divagare malinconico e riflessivo nel Tango, costruirmi una casa dorata a Samarcanda, accogliendo migranti e profughi di tutte le genti del Mondo.

Ascendere in bicicletta al Castello di Caneva e poi scrivere – pensandoci su, come Alessandro Manzoni – il relativo romanzo neo gotico; ascendere al Castello di Aviano, se e quando le gambe risultano a corto di inventiva e soprattutto energia, vergando il romanzo breve o racconto lungo mini neo gotico conseguente; girovagare all’improvviso per corte sconta detta arcana e profanare le parole misteriose delle società segrete della Serenissima, sopravvivere, anzi vivere, della e nella favola di Venezia.

Come in Una ballata del mare salato, ci si trova sballottati dalle intemperie esistenziali, sgomenti di fronte ai troppi casi di mancanza di umanità e compassione, oppure storditi al cospetto della varietà e dell’immensità delle storie – non conta quanto vere, quanto partorite dalla creatività dell’autore – di Corto;

naufraghi in mezzo al mare magnum, aggrappati miracolosamente a un relitto, di cui siamo parte integrante, salvati in extremis dal marinaio, dal suo sguardo vasto profondo e ironico,

dalla mente e dalle mani di HP.

La giostra delle zucche

Pagina della zucca: non sempre, non per forza vuota.

Metti una domenica a Cividale del Friuli, magari con annessa festa della zucca, a tua insaputa, ma reale: la festa e anche le zucche, nel senso dei cucurbitacei.

Le zucche, tutti ne parlano, lodano ampiamente le superbe caratteristiche dell’ortaggio arancione, si riempiono le fauci a più non posso, ma quanti ne saprebbero parlare – perché no in pubblico, magari ad una platea che si balocca dentro una qualche pasticceria o forno che produce gubane e pani (alla zucca)? – con precisione e dovizia di particolari? Interessanti, irrinunciabili, incantevoli.

Deambulare fra le nuvole, poi accorgersi di percorrere il Ponte del Diavolo e temere per la propria sorte, anche se splende il Sole, con il fiero proposito di non formulare promesse – non necessariamente da marinaio – di non sottoscrivere patti con personaggi strani, inquietanti, sinistri.

Dopo qualche metro, incontrare un austero e meditabondo Cesare, chiedergli – sulla base di nessuna confidenza – se sa qualcosa a proposito dei Romani (antichi), dei Longobardi lontani leghe, anzi, anni luce da noi, dei Patriarchi, quelli di Aquileia e come responso ottenere solo un rauco grugnito che suona tipo Forum Iulii, senza esserne certi. Né della risposta, né del recondito significato.

Accorgersi che una zucca senza sale più che insipida – mai, in nessun modo o maniera – è priva di contenuti densi, forse allegrotta, ma sciocca; meglio: sciocchina.

Camminare, camminare, camminare, non potendo per una volta pedalare; ritrovarsi – meglio smarrirsi? – nel Monastero di Santa Maria in Valle e nel meraviglioso annesso chiostro. Chiedere venia e permesso alle Orsoline – esistono ancora? – percepire la presenza del sacro nell’area un tempo forse prossima, forse centro nodale della Cividale romana; illudersi, circondati dalle brume e dall’imbrunire, di essere precipitati dentro il segno del comando in una atmosfera onirica, ma invece di farsi abbacinare dalla strega Lucia – sempre luce – cadere nella malia regale di Piltrude; probabilmente, non una regina, ma un’autorevole madre badessa.

Halloween si avvicina – peccato sia una festa del marketing copiata da tutti i Santi e antichi culti europei – ma temo non possa redimerci o affrancarci dai nostri antichi vizi, per esempio credere che armi sempre più letali siano l’unico strumento per raggiungere la pace, o che continuando a produrre, trasportare, consumare, accumulare immondizia, si possa all’improvviso guarire: noi e il nostro sasso volante nell’Universo; potremmo, in ultima analisi, rivolgerci a Goblin, nemico giurato dell’Uomo Ragno, ma pare non sia persona molto affidabile.

Se brancoliamo nel buio, se non troviamo santi o almeno scogli cui appigliarci, resta sempre Benito, Jacovitti, naturalmente: vive nell’oscurità, come i pipistrelli, smonta e ricostruisce a modo suo, con ironia e divertimento, ogni cosa, soprattutto i tic e le bizzarre ideologie umane: lui saprebbe tracciare mappe per evitare di vagare senza meta, per non prendersi sul serio. Né troppo, né poco.

Organizzare infine una competizione, un torneo, una bella, sacrosanta giostra: rammentate Ettore Fieramosca e la disfida di Barletta (13 febbraio 1503)? Simile, giusto per rendere l’idea, per intenderci. Una giostra globale, tutti invitati a partecipare, tutti – nei limiti del possibile – con la propria zucca. Chissà se l’atmosfera di festa collettiva, unita a quel pizzico di pepe garantito dall’agonismo, compirà il sospirato incantesimo:

non trasformare le zucche in nuove fiammanti carrozze trainate da superbi cavalli, ma in teste sopraffine, lussureggianti, finalmente pensanti.

Grandi Viaggi

Pagina dei viaggi; in prospettiva, in teoria: grandi.

Del resto, in contumacia di grandi speranze – non spira proprio l’ossigeno migliore – dobbiamo accontentarci e fare di necessità virtù, come direbbero antichi, consunti, ormai archiviati saggi. Per conferma, chiedere lumi e campanelle a Charles, Dickens.

Ossigeno migliore, un ottimo proposito; sarebbe sufficiente quello respirabile, in grado di irrorare le fondamentali cellule neuronali, in grado di mantenere attivi e forti i polmoni; per tutte le idee – vere – per tutte le esplorazioni. Auspicabilmente.

Un avverbio che ho sempre considerato elegante, eppure inconcludente. A scrivere il vero non si crea letteratura e i maestri in genere, del genere (no degenere) sconsigliano in modo netto – nettamente? – l’utilizzo, soprattutto sconsiderato e prodigo, di avverbi. Non aborrire, per carità – ché qualcuno mai potrebbe offendersi – ma non tracimare; denota scarsa varietà linguistica, simpatia per stratagemmi facili, voglia di appesantire e rendere la lettura assai sgradevole.

Auspicabilis, latino tardo, nel senso di antico, non tonto. Assonanza evidente con auspicio, da avis (uccello) e spicio (osservare); come dire, presagio di cose future – potenziali, non ancora concrete – mediante l’osservazione del volo dei pennuti. Traete da soli i segnali del domani, senza abusare di ottimismo o del suo inevitabile contrario.

Vorrei esprimere un ultimo sogno, un sogno mai sognato, nuovo, enorme – sennò che atmosfera onirica sarebbe? – definitivo; scrivere un’antologia di racconti, come Pedro Almodovar, il regista cinematografico spagnolo, contaminato (non in negativo) dalle circostanze della realtà madrilena. Concedermi l’irriverenza, dopo opportuna reverenza ai mostri sacri della Cultura, non cedere all’insulsa autobiografia, coltivare con cura meticolosa l’originalità e l’utopia, soprattutto l’ironia. Potrei forse non salvare qualcuno, aprirgli qualche percorso alternativo, i punti di vista e quelli interrogativi.

Invoco la benedizione di Ulisse, di Shakleton, di HP (Hugo Pratt), di Freya Madeleine Stark, di Alfonsina Strada; le vostre imprese, le vostre volontà, le vostre intuizioni siano le mie bussole, apotropaiche.

Vorrei cadessero su di me gocce pesanti e soprattutto pensanti di Burt; Lancaster, certo non trascurabile, meglio Bacharach, potendo optare. Un uomo in rima, non per forza baciata, con la Musica, un uomo che con naturalezza ha conquistato 70 volte la Top 40 Usa, 52 quella di Sua Maestà (sponda londinese): non più la Regina, il Re; purtroppo non Artù. Canzoni, inni per cause umanitarie, colonne sonore divenute Storia di film cinematografici a loro volta assurti a pietre miliari dell’Arte, in senso stretto e in senso lato.

In tutto questo, mancano – tanto – le Donne; è un vulnus voluto, ricercato, perché le Donne sono, malgrado le orripilanti convinzioni degli uomini (presunti tali), le sole signore e padrone del Mondo, dell’Universo della Bellezza. Le stanze sono vostre, gli ambienti spaziali sono vostro esclusivo appannaggio, praterie sconfinate per le Vostre risorse, per la Vostra inesauribile creatività.

Trasformate i sogni in utopie, le utopie in progetti: in fondo, come sosteneva Mandela, i veri vincitori sono sognatrici/tori che non si sono mai arrese/i.

Il messaggero oscuro

Pagina del messaggero, oscuro.

Oscuro, misterioso, segreto, però divino (non per vanto, per precisione). Rigorosamente minuscolo – il messaggero (il latore della presente, per coloro che rammentano), in fondo un umile portalettere – ; magari agli o degli dei, ma postino.

Si potrebbero aprire numerose parentesi, o digressioni: da Carneade in giù, o meglio, in su: Michele Strogoff vuole, esige, pretende la sua aura, anche se gli zar non sono al momento molto popolari; oppure una bella carrellata, una panoramica, per i non addetti: un excursus. Non so cosa voglia dire, ma è per conferire importanza culturale al tema.

Se preferiamo capire meglio, addentrarci analiticamente nel lemma, chiediamo aiuto all’etimologia: dal francese, messager; o dallo spagnolo, mensagero (no mensa, purtroppo). In senso lato, metaforico o sinonimico: ambasciatore – che porta le pene sulle spalle e le consegna, spesso – oppure, messo. Inviato per recapitare messaggi, non sms o tweet.

Se gli amanti che stanno in piedi contro le porte della notte si baciano e hanno voglia di cinguettare, il modo lo trovano, anche lo spazio, il tempo, la dimensione onirica, lirica, emozionale. Anche se non ci sono per nessuno – Ulisse? – e si trovano oltre la notte, bene e al di là.

Il messaggero è figura fondamentale, imprescindibile o si tratta solo di un trascurabile servitore, dello stato delle cose e, forse, non solo? Chissà. Chi può affermarlo, stabilirlo con certezza, deciderlo senza tema di smentita? Oscuro, questo sì; mimetico nelle tenebre, non vistoso né pacchiano; i guitti servono, ad altro compito.

I giorni della dissoluzione – soprattutto morale – dell’impero austro ungarico somigliano tremendamente ai nostri, a quelli contemporanei nei quali viviamo infelici e confusi. Li descrive con maestria e arguzia Alex Beer, nome de plume di Daniela Larcher, laureata in archeologia, appassionata della Vienna decadente degli anni 20 del 1900, “periodo tenebroso e emozionante“: il romanzo si intitola Il messaggero oscuro (coincidenze) e narra per la terza volta le vicende professionali e umane, molto umane, di August Emmerich, ispettore capo della sezione omicidi, alle prese con uno spietato assassino; districandosi tra povertà, malattie, violenza che sembrano (sembrano?) sconvolgere il mondo. Non rimanendo né insensibile, né immune: gli duole la gamba ferita nella battaglia sull’Isonzo, ma resta un uomo pronto a frantumare ogni regola perché la giustizia – qualcosa che ci somigli da vicino – possa affermarsi.

Noi, in caso di difficoltà, proteste, rimostranze, problemi insanabili, irrisolvibili, ci possiamo sempre appellare – ultima ratio, senza poteri metafisici – al Cavaliere oscuro; muscoli solidi e acume sopraffino, propensione innata a sanare conflitti e ingiustizie, a modo suo, talvolta spiccio e non regolamentare;

di sicuro: efficace.

Intanto, i lampioni sulla riva del fiume, restano tristemente spenti.

Evolviamoci, diventiamo piante

Pagina dell’intelligenza, al bando – o al via, libera – le facili battute.

Noi siamo primati (posizione preminente nella scala sociale, evolutiva), l’intelligenza – qualunque cosa sia – è una prerogativa che spetta solo a noi umani (?), un dono divino che possediamo e sfruttiamo nei modi migliori solo noi bipedi, senza coda. Credo; senza coda, intendo.

Un primato – non primate – che utilizziamo largamente per il bene comunitario e che si traduce in progressi senza paragoni in tutti i campi – compresi quelli agricoli e sportivi – e in tutti i settori della vita. Meglio di così, completate Voi la frase perché non ravviso paragoni.

Armi sempre più precise (ci stanno lavorando), sempre più letali; plastiche in ogni dove; carburanti e energie ancora e sempre da fonti fossili inquinanti e velenose, per gli organismi e per l’Ambiente. Dimostrazione limitata (all’essenziale) ma ‘plastica’ dell’assunto precedente. Senza domande, senza dubbi né esitazioni.

Uscendo in bicicletta da corsa la mattina presto, dirigendosi verso borghi e paesi della Pedemontana pordenonese, ancora è possibile distinguere, prestando molta attenzione e ignorando gli onnipresenti miasmi dello smog, i tipici profumi della campagna che si prepara per l’autunno: aromi delle vere risorse della terra, dei magnifici prodotti conseguenti nelle cucine. Lo scrivo per testimonianza diretta e convinta, ma spero non a futura memoria.

Intelligenza, intelligenza, per piccina che tu sia, tu mi sembri una magia, in senso buono e benedetto; potremmo chiedere soccorso all’etimo, per scoprire che essa deriva da “intus” e “legere”, quindi da leggere dentro, traendo le più numerose e opportune ripercussioni; o potremmo rammentare quanto diceva la Professoressa Rita Levi Montalcini: “ho perso un po’ la vista, molto l’udito. Alle conferenze non vedo le proiezioni e non sento bene. Ma penso più adesso di quando avevo vent’anni. Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente“.

Credere come a un feticcio che spetti esclusivamente a noi e che ne esista un solo tipo, è, nell’ipotesi più generosa, un errore grossolano, un’ingenuità esiziale. Come garantisce il Professor Stefano Mancuso (Univesità di Firenze, Arboricoltura e etologia vegetale), “intelligenza è l’abilità di risolvere problemi“. Il controcanto della Professoressa Hannah Critchlow (neuroscienziata e divulgatrice, docente a Cambridge) non è meno impegnato, impegnativo, serio: “per anni abbiamo tentato di misurare e definire l’intelligenza umana, ma poi abbiamo capito che ne esistono diversi tipi. Con il lockdown i punteggi del QI sono scesi in modo notevole; abbiamo bisogno degli altri, per confrontarci e migliorare la nostra intelligenza individuale, questa è l’intelligenza collettiva che ho illustrato nel mio saggio“.

Il nostro cervello – non ABnormal, si spera – è attraversato da 86 miliardi di neuroni e le correnti elettriche generate hanno l’aspetto di onde; un gruppo di persone che riflette sullo stesso problema scambiandosi informazioni ed esperienze diverse, giunge perfino alla sincronizzazione delle onde cerebrali; Critchlow docet. Mentre le meravigliose piante sviluppano capacità di problem solving collettivo; non potendo muoversi, al cospetto di un pericolo, piante diverse si inviano messaggi chimici in modo che i vari esemplari innalzino subito i livelli di difesa. Mancuso docet. Se questa non è collaborazione per il supremo bene comune, non saprai a chi o cosa rivolgermi per ottenere salvezza.

Noi siam come le nuvole, meglio: noi siam (dovremmo diventare?) come le piante – magari – ci evolviamo apprendendo ciò che è utile collettivamente: intelligenza artificiale? Dobbiamo padroneggiarla – questa, sì – non passivamente subirla o lasciarci intimidire;

se imparassimo dalle sacre Piante, forse le probabilità di conservare e nutrire un Nostro futuro aumenterebbero, in modo e maniera esponenziale.

Di sicuro, nel mondo reale e solo attraverso connessioni sociali.

Il pedalar m’è dolce (diabete, vade retro)

Pagina del diabete.

Meglio, del guanto di sfida lanciato sul muso della patologia.

Milioni di nostri connazionali – consapevoli o meno – ne sono affetti, ma esserne portatori non significa (più) la morte civile, la fine della vita, il sacrificio di tutte le passioni; a cominciare dal buon cibo e dallo sport. Nonostante sia cronica, nonostante sia caratterizzata da iperglicemia, cioè da un eccesso di glucosio nel sangue (evito spiegazioni scientifiche sul diabete di tipo 1 e sul diabete di tipo 2; non mi competono e non sarei in grado), si può, si deve combattere.

Per una vaga idea sull’incidenza della malattia, nel 2021 le persone colpite solo in Europa raggiungevano la cifra cospicua di 61 milioni; da oggi al 2050, stime molto attendibili parlano di 1,3 miliardi di diabetici nel mondo. Un tasso di crescita impressionante che metterebbe in ambasce non solo i sistemi sanitari globali, ma anche un fattore di rischio sociale, considerando che il diabete moltiplica il rischio di ischemia e ictus.

Uomini, donne, bambini a tutte le latitudini convivono già con la malattia, soprattutto dove le istituzioni sanitarie sono meno sviluppate, esistono carenza o totale assenza di informazioni, prevenzione e in particolare cure.

Meglio quindi essere coscienti e prendere in esame alcuni dati certi e ormai incontrovertibili: il diabete esiste, è subdolo, si può manifestare all’improvviso, ma possiamo affrontarlo con decisione, possiamo disinnescarlo, possiamo ridurlo alla nostra mercé.

Per esempio, in Friuli Venezia Giulia, alcuni tipi ‘loschi’ del Crad (Coordinamento regionale associazioni diabetici, nell’alveo dei professionisti della Rete diabetologica regionale) si sono inventati Diabete a ruota libera, pedalata non agonistica di tre giorni, aperta a tutte e tutti, anche coloro che non sono diabetici, ma che vogliono informare, sensibilizzare, agire conto la ‘dolce malattia’; per dimostrare che si può mettere ko.

L’edizione del 2023, la II, corsa l’1/2/3 settembre – attraversando Tolmezzo, Gemona, Tarcento, Nimis, Cividale, Cormons; Palmanova, Grado, Monfalcone, Trieste; Rivolto (con partenza dalla base delle Frecce Tricolori), Spilimbergo, San Daniele, infine Udine, con arrivo conclusivo in piazza Libertà, davanti alla loggia del Lionello – ha registrato la partecipazione di 150 ciclisti, più del doppio rispetto a un anno fa. Dimostrazione plastica, anzi, atletica, di quanto il tema sia non solo sentito, ma coinvolga attivamente sempre più persone; alle quali si sono aggiunte e aggiunti partecipanti d’eccezione: Luisa Cavarzerani, campionessa di karate, affetta dalla malattia, combattiva non solo sul tatami, ma anche sui pedali; il colonnello Paolo Rubino del II Stormo; il professor Talej Battellino, endocrinologo di fama mondiale, massimo esperto di diabete; ultimo, ma non meno importante, Umberto Poli, ciclista professionista della Novo Nordisk.

Le istituzioni e le comunità locali sono state splendide nel gareggiare – in senso lato, ma altruistico – in accoglienza, disponibilità, attenzione al problema, attenzioni nei confronti delle atlete e degli atleti (offrendo sostanziosi spuntini energetici e bevande, approvati e scelti dalle dietologhe delle associazioni); in particolare, Luca Birri, Alberto Piovesana (anche grafico, tra le altre incombenze) e Elena Frattolin, presidenta del Crad Fvg Odv. Senza tralasciare l’apporto fondamentale della Regione Fvg, della Scuola Mosaicisti del Friuli, dell’Aeronautica Militare e della Polizia di Stato.

Si pedala in allegria, ma motivati e concentrati, si scoprono o riscoprono bellezze naturali paesaggistiche storiche dei nostri territori, si chiacchiera e ci si confronta, nascono nuove conoscenze, amicizie, progetti, si rinsaldano antichi rapporti; tutto in nome della lotta alla patologia diabetica.

Il pedalar m’è dolce in questo mare, a volte procelloso, eppure affascinante: perché i limiti, le accortezze, le strategie imposte dai nostri limiti possono tramutarsi in opportunità, grazie alla conoscenza, alla volontà, all’immaginazione.

Forse siamo piccoli e fragili, ma insieme siamo Infinito.

Comete, Halley permettendo

Pagina dell’ultima volta.

Intendiamoci: ultima volta del deambulare sopra le nostre teste di quella di Halley Edmond, la cometa.

Correva l’anno – per recarsi dove? – del Signore (Lui lo sa?) 1986 e noi più che osservare il cielo per individuarla, scrutavamo angosciati verso l’alto perché non volevamo ravvisare la nube tossica e radioattiva proveniente da Chernobyl. Oggi non accadrebbe mai, infatti autorizziamo il Giappone – un dolore infinito – a sversare acque radioattive in mare, ma in totale sicurezza: per la salute umana e per l’ambiente.

Cometa magnifica, immaginifica parola latina di etimo greco che allude alla chioma, quella di certi corpi celesti, meglio astrali, che ruotano attorno al Sole e quando appaiono ad occhi vagamente umani sembra sfoggino una indomita capigliatura luminosa.

Super Luna – perigeo, questo sconosciuto nuovo eroe, anzi: eroina (senza sensi mimetizzati) – e Luna Blu (ero rimasto fermo alla Laguna Blu, o forse al laghetto della Trota Blu) non hanno un preciso equivalente scientifico, anche se la scienza contemporanea assomiglia più a un reality con annesso reparto marketing; sono però molto popolari quindi vox populi, vox dei. Un dio minore: basta sapersi accontentare.

Forse non passeranno le comete più luminose in formazione celebrativa – o forse sì – ma mezzo secolo fa si congedava dalla Terra di Mezzo (e da tutti gli altri mondi) il Maestro Tolkien, JRR, per raggiungere l’empireo e riposarsi, finalmente; magari dedicandosi alla lettura dei romanzi fantasy e del suoi numerosi emuli. Certo, suona strano che con tutte le latitudini e longitudini disponibili, solo nell’ex Belpaese le sue opere siano divenute miti per i destrorsi italopitechi. Mentre ovunque hanno nutrito, educato, conquistato popoli di pacifisti e di hippie. Qualcuno non ha capito e difficilmente ritengo si tratti del Professor John Ronald. Comunque, solo per la cronaca, lo spietato Saruman era un tecno capitalista e noi tolkeniani parteggiamo, sempre e comunque, per nostra grazia: la Natura.

La cometa, quella di mister Halley, è periodica, come certi numeri o certe persone, forse presenze; ogni 77 anni torna qui da noi, ci osserva, ci predice il futuro e riprende il viaggio. Pronuncia profezie sempre più arcane e stringate, la prossima volta potrebbe anche restare muta. Ammutolita, più che altro.

La prossima volta chissà che Terra ritroverà, chissà se ci saremo: 2061.

Nel segno del comando

Pagina nel segno.

In quanto leone, nel segno del comando. Naturale.

Cercare su Raiplay lo sceneggiato omonimo – omonimo lo sceneggiato, non so se è chiaro – e ritrovarsi scaraventati indietro di quattro decenni.

Anzi, quasi cinque. Con uno strano effetto metafisico, allucinogeno, fantascientifico deambulare per una Roma storica, mai più così gotica e claustrofobica. Oscura, minacciosa, forse letale. Televisivamente.

Con inquadrature particolari, con lo studio accurato di giochi di ombre e di luci, strani scherzi – senza effetti speciali, Hitchcock docet – provare davvero paura, molta paura. Reale, senza sapere di cosa, o di chi. La paura.

Luci e ombre, soprattutto ombre: a Trastevere, nei palazzi antichi, nel cimitero a cattolico: tetro, eppure popolato di fantasmi; molto vivaci, in verità – visioni, presenze, echi da un’altra dimensione – annaspare nei primi 70, anni del 1900, con un inestricabile misto di gioia (per la illusoria giovinezza) e di terrore per l’inconoscibile, per il non spiegabile razionalmente. Altro che computer, altro che intelligenza artificiale.

Nel buio notturno, una civetta canta, 100 campane fanno da coro, controcanto e accompagnamento; non so più chi sono, non l’ho mai saputo. Vortice spazio temporale. Tutto quello che contiene, tutti quelli che vi si affacciano, niente e nessuno – anche Odisseo – esclusi.

Vorrei incontrare Carla Gravina, la modella Lucia, per ottenere luce sui miei sensi ottenebrati, per scoprire i segreti dei viaggi attraverso i secoli; vorrei conoscere Massimo Girotti, nei panni del gaudente, impenitente professore George Powell, il motivo non c’è nemmeno bisogno di specificarlo; mi piacerebbe incontrare Paola Tedesco (Barbara, ex fidanzata: ne esiste sempre una) e Rossella Falk (Olivia, proprietaria arcana di albergo); poi, per ultimo, ma non meno importante, lui: Ugo Pagliai, professor Lancelot Edward Forster, se non altro per capire come un uomo intelligente, colto e brillante come Lancillotto sia rimasto avviluppato tra i tentacoli non tanto del fascino femminile – comprensibile debolezza umana – quanto delle spire della magia. Per brevità, non cito tutte e tutti gli altri: se vi sembrano troppi. Vera o presunta, vera e presunta. La fondamentale magia.

Transitare per un viale, urbano ma alberato, percepire con le narici il profumo delicato e irresistibile di panni appena stesi (non stasi) e convincersi davvero di trovarsi – trovarsi? – nel 1971; attraversare un parcheggio rinfrescato e ingentilito da tigli secolari e notare un’auto rossa, un po’ malconcia, con il portapacchi sul tettuccio su cui è assicurata – più meno che più – una canoa gialla; forse cugina del sommergibile dei Beatles. Cantare a squarciagola insieme a loro, ma dalle strisce pedonali dell’arteria cittadina più trafficata. Respirare a pieni polmoni, l’aria: quella di Selene. Ammesso esista, sempre l’aria.

Comandare, pia illusione quando le nostre piccole vite sono a tempo, sono un prestito, in comodato d’uso; crogioliamoci in questa eterea convinzione in attesa di un segno, solido:

in attesa di tempi migliori, in attesa non della rinascita dell’Umanità, ma della sua maturità, completa.

Senza escludere le infinite dimensioni, senza escludere la fantasia.

Ponti, veneziani (o anche meno)

Gomma del ponte, o per il ponte. Tanto, a questo punto.

Ponti veneziani, corsi d’acqua come ferrovie, anzi meglio; ponti segreti di Venezia, della Serenissima; ma forse, purtroppo, anche meno.

Pensare a un ponte, a un’isola e, con naturalezza, a una penisola; pensare spesso, sempre, allo stesso ponte, ma non trovare una soluzione. Colpa di Scilla e Cariddi certo, ma anche nostra, inadeguati. Forse, colpa di Ulisse, del suo tetragono e ostinato ignorare il canto delle Sirene, o, con rispetto parlando, colpa degli dei: un po’ dispettosi, un po’ burloni.

Il ponte, quel ponte, non si farà né oggi – Ferie d’Augusto a parte (vacanti, assenti più che pria) – né mai, però le discussioni resteranno sulle onde, soprattutto perché il caos soccorre e gli appetiti sono infiniti e indistruttibili.

Vorrei farmi ponte – in senso metaforico, nevvero – tra le opposte fazioni, gli schieramenti (quali siano), i Popoli; ma temo di non possedere la necessaria resistenza, né la stoffa. Il cemento disarmato e disarmante sarebbe utile. Anche i materiali naturali, se possibile.

Condannare alla pena di Prometeo – forse ho esagerato: Prometeo era intelligente, molto – chi insiste nel propagandare come fattibile, anzi prossimo, il fantomatico progetto del ponte di Messina; solo che invece di essere incatenati ad una roccia a farsi divorare ogni giorno il fegato da un’aquila mitica, i chiacchieroni da cocktail alcolici in litorali dovrebbero finire incatenati alle biciclette da corsa (muscolare) e pedalare quotidianamente e anche nottetempo sul pavé della Foresta di Arenberg. Basterebbe una settimana di pedalate coatte per convincersi che il suddetto cavalcavia – cavalcastretto, meglio – non si realizzerà: né oggi, né mai. Per i dettagli, rivolgersi agli esperti: quelli veri.

La spiaggia, poi, sarebbe quella della canzonissima tormentosa dei RigheiraVamos a la playa – ma sarebbe troppo lungo e complicato spiegare a lorsignori la sottile metafora popolare e atomica!

Ogni tanto nell’aere si diffonde anche qualche notizia bella e buona; a Spilimbergo (Spilimburg?), Friuli, Finisterre, la politica locale ha deciso di decidere, per una volta come un tempo: il raddoppio dell’inceneritore Eco Mistral (sigh) non s’ha da fare: impianto troppo vicino alle abitazioni e grande rischio per la salute umana. Dopo anni di proteste e carte bollate, da ambo le parti, sembrerebbe scritta la parola fine, ma l’epilogo definitivo sarà tale solo con il ritiro definitivo del programma da parte dell’azienda. La conclusione non è nota, ancora; resta la sensazione, spiacevole, che oltre ogni considerazione, sarebbero necessari, ovunque, studi epidemiologici costanti e politiche ambientali reali. O, semplicemente, politica, quella dotata di πρόνοια (prevedere in anticipo, per lo svolgimento delle cose nel modo migliore), senza ricorrere ad Atena o agli scongiuri partenopei.

A proposito di Spilimbergo e ponti, si celebrerà il 19 corrente mese, la nascita del ponte, un secolo fa, tra Dignano e Spilimbergo, sul fiume Tagliamento. Collegamento che per il medio Friuli non ha rappresentato solo una via di comunicazione più agevole e immediata tra diverse realtà commerciali, fonte di crescita e sviluppo economici, ma soprattutto legame tra comunità lontane, non solo geograficamente.

Un ponte, al di là delle tonnellate di cemento e dei metri cubi di calcestruzzo, non è solo (soltanto) uno strumento pratico; unisce, pone a confronto e cambiamento, usanze lingue culture: in sintesi, vite.

La ricchezza, non il profitto dei soliti sospetti, diventa virtù: di tutti, per tutti.

Come diceva don Minzoni: negli esseri umani fluisce intrinseca la socialità, ergo il diritto di associazione e riunione. E tutte le naturali conseguenze.

Prima fra tutte: il rispetto della dignità della persona umana.

Questo è il mio ponte.

Vacanza

Pagina dell’originalità: avercela! Sarebbe una manna.

Una manna lava l’altra, entrambe – magari un’anticchia – recano all’apoteosi; nella tratta segreta delle ferrovie del Messico. Grazie, sempre, a Gian Marco Griffi. Alla sua fantasia, alla sua cultura: in buca con un solo tiro.

Messico e nuvole, la solitudine necessaria e ritemprante suona con l’armonica (a bocca, rigosamente), ma mille violini sfiorati dal vento sono sempre una bella benedizione. Udendoli.

Vacanza vacanza, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia; ovviamente una valle, tra il Cadore e Lienz, ma sono dettagli. Personali.

Vacare, con rispetto parlando, da vacatio (o il contrario), con rispetto addirittura sormontante; da etimo, per i colti – popolo raro, in distinzione – essere vacuo, sgombro (non in senso ittico), libero e giocondo in visita culturale alla Gioconda, senza occupazioni. Finalmente o sfortunatamente. Liberi come l’aria, però inquinati dallo smog: ambientale, mentale, fisico; tanto, per i tuttologi negazionisti, non esiste. Perfino nelle scuole, serie, cessano le lezioni e le occupazioni, studentesche, financo le assemblee; rispettiamo le accademie, i loro nutrimenti di crusca, il loro meritato riposo in cagione – cosa vorrà dire? – di quiete. Da tutto, da tutti.

Esplorare a fondo sé stessi, in una mattinata agostana tra il 7 e il Ferragosto; malgrado la pioggerellina insistente, scoprire l’incantata valle di Anterselva e immaginare convintaMente di essere stati catapultati nella Terra di Mezzo; guardarsi attorno e vedere non solo gli Elfi e piccoli drappelli di orchi scatenati, ma anche gli Ent (non semplici abeti secolari) e perfino Gandalf il Mago; sarà Grigio, eppure la barba, nonostante il cielo plumbeo, permane addirittura candida.

Siete scettici, increduli? Anterselva di Sotto, Anterselva di Mezzo, Anterselva di Sopra. Non aggiungo altro, se non siete convinti, il problema, esistenziale, è solo e soltanto vostro. Peccato.

Liberi dal petrolio, dai nostri vizi sociali, dalle nostre innumerevoli manchevolezze, stupidità: crasse, anche in assenza di triumvirato.

Decidere infine di cambiare vita, non solo per una vacanza dall’esistenza, ma per trasferirsi in una malga o in rifugio nella mitica Valle Blu;

che forse esiste, o forse no: dipende.