L’invasione, della meraviglia

Arriveranno da tutto il mondo.

Ci invaderanno. A scanso di equivoci sovranisti e di pulsioni nazionaliste fuori tempo massimo, non si tratta dell’attacco militare di una ‘nazione’ nemica, o, peggio (per qualcuno), di poveracci migranti. In cerca di fortuna, almeno di una vita dignitosa.

Coltivare non il pollice verde e la flora, ma una sana, insopprimibile voglia di Roma.

Sognare di passeggiare per le sue strade – della Capitale – chiare e inconfondibili di giorno, contorte e misteriose dal crepuscolo in poi. Il segno del comando docet.

Sognare di incontrare non i fantasmi delle persone tumulate al cimitero degli Inglesi – anche, magari – ma una masnada di bari professionisti (evento casuale, quanto mai); stanno tornando a casa, per abbandonarsi a un rigenerante, meritato riposo. Se così posso compulsare.

Sognare di lasciarsi sequestrare dalla Città Eterna, tra il 7 marzo e il 6 luglio, sognare di imbattersi (intrupparsi, per essere più vicini agli autoctoni) in un arzillo vecchietto – molto energico e giovanile – conosciuto dai più con il nome di Michelangelo Merisi; fidarsi e affidarsi a lui, lasciarsi condurre nei meandri e negli anfratti più oscuri dell’urbe, ma dove un portentoso (miracoloso?) raggio di luce illumina sempre facce o situazioni memorabili.

Invasione, ribadisco senza tema di smentita: di capolavori da ogni dove del Pianeta, capolavori mai ammirati prima, capolavori che saranno ospitati a palazzo Barberini. Meriterebbe una capatina, anche se lo avete già visitato; più e più volte, come capitato al sottoscritto. Quisquilie, pinzillacchere.

Le religioni (Losing my religion?), la loro degenerazione, saranno certo una grave patologia umana; peggio, però, i moderni ultra arricchiti (i cui conti cifrati nei vari inferi fiscali superano di gran lunga molti pil nazionali) che credendosi onnipotenti per interposta pecunia – mai olet – riscrivono a proprio uso e consumo, non solo precetti secolari, ma ontologia e intenti del divino. Se credete loro, ‘problemacci’ vostri. Senza acredine.

Lo spazio è donna, spazio nel senso di cosmo. Religioni e cosmo, vi starete chiedendo, da quali nessi sono interconnessi? Chiedetelo al Merisi, lui sì, saprebbe rispondervi; del resto un impenitente di talento (non nello stesso ordine, non nella stessa scansione), che forse ai suoi tempi detestava la chiesa, o meglio, il potere ecclesiastico, ma ne era dipendente per le commissioni artistiche e poi per ottenere la riabilitazione sociale, avrebbe saputo, potuto discettare di tutto lo scibile umano, comprensibile e incomprensibile. Anche Samantha Harvey, vincitrice del premio Booker Prize (non per caso), potrebbe dirci qualcosa; e lo racconta bene, benissimo attraverso il suo romanzo Orbital, pubblicato per noi dai tipi della Nn: astronauti e cosmonaute di varie nazionalità e varie estrazioni sociali ed esperienze, in missione sulla Stazione spaziale internazionale, poco a poco, scoprono – o riscoprono? – di essere, forse a causa del moto orbitale e della distanza dalla Terra, elementi diversi di un unico popolo; non conquistatori, colonizzatori dell’universo, ma umani che vogliono proteggere la casa comune, fragile, eppure l’unica che abbiamo nel vuoto siderale.

Mercoledì delle ceneri e come diceva quello: “ricordati che devi morire” (cenere sei e cenere ritornerai); rispondeva il saggio: “mo’ me lo segno“. Forse, tra apocalittici integrati e pseudo guru del bengodi e della disgregazione sociale, attendiamo ancora gli equilibrati, meglio ancora gli equi – anche equini – senza eccessi.

Non sappiamo se Caravaggio stia tornando a casa, soprattutto, se ne abbia intenzione; la sua arte è semplicemente patrimonio dell’umanità, senza etichette né sigle.

Invasione totale, sì: di meraviglia.

Esotismo di provincia

Avvertenza fondamentale: non confondiamolo con l’erotismo.

Si possono abbinare – spesso e volentieri – sapendo però che sono elementi distinti. L’erotismo esotico, languido se prediligete, aiuta in giornate uggiose come questa, che preannunciano una nuova incursione del freddo invernale. Non una mia fola pruriginosa, ma un importante atteggiamento artistico, originato e sviluppato dal Romanticismo in poi. Eugene Delacroix è stato l’alfiere del fenomeno, se volessimo limitarci alla sola pittura, ma per ottenere fama da intenditori, potremmo citare Lord George Byron, poeta, dandy tormentato e tenebroso che incontrò la morte combattendo per l’indipendenza greca.

Cos’è mai, dunque, questo misterioso esotismo, frullatomi in ‘capa’ tra uno scroscio e l’altro, mentre la mazzetta – non quella impropria, come usa ora – dei quotidiani appena acquistati precipitava senza rete dentro una grigia pozzanghera? Il Pireo personale, la mia piccola luce guida, la mia stella polare restano ora e sempre il dizionario dei lemmi italiani e il suo ‘collega’, fondamentale, etimologico.

Fidandomi del fiuto Treccani, “ogni elemento forestiero che compaia nella letteratura o nell’arte“. CVD, come volevasi dimostrare (quod erat demonstrandum, per i non addetti). Adesione alle forme artistiche dell’Oriente e del Sud del mondo; più è lontano, più è affascinante, quindi esotico. La passione – mia personale, dall’atterraggio di Ufo Robot in poi – per il Paese del Sol Levante non si è mai sopita.

Come racconta Bruno Gambarotta, memoria storica della cultura e della Rai, Paolo Conte, raffinato chansonnier piemontese, pianista jazz per vocazione – e molto altro – , avvocato per circostanze esistenziali, vive circonfuso da “un meraviglioso esotismo di provincia“. Un esotico indigeno, autoctono, volendo fare gli intellettuali da bancarella rionale.

Meraviglioso, invidiabile in senso buono, auspicabile; per tutti.

Se dovessi concentrarmi, per quanto possibile, su qualcosa di esotico, penserei alla Garota de Ipanema, ragazza di Ipanema, Brasile, dalla bellezza irresistibile, in quanto tale e siffatta, ma anche grazie alla canzone celebrativa poeticamente composta per lei dal duo Antonio Carlos Jobim e dal poeta Vinicius de Moraes. Folgorante, ammaliante, ipnotica: la ballata, l’armonia muliebre divenuta canone estetico senza tempo. Forse in quel quartiere non si pescava bene, ma parole, musica, poesia erano a profusione, a disposizione di chi le sapeva e voleva cogliere e condividere.

Non trascurerei l’etimo: “exoticus“, dal greco “exotikos“, straniero – non Lo straniero di Albert Camus, non adesso – colui/lei che arriva da paese estero. O barbaro, come dicevano una volta. Anche se certi capi di stato e di governo ci stanno trascinando all’indietro alla velocità della luce, tanto che persino i nostri vicini di casa ci appaiono molto esotici, incomprensibili. Forse, un po’ è vero.

Sosteneva il filosofo, saggista, aforista romeno Emil Cioran che “l’impersonalità orientale – l’idea, cara alla pittura cinese, di dipingere una foresta «come la vedrebbero gli alberi»… In Occidente, pittura, filosofia, poesia: è sempre io, io, io“. Non so se avesse ragione, ma l’Occidente ridotto a area protetta riservata a monadi egoiste e senza fantasia comunitaria, più che una brutta distopia è un’amara realtà.

Adesso qualcuno riscopre il glocalismo, di cui discettava in anticipo sui tempi, la professoressa Rita Levi Montalcini, quando i governanti faticavano a comprendere perfino il globalismo (infatti, per non sbagliare, non hanno capito entrambi); siamo tutti centrali, siamo tutti, anche quando non lo sappiamo, provinciali.

Forse, un glocalismo moderno potrebbe essere una prima, sostenibile risposta concreta alle troppe questioni planetarie che ci assillano; forse, al termine della fiera delle vanità/inutilità letali, anche senza essere Paolo Conte (purtroppo), diventeremo tutti dei meravigliosi esseri esotici;

di provincia.

Dipingere il silenzio

Mio nonno Ermes lo ripeteva spesso – non proprio, considerando la sua loquacità parsimoniosa – : un bel tacer non fu mai scritto.

Se non avete mai udito – non un silenzio immane – ma il silenzio fuori ordinanza, eseguito in modo magistrale dal trombettista jazz Nini Celeste Rosso, è inutile compulsare vane parole. Le mie.

Silenzio in sala, si accende la magia – divina? – del teatro, della musica, del cinema.

Si fa presto a dire silenzio, ma ne esistono molti tipi, tutti mutano al cambiare degli esseri umani, come singoli o come collettività, comunità, popolo. Un silenzio può essere assordante, un silenzio può sembrare muto se noi stessi ci troviamo nelle condizioni mentali, psicologiche di recepirlo così.

La folla ferita che accompagnava il corpo martoriato di Jan Palach era muta di dolore, disperazione e rassegnazione o lanciava un umanissimo grido di rabbia, ribellione, vitale speranza verso il cielo della primavera di Praga?

Ancora, la gente italiana che celebrava le esequie pubbliche delle vittime del terrorismo, rosso e nero anche se Stendhal non c’entra (la sua illuminata ironia intellettuale farebbe comodo, oggi e sempre), era silenziosamente sconfitta o rinasceva rumorosamente dalle ceneri della violenza?

Insisto, sono tignoso, da anziano, invece di girovagare per cantieri, mi faccio spuntare le pigne in testa: negli ultimi 13 anni i nativi Guarani, Brasile, si sono suicidati con una frequenza venti volte maggiore rispetto alle popolazioni cittadine e triplicata rispetto al decennio precedente; per loro, il furto e la devastazione della terra è una tragedia, vera. “Noi indigeni siamo come le piante – diceva la signora Marta Guarani (tratto dall’articolo ‘Il suicidio dei Guarani – quando il divorzio tra uomo e natura incide sulla psiche’, traduzione di Valeria Guerrieri) – come possiamo vivere senza la nostra terra, senza il nostro suolo?“. Il loro silenzio è sinonimo di vita o di morte? Più definitivo di una denuncia, di una sentenza di colpevolezza.

Giacomo Leopardi, autore molto social, lo ha scritto nello Zibaldone: “Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore, dell’ira, della meraviglia, del timore“. Dello stupore al cospetto dell’infinito.

Sempre deambulando nel campo della poesia, la magnifica Alda Merini sosteneva che, grazie al silenzio, con il silenzio, era in grado di reperire il coraggio necessario per permettere al cuore di dire quello che mai il cuore sarebbe stato capace di comunicare.

Dunque, cos’è questo silenzio arcano, multiforme? Da dizionario, assenza di ogni forma di rumore, suono o voce. Eppure, secondo le persone più sagge, il silenzio non sarebbe l’opposto o la negazione della parola, del suono, ma il perfetto, necessario contesto nel quale gli stessi fioriscono, si delineano, trovano la loro precisa collocazione, l’identità.

Il silenzio, il silenzio del mare, il silenzio degli innocenti; quanto è presente nella cinematografia, nella letteratura, nella poesia, nell’arte, nella psicologia. L’Urlo di Munch o il Viandante sul mare di nebbia di Friedrich contengono suoni o immaginano realtà ‘afone’? Come avrebbe detto tempo fa uno bravo, ‘ai poster l’ardua sentenza‘. Se mi concentro sul dipinto, se esercito la forma più alta di astrazione e immedesimazione, non posso non udire le parole disperate, ma mute dell’uomo sconvolto dalla sua solitudine esistenziale, i suoni attutiti ma presenti della natura che circonda il viandante, fino a ridurlo a una piccola parte del tutto universale.

C’era chi da bambino sognava di dipingere il vento – uno a caso, Emilio Salgari – e chi, una volta adulto, è riuscito con immagini, parole, suoni a immortalare il silenzio, meglio, un aspetto simbolico di esso.

Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice“. Vorrei essere il postino di Neruda, recare questo messaggio a ognuno, in ogni dove:

forse riusciremmo a reimparare a vivere.

Competizione

Mentre ovunque trionfano ingiustizie e crudeltà, noi – oh, anime pie e sensibili – ‘correggiamo’ le fiabe, le riscriviamo (davvero siamo in grado?) in versione edulcorata e politicamente corretta. In attesa di essere sgozzati dagli stessi pargoletti che crediamo bisognosi di iper protezione, di iper rassicurazione.

Comunque, bando alle malinconie, se non siamo morti, siamo ancora vivi. Lapalisse è vivo, lotta e resiste insieme a noi. Forse. La competizione è globale e non prevede aiuto per chi è debole, o, peggio mi sento, per gli eventuali perdenti.

Quanto vorrei essere lo scrittore mozambicano Mia Couto, un autentico creatore di parole, mestiere più difficile ma più bello del mondo, un uomo capace di restituire una lingua, scritta e parlata, a chi non ne ha più; per scelta, più spesso perché qualcuno ha deciso di negargliela. Per impossessarsi della terra, del paese. Senza più una koinè culturale, in fretta svaniscono anche le speranze, anche i sogni. Non resta nessuna prospettiva: diventare schiavi, peggio, automi.

Come si chiede l’autore: la bellezza esiste o la creano i nostri occhi? Dunque, l’uomo può inventare un’altra, altre, realtà; alternative a questa, tremenda e crudele, profittevole solo per i pochi che possiedono già quasi tutto, tranne l’immaginazione, tranne – ancora per poco – le parole.

Dovremmo essere come Batman, con la consapevolezza di Frank Miller (“è molto più di uno psicopatico“), con la lucidità di Jeph Loeb (“sa che il bene può anche fare male“); ha giurato da ragazzino sulla tomba dei genitori che avrebbe liberato la sua città dal male e persegue questo obiettivo anche quando si rende conto che dopo ogni malvagio assicurato alla giustizia – quella fallace degli uomini, meglio di niente – il giorno successivo ne dovrà affrontare un altro. Eppure, nonostante le sofferenze, le sconfitte brucianti, è convinto ne valga la pena. Del resto, come sentenziano le persone sagge e colte, nulla riesce senza duro lavoro. Nemmeno compulsare poche, inutili righe.

In alternativa, potremmo aspirare all’emulazione dell’avvocato Vittorio Contrada, creato dalla fervida mente di Tullio Avoledo da Valvasone (Pordenone), avvocato che all’improvviso decide di cambiare marcia e segno alla propria vita: stop con il diritto societario, largo alle cause ambientali o comunque “eticamente valide“. Non si vive di solo successo economico. Una piccola comunità montana a rischio per colpa di una spregiudicata speculazione edilizia – fatto ormai consuetudinario – che potrebbe però rivelare quali grandi e occulti poteri si muovano dietro le quinte. Anche se “molto più pericolose sono piccole cose, come le idee“. Confermando quanto il Pianeta sia un formidabile impasto di “inquietudini e speranza“.

In fondo, come direbbe la cantautrice, poetessa e illustratrice romana Giulia Anania: “siamo tutti figli dello stesso smog“, per spiegare come, nonostante ormai a livello globale tutto ci spinga verso il cinismo e l’egoismo, in realtà l’orizzonte verso cui tendere si chiama multiculturalismo; “siamo tutti nati per amare, il tram è il mezzo pubblico che meglio ci rappresenta, l’umanità variegata si mescola a ogni brusca frenata“. Le sue rotaie sono quelle che ci conducono o ci consegnano all’amore, “sentimento che spaventa perché foriero di verità“.

Come una scrittrice solitaria – Virginia Woolf, Emily Dickinson, Dolores Prato, per citare un trittico ‘perfetto’ – in una stanza solo per sé, per i suoi pensieri, per le sue parole, affronta e vince la competizione; non quella economica, l’unica possibile per l’imperialismo neoliberista globale. Sul piano della guerra e dello sfruttamento, non esiste confronto possibile, né antidoto. La stessa democrazia, con il suo sistema di contrappesi tra poteri, langue ovunque.

L’unica speranza per la Terra, lo scrive il professore di teoretica all’università di Macerata, Roberto Mancini, “viene sostenuta dalle comunità interetniche e interculturali di persone comuni, di giovani di donne che danno vita a movimenti sociali e costruiscono risposte alla negazione dei diritti umani e degli equilibri della natura“.

In alternativa, attacchiamoci al tram.

Balsamo

L’amore può salvare, dice la catalana Mercedes Herrera a Edmond Dantes, in procinto di abbandonare la Francia. Forse per sempre.

Può redimere anche quelle persone la cui vita è stata sconvolta da ingiustizie, da inganni letali. Anche quegli uomini che, tenuti in vita solo dal divorante desiderio di vendetta, si sono scavati la fossa da soli.

Osservare il mare da una ripida scogliera, sfiorarsi le mani, confessarsi reciprocamente tutto quello che mai è stato rivelato in precedenza, mettendo a nudo la propria anima.

Imbattersi per caso in uno stato di grazia, diventare all’improvviso coscienti di sé – dei propri grandi limiti, delle piccole qualità – , incontrare una donna balsamo, una donna che riscatta dagli endemici errori e rende uomo.

Come Pedro Salinas, poeta, frequentare la poesia, incapace di crearla, amando una Donna oltre; al di là della gente, al di là della scrittura, oltre l’immagine, perfino oltre la persona stessa, “cessare di vivere“, per ritrovarla intatta, ritrovarla origine del mondo e dei sentimenti. Ritrovarla ‘perfetta’, quanto lo può essere un umano.

Passo a ‘cavallo della Pina’ ai piedi del Castello di Caneva che mi redarguisce con asprezza per la mia prolungata assenza; non riesco a inventare scuse plausibili. Incasso e proseguo, inseguito, spronato dai rimproveri.

Sogno di visitare la mostra dedicata a quel gran genio di Nikola Tesla – lasciate perdere le automobili e i miliardari fuori di senno – sogno di visitare Belgrado, terra vicina e al contempo aliena; mentre gli Alieni stanno alla larga da noi, con somma ragione, scruto ogni notte le stelle, astri morti ma bellissimi, e, imperterrito, li attendo.

Eredito una clamorosa fortuna, a mia insaputa, grazie a una anziana signora nipponica che – mistero assoluto – mi ha designato suo erede universale; attraverso un testamento colmo di clausole e paletti. Non sono un ninja, eppure entro in possesso di una ricchezza leggendaria: libri infiniti.

Turbato dal segno del comando, dalle civette, dai fantasmi, invoco l’aiuto di John Keats, su suo suggerimento ricorro alla fantasia a briglia sciolta, immagino meraviglie;

ma, come lui, giovane e letterato per sempre – lui, non il sottoscritto – passando in rassegna le vere bellezze dell’universo, mi accorgo di una verità:

sono egoista, senza di Te non respiro“.

Eterna presenza, sei il mio balsamo.

Passo nomade

Passo e chiudo, anzi: apro.

Mi apro: al mondo, alle persone.

Forse non sembra, eppure.

Passo, uno alla volta; un lungo, lunghissimo cammino comincia dal primo passo, “si dice così, no?”.

Procedo al passo, spero. Procedo verso il passo per attraversare ambienti, i più numerosi, i più vari. Per i pianeti, infiniti, dell’universo, mi sto attrezzando.

Avanzo, con passo nomade; altrimenti, mi bloccherei nell’inazione. Non sarebbe un segnale confortante, né per me, come essere umano, né per i miei simili. Auspicabilmente.

Caracollo nel parco vicino casa, noto numerose margherite, splendenti nella loro semplicità, ma invece di esultare, mi preoccupo: sono mai apparse, nel mondo prima, margherite a gennaio? Incespico su nodose, possenti radici di alberi frondosi, rifletto sulla faccenda.

Penso, incredibile ma vero – credo – che, lo scrive Telmo Pievani, Neanderthal vantava cugini orientali, scoperti analizzando il DNA di un mignolo ritrovato nella grotta Denisova – tennista dell’Europa orientale? – , in Siberia meridionale. Il primo dubbio, sciocco: anche all’epoca, impacchettavano e spedivano gli indesiderati della società a smerciare ghiaccioli in Siberia? Forse no, considerato che questi denisoviani erano cacciatori raccoglitori e la comunità aveva necessità di contare su tutti i singoli validi, soprattutto, energici.

Denti possenti, cervello grande come il nostro, pelle scura, faccia larga“, queste le loro peculiarità più evidenti; al momento, un mistero tutto il resto. Cominciando dall’origine e, in seguito, dalla repentina scomparsa, o estinzione, che compulsare si voglia.

Sugli enigmi che ancora avvolgono le varie specie umane apparse, ibridatesi, avvicendatesi sulla Terra, Silvana Condemi, paleontologa, e Francois Savatier, fisico e giornalista, hanno dato alle stampe per Bollati Boringhieri, un coinvolgente saggio, ‘L’enigma Denisova‘; nel quale, tra le altre questioni, ci raccontano che homo sapiens sviluppò “un forte adattamento agli amidi, mentre Neanderthal e Denisova erano più dipendenti dai grassi. Una delle tante piste da esplorare per capire perché la nostra sia l’unica specie umana oggi sul Pianeta“.

Un altro enigma, possiamo indicare questo uomo ‘nuovo’ come denisoviano (già presente 700mila anni fa, sopravvissuto almeno fino a 100mila anni fa), o si tratta di una semplificazione per noi non addetti ai lavori? La dottoressa Condemi non ha dubbi: “I giovani stanno cambiando, ma gli accademici anziani non accettano l’idea che la razza cinese sia una discendenza di Homo sapiens dall’Africa. Al massimo, concedono di essersi evoluti dal Sinantropo, origine degli Han dalla preistoria. Comunque, per noi il fossile all’origine di questa specie è cinese di Dali, dunque il nome scientifico del Denisova, una volta ottenuto il consenso della comunità scientifica internazionale, potrebbe essere Homo daliensis“.

L’aspetto più sorprendente e affascinante della scoperta è in realtà ciò che oggi molti temono: il meticciamento. Le specie più note e studiate hanno, per così dire, coperto per lungo tempo l’Homo daliensis; “eravamo troppo concentrati su Homo erectus, Homo heidelbergensis, Neanderthal, Homo sapiens, credendo che in Europa e in Asia il popolamento fosse stato asimmetrico e discontinuo“.

Ancora Condemi sottolinea che “queste popolazioni (asiatiche, ndr) vivevano in piccoli gruppi. Erano cacciatori raccoglitori, non produttori di cibo. Non potevano permettersi di perdere in confronti aggressivi un cacciatore o una donna in età riproduttiva. La nostra idea è che ci siano stati ibridi biculturali, la nostra convinzione è che la sopravvivenza richiedesse collaborazione culturale e genetica“.

Nulla da aggiungere, vostro onore.

Come canta Gill, benemerito Gianluca Gilletti, artista siculo, vero erede di Franco Battiato, “cerchi in uno stagno (cosa trovi?)”; senza arroganza, né presunzione di essere un dio, con passo nomade, deambulare sulle acque:

meraviglia e precarietà dell’umana ontologia.

Sognando California

Un sogno eterno, ammesso abbia senso, buono per tutte le generazioni e le stagioni.

Oltre le fiamme, oltre certi presidenti autoritari, stampella istituzionale dei riccastri, oltre le facili suggestioni delle canzonette. Non mettetele alle strette.

Sognare California, paradiso terrestre, della Libertà e del Libero Amore, del cambiamento – necessario, vitale – sognare un paradiso, per noi.

Ci hanno raccontato spesso che l’umano si è evoluto – mister Darwin, suppongo – perché la sua peculiarità più spiccata, la migliore (l’unica?) sia – stata? – la capacità di adattarsi alle mutevoli e cangianti circostanze; di sicuro, non la forza, probabilmente, non l’intelligenza. Considerando il lasso, non dei cowboys, l’arco temporale dalla pandemia in poi, lecito nutrire, più che mai, la sana arte del dubbio.

Arte dei più illuminati – pochi – arte dei più sensibili, arte di coloro che sanno scandagliare da diversi, originali, innovativi punti di vista le situazioni, l’essenza delle persone, della storie e della Storia, della vita.

Così, senza logica ferrea, senza interconnessioni razionali – o forse sì – improvvisamente, dal nulla, da una duna di sabbia, da una palma di un’oasi onirica, si materializzano (si percepiscono) abbagli che inducono a spogliarsi: spoglio, non di voti e giuramenti, spoglio dalle nostre pesanti maschere, dalle sovrastrutture che ci imprigionano, che ci condizionano, che ci rendono automi serventi, senza volontà né coscienza.

Così, all’improvviso, eteree emozioni mi fanno accostare il nuovo film di Roberto Andò, il nuovo disco dei Baustelle, il ritorno dopo mezzo secolo del disco volante di Ufo Robot. Sono pazzo, lo so, ma non vorrei concludere la frase con il blues partenopeo di Pino Daniele.

Non potrei immaginare operazione cinematografica più rischiosa del raccontare il Risorgimento, la spedizione dei Mille salpati da Quarto e degli ideali che animavano davvero alcuni di quei protagonisti; Roberto Andò si affida per la scrittura a sé stesso, a Ugo Chiti e Massimo Gaudioso e sullo schermo all’ormai collaudato trio Toni Servillo, Salvo Ficarra e Valentino Picone. Compulsato doverosamente e con ammirazione sugli sguardi penetranti e intensissimi di Servillo e sulla ormai acclarata bravura della coppia sicula Ficarra/Picone, mi astengo dal dichiarare riuscita l’impresa. Non sono degno. Nemmeno troppo velatamente, il regista rende omaggio alla Grande Guerra di Monicelli, per delineare una porzione di Storia patria con accenti e sfumature lontane dall’iconografia classica (o attuale), a parte il Garibaldi arruffa popolo, ma non troppo umano, con poncho e cavallo bianco, nemmeno fosse lo spot Vidal. In certi dialoghi, si coglie una critica feroce nei confronti dell’oggi, delle logiche politiche e sociali che hanno ridotto questo paese a vassallo dei ‘potenti’, nella flebile speranza finale che, prima o poi, la comunità possa, voglia, sappia ridestarsi dall’abbaglio.

Anche i Baustelle, ,trimurti’ toscana dei ‘lavori in corso’, composta da Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, ritrovano voce, suoni e colori dopo due anni: per ‘spogliarsi’ delle brutture del presente, per perseguire rinascita e ribellione, per spezzare una volta e per sempre le pesanti, invisibili catene che ci legano a una modernità conformista, triste, deludente però letale. Per ritrovare quella creatività, quella energia che ci faceva sognare la California, l’Italia, il mondo intero affrancati finalmente dal tossico vuoto contemporaneo. Per vivere liberi, in armonia, in pace comunitaria.

Infine, Ufo Robot. Dopo quasi 50 anni, solcherà di nuovo i nostri cieli e tornerà ad essere la nostra ‘sentinella nel blù’. Archiviata la pessima manovra di marketing e riposizionamento orchestrata e gestita dagli arabi sauditi – stupisce che Go Nagai abbia fornito assenso e supervisione – Duke Fleed riabbraccerà i suoi amici terrestri e rinvigorirà quel legame affettivo e valoriale indissolubile di un tempo lontano. Sempre su Mamma Rai, sempre tra ‘capoccioni e operai’. Non sono ancora noti i particolari sulla messa in onda, ma Goldrake – perdonatemi l’euforia e l’esagerazione – è come il greco e il latino, come il liceo classico: gli sciocchi dicono che non serve a niente, i saggi sanno che contiene l’universo e i suoi meravigliosi meccanismi.

Come sostiene la dottissima scrittrice Andrea Marcolongo, “la cultura classica è l’unico antidoto contro la velocità e la superficialità della nostra epoca“;

senza dimenticare il sogno, tutti in California – ovunque – arrivano da qualche altra parte.

L’inganno dei Maestri (amara ironia)

Mentre il mondo brucia, noi accendiamo fuochi e ci illudiamo di salvarci.

Altro che diabolico complotto del dottor Fu Manchu (Peter Sellers, sempre cara mi fu questa pantera… rosa). Bagatelle tra educande, senza doppi sensi.

Crediamo che le mutazioni climatiche quasi irreversibili siano solo un astuto piano delle eminenze grigie per asservirci e impoverirci totalmente, quando accade l’esatto contrario, sotto i nostri occhi.

Saranno i mega fanta miliardari, coloro che arraffano patrimoni superiori a quasi tutti i bilanci dei vari paesi, a risolvere i problemi dell’umanità e della Terra; con i loro super poteri e con le loro super natiche. Senz’altro.

Un solo dato – tanto, chi ci crede? : 81 milioni di persone (persone?) lasciano sul Pianeta una impronta ecologica pari a quella di 4 miliardi e mezzo di sventurati. Ma sono solo fole.

Dal fatidico 1970 a oggi, le popolazioni di vertebrati sono calate del 60%; un milione (Marco Polo e Rustichello da Pisa non c’entrano, per la cronaca) di specie animali e vegetali è a rischio di estinzioni e poi non servirà l’intelligenza artificiale o qualche stupido algoritmo; due terzi degli uccelli al mondo sono polli (!); il 96% della biomassa dei mammiferi terrestri sono uomini (ominicchi) o animali allevati dall’uomo (mucche, maiali, capre, pecore). In teoria, per il sostentamento, nella laida pratica, per il profitto.

Che mai deve fermarsi, deve continuare imperterrito a fagocitare vite e risorse, senza pensare mai, nemmeno per sbaglio o per un attimo, al più piccolo risvolto etico.

Siamo occidentali, nordici, liberisti e siamo superiori. A chi, non è dato sapere, né è lecito chiedersi a quale disumana gara siamo iscritti.

Tutto questo e molto altro, molto di più ci racconta con dovizia di immagini e lucide parole Roberto Grossi, architetto e fumettista, attraverso “La grande rimozione” (per i tipi della Coconino Press); “Non riusciamo più a renderci conto della realtà“. L’autore sa collegare i puntini invisibili, come in quel giochino della Settimana Enigmistica; torna al macabro G8 di Genova (luglio 2001) quando devastazioni e uccisione di Carlo Giuliani furono eventi luttuosi, però in grado di riaccendere la coscienza civile e la voglia di lottare dell’opinione pubblica, dei popoli. “Ora al potere (come in un pessimo romanzo distopico, ndr) ci sono praticamente le stesse persone che nel 2001 hanno represso brutalmente i movimenti No Global, quando la gente chiedeva di invertire la rotta del liberismo che ci avrebbe portati alla catastrofe. La risposta è stata: vi massacriamo e tiriamo dritti. Al tempo lo hanno detto ‘solo’ a dei manifestanti, ora lo dicono sfacciatamente a tutto il mondo. E’ necessaria una rivoluzione culturale e per ottenerla servono sicuramente il confronto e il conflitto“.

Chico Mendes docet.

L’ecologismo senza lotta di classe è giardinaggio“, disse senza fronzoli e senza retorica, il lavoratore, sindacalista e attivista ambientalista brasiliano. Sembra di udire nel vento la canzone dei Nomadi a lui dedicata:

… “Ma lunga sarà la strada e tanti gli alberi abbattuti
Prima che l’idea trionfi senza che nessuno muoia
Forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme
Speriamo che quel giorno ci siano ancora
.

Se quel giorno arriverà, ricordati di un amico
Morto per gli indios e la foresta, ricordati di Chico
Se quel giorno arriverà, ricordati di un amico
Morto per gli indios e la foresta, ricordati di Chico
” …

Ci trastulliamo nel trionfo del nulla, però la Contea dei Sogni, Hollywoodland, e la Città degli Angeli, ardono come pire sacrificali;

i fiammiferi criminali siamo noi, ansiosi di tornare cenere – senza arabe fenici – quanto prima.

L’inaspettato

La prima, grande sorpresa è la vita stessa, universale.

La seconda, l’etimo; o meglio, non trovare ‘inaspettato’ tra i vocaboli, quindi, restare inebetito.

La terza, ragionare: intanto, per l’attività intellettuale in sé; poi, per essere riuscito a comprendere che forse sarebbe stato meglio rintracciare il lemma ‘aspettare’. L’etimo funziona sempre. Se capisci come usarlo, se capisci le sue infinite potenzialità.

Evento non previsto: oppure un incontro sorprendente, perché non osavi nemmeno sognare di imbatterti in quella persona; ancora, non immaginavi con il tuo cervelletto metodico e limitato che la persona specifica volesse rivolgerti inusitate e tenere attenzioni. Un incanto, una benedizione.

Sui cavi della luce, due colombi, fendendo la nebbia e la polvere dei giorni, si posano all’improvviso e tubano; indifferenti agli affanni degli umani. Inaspettato, commovente.

Guardarli trasognato, stare rivolto verso di loro, come non esistesse altro, come se al mondo non ci fosse, almeno in quell’attimo eterno, qualcosa di più importante, più bello. più simbolico.

Ad spicere, per gli studiati, gli accadi (da quale reminiscenza balzano fuori?), gli accademici; osservare frequentemente, attentamente. Potremmo agire diversamente? Distratti, inconcludenti, abbandoniamo indolenti le nostre esistenze al flusso, ai flutti dell’irrealtà, ci crogioliamo nella frenetica non esistenza.

Attendo pazientemente senza accennare qualsivoglia movimento, sarebbe inopportuno, soprattutto inutile; al cospetto della perfezione potrei solo recare – arrecare – incomodo, deturpare.

I miei piccoli occhi mortali, il mio sguardo sono fissi su di loro, ipnotizzati (le mie pupille, non i volatili), quasi aspettassero altre meraviglie, altri consigli, rivelazioni arcane, ultime.

Improvvisamente, sono catapultato, anima e corpo, in una sequenza senza inizio né fine, di opere del maestro nipponico Yoshitaka Amano, da Shizuoka. Disorientato, mi arrendo. Deambulo insieme a Pinocchio, agli stravaganti personaggi di Yattaman, ammiro da vicino ma senza intervenire (non sono in grado) le acrobatiche evoluzioni di Hurricane Polimar; vago lieto tra illustrazioni di libri e visionarie scenografie teatrali, dissimulando sorpresa e lieve turbamento per la possibilità di toccare con mano i protagonisti di graphic novels e videogiochi, quali Vampire Hunter D e Final Fantasy, transitando per i set patinati di Vogue e per i creativi, caotici corridoi della DC Comics; plano, infine, nelle gallerie d’arte del globo e mi inebrio con i tratti fantasy ed eterei di questo ‘mostro’ che da mezzo secolo ha contribuito a formare le nostre fantasie, la nostra più scapestrata immaginazione. Inaspettato.

Non mi sono allontanato da qui, sto ancora ammirando i colombi sul filo, mentre io, probabilmente, l’ho smarrito.

Del resto, anche l’esecuzione di una armoniosa, grande sinfonia prevede battute d’aspetto.

Risciacquare i panni in Adige

Principiare lo novello anno risciacquando – immaginifico – i panni in Adige.

Chiare fresche dolci acque – fresche, di sicuro – ove pose le belle membra colei che sola a me par donna; e anche noi, modesti mortali, non resistiamo immuni.

Colosseo o Arena, codesto il dilemma che dilania l’anima mia, la mente, il corpo. Non smarrisco né la via (quale?), né l’appetito, in particolare, per tale e quale rovello. Anche perchè l’Arena vanta più antichità e spettacoli non solo guerreschi, ma musicali, rispetto alla capitolina struttura gemella, grazie ad una acustica tra le migliori del mondo, di tutti i tempi. Conosciuti, trascorsi.

Deambulare senza fretta, senza meta, sul Ponte di Pietra, orientarsi verso la funicolare urbana e lasciarsi trasbordare a Castello San Pietro. Ammirare la città degli Scaligeri dall’alto, osservando le fortificazioni antiche, ignorando l’aria fredda e umida; scorgere l’ansa a gomito dell’ Adige, la struttura cittadina, teatro architettonico per le vicende dei Montecchi e dei Capuleti. Messer Guglielmo l’Albionico mi perdonerà se manco del suo genio, ma so riconoscerlo.

Urbe medioevale, nella quale abbandonarsi alle fantasie e alle illusioni più liete e piacevoli, scansando la folle folla, belluina e vacanziera; urbe contemporanea da evitare o migliorare, come i tempi moderni (Charlie Chaplin); se si vuole, se si può.

Pellegrinaggio, per così compulsare, alla Basilica di San Zeno (Zenone), antico monastero benedettino, forse foriero di miracoli, certo d’incanto e meraviglie. Anche a chi non interessa il culto religioso, chiesa romanica che mozza il fiato, non solo per il gelido gennaio. Si parte dal chiostro, luogo di vera serenità, luogo di meditazione trascendentale. Una necessaria sospensione dalla mondanità.

Si prosegue in chiesa, quasi senza rendersene conto, edificio su tre livelli – chiesa plebana, cripta, chiesa presbiteriale – si incontrano, a caso per i profani come me, un celebre trittico di Andra Mantegna, colui che “scolpì in pittura“, non pizza alla pala, ma pala di San Zeno; le formelle bronzee del portale, uniche e preziose; la Ruota della Fortuna, non oscena trasmissione tv, ma ampio, meraviglioso rosone. Per scorgere l’umano consesso virato con i toni di un arcobaleno.

L’ampia piazza,  ove sgambettano  spensierati e sorridenti bambini e quadrupedi,  completa un momento di rara gioia.

Ci si congeda con una leggera mestizia, consapevoli di essere stati cittadini privilegiati di una terra onirica, consapevoli che, lo scrisse sempre Guglielmo, “chi è bandito da qui è bandito dal mondo, e l’esilio dal mondo è la morte“.