Staffetta

Il male è potente, ma non prevarrà.

Soprattutto se, passandomi il testimone, – mentre sono in attesa sotto un salice piangente sulla riva del fiume Noncello – qualcuno non mi contagerà anche con l’odio.

Resterebbe da stabilire se sia più potente l’energia negativa, o il suo contraltare positivo, ma è una di quelle questioni sempre in bilico. Dirimente, decisiva.

Sono scomparsi i faraoni egizi, gli imperatori cinesi, i grandi capi dei Nativi d’America; scomparse, obliate le loro imprese, andati in rovina e disgregati i monumenti che ne celebravano la (presunta) grandezza e superiorità; nulla è rimasto, dissolti, come l’arroganza, la vanagloria.

Dove non sono mai stato, là sono: con l’immaginazione, con la fantasia, con la speranza che: prima o poi… Con i sogni, con i voli pindarici che così scombinati non sono, con la volontà di scoprire, riscoprire, condividere. Perché se non io sono là insieme, semplicemente, non sono.

Non farò da porta, né da sentiero, né da messo latore dell’odio: non mi interessa, non adoro il male, non reputo la morte un epilogo, solo una fase intermedia.

Vorrei che il mio amore fosse come quello di Rossella Casini, vorrei fosse coriaceo come il suo, vorrei esserne capace e degno. Oltre i riti, oltre gli inutili simboli di falso onore, oltre ogni finto potere generato dalla violenza, sinonimo di sconfitta: umana, culturale, sociale. Vorrei conoscere il suo coraggio, le sue parole, i suoi gesti che hanno annientato il male: con uno sguardo timido, con un sorriso lieve, con dei capelli arruffati.

Vorrei che l’amore – qualunque forma, qualunque aspetto, qualunque contenuto abbia – fosse come il testimone di una gara olimpica di staffetta mista; se inciampassi, se accusassi crampi, difficoltà, debolezze, sarei tranquillo perché il testimone passerebbe nelle tue mani preziose e arriverebbe al traguardo.

In attesa di quello successivo:

più impegnativo, più bello, sempre più nostro.

Fragmenta vitae (Virginia in the garden)

Se potessi, se solo potessi, se sapessi, mi rinchiuderei nel giardino segreto di Virginia – forse era una stanza? fa lo stesso – e ci proverei;

anzi, scriverei la storia di Goldrake. Completa, alfa e omega, dall’inizio alla fine, durerebbe tutta la vita, la mia, all’infinito: la sua.

Purtroppo, non sono in grado, ma so sognare, volo come Pindaro – senza offesa per Icaro, ma non mi sembra affidabile – so librarmi grazie ai pannelli solari della fantasia, fantasmagorica e compendiaria di tutti i colori del mondo. Sperando che qualcuno non me ne dica di tutti i colori, facendomi trascorrere la notte in bianco, nero per la rabbia e la delusione.

Sarei spesso in bolletta, al verde, ma saprei scrivere e non solo compulsare sciocchezze on line; continuerei a non avere sangue blu, ma frequenterei ogni giorno il principe di Fleed (o è il Duca?); niente verde invidia, solo speranza, chiara e luminosa, come al solito, niente pollice verde, ma pollice ottimista, per propensione e natura.

Fragmenta vitae, frammenti di vita, neppure avrebbero necessità di chiarimento; la portata dell’espressione e la sua potenza evocativa sono fortissime. Comunque, da patito perso dell’etimo: frammento, stessa radice di fragile, frangere. Già solo questo innesca pensieri e parole. Pezzo di cosa rotta, pezzo conservato di un’opera, libro, scrittura e simili, di cui risultino perdute – nel tempo, trafugate, distrutte dall’incuria o dall’ingordigia pecuniaria – le altre parti.

Sulla vita e sulla sua derivazione, potremmo accuratamente compilare addirittura tomi di una novella enciclopedia; escludendo, magari, un giro: vita. Stato di attività di sostanza organizzata, laonde per cui, animali e piante si somigliano molto più di quanto possano (o non possano) credere certi bipedi imbarazzanti; forza e anima sono sinonimi di vita, anche se troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Il tempo, nel senso di durata (che dura), che si vive è, molto più semplicemente, la nostra vita; il racconto che potrei/vorrei congegnare per voi della vita, magari non la mia – di scarso o nullo interesse – sarebbe grecamente definito una biografia. Considerando però quanto siano colme le librerie e i social, mi asterrei, se non altro per pudore e rispetto. Nei vostri confronti e in quelli della Vita.

La maniera o il modo di vivere sono le opere, le azioni sostanziali con le quali descriviamo peculiarmente le nostre vite terrene. Se poi, qualche volta, ci riuscisse di compiere piccole imprese, umane, saremmo quasi certi di essere protagonisti di una vita degna, nel rispetto dei nostri simili e del Creato, o, se preferite, della Natura madre.

Potrei continuare, potrei dilungarmi, non rappresenta quello che voglio. La cui erba pare non cresca nemmeno nel giardino – in the garden, per restare in tema – dei reali, mentre la gramigna non risulta altrettanto schifiltosa.

Vita mia, locuzione finale rivolta alla Donna del giorno, costrutto verbale che racchiude, o tenta goffamente di farlo, tutto l’amore verso questa persona che rende la vita un universo meraviglioso e sorprendente;

come direbbero correttamente i creativi e immaginifici siculi:

sciatu meu, mio respiro.

Vuoto (creAttivo?)

Un vuoto di paglia.

O forse no?

Un vuoto creativo, ma non sono in grado di compulsare sui massimi sistemi.

Mi sento vuoto, spero non a perdere, ma non è scritto sia un male.

Vuoto filosofico o vuoto fisico? Saperlo non sarebbe male, come punto – filosofico e fisico – di partenza. Verso dove?

Avverto la stessa radice di vaacus, vuoto, concavo; però, come diceva qualcuno, un po’ più titolato e colmo di talenti di me, il vantaggio è che posso contenere moltitudini. Ammesso le sappia interpretare, poi. Una difficoltà alla volta.

In realtà, prestando fede assoluta al sacro tomo dell’etimo, risulta sfizioso e assai divertente apprendere, oltre alla palese derivazione latina (davvero?), quelle dal serenissimo veneziano e dal magnifico mecenatismo senese. Altrettanto balocchevole leggere quanto una voce così breve, abbia innescato una dotta tenzone tra sapienti – e sapientoni – per rintracciare il vero e giusto capostipite dell’etimo in questione.

Carri, granai e casse – del tesoro – sono vuoti e tristi, resta la speranza di colmarli con le appropriate, gustose sostanze; materialisti va bene, siamo materia anche noi, magari labile e transeunte, ma ogni tanto cimentarsi, raffazzonare, non alla carlona, qualche discorso sostanzioso non farebbe male, né a noi, noi all’umanità. Tutta.

Sacco vuoto non sta in piedi, ma pieno di deliziose, croccanti, dorate (non d’oro) patate si regge alla grande, diventa una meraviglia, della natura e oltre. Ne converrete.

Vorrei essere un minuscolo insetto, curioso, capace di volare nella sala stampa vaticana, sorvolando il Conclave e i convocati, ignorando scientemente segreti inconfessabili e miasmi; mi piacerebbe assistere in segreto al dialogo tra Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la Vita, e Guido Tonelli, fisico tra i più noti al mondo, anche perché ha incidentalmente contribuito alla scoperta del bosone di Higgs (no eggs). Solo per compulsarlo, mi si sono attorcigliate le dita e i rarissimi neuroni funzionanti.

A chi verrebbe in mente che il famosissimo Big Bang – anche senza diretta on line – è una metamorfosi del vuoto? Con grande sorpresa mia personale, di piccolo uomo insignificante, apprendo che la cosmologia e la teologia si intersecano, si abbracciano e il loro rapporto, dialogo se preferite, è molto stretto, fittissimo, produttivo. Si rincorrono, si abbracciano.

Credere o non credere alla creazione non è importante, perché da un osservatorio teologico o scientifico l’uomo rimane un essere minuscolo al cospetto dell’Universo e questo accresce la sua responsabilità nei confronti della Terra: siamo ospiti, non padroni assoluti, non predatori totali.

Tonelli chiama il tutto Natura, Paglia Creato, eppure le conclusioni sono complementari; “Il vuoto non è il nulla. E’ uno stato materiale che ribolle di possibilità“; “E’ un umanesimo planetario. L’uomo scopre la fraternità che lo lega alla polvere, al fango, alle montagne. Tutto è fratello e sorella“.

Meglio un momentaneo vuoto – lapsus? – di memoria che un vuoto d’aria, magari quando viaggi a bordo di un aereo o stai pedalando (le due attività possono essere connesse);

tutto risulta migliore e financo auspicabile, tranne essere una testa vuota.

Al limite, una testa d’uovo.

25 80 (1945/2025, ora e sempre)

Sono nato il 25 Aprile di 80 anni fa.

Vulgata sostiene che da adulti non sia possibile rammentare gli eventi dei primi tre anni di vita, ma non è vero; per me, almeno.

Rammento il momento esatto, preciso, quando vidi la luce, quando emisi il primo di tanti vagiti.

Come scrisse Giuseppe Ungaretti, pensando ai caduti per la Resistenza: “Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce perché tutti li avessero aperti alla luce per sempre“.

Forse per questo tento di dormire a occhi spalancati, come consigliava il buon Cerini (è un’altra storia, eppure, sempre la Storia).

Nonostante l’età, resto ingenuo, vorrei essere saggio e profondo come i detenuti di San Vittore; loro sì sanno cosa conti davvero, quali siano i valori universali, quali le parole giuste per esprimerli:

L’indifferenza è ciò che più ferisce. Da Ponzio Pilato che se ne lavò le mani, la storia è costellata di morti e sofferenza a causa di questo atteggiamento e tutti ne siamo vittime e carnefici. Se non comprendiamo e ricordiamo, non possiamo evitare gli stessi errori e così la storia si ripete“.

Indifferenza trasuda dalle mura di questo carcere, dove sono miriadi le storie di persone abbandonate, dimenticate, nella solitudine di tragedie personali a cui molto spesso chi è fuori da tutto questo è indifferente“.

Il veleno della società è l’indifferenza, il frutto del pregiudizio, siamo abituati a vedere una persona a terra e a calpestarla piuttosto che tenderle la mano, criticare le scelte di una persona piuttosto che ascoltarla, emarginare una classe sociale per i suoi usi e costumi piuttosto che comprenderli, giudicare l’etnia, l’orientamento sessuale o il credo religioso. Cosa faresti se fossi tu a essere emarginato? A causa del pregiudizio, per non essere schiacciati dalla responsabilità, si preferisce essere indifferenti“.

Sono sciocco, eravamo giovani, forse inesperti della libertà, ma ci siamo ridotti, abbiamo permesso che ci riducessero a monadi indifferenti, egoiste, facili da controllare e asservire al potere (presunto, come sempre nella storia della varia umanità).

Dovremmo uscire nelle piazze, incontrarci, dialogare; viviamo tempi orribili e confusi (“di transizione“, dicono quelli bravi, ma non sanno spiegare verso cosa; lo temiamo). La tentazione umana, ma fallace – l’abbiamo esperita migliaia di volte nel percorso multi millenario – è sempre la medesima: affidarsi a un capo solitario, carismatico, autoritario, consegnarsi acriticamente a una ideologia semplicistica e salvifica. Non funziona così, non ha mai funzionato, né funzionerà mai, nemmeno con l’IA.

Dovremmo pensare a cosa ci ha uniti: l’antifascismo, nella resistenza in un nuovo Aventino, nella lotta di liberazione dal giogo nazifascista; integerrimi, coriacei, nonostante convinzioni politiche e provenienze eterogenee, le più diverse e disparate. Anche disperate, talvolta, ma inscalfibili.

Dovremmo istituzionalizzare l’ora quotidiana di gioia repubblicana;

per sentirci di nuovo popolo, per edificare convinti il domani.

Oggi.

Monarca

Contrario alla monarchia, per indole (la mia), preoccupato per il rischio estinzione delle Monarca in California. Monarca con le ali, nel senso delle farfalle.

Si incrementano, però, in Messico; non so se costituisca un segnale buono, resta l’allarme. Da tempo sappiamo che la sparizione degli insetti causerebbe l’immediato annichilimento della Natura: a titolo di cronaca, l’umano, elemento trascurabile, ma calamitoso, ne fa parte.

Essere un marinaio somalo migrante e subire le angherie disumane del razzismo, quando ormai l’imperialismo aveva stonato il suo canto di decesso; oggi, non potrebbe accadere. Intendo, la morte dell’imperialismo. Migrare per garantirsi una esistenza migliore, per la propria progenie e anche per sé, e accorgersi che i presunti, cosiddetti paesi civili e democratici, oltre la sottilissima, debolissima patina di rispettabilità, campano lucrando su soprusi, diseguaglianza, sfruttamento, prosperano rispettando una sola legge non scritta: la legge della giungla (non il libro, purtroppo).

La giungla, meglio, le foreste: dal 1990 a oggi, in soli 35 anni, ne abbiamo distrutti 420 milioni di ettari, 14 volte l’Italia, in nome dell’orrido feticcio nominato deforestazione a scopo di lucro. Eppure, il restauro ecologico o restauro della Natura, di cui abbiamo necessità per sopravvivere, per vivere, sarebbe conveniente anche economicamente; ogni dollaro investito – altro che dazi e catorci a quattro ruote – genera ritorno da 1,7 fino 30 volte maggiore, rispetto alla cifra di partenza. Altro che spese folli da integralisti dell’ambiente: strano nessuno chieda mai conto di quanto ci costino, in tutti i termini, guerre, armamenti, schiavitù da idrocarburi, consumo sconsiderato del suolo e del mare. A proposito, le plastiche e ancora di più, le letali microplastiche, lo stanno assassinando.

Eppure, lo certifica, numeri reali e scientifici alla mano, il biologo e ora divulgatore Roberto Danovaro – autore di ‘Restaurare la natura‘, per i tipi di Edizioni Ambiente – che parla senza paura “di più grande sfida del secolo; la soluzione esiste, si chiama restauro ecologico della natura. Siamo attardati, ma ancora in tempo. L’Assemblea delle Nazioni Unite e l’Unione europea, nonostante gli intralci delle solite lobbies in difesa degli interessi dei famigerati, hanno varato legislazioni in difesa e attuazione di questo progetto; ma gli obiettivi non si raggiungeranno senza l’adesione convinta di tutti“.

Compresi, ad esempio, quegli agricoltori che invasero Bruxelles con i loro trattori circa un anno fa, per protestare e per bloccare provvedimenti buoni e giusti; imbeccati male, non consapevoli che ormai il 75 per cento di tutti gli ecosistemi terrestri è stato degradato o profondamente alterato dalle mani avide e dissennate dell’uomo. E le cose stanno procedendo in peggio rispetto a quanto previsto 10, o solo 5 anni fa.

Vorrei avessimo la coscienza dei pipistrelli, accusati ingiustamente di essere i propagatori del covid. Chiara Valerio ci informa che dopo mezzo secolo, riappare nelle librerie mondiali (quindi, anche nelle nostre), il saggio di Thomas Nagel, Com’è essere un pipistrello?, a proposito della coscienza. Si e ci interroga ancora sulla vexata qaestio, indaga ancora su cosa sia la coscienza e su chi ne sia fornito, su cosa sia o riteniamo ‘alieno’, su quale sia l’esatta definizione, ammesso esista e sia possibile, l’essere umano. Perché, dunque, il pipistrello come pietra di paragone? Perché no, concludo io; anche da antico ammiratore di Batman.

Non vorrei – o meglio, sì, una volta compiuto il restauro della Natura – che ci tramutassimo tutti in farfalle monarca: le più longeve vivono, al massimo, un anno. Egoisticamente, per pararci, salvarci – esprimendoci in linguaggio forbito – le terga (chiappe) abbraccio gli alberi, l’ecologia. Radical chic, come dicono quelli che si illudono di essere bravi, ma per propagare l’umanità.

Cantavano i Nomadi, in omaggio a Chico Mendes, sindacalista e attivista ecologico brasiliano:

Ma salvare le foreste vuol dire salvare l’uomo, Perché l’uomo non può vivere tra acciaio e cemento. Non ci sarà mai pace, mai vero amore, Finché l’uomo non imparerà a rispettare la vita“.

Anche la giustizia sociale, ringrazierà.

La luce verde

Dovrei, forse, appellarmi alla teoria dei colori: per ottenere aiuto, per salvarmi, per capire. Me stesso e anche la teoria, compresa la pratica. Auspicabile.

La ruota cromatica di Goethe, Wolfgang, sarebbe utile; sembra un agile volante, volano, una ruota di carro – non certo, purtroppo, quella pizza deliziosa che sanno fare in Costiera amalfitana – che potrebbe condurmi, trasportarmi nel mondo immaginario partorito dalla mia fantasia. O qualcosa del genere.

Luce, ne abbiamo bisogno. Tutti, sempre di più. Non quella artificiale, ma naturale, vera, che illumini le menti (asfittiche) e perfino le anime; le nostre animacce nere, non ancora completamente dannate.

Green Lantern era un supereroe, almeno quando ero un bambino, troppe ere fa. Era, ero, ere: mi sto perdendo, la bussola o il lume della ragione, per ancorarmi al tema. Da adulto ho scoperto che in realtà Lanterna Verde era un nome collettivo, gli eroi erano – sono? – plurimi, appartenevano a un corpo di polizia spaziale con l’incarico di mantenere l’ordine (oggi, mi e vi chiederei: quale?) nell’Universo e di proteggerlo da eventuali minacce; del resto, qualcuno che si monti la testa – pratica complicata, ritengo – e che si creda padrone del mondo è sempre comparso, prima o poi, all’orizzonte. Saga a fumetti ideata e pubblicata dai tipi della statunitense DC Marvel, durante la leggendaria Golden Age – per noi ignoranti, Età dell’Oro – delle nuvole parlanti. Non parlano, le nuvole?

Saggio, Goethe, ma anche la sua Ruota cromatica (nel senso, è il titolo di un saggio: scientifico). Risalente al 1810, non ero ancora nato, credo, ma a Tubinga pubblicavano lo stesso innumerevoli tomi impegnativi, impegnati. Per recuperare il filo, non di Arianna, ma del mio scombinato discorso, riflessione, delirio, potrei aggiungere in punta di piedi che lo scrittore e poeta teutonico affida alle stampe una teoria cromatica in totale antitesi rispetto a quella di Newton. Non è la luce bianca a scaturire dalla sovrapposizione dei colori, ma l’esatto contrario. I colori primari non esistono, sempre per Wolfgang, ma vengono generati dall’offuscamento della luce o nell’interazione di questa con l’oscurità.

Teoria affascinante che attribuisce pari valore e importanza a luce e tenebra, a patto che non pretendiate che sia io a illustrarla ai posteri.

Tra le Lanterne Verdi e la Ruota di Colori riesco sempre a complicarmi il quotidiano, traballante incedere sulla crosta terrestre, ma ricavarsi sentieri – visibili o invisibili, tattili o evanescenti – non mi appare semplice, semplicistico.

Vorrei emulare Wolfango, consapevole – issimo, nel senso di: consapevolissimo (si potrà scrivere?) – della sua abilità poetica e letteraria, eppure convinto di essere superiore a Newton, certo che le sue conoscenze scientifiche all’avanguardia nascessero dalla sua produzione poetica e non viceversa. Fantastico.

Da profano, scavando nella miniera di gemme dell’etimo, indagando sul colore, scopro che colorem (latino), affine al sanscrito kalanka (macchia) e kala (nero), è solo una parte della derivazione: colors in provenzale, color in spagnolo, cor in portoghese; in greco kelis (macchia, non Macchia Nera), kelainos nero, oscuro, kelidoo macchiare, koleos fodera, senza tralasciare chroma, colore in senso stretto. Tutto questo elenco vorticoso, vertiginoso mi spinge a credere quanto ogni parola, ogni singolo termine, sia interconnesso agli altri, anche i più lontani e per noi astrusi. Aveva ragione Goethe, la scienza nasce dalla poesia. Le parole, meravigliose, sono davvero l’unica creazione, dall’alfa all’omega, umana.

Per dirimere dubbi, eventuali, ma anche per passione, cerco luce, in ogni senso: lux, in latino. Luz in provenzale, spagnolo e portoghese. La virtù che emana dal Sole, dalle stelle, dal fuoco e ci rende visibili gli oggetti; luce è ciò che illumina, mentre lume è lo splendore tramandato. Spesso, li confondiamo, purtroppo.

Resta, ultimo, ma non per me, il verde. Non in omaggio all’ipocrisia imperante che sempre precede le immense turlupinature sofferte dall’umanità, ma verde come colore della volontà, secondo le Lanterne Verdi, polizia dello spazio: Cavalieri dello Smeraldo. Personalmente, mi balza subito in mente il Corsaro Verde, uno dei due fratelli del Corsaro Nero, Emilio, Conte di Roccabruna, Signore di Ventimiglia e di Valpenta, che combatte il perfido duca fiammingo Van Guld, governatore disumano di Maracaibo. Volontà Verde, come un volenteroso gruppo di cittadini di Casalborgone, borgo torinese alle porte del Monferrato, che ai video e ai post preferiscono le azioni, per ripulire l’ambiente naturale da tutta l’immondizia che produciamo e, colpevolmente, abbandoniamo in giro. Inquinando e inquinandoci.

Verde come la speranza. Come la Luce Verde. Luce, come la lastra di cristallo che funge da specchio e ci offre la nostra figura in visione:

gli sciocchi narcisi – senza offesa, per Narciso – si rimirano, le persone avvedute rintracciano quanto non conoscono di sé stesse e, soprattutto, del mondo (il dito e la Luna).

Tracce

Partire dalla tana, per un viaggio.

Con una meta nella mente, annusando una preda.

Seguire, meglio, inseguire tracce, antiche di secoli, per fortuna o per sorte, chiare fresche (dolci acque? forse mi confondo) importanti.

Attraversare la Pianura Padana, mutata nei millenni. Del resto, la nostra stessa preziosa esistenza è un granello, un pulviscolo di fronte all’eternità.

Dalle mandrie di mammut – si fa così, per compulsare – alle miriadi di mostri inquinanti su ruote; cambiamenti epocali, come si usa dire oggidì per ogni sciocchezza, non so se evolutivi.

Approdare a Cremona, urbe medievale, ma con origini molto più lontane – veniamo, proveniamo dalle stelle, da una galassia lontana, lontana… – e arcane; stravolta in epoca fascista per fare largo a un’architettura futurista (chissà cosa commenterebbe Capitan Futuro), radendo al suolo le primitive mura e il baricentro rappresentato dal castello, tranne una sbiadita parvenza della facciata principale. Salviamo, almeno (meno di sicuro), la facciata.

Sapevate che Picasso è stato qui, in duomo (dedicato a Santa Maria Assunta), e ammirando l’imponente controfacciata della cattedrale, ha tratto ispirazione per creare il suo capolavoro Guernica?

Fiutando l’aria frizzantina del periodo, coadiuvata dalla sapienza artigiana dei liutai (al lavoro meticoloso mentre sgranocchiano torroni), un certo Antonio de Sacchis da Pordenone – coincidenza suprema – ci racconta che forse non è andata proprio così, ma quasi.

Fui convocato 5 secoli orsono dai massari della Fabbrica del Duomo e ingaggiato per affrescare una superba crocifissione sulla controfacciata e sulle due navate laterali. Giocò a mio favore il fatto che non mi fossi formato secondo i dettami, allora imperanti, della Serenissima repubblica lagunare. Raffaello e Michelangelo, ma anche Durer, per un originale connubio tra la grande arte italiana e quella teutonica, in salsa friulana furono la mia scuola personale. All’inizio, il mio lavoro fu respinto, bocciato senza appello: troppo rivoluzionario, con quei chiaroscuri serotini, con Cristo nostro Signore defilato, decentrato rispetto alla navata centrale e all’altare. Poi, però, riuscii a dimostrare che il Figlio del Creatore era il protagonista assoluto del dramma collocato in struttura piramidale, grazie al braccio dell’armigero che indica risolutamente la scena alle sue spalle e interpella ciascuno di noi: tu credi? tu credi alla sua morte e alla sua resurrezione per la nostra salvezza?“.

Picasso, non è mai stato a Cremona, né esistono prove concrete della sua conoscenza del Pordenone; però l’artista friulano fu riscoperto proprio negli anni precedenti alla realizzazione di Guernica e le analogie tra le due opere sono numerose e impressionanti, tali da adombrare o una familiarità fotografica, o quella sorta di rabdomanzia che guida gli artisti più illuminati.

Tornati sulla piazza del Comune, stupefatti per queste scoperte, la torre della cattedrale, il leggendario Torrazzo, finisce di ammaliarci con la sua imponenza, 112 metri, la più alta d’Europa, e con il suo orologio, il più grande del mondo: 24 le ore segnate, invece di dodici, tutti e 12 i segni zodiacali raffigurati, perché la dura vita nei campi agricoli potesse sempre disporre di dati cronologici e temporali molto precisi. Torre astrologica e zodiacale, perchè la fede religiosa è fondamentale, meglio se innervata da quella laico profana, con radici nella saggezza popolare.

Un altro strano viandante attira la nostra attenzione, vicino alla Pinacoteca del museo civico: “Mi chiamo Francesco, medito, non possiedo nulla, tranne la mia fede nella bellezza del Creato, nella carità degli uomini; quel vagabondo di Michelangelo Merisi un giorno di tanto tempo fa – non si tratta di una fiaba – volle ritrarmi con colori a olio su tela e luci magiche“.

Esausti, sfiniti, colmi di meraviglia, ammutoliamo al cospetto dell’ultimo incontro durante questa indescrivibile giornata particolare. Giovanni Zini, per sempre giovane, portiere glorioso e di talento della pionieristica Cremonese: “Ho difeso la porta della squadra della mia terra natale, portandola alla promozione e quando i tecnici federali mi notarono in ottica Nazionale, l’Italia come paese sconvolto dalla guerra mi chiamò a fare il barelliere sul Carso; durante una terribile notte d’agosto del 1915, tra bombe nemiche e fatiche disumane, fui stroncato da una febbre tifoide, seppellito a Cividale del Friuli. Destinandomi alla leggenda. Amate sempre lo sport, la Vita“.

Sulla riva del porto fluviale, affacciato sul fiume Po, inebriati dalla brezza e dalla inusitata bellezza cremonese, nel nostro piccolo microscopico, confidiamo di disseminare tracce, orme: positive.

Bambini ribelli

Nessun trattato, saggio o rapido prontuario di sociologia infantile, pedagogia o per realizzare la paideia ateniese del V secolo (mamma mia).

Bisognerebbe capire, anzi prima – meglio, magari – sapere cosa siano paideia (παιδεία, per le persone più acculturate, senza offesa) e ribellione; il rischio di causare danni irreparabili aumenta esponenzialmente in modo direttamente proporzionale all’ignoranza, crassa. Come e più di sempre, ma pare non esistano magiche cure dimagranti.

Modello pedagogico che contemplava l’educazione, la formazione dei bambini sotto l’aspetto culturale, senza dubbio, ma si preoccupava, e molto, del loro sviluppo armonico, etico e financo spirituale; altro che tre I o IA. Questa è roba da classicisti, roba per stomaci forti.

Anche i Latini perseguirono lo stesso modello – vincente? non saprei, forse solo molto intelligente – aggiungendo un tocco più personalizzato, con l’humanitas. Vallo a spiegare, se ci riesci e, soprattutto, se hai coraggio.

Adesso vanno forte le discussioni infinite – magari fossero ideologiche – sulla Schwa. Del resto, come sostengono alcuni giornalisti illuminati e illuminanti, i poveri (di spirito) quaquaraquà che scatenano quotidianamente inutili dibattiti, non si rendono conto che in gioco non c’è l’instaurazione di un regime menzognero, ma, ancora più deleterio, la diffusione incontrollabile di miriadi di ipocrisie, per creare uno stato di sfiducia permanente, verso tutto e verso tutti. Controllare e schiavizzare persone isolate e sfiduciate diventa giochino agevole. Anche senza copiare o citare i Latini.

Più complicato tentare di addomesticare ribelli. In giro, per quanto rari, ne esistono, ancora; e non si tratta di acconciature strambe (il ragazzo con il ciuffo, per chi rammenta) o abbigliamenti eterogenei. Da re, di nuovo; bellum, guerra: chi dopo essersi arreso, muove in armi contro il nemico. Oppure, chi si solleva (risolleva, varrebbe la pena dire), in teoria, contro un’autorità legittima del proprio paese. In teoria legittima: l’autorità, non la ribellione. Infine, altra accezione ambigua, parlando di malattia, chi non cede a cure e medicamenti. Punto che andrebbe scandagliato in lungo e in largo, per focalizzare bene il significato autentico.

Comincia il bello e il difficile. Affidiamoci a bambini ribelli e irriverenti, modello Pippi Calzelunghe. Il personaggio creato dopo la II guerra mondiale – coincidenza – dimostra, lo sostiene con cognizione di causa Johan Palmer, pronipote di Astrid Lindgren, che “si può avere potere senza farsi corrompere, mentre tutti i leader del mondo si sono fatti corrompere dal potere. Pippi incarna l’antidoto contro l’autoritarismo“. Una ribelle, della specie peggiore, perché non solo respinge al mittente i precetti falsi della autoproclamata autorità, ma sa parlare ai fanciulli, li sa comprendere.

Qualcuno balla sul mondo, o si illude di farlo; noi vorremmo, fosse possibile a varie latitudini (magari tutte), ballare nel e con il pianeta. Collettivamente, senza esclusione di passi, di persone, di genti e popoli. Vorremmo ballare come parvulos, liberi, sinceri. Come animali, perché siamo animali, ma troppo spesso ci crediamo superiori, distanti, padroni. Interrogate in proposito Desmond Morris, lucidissimo a 97 anni: ha riscritto il suo saggio più noto universalmente e ne ha tratto una versione per l’infanzia, ricca di humour, densa di spunti. Le scimmie, e le scimmiette, continuano a ballare, nude; l’uomo finge di essere il migliore amico degli animali, ma egli per primo lo è. Solo tornando a essere cosciente di questa verità incontrovertibile potrà riconnettersi, con la Natura. Cominciando a risolvere problemi oggi inaffrontabili.

Il semisconosciuto – per tutti gli ignoranti, pari grado a me – dottor Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico del secolo passato, lungo il corso di tutta la sua carriera si è dedicato a studiare l’infanzia, la sua evoluzione, i rapporti con i genitori, i paradossi dei bambini, che li pongono di fronte ai primi problemi, ma li aiutano a crescere. Le difficoltà, i giochi permettono loro di conoscersi e di imparare a interagire e relazionarsi con la realtà ludica, fantasiosa, e, allo stesso tempo, con la realtà concreta, con gli altri. Insomma, crescere secondo i principi di una moderna paideia.

The Donald, Winnicott – avete per caso frainteso? – non ha mai cambiato idea:

le mamma e i papà dei bimbi sono chiamati a sostenere e rispettare la loro capacità immaginativa.

Anche la noia, che acuisce l’inventiva;

nei giochi prima, nelle attività culturali e artistiche, una volta formati e approdati all’età adulta.

Rammentando, tra le altre, una massima di Socrate:

Ho gettato via la mia tazza quando ho visto un bambino che beveva al ruscello dalle proprie mani“.

Afasia temporale

E’ mercoledì, sembra domenica.

Incipit banale, vero, non saprei.

Stranezza mia, tanto per restare fedele alla stramberia, alla bizzarria proverbiale, o sfasamento temporale, alla 1984 (nel senso del romanzo), o, più semplicemente, perché viviamo nel Giorno dei trifidi (altro romanzo, a cosa possiamo disperatamente abbarbicarci, se non alla letteratura?).

Mi fido poco, diffido dei trifidi, soprattutto perché non so cosa siano, ma quali opzioni alternative ho a disposizione?

Non so voi, vorrei provare l’ebbrezza di essere trifido; cioè, secondo Treccani, diviso in tre parti, terminante (participio presente) a punta. Anche no, non necessariamente. Semplice – magari non sempliciotto – eppure complesso. Tre parti, molto più gestibili di parti infinite, sempre incompatibili tra loro, e con quelle degli altri consimili.

George Orwell, John Wyndham, perfino il popolo britannico, a propria insaputa, sono più bravi nel padroneggiare, manovrare l’argomento, l’afasia di messer Kronos. In fondo alla fila, nessuno, anzi un Mercurio con i piedi alati, che spicca voli audaci, ma incerti, anzi, ignari.

Mercoledì o domenica? Domenica che, fagocitando i mercoledì, si espande, dilaga, esonda, diventa preponderante, padrona su tutti gli altri dì della settimana, quindi, su tutte le altre divinità.

Ora può accadere di tutto, senza logica – ammesso esista – tutto può andare a catafascio, senza apparenti danni, tutto può procedere a carte 48 (ammetto la mia ignoranza, ma un tempo le rivoluzioni cominciavano sempre nel 48, zona Cesarini…); i trapassati risorgono, si viaggia allegramente tra passato e futuro, si ignora il presente – non noto notevoli differenze con l’attualità immemore, meglio, smemorata – , antichi virus estinti ci ammorbano, eppure tentano di riscuoterci dal torpore.

I padri, oggi, tornano a casa per essere festeggiati, celebrati, onorati; speriamo solo che siano quelli buoni e giusti. Come quel tale, Giuseppe (“se io fossi un carpentiere“…). Come dovrebbero essere le persone, in generale: cioè noi. Auspichiamoci di divenire presto, anzi, prima, καλὸς καὶ ἀγαθός, belli e buoni, ovvero gradevoli di aspetto fisico e valorosi, ma in accezioni ampie e molto più articolate e complete di quanto intendessero gli antichi Greci.

Le guerre sono sempre esistite, l’umano – qualunque cosa sia – subirà sempre il fascino sinistro, distruttivo dei conflitti; ma questo sistema economico ci ha consegnato il potere di distruggere il clima, come lo abbiamo conosciuto, di annientare il pianeta, la casa comune. Lo sostiene lo scrittore Jonathan Littel, autore de “Le benevole“, o, di recente, de “Un luogo scomodo“. Luoghi bellissimi su cui aleggiano ombre di morte, ove sono stati perpetrati massacri disumani, che qualcuno vuole cancellare tra le spire dell’oblio, peggio: riscrivere con segno diverso, falso, fasullo. Rammenta qualcosa.

Ci mancano troppi mercoledì (Mercury Day o, molto più laconicamente, Wednesday?), ne perdiamo troppi, lungo il cammino;

speriamo che almeno la domenica abbia giudizio. E, in qualche modo, ci salvi:

da noi stessi.

Collisioni

Pensare – una vera impresa di per sé stessa – alla fisica molecolare e atomica;

pensare di essere una particella (in fondo, cosa siamo?): molecola, atomo, ione. Pensare, tanto tanto intensamente – cantanti pop iberici a parte – di collidere con altre particelle, simili a me o anche diverse, meglio ancora e grazie al benefico urto, creare un enorme, inesauribile scambio di energia.

Collidere, scritto di proposito; non irridere, né deridere; non elidere, né intercidere (o intercedere).

Come in quel film del 2004 – 21 anni fa, ere geologiche negli annali – di Paul Haggis, Crashcontatto fisico, girato interamente a Los Angeles (in parte anche nella casa del regista, Hollywood Land, la terra dei sogni); le persone si incontrano e si scontrano, collidono, così le loro storie che, intrecciandosi, generano nuove situazioni, nuove vicende.

Considerazione valida anche oggi, per noi poveri derelitti (relitti?), ridotti a monadi egoiste, il cui unico orizzonte si spinge, forse, fino alla punta del naso? Il nostro, ovvio.

Ci stimiamo – molto, in soldoni (falsi e bucati) – rari, anzi, unici; non solo sulla Terra, già sarebbe grave e oltremodo sciocco, addirittura nell’Universo; eppure, nel 2020 alcuni cosmonauti della missione spaziale della Nasa, Osiris Rex, hanno avuto l’ottima pensata di portarci in dono, dalle stelle, l’asteroide Bennu. Il “pianetino” si è rilevato davvero prezioso, una strenna – non consegnataci dalle renne di Babbo Natale – composta da molecole biologiche organiche essenziali, in particolare 14 amminoacidi.

Sara Faggi, astrofisica, dipendente Nasa – credete a Lei, se diffidate dello scrivente profano – racconta molte storie interessanti e vere sul brodo primordiale, sul campo magnetico che ha protetto e conservato le condizioni e gli elementi che eoni fa, sul pianeta azzurro, hanno permesso alle molecole complesse di evolversi fino a giungere alle forme di vita come noi la conosciamo. Evento che potrebbe ripetersi – o magari si è già replicato – su altri corpi celesti, al di fuori dal nostro sistema solare.

Ora, spero, non pretenderete da me spiegazioni affascinanti e coinvolgenti, non posseggo le competenze né le phisique du role, ma nel corso di un dialogo – tri dialogo, per così dire – con Cesare Barbieri e Alessandro De Angelis, scienziati esperti, Sara Faggi ha affermato di credere all’esistenza di processi biologici attivi in giro per l’Universo ed, eventualità auspicabile e non remota (cosa sono 40-50 anni luce da noi rispetto all’eternità, all’infinito?), di essere fiduciosa, pronta a rispondere a potenziali segnali o messaggi da parte di esseri intelligenti, da altri pianeti. Citando, non a caso, il padre gesuita Matteo Ricci, capace alle fine del 1500 di recarsi in Cina, imparare il mandarino, diventare come loro, vivere nello stesso modo.

Per quell’epoca, il popolo cinese era formato da alieni“. Collidere, con gli umani, con gli alieni.

Possiamo giocare ai solipsisti, cinici e disincantati, finché ci pare e piaccia, ma la realtà ci contraddice, lo ribadisce anche Adriana Cavarero, docente di Filosofia politica presso l’ateneo di Verona: tutte le nostre preziose differenze altro non sono che l’altra faccia – oscura, nascosta, come quella della Luna – dell’identità. “I nostri limiti, le nostre debolezze umane, la nostra vulnerabilità concorrono a determinare la nostra unicità. All’io sovrano, solitario nel suo regno, è preferibile il noi, in carne e ossa, fatto da te e me, fatto da una pluralità di esseri unici in relazione concreta. La gioia di stare insieme, di agire insieme per assaporare il gusto della libertà e tentare di rendere migliore il mondo“.

Solo tra gli umani, la collisione tra singoli, tra gruppi (di interesse), tra generazioni origina un conflitto, primordiale, belluino; quando due galassie collidono nell’Universo, si attraggono, come se fossero consce di creare una entità più complessa, più completa e articolata;

per generare soluzioni, tramutiamoci in galassie.