Mendicare

Fingersi pazzi, talvolta è necessario;

spesso, il più delle volte, è una grande comodità: permette di agire nei modi più inopportuni, incongruenti, ma splendidamente funzionali, divertenti, perfino utili: per noi.

I più colti direbbero: come Amleto. Il principe di Danimarca agì in modo empio causa sopraggiunta pazzia, o, invece, fingendosi preda della follia, ebbe mani libere per compiere misfatti e delitti?

Lo sostiene, con convinzione, Oscar Grillo, artista argentino di Lanus; disegnatore, illustratore, artista visivo, fumettista. “Per vivere ho dovuto occuparmi di pubblicità, ma con una matita in mano sono felice. Tornavo a casa la sera e disegnare era, è una stanza tutta per me (come avrebbe detto e scritto Virginia Woolf)“. Mendicare tempo da dedicare al disegno, mendicare nella accezione più positiva del verbo. Non per caso, Grillo ha ottenuto una Palma d’Oro a Cannes, per il corto Seaside Woman; non per caso, ha spesso collaborato ai progetti di Paul e Linda McCartney, o a quelli della Pixar, per il lungometraggio Monsters & Co. Non per caso, infine, da quella stanza uscirà un libro ambizioso, magico, incentrato sulla storia di Amleto: “Voglio mettermi nei guai, è il testo della mia vita, per disegnarlo, realizzarlo seguirò la voce del Bardo“.

Vale sempre l’impegno, sfogliare il dizionario etimologico: si scoprono sempre sfumature, significati impensabili che ci arricchiscono, che rendono più colorata e interessante la nostra strada.

Mendicare, da mendicus, povero, senza risorse, senza beni materiali. Esclusivamente una condizione, anche temporanea, non una qualità, una caratteristica identificativa, una peculiarità di una persona. Cercare di ottenere qualcosa per sostentarsi, attraverso parole e gesti umili.

Lasciarsi condurre dai sogni, forse il solo modo per camminare appieno nella vita. E inseguire stelle e desideri, unico valido sistema, non per raggiungere un obiettivo – come usa adesso – ma per conoscersi, trasformarsi, evolvere.

Mendicare, desiderare: particella de unita a siderare, fissare attentamente le stelle.

Chiedetelo a Peppe Millanta, altro artista ‘incatalogabile, inclassificabile‘: scrittore, sceneggiatore, animatore culturale, artista di strada. Autore, per i tipi di Rizzoli, di Il pescatore di stelle, libro che narra l’avventura e l’incontro di Manuel con uno ‘strano’ pescatore, la cui barca è piena zeppa di stelle e di sogni. Appunto.

Da bambino chiesi a mio padre cosa ci differenzia dagli animali, cosa ci rende umani, senza mai ottenere risposta“. Non una condanna, ma un atteggiamento comune a molti padri, convinti che frasi assertive e, per loro, definitive, plachino la sete di risposte, di spiegazioni vere dei figli; in particolare, quelle che concernono le questioni rilevanti del nostro girovagare terrestre. Forse Millanta ha intrapreso il sentiero d’artista per ottenere quelle risposte, per offrirle a chi sa, a chi vuole ascoltarle. Soprattutto i bambini.

Non nasciamo noi stessi, ma siamo chiamati a diventarlo, un po’ alla volta; abbandonando, come Abramo, una concezione orizzontale del vivere, per passare a quella verticale, dedita ai desideri e alla vita vera. Desiderare, il sentimento che ci ha permesso, ci permette di non arrenderci alla realtà così com’è, ma di diventare co-creatori (l’altro è Dio, o chi per Lui, come avrebbe detto Lucio Dalla); desiderio non di obiettivi, ma come arte della trasformazione, in un continuo, affascinate viaggio di scoperta, svelamento e sorpresa“.

In mala tempora, disumanizzanti, di intelligenze artificiali e di app – qualunque cosa siano e facciano – per noi presunti adulti, diventa fondamentale reimparare, o meglio, imparare a desiderare:

per costruire noi stessi, per edificare, mattoncino accanto a mattoncino,

la concreta società equa e cooperante degli esseri umani.

Se io fossi

Come scrisse qualcuno – non ne sono certo – se fossi fuoco, arderei lo ‘monno‘, (tonno? comunque, non il comune lombardo), o, almeno, non mi farei catturare da Prometeo; l’ha pagata cara, la sua impresa.

Se fossi fuoco, sarei ardente (non al dente), dubito gelerei d’inverno, garantirei luminosità e molto calore; a chi, non saprei. Non sarei economico, a buon mercato; lo sono in pochi, perché pretendere tanta generosità proprio da me?

Se fossi un salta fossi non rischierei di precipitare nelle buche traditrici del terreno, della crosta terrestre, salterei di palo in frasca, ma rischierei di incenerirli; un bel volo pindarico non fu mai scritto, semmai effettuato.

Se fossi fuoco, le fiamme – non Fiamma, dei Fantastici Quattro, sul cui riposo notturno esiste da decenni un misterioso, annoso contenzioso – sarebbero comprese o a parte?

Se io fossi Cecco, sarei orbato, ma saprei bene chi arrostire; sarei cecco, ma non troppo angiolieri, non angelico, rude semmai, da maneggiare con cura. Forse poetico, ma comico realistico, per prendermi beffe – roventi quanto basta – dei miei simili, per burlarmi dei presunti seriosi, benpensanti. Quelli che predicano bene: fate ciò che dico, non ciò che faccio. Presunti dritti – pensate se fossero storti – senza pagare il dazio.

Se fossi fuoco, difficilmente sarei acqua e vento, o uno e trino all’unisono, ma senza essere Dio – forse, solo un dio semplice – e senza essere il suo vicario in Terra. Mi leverei non di torno, ma belle soddisfazioni, begli sfizi, sì.

Se fossi fuoco – non fuocherello – impalmerei (cosa significhi, non so) la donna mia, quando ella altrui saluta, ogni lingua umana diviene tremando – tremendo – muta: al netto delle eccitazioni poco dotte, molto confusionarie, non devasterei il Pianeta, non servirebbe un guastatore in più, ma lo sovvertirei, dalle fondamenta, dalle viscere, dalle 20.000 leghe sottoterra. E oltre. O sotto i mari.

Temo però che se io fossi fuoco, sarei una fiammetta, anzi, fiammella; auspicabile sarebbe fossi l’innesco, la piccola vampa (non d’agosto, anche se) primigenia, consapevole d’impotenza da sola, ma propensa, desiderosa di pronunciare ‘noi’;

se noi, tutte e tutti, fossimo fuoco che non brucia, ma divampa di passioni, sane e buone, se noi fossimo il fuoco del mutamento necessario, non nelle ideologie, ma nelle idee, pure libere coinvolgenti, se fossimo il fuoco del bene e delle verità non particolari, vere.

Se solo noi fossimo.

dal libro di Bila Copellini

Anime nomadi

Pagina dell’Altrove, pagina della Primavera che intanto tarda ad arrivare.

Ci si dibatte sempre, ci si agita, si anela continuamente un altrove, perché la situazione presente scontenta, lo status quo è la stasi (rammenta qualcosa anche a voi?), l’immobilità, la morte civile e anche laica. Per chi crede, a tutti e a tutto.

Pagina di coloro che sono sempre in cammino, di quelli che, magari, sbagliano le mete – momentanee – ma non falliscono mai la direzione.

Venti, Rosa dei Venti: hanno bisogno di una direzione chiara – le correnti d’aria e gli umani – incontrovertibile; un luogo forse minuscolo o un incontro, meglio con persone ‘piccole’, umili, semplici. In America Latina, in Asia o comunque al Sud. Sempre al Sud.

Sì, viaggiare; perché la vita è un viaggio interminabile, anche rimanendo nella stessa stanza, anche volando, solo con la fantasia, perché gli occhi possano abbracciare tutto il Mondo. C’è chi naviga in lungo e in largo per i 7 mari, senza muoversi mai dallo stesso porto, eppure quell’approdo, insignificante, possiede tutte le caratteristiche più belle dei più nodali scali del Pianeta.

Dio è morto, anche noi non ci sentiamo troppo bene, l’importante è che chi di dovere, sappia comprendere e non censuri; Radio Vaticana a volte vede oltre, quello che i benpensanti non vedono, non vogliono vedere, non ammettono, nemmeno e soprattutto se si tratta di evidenze: universali.

Dio non esiste e provate a trovare voi un idraulico disponibile durante la fine della settimana: solo una delle situazioni è vera al 100%, scegliete voi quella giusta, poi, eventualmente, discutetene con il vicino, quello identico a Woody Allen.

Viaggiare d’estate in costiera romagnola e credere di essere in California (esiste differenza?), incontrare molte persone, le più varie, rimanere colpiti e fermarsi a parlare con un giovane e barbuto nomade di Novellara, terra di contadini, poeti, artisti. Scoprire piano piano, parola dopo parola, passo di seguito al passo, le comuni passioni per il disegno e per gli alberi, possenti e protettivi. Intuire dopo ogni movenza, accurata e sicura, un’estensione vocale particolare e prodigiosa, da autentico mattatore delle scene e dei palchi; padrone dei palchi, senza mai essere padrone delle vite altrui: una benedizione del Cielo.

Quel 13 giugno 1963, Riccione assomigliava davvero tanto a Las Vegas – senza essere California! – i giovani inseguivano, come fanno i ragazzi di tutto il globo, l’ennesimo altrove (che mai deve essere raggiunto, altrimenti è un imbroglio) e nella balera sulla spiaggia nasceva inconsapevolmente una leggenda: del resto, tra la Via Emilia e il West, queste cose sono rare, non certo impossibili. La sottile differenza tra Emilia e Romagna stabilitela voi, se ne siete capaci e non temete confronti.

Le risposte, le soluzioni possono essere semplici, mai facili; rispecchiano la realtà: insieme infinito di complessità. In fondo, è quello che inseguiamo sempre: infinite possibilità per riuscire a essere persone finite, anzi, risolte; ma con la data di scadenza.

Anime nomadi sempre, anime vagabonde mai: non saprebbero dove andare. Un nomade erra, per definizione: non pretende dimora stabile, sbaglia spesso, indovina – sempre – la direzione.

Come Augusto, Beppe, Bila, Dante, Danilo e i circa 30 nomadi musicisti.

Importante, fondamentale: percorrere continuamente sentieri e strade, stringere nuove mani, restare con curiosità in cammino; anche senza palco, anche senza porto:

anche da fermo, per sfiorare qualcosa che c’è, senza raggiungerla mai.

Tossicomane (sete, di giustizia)

Viaggiatori.

Per diletto, curiosità, inguaribile irrequietezza. Gente che si sollazza nella parte fortunata del Pianeta.

Per necessità, semplicemente Vita. Gli altri da noi, i meschini.

Tutto qui, non ci sono altre ragioni: Vita.

Si potrebbe finire così. Senza necessità di dilungarsi in spiegazioni, dotti ragionamenti, cause. Eppure non basta, mai.

L’eccidio di Cutro non è una catastrofe, non solo: troppo comodo, troppo facile. Quel sangue, soprattutto dei Bambini, ricade sul mondo settentrionale occidentale. Per forma mentis, per i valori che si illude ispirino la propria idea di società; per i governanti, primi responsabili della strage, per ruolo, ma non in via esclusiva. Perché se è vero che i nostri dipendenti hanno causato il disastro (all’inizio, non intervenendo, poi trasformando un’operazione di Search and Rescue in una operazione di polizia, infine – davvero odioso e vomitevole – giocando con vite umane allo scaricabarile e all’invenzione della menzogna più credibile), è vero anche che, magari non un minuto dopo, ma il giorno successivo, quando ormai tutti i dettagli della vicenda erano sul tavolo, non abbiamo preteso le loro dimissioni irrevocabili e il loro immediato ritiro dalla politica.

Fine della storia.

Guardia costiera, Frontex, Guardia di Finanza, Polizia, Carabinieri, Ministero dell’interno, governo; nessuno è esente, nessuno tenti, mai più, di credersi fuori o intoccabile da tutto quanto riguarda la Vita delle Persone; oltre l’etnia, il censo, le opinioni. In testa, ribadiamolo, il Paese – o la nazione, come è in voga adesso – al completo.

Non esiste libertà di scelta, non esiste autodeterminazione, non esiste libertà di agire per il proprio paese natale (rispondo così a ‘figure istituzionali’, capaci solo di ammantarsi di parole e citazioni dotte casuali) se sei costretto a fuggire – costretto! pagando in contanti e sofferenze! – verso porzioni di Pianeta meno abiette. Potrei scrivere cento, mille, centomila frasi per illustrarlo ai benpensanti, perché milioni di persone cercano disperatamente di allontanarsi in fretta da casa propria, ma sarebbe inutile; chi vuole capire, s’informi. Le possibilità, noi occidentali, le abbiamo: numerose e variegate.

Talvolta, debite proporzioni e differenze considerate, mi sembra di essere come il protagonista del romanzo JunkyConfessioni di un tossicodipendente irredento, di William S. Burroughs, ripubblicato dai tipi di Adelphi, settanta anni dopo la prima apparizione negli Usa. Perché sono disperatamente, sempiternamente alla ricerca costante della Giustizia – o, almeno, di una giustizia che sia valida per ere, oltre gli uomini fallaci – assetato perennemente di principi etici ‘giusti’, soprattutto ‘buoni’, in grado di sostenere le società umane, il loro disfacimento con lo scorrere (anche virtuale, se vogliamo) della dimensione che, per praticità, chiamiamo Tempo.

Un amico del protagonista, dopo averlo visto iniettarsi una dose, gli chiede repentinamente: “Piaciuto?” (a proposito, la nuova traduzione è affidata a Andrew Tanzi, ndr),

Se Dio ha creato qualcosa di meglio, se l’è tenuto per sé“.

In fondo, mi piacerebbe infinitamente poter dire lo stesso, a proposito della Giustizia;

questa volta con l’inziale maiuscola, senza infingimenti di sorta.

Meazza

Pagina di Peppin fu Meazza G., un calciatore o un uomo? Una figurina, un balilla, un Italiano da raccontare? Pagina di un sogno con le fattezze del centravanti.

Pagina degli uomini sportivi, belli come divi di Hollywood, attori a loro modo, eroi delle domeniche popolari, perché un popolo, in catene o liberato (schiavo di altre, nuove, modernissime invisibili catene) ha sempre bisogno di eroi e dei; da acclamare e poi tradire, distruggere, annichilire con violenza, nella polvere dell’oblio o in quella di cruenti fuochi ormai spenti.

Chiedi chi era Meazza e non troverai risposte. Un uomo elegante, amante della vita e delle passioni, raffinato ballerino di tango e impareggiabile seduttore, giocatore di pallone e soprattutto d’azzardo, perché i dribbling più difficili e più spettacolari sono sempre quelli al proprio destino, alla propria vita, perfino a Dio: se ti credi fenomeno paranormale, prova a uccellare il Creatore con un tunnel o con un pallonetto!

Pagina del pallone, sgonfio, lacerato, abbandonato. Sfera senz’anima, predata della gioia, dispersa nel grigiore di un tetro cortile d’asfalto; privato il cortile, privato il pallone di imprevedibili rimbalzi, orbato da traiettorie magiche, incapace ormai di scovare spazi insondabili dalla percezione umana, là dove non esistono spazi, né rotte plausibili. Giardino desolato e brullo, sfera desolata, senza moto naturale, nostalgica perfino di quei calci ricevuti, nostalgica di quelle voci che incitano alla vita e al gioco, si inseguono e seguono partiture invisibili, forse inesistenti, forse metafisiche, voci che sono cassa di risonanza e eco per altre, infinite voci. Tutto immobile, tutto spento. Il pallone che non rotola, il cortile senza più i Bambini, nova suprema Lex.

Ho sognato, forse deliravo, i piloni dello Stadio Giuseppe Meazza, in San Siro, a Mediolanum.

Sindrome di Stendahl davanti alla cattedrale laica del balun, come la prima volta che la vidi e la visitai, un senso di spaesamento al cospetto del gigante, ebbrezza, timore reverenziale e ammirazione per un luogo che dai racconti dei miei familiari e dai filmati d’epoca, nella mia percezione e nella mia immaginazione si era tramutato in un castello fiabesco, in un teatro leggendario di gesta pedatorie, da tramandare alle future generazioni, profane e ree, non per colpa o dolo, ma per crudeltà d’anagrafe, di non aver vissuto le epoche epiche.

Stadio vuoto, senza squadre schierate sul prato, né ululanti masse di tifosi; partigiani e campanili, massa e potere, massa è potere (?), potere alla massa, o potere carnefice delle masse?

Stadio Meazza, anche Tu appartieni ormai al Mondo Prima, relegato davvero in un universo mitologico, non più reale, non più disponibile, non recuperabile neppure attraverso l’invasione degli ultrafilmati, caricati carichi d’immagini a bizzeffe su youtube; nel Mondo Prima del prima, senza rete né imbarcazione né Nautilus, navigavi e vogavi su oceani di fantasia: le enciclopedie, tutti per una Utet per tutti, per i rari fortunati possessori o nelle rare occasioni di consultazione, fornivano indizi, spunti; il resto, il mancante, i dettagli più interessanti e ghiotti, le coordinate, omissioni opere parole missioni, venivano elaborati e aggiunti copiosamente lavorando d’immaginazione. Immaginando di lavorare.

Meazza Titanic, condannato a restare inabissato per sempre nell’oscura fossa delle Marianne – non floride campagnole, né ardite rivoluzionarie – ma ostili dee delle profondità, regine dei recessi inviolabili, del Mondo e della Memoria; condannato, non sappiamo ancora se si tratti di una maledizione o dell’ultima occasione per l’Umanità, a scivolare con lentezza inesorabile sempre più giù, verso l’epicentro e l’origine stessa della Tenebra.

E quel cortile intanto seguita a restare un deserto d’asfalto con un mesto pallone squarciato…