Saracinesche

Pagina Bianca, Pagina sfondo bianco per vecchie Saracinesche chiuse, abbassate per sempre, bloccate a terra da chiavistelli ormai inviolabili.

Saracinesche verniciate di verde smeraldo, in un tempo antico, anzi in una dimensione presente archiviata; verde allegro come un prato primaverile dopo salvifico acquazzone improvviso;

Pagina delle Saracinesche scrostate, arrugginite, dimenticate dai proprietari e dai passanti, abbandonate al loro destino, cigolano, gemono, si lamentano per l’incuria e per la mancanza di attenzioni, come i fantasmi che popolano quegli edifici fatiscenti da cui promanano effluvi maleolenti ectoplasmatici muffiti.

All’esterno, fuori da noi e dalle nostre case, imperversa la Danza della Morte e non so nemmeno più se sia rito macabro o festoso, se il ‘fuori’ riguardi il Mondo Prima o quello, alieno e inesplorato impraticabile del Dopo.

Saracinesche spente, sarabande di bande disperate disperse, senza bussola sotto un cielo nero di stelle, travisate con i mantelli dell’invisibilità.

Generazioni di Giovani condannate a massacrarsi per la stupida tracotanza di pochi disperati inumani che si credono potenti e mascherano la loro cupidigia di bassa lega dietro parole vuote auliche (dei patrie famiglie…), generazioni annientate, persone di ogni età, moribonde e/o decedute, in infinite file, cataste, piramidi di bare senza nome, senza un saluto, senza più parole, senza un commiato affettuoso, senza un abbraccio fisico o anche solo ideale;

l’uomo diventa ritorna si scopre tremebondo nulla, pulviscolo evanescente primordiale.

Niente faccia, niente nome, niente identità; eppure ottenebrati dall’illusione criminale e letale di dominare il mondo, per inesistente diritto divino.

Il Pianeta e la Natura, flemmatici e incuranti, preparano senza fretta né alterigia, la necessaria finale raschiatura della vecchia pergamena, ormai consunta da troppe banali riscritture, inutilizzabile, incartapecorita, malsana.

Una catartica palingenesi e il giardino dell’Eden risorgerà non dalle ceneri, ma da fonti incontaminate, mai sfiorate da mani umane, splendido sontuoso, di sbalorditiva Bellezza.

Per pochi eletti o per nessun elettore.

Dopo. Tutto questo trionfo della Vita, dopo di noi.

Senza di noi, perché la pietra pomice avrà ripulito l’Universo anche dalle residuali vestigia umanoidi.

Un palinsesto, un’overture a sorpresa: Guglielmo Tell, William il Conquistatore, Guglielmo (Elmo?) Arancia d’Inghilterra, o Lone Ranger?

Mentre Gioacchino, cuoco musicista o viceversa, si esibisce nella preparazione di raffinati manicaretti per concludere lo spettacolo delle Ere e inaugurare una storia nuova, un nuovo corso percorso;

chissà se esisteranno Narratori: per inventare parole nuove, vere, vitali, senza inganni né trabocchetti, dritte e taumaturgiche.

Chissà se ci sarà qualcuno pronto e fermo, con la volontà la necessità il desiderio di ascoltare, apprendere, dialogare.

Ascoltare e recepire, comprendere, non prendere, interiorizzare, progettare Nuove Comunità, dove potenziali Esseri del Futuro non siano più uomini predatori, non perdano la favella al cospetto dei Lupi, sappiano restare umani, figli fedeli dell’Humus originale, umili per ogni altro umile.

Capaci di bandire per sempre saracinesche, porte blindate, fortezze inespugnabili, strumenti della morte e immaginare solo storie per generare ponti di Luce, progettati e adatti per Esploratori della Vita universale.

Raschiare via senza rimpianto anche solo la memoria di una memoria precedente.

Per essere, per renderci, l’Universo e noi stessi, improbabili aspiranti eternauti, almeno una volta, liberi da vincoli e zavorre.

Liberi di esistere davvero.

Senza famiglie (Remi?)

Tutti a chiederci – quando è cominciato tutto questo?

Tutti chi? Gli Altri. Altri rispetto a chi? Non posso/voglio escludermi dalla cerchia degli Altri, umani; fino a prova contraria. Mi sfugge il concetto stesso di ‘tutto questo’, se Jep Gambardalla cominciasse a incalzarmi con pungenti quesiti da par suo, non saprei definire, né rispondere.

Lui, fortunato, di notte festeggia con tecno dance in terrazze vip, di giorno cammina per giardini lussureggianti dell’Aventino; io cammino di notte, per camini di Santiago (esistono ancora?) e tetti senza tegole né regole; anche perché qui ormai è sempre e solo notte, in questa casa vuota, o edificio che somiglia ad uno ‘spazio oikologico’, ma popolato di spettri; mi contraddico di continuo: non assenza di abitanti, ma inquilini incorporei. Non so se contengo moltitudini, pensiero stupendo inquietante, di certo contengo scempiaggini.

Deambulo tra assembramenti fantasmatici senza mascherine ma con lenzuola in abbondanza, chiedo permesso, anche perché è complicato aggirarsi senza importunare qualcuno, mi scuso con prontezza se urto qualcuno; non fisicamente, mentalmente e con la mia poco significativa presenza, poco scenica, poco di tutto.

Senza tema di smentita, ufficiale ufficiosa da ufficio (non più, ‘smentitetion from home’), sono certo che i miei passi incerti e timorosi riescano a disturbare le loro riunioni condominiali, i loro sabba festosi, più coinvolgenti e gioiosi degli ennesimi aperitivi esclusivi (ad escludendum?) del Popolo dei presunti Viventi. Tutti rigorosamente distanti da ogni pericolosa e deviante forma di umanità, tutti separati nella propria classe di appartenenza, con o senza girello in plastica tossica; l’ascensore sociale – quello per le risalite ardite – è bloccato da millenni; l’altro, il carrello senza freni dei minatori intrappolati nelle miniere di un ‘Re Salamone’, precipita al centro della Terra che è un piacere, a folle folleggiante Velocità.

Il periodo, meglio se breve, finirà, anche dovessero trascorrere anni a manciate. Finirà comunque, in qualche modo; categorico non porsi, soprattutto non porre, domande: chi dubita, è solo invertebrato invertito miscredente disfattista traditore. Di quale patria, piccola media o grande, non è dato sapere, anche perché analisti e sondaggisti non hanno ancora elaborato il Dato finale.

Credere ubbidire abdicare, la ricetta della felicità è più semplice di quella del lievito madre (padri assenti, a caccia di selvaggine varie, o anche eventuali) casalingo.

Ogni decisione decisa ex cathedra dal Gran Consiglio dei Neo Leviatani, comunicata dall’Olimpo di cartapesta dello studio tv dal Deus ex Machina (questo folle mondo di ex!) – impersonato a turno dal caratterista meno impresentabile! – anche la più dolorosa, sia chiaro e inciso a lettere di platino nel marmoreo obelisco, sarà stabilita solo per il nostro bene, teorico; noi sciocchi e irriconoscenti non ne abbiamo consapevolezza, non possiamo capire, non dobbiamo capire, perché le ragioni ultime sono oltre la portata la porta l’orizzonte della nostra comprensione e comunque meglio restino segrete; per nostra Salute e solita Sicurezza, mantra irrinunciabile delle Leggi Totali.

Gli Altri – non i cari Fantasmi – gli Altri, ovvero io & The Others, abbiamo svoltato, angolo strada e pagina del libro con interpretazione dei Sogni e dei Segni, premonitori, ovunque: torneremo come Prima, non sarà difficile: perché giammai siamo cambiati.

Cambiare ma perché, perché cantare se Tu Noi non ci siamo? Applausi, oceano di Mani. Mani nani tentacoli paranchi carrucole rampini rostri chele gigantesche, rosso fuoco.

Annaspo, ansimo, percorro precorro rincorro scale e Delia Scala, semper con rigore formale e finanziario, senza luce! Parsimonia e sobrietà. Nemmeno il conforto del classico barista chiacchierone, forse erano solo invenzioni letterarie e cinematografiche del Mondo Prima.

A forza di rimpiangere nostalgico ciò che non è mai esistito, ho mutato pelle e domanda: come/quando tutto si è concluso, distorto, dissolto? Dissoluto me.

Esauriti i silenzi collettivi (voci mute, respiri pesanti, talvolta pensanti), banditi, con tanto di taglia su pergamena incartapecorita, agape per condividere companatici, allegri schiamazzi, confidenze, finiti gel disinfettanti e risate – magari al mercato e teatro neri… – risate de core e risate veraci de panza; abbracci abbacchi abat jour, finiti anche quelli, pour toujour; cure reciproche, piccoli quotidiani gesti di gentilezza, nella dolce lieve brezza che dai porti di ponente sussurrava echi di nenie lontane e profumi intensi di spezie preziose sulle vele di brigantini commerciali;

finiti i quotidiani da tempo, finito fare l’Amore, all’Amore, con Amore.

Finite le domande (tanto, nessuno leggeva più, nemmeno l’algoritmo del ‘call me center’), nella nuova era del Mondo Dopo, per nostro sommo gaudio, diletto, privilegio esistono solo risposte: gentilmente erogate dalle app governative che governeranno i nostri giorni; a breve, la rivoluzionaria app per evacuare: ‘EvàQuo 5.0’.

Liberi – era ora!!! Ora fatale – da tutte quelle torme di domande lancinanti nelle tormente esistenziali, sui segreti di ogni famiglia, sulla raccolta di cumuli di scheletri in antichi armadi (portali dimensionali) tarlati, comuni a tutte le famiglie del Globo, famiglie più o meno naturali; domande senza soluzioni, nemmeno su settimane enigmistiche, in quanto mai formulate.

La vera, unica, ultima angoscia: quando sono finite, le Famiglie varie avariate variopinte?

Intanto, Remi, con i Suoi Cani, suona l’Arpa e va, spettacolo senza tempo.

Amati Fantasmi dell'Infanzia

Fantasmi (una generazione chiamata Futuro)

Pagina Bianca, Pagina dedicata ai miei amati Fantasmi.

Quelli dell’Infanzia, pagina bianca della Gratitudine per Voi che non mi avete abbandonato, mai.

Non mi avete lasciato solo nemmeno per un giorno della mia vita, neppure per un istante.

Cari, carissimi, preziosi Fantasmi oggi che anche Voi siete partiti dalla nostra base comune e segreta, inaccessibile per chi ha inaridito e smarrito la Fonte dei Sogni, ecco, sappiate che l’unico, grande sentimento che nutro ancora nei Vostri confronti è solo questo: Gratitudine.

Mi avete indicato la rotta quando, solo per colpa mia, vagavo senza orientamento nel Mondo e confondevo la visione dell’Orizzonte con miraggi insidiosi.

Mi avete sussurrato le antiche gesta degli Eroi della Fantasia, i fatti e i valori degli Eroi della mia Famiglia: quelle erano le risposte ai dubbi dilanianti, quelli erano gli esempi per edificare una nuova personalità, nuovi modi di vivere e camminare nella Vita.

Grazie Daniele, eri il più piccolo, ma il più intraprendente, la tua natura come quella del Tuo papà Comandante di vascelli era di esplorare il mondo, con audacia, sempre;

Grazie Maurizio, prima acerrimo nemico istigato dall’erba cattiva, dalla gramigna coltivata e somministrata dalla tribù dagli invidiosi, poi Amico di avventure campali;

grazie Andrea, Fratello che sei rimasto sempre ritto e inafferrabile dalla stessa parte del Giardino incantato;

grazie Nicola, compagno inseparabile di una sola memorabile stagione, insieme eravamo gli Huck&Finn della scuola;

grazie Luca, Artista dalla nascita, pomeriggi indimenticabili di studio merende invenzioni della fantasia;

grazie Giovanna, fatina delle Elementari;

grazie Monica, principessa del Castello, principessa degli Abeti che dominavano la vallata e diventavano la nostra scorta arborea contro ogni minaccia quotidiana.

Grazie, sia scritto a chiare lettere, con inchiostro indelebile, su questa pagina bianca del commiato, dedicata a Voi Fantasmi dell’Infanzia, a ciascuno di Voi che abita per sempre nella memoria e nell’anima. La pagina cartacea e quella virtuale saranno presto solo frammenti minuscoli, invisibili, fluttuanti nel vento cosmico che tutto avvolge e trascina via e disperde negli eoni del Tempo, rendendoli incorporei, ma eterni.

Tutto scorre, tutto finisce, non le Emozioni, non la Gratitudine.

C’era una volta una generazione chiamata Futuro, correva sui mari d’erba, alle pendici di montagne incantate azzurre color di lontananza, ma anche di speranza in favolosi tesori nascosti su isole della Fantasia; una generazione che in miniere di sale scintillante ha costruito in segreto fantasmagoriche astronavi per viaggi interstellari.

Futuro è partito, in modo saggio, senza di noi a bordo.

Pagina Bianca dell’Arrivederci: in un’altra Galassia, lontana lontana, o, semplicemente, parallela.