Quante giornate, in un anno, figliuolo? Mariuolo…

Pagina delle Giornate.

Anzi, paginata delle giornate, dedicate ormai a chiunque, a qualsiasi cosa passi per la testa, per la strada, per il talamo nuziale o meno: la mogliettina adorabile per indispettire il marito troppo distratto andò a letto con il primo cretino che incontrò; il problema è che oggi i papabili si sono nel frattempo moltiplicati in modo esponenziale incontrollato, oserei digitare: virale.

Fondamentale non segare il ramo su cui tutti siamo ancora seduti, più o meno confortevolmente.

Pagina delle Logge, del Lionello, del Liocorno antico galeone, del Flicorno – ché qualche corno cornetto cornutone spunta sempre, musicale o apotropaico – ma anche, come diceva quello, massoniche, delle masse ammassate senza cefalo, delle lobby delle lotte, intestine – no gas, no ‘flautolenze’ – per il potere e/o vil denaro, sterco del demonio, a loro insaputa (del potere, del denaro e del povero Fra’ Diavolo).

Rimpiango le rogge urbane, in ogni senso, del nord est, massacrate deturpate intubate in cemento vomitato da tecnocrati idioti; abbattono alberi, espiantano i polmoni della Terra chiamandoli malati, eradicano i loro stessi organi vitali. ma chiamano ogni crimine: sviluppo.

Quante giornate, figliuolo? Tre Ave Maria e un Pater, noster, auspicabilmente. Nel Mondo Prima, la matrona, anzi, la matrix, era semper certa, l’altro, numquam, ma oggi siamo tutti figli dell’algoritmo; come ritmo, sarà algo, senza alghe di Fukushima magari, ma spurio di swing, quello vero, quello caro a Renzo Arbore.

Figliuolo, bada, sii coscienzioso cosciente misurato: troppe giornate nell’arco di uno stesso anno, anche horribilis, rendono ciechi. In attesa della prima vera buona notizia e del Transcosmonautilus Mirabilis.

Giornatina truffaldina della Terra; le celebrazioni – ché qualche pio bove non s’illuda – le affidiamo a noti sodali di cementificatori e trivellatori – Drill your ass – così, non salveremo le disperse capre, belanti a vuoto, né i cavoli anche perché se sono quelli di Brusselles sono tossici, amari a priori: ai priori del Pianeta, no, business is busillis, guai ai vinti, ma gli intrallazzi devono continuare, anche post mortem.

La strada è stretta, anzi la via, ma ci sono lampioni di luce, solare, e botteghe del caffé, un po’ equino, un po’ solidale; stretta la via del borgo antico, larga la foglia dell’inganno, ma non l’abbiamo ancora mangiata tutta, metabolizzata nemmeno a parlarne: forse, ridotta a bolo, ruminiamo le stesse sciocchezze da quasi un secolo, ma non le comprendiamo.

Questi colori della tavolozza di Vincent, questi papaveri di Claude – mai sottovalutare il potere della scarmigliata papaverina – sono la mia, la nostra vita; lasciate che i Bambini del Mondo sognino nel vento, del cambiamento vero radicale salvifico.

Se ci ammaleremo, di Nostalghia (Maestro Tarkovsky, dove sei?), sarà solo, sempre colpa nostra e almeno per la griffe colpe capitali abbiamo l’esclusiva; i nostri stili di vita vitaccia di vite, non si armonizzano con le esigenze farsesche dello stantio mercatone globale, del nuovo vecchio corso, senza patente di corsa. Ladroni sì, ma almeno con licenza regale, cribbio.

Il Leone marino nel golfo della California, nuota in profondità e sgrana allibito i suoi grandi occhi scuri: un’orrida mascherina inquinante davanti al suo muso; la sua espressione allibita, ci interroga e ci condanna, senza possibilità di appello: che razza di umanità siamo?

Anche Greta, la Divina, si è ritirata, giovane; dallo schermo, al mito, senza scorciatoie, senza compromessi, negazione di decenza pudore dignità. Difficile imitarla.

Viaggiare nel mare infinito intorno a noi o nel mare dell’Infinito, sul dorso o anche nel ventre della giovane Balena Grigia, migrante dall’Atlantico o dal Pacifico, novella Fenice marina, per sete di conoscenza, per fame di plancton – o della pizza di Dumas;

liberi da Achab (se fosse Gregory Peck, sindrome di Stoccolma), libera Lei, liberi tutti:

occhio agli spruzzi arcobaleno dallo sfiatatoio!

Cabiria

Pagina Bianca, pagine delle Notti Bianche.

Non quelle antiche notti insonni e festose della Capitale, non le illusorie oniriche drammatiche notti di Cabiria o notti da incubo di Giuliette che amano davvero, confondendo letali gesti distruttivi di codardi invertebrati, senza dignità, con illusorie visioni di felicità; Donne filantropiche che sorridono lungo scogliere e mulattiere mostruose, che sanno e vogliono sorridere lungo cime tempestose, lungo rive procellose, incontrando Artisti di strada che regalano Cultura, in cambio di un po’ di gentilezza e di un pezzo di pane, buono però.

Rive brulicanti di folla, strade vicoli e piazze pacificamente invasi, assembramenti gioiosi, quando giocolieri maghi eteree danzatrici acrobatiche scalavano mura e torri di Castelli senza più Santi, né Angeli; Castelli incantati tra lampi di luci policrome, per abbagliare occhi menti fantasie in letargo, da secoli.

La Città Eterna (a momenti) intera compatta, senza ingiustizie, ma solo per una notte, accompagnava lo Spettacolo itinerante, la Città era allo stesso tempo palcoscenico e Attrice principale della Rappresentazione; che mai imita la Vita, semmai ne rivela oscuri, inconfessabili talvolta mirabolanti segreti.

Le prime luci dell’alba filtravano inaspettate, tra comitive comete quartieri antichi, come se quel miracolo potesse eternarsi e non fosse semplice passaggio terrestre mortale momentaneo: la magia e l’incanto, pudici, cedevano il passo alla ritualità del quotidiano incombente; il giorno dopo in quel Mondo Prima, agli inguaribili sognatori che non si arrendevano all’evidenza della realtà, ai sognatori che non volevano intendere ragioni e dirsi buonanotte (o buon nuovo giorno), mentre i bipedi (a)normali già si recavano al lavoro, sembrava solo una pausa, in attesa spasmodica e impaziente della successiva data della turné; cosa sono queste mani sempre flaccide? una vigorosa sciacquata con acqua fredda e sapone di Marsiglia, per ritrovare presa solida, scacciare torpore riattivare circolazione e moto diagonale e ondoso delle sinapsi.

Attendevamo un autobus che ancora oggi non passa; terremoto e blackout improvvisi, appoggiati a un muro scrostato e corroso dall’umidità, per non scivolare, per non piombare a terra, sulla Terra. Il balzo dimensionale dal regno magico è sempre traumatico. Temporale fortunale nubifragio, assenza di mezzi pubblici, di fortuna, di sfortuna, né piroghe, né zattere, da escludere a priori Arche di Salvataggio o di una qualche Alleanza. Pioveva il Cielo sulla città, cadeva sulle teste e sul Lungotevere la festa appena nata, era già finita, prima che la notte fosse giunta al termine, o a Termini.

Ieri Oggi Domani… Forse mai, cosa importa? Il surrealismo, tra le Nuvole, con o senza bombetta, non è comunque di questo Mondo?

Abbracciare una Donna che nel buio illumina la piazza più grande, impedirle di addormentarsi per scongiurare conseguenze; su un tappeto di Aladino uscito misteriosamente da una inesistente bottega di rigattiere, riaccompagnarla a casa sua in volo radente su mura antiche e inestricabili abominj contemporanei; abbandonarla prima che Oberon e Titania chiudano il varco, adagiarla sul suo letto intatto, per non gettarla in pasto ai demoni dalle mura diroccate di un acquedotto pre moderno, per non trafugare la sua borsetta e i suoi trucchi speciali, arti muliebri non replicabili;

Beata Ingenuità, anche Tu decrepita, chanson d’amour, souvenir d’Italie e viaggi mentali, telefoni e guanti bianchi, occhi cerchiati di nero, Pierrot metropolitani che vagheggiano ormai solo cornetti apotropaici e cappuccini con creme di latte rigenerante, nei artificiali di bellezze sbarazzine nelle vetrine delle boutique, niente più campanelli, solo volgari trilli, assordanti e dozzinali.

Nemmeno una Greta con un po’ di Garbo, cui porgere avanches di ardite conversazioni tra sconosciuti.

Cabiria non cedere, non credere alle fatue promesse degli Sceicchi Bianchi, non salire sulle loro altalene. Trova il Tuo, solo Tuo angolo in questo nostro presente che si dissolve come foglia secca d’acero sotto la suola di un gigante distratto.

Divino Amore, carnale spirituale metafisico, sei vero, umano o sei solo un santuario?

Non lasciamo ai poster ai posteri ai posteriori l’ardua (ir)responsabile sentenza.