Ucronia

Ucronia, ucronia, per piccina che tu sia, tu mi appari una magia.

Ho scritto ucronia, non utopia (Nomadi), né – spero di essere chiaro – ironia.

In fondo, cos’è mai questa ucronia, tanto vagheggiata? Da chi? Perché?

Un genere letterario, mi rivelano i dotti: niente meno, forse qualcosa in più.

Dal rasoterra, dal fondo scala, dai sotterranei della mia ignoranza mi abbarbico, come di consueto, alle briciole della realtà – dura, anche violenta, mai sicura – e deambulo; come un sonnambulo, come un sognatore, come un bimbo, spaventato da tutto perché precipitato sulla crosta terrestre indipendentemente dalla sua volontà, che entra nel bosco (o sottobosco, un lusso di pari grado) e si costruisce una piccola casa, dove rifugiarsi spesso, per leggere. Per immaginare mondi, vite – specie la sua – alternativi.

Sono nato – almeno credo – attore, pirandelliano. Nel senso, ho interpretato sempre, solo (quasi, spesso e volentieri) personaggi creati dalla mente di Luigi Pirandello. Ho consunto assi (di legno, dei teatri) e neuroni a furia di recitare Uno, nessuno, centomila, Sei personaggi in cerca di autore, L’uomo dal fiore in bocca, I giganti della montagna. Soprattutto, La giara, la mia opera prediletta, novella umoristica che mi ha sempre baloccato come fossi prigioniero del burlone re del solletico. Zi’ Dima Licasi resterà un personalissimo ‘mulo da soma’, capace di trottare oltre le contrade del verismo, per spaziare libero su quelle del grottesco.

Sono scrittore, oltre ogni dubbio, oltre ogni barriera. Il coraggio (o audacia) di affrontare l’ignoto – tutto – il coraggio di non restare arenato, spiaggiato dalle infinite domande angosciose sulle mie reali capacità di orchestrare storie e personaggi. Non sarò mai Virginia Woolf, Mary Shelley, Alice Walker; non mi tramuterò miracolosamente in Georges Simenon, Lev Tolstoj, Gabriel Garcia Marquez. Un umile artigiano, un onesto ‘lavoratore’, un sincero vivente di parole.

Sono esploratore, qualunque cosa significhi. Esploratore qualunque, con il desiderio di scoprire angoli di mondo inesplorati – ancora possibile? – anfratti, particolari geografici e umani. La visione delle parti parti più affascinanti e insolite per comporre la comprensione globale. Difficile emulare Antoine de Saint-Exupéry o Dervla Murphy, anche perché se mi avvicinassi al primo avrei l’imbarazzo di optare tra l’aviatore e lo scrittore (steccati senza senso), mentre se tentassi di essere la seconda, rinuncerei in partenza, consapevole di non possedere né la stoffa – attitudini, se preferite – né la costanza.

Sono nato con l’orecchio assoluto, cioè, dotato di. Anche il naso, non scherza, servisse aiuto. O un robusto puntello. Sono un musicista, alta o bassa – non il volume, la musica e il suo livello – non importa. Non formalizziamoci. Non sono un maestro, non sarò mai un fuoriclasse, tipo, per citarne a caso uno minore, Volfango Mozart; o George Gershwin, o Janis Lyn Joplin. Mi applico, lavoro duro, ma il talento è come, se non di più, il coraggio: se non ce l’hai, non te lo puoi dare. Mi piacerebbe essere almeno un musicista fortunello, un brano mondiale, uno solo, e entri in modo trionfale nella Storia.

Sono certo un filosofo. Di scuola pindarica. Pindaro – tra l’altro, assiduo frequentatore della Trinacria – garantite voi, colti, era un poeta? Nessuno è perfetto; questa, forse, è già stata detta. Comunque, magari come filosofo rappresento un ‘magnaaufo‘ per poi nemmeno pagare il dazio, o conto che dir si voglia. Non dovrei giustificare la mia strampalataggine; incapace di voli di poesia metafisica, potrei dedicarmi a tempo pieno, ma anche a tempo perso, ai miei amati voli pindarici. Da Siracusa ad Agrigento e ritorno.

Nato friulano, non speciale, né unico: umano, questo sì.

Nato in un bosco siculo intricato, non per caso denominato dagli stessi indigeni di Girgenti:

Càvusu, Kaos.

Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante, disse Nietzsche;

mi sono avvantaggiato, la mia origine è lì.

Lettera bacio testamento

Lettera a Te, caro carissimo Fedor.

Hai molte colpe, a partire dalla nazionalità di nascita: ucraino, russo, russo ucraino, viceversa o all’unisono. Che confusione, sotto il Cielo tutto è ingarbugliato, l’animo umano e la mente sempre più, all’ennesima potenza, dell’impotenza congenita.

Come in una fulminante vignetta di Mauro Biani, Tu pensavi molto, troppo, e, soprattutto, scrivevi; questo ha decretato la Tua condanna postuma, oltre a quelle subite in vita per le tue idee libertarie, poco gradite al regime degli zar. Qualcuno dice che la storia – a differenza di Paganini – offre repliche: la prima in forma di tragedia, la seconda con l’abito della farsa. Noi, qui, siamo giunti all’idiozia conclamata, dispiegata, rivendicata con orgoglio.

Incredibile quanto le tue opere contemplassero e analizzassero con il pantascopio dell’intelletto tutte le nevrosi, i limiti dell’uomo moderno; schiacciato dalla geometrica potenza degli edifici urbani, spersonalizzato dalla massa che sono tutti, tutti contro l’individuo solo, monade inadatta, incapace di reagire agire affermare un proprio pensiero, assalito dallo spleen, dalla noia del vivere che si muta spesso in risentimento, in odio anche per le offese non ancora ricevute e che rischia di tracimare in volontà di auto cancellazione o di annientamento dei propri simili.

Capisci anche Tu che meriti il rogo, la condanna alla damnatio memoriae.

Come la cultura latina, come Dante, come lo stesso Luigi Pirandello: ammirati, studiati in tutto il mondo, ma oggi meritevoli del marchio d’infamia, meritevoli di essere messi al bando, all’indice, rei in toto di non avere mai preso le distanze dal regime fascista, espressione impura di una pseudo cultura, autoritaria repressiva coloniale. Tié.

Si resta poi sbigottiti al cospetto dell’arrogante impudenza con la quale certi politicanti, ex o in attività, pretenderebbero anche applausi e patenti di santità per i loro ruoli, alquanto opachi, di consulenti speciali per aziende nazionali, auto proclamati, auto innalzati paladini dei prodotti indigeni sui mercati internazionali: misteriosamente, quasi sempre, tali prodigiosi prodotti sono armamenti letali o fonti fossili inquinanti di energia; mai parmigiano e prosciutti, per fornire un esempio banale, ma saporito assai.

Il tempo scivola via: come i Nomadi vorrei cantare non è stato tutto inutile, ma che le bombe non siano propense all’ascolto delle altrui ragioni, lo sapevamo prima di costruirle e venderle; mi preoccupano di più le sordità intellettive selettive delle degli smidollati smidollate in teoria rappresentanti del mondo dei buoni. Invio un bacio al cielo, consapevole che scrivere missive non sia mai stato una questione semplice; scrutando lo spazio, spero possa un giorno arrivare, da qualche galassia indipendente, l’Arcadia di Capitan Harlock.

Se fossimo costretti a vergare un testamento – soprattutto spirituale – sarebbe confortante, auspicabile applicare il metodo Ennio (Morricone, assai simile a quello del Manzoni):

pensarci su, al cospetto della pagina intonsa e bianca, pensarci bene, per poi regalare all’umanità bellezza senza tempo, bellezza autentica, bellezza universale.

Come una musica inafferrabile, nel vento astrale.

Mondo liso, per tacer di Monnalisa

Pagina dei lavoretti domestici, do U know bricolage?

Hai voglia Piero, a metterti carponi, o disteso; hai voglia ad avvitare tutte le viti del mondo, se la vite principale è spanata, dipanata, appannata: impanata? Dopo il pasto, digestivo effervescente.

Sbrogliare la matassa del brico o del bruco che evolve in farfalla non è semplice: dipanare la matassa, il broglio anche e soprattutto elettorale – ci facciamo buggerare da una vita e anche più – il brogliaccio: la commedia agra della razza umana in fondo resta la stessa, perché ci siamo incaponiti – incagliati? – a seguire, inseguire sempre il canovaccio unico (canovacci e strofinacci, molto utili in ambiente domestico), il mono canovaccio: non possiamo dunque pretendere grandi sorprese, grandi novità, sensazionali risvolti ai pantaloni, ai volumi cartacei, alla trama della commedia dell’arte del caro vecchio liso Mondo.

Indolenza, pigrizia: pigro, magari come Ivan Graziani nel 1978, carezzare Monnalisa, trafugarla – donna (tra)fugata, sempre baciata – nasconderla in una lignea cassetta per le patate, trasportarla in un vecchio solaio o un antico fienile e ammirarla senza posa, per giorni, per mesi, per rivelare, carpire, metabolizzare il segreto di quelle pennellate, di quel sorriso; anche un po’ beffardo, tipico della donna superiore che ha capito tutto e conosce le tue vergogne, i tuoi difetti: i più intimi, i più scandalosi.

Cielo (D’Alcamo)! Mio marito! Nasconditi nel covone, presto:

«Tu me no lasci vivere   né sera né maitino.
Donna mi so’ di pèrperi,   d’auro massamotino.
Se tanto aver donàssemi   quanto ha lo Saladino,
  e per ajunta quant’ha lo soldano,
  toc[c]are me non pòteri a la mano».

Lena, perché sei Tu (Madda)Lena, prostituta honesta che facevi impazzire gli uomini con la tua avvenenza senza pari, senza mai incrociare autentiche rivali: anche Merisi da Caravaggio perse il lume, della ragione, ma non dell’Arte – e creò la camera oscura – e Ti innalzò a modella eterna della eterna celestiale vergine; uno scambio di divini doni, il vostro.

Cercare paradisi terrestri – non solo fiscali – negli atolli, mai satolli, tropicali, scoprire svegliati di soprassalto o da un assalto di sopra, la natura profonda e vulcanica di quelle isole: lava, cenere, lapilli, tsunami e il cha cha dell’Apocalisse è servito, magari insieme ad un raffinato cabaret di frutta, anch’essa tropicale, e fantasiosi cocktail al rhum, rigorosamente al rhum. Anni ruggenti, dei Tropici.

Fare i fessi – la giara fessa, di Mastro Luigi, Pirandello – farsi credere fessi, per meglio rendere fessi gli altri: un altro trucchetto antico come la professione più antica, la prostituzione – quella intellettuale, a partire da certi graffiti sulle pareti delle caverne – che però, inspiegabilmente, funziona sempre e miete ad ogni stagione migliaia di tontoloni.

Riparare con mastice portentoso la giara, raccogliere i sassolini lavici neri che come aliena neve scendono dal cielo, scrigni naturali dei codici segreti, esistenziali, del nostro Universo;

i meno sciocchi, o solo i più cari agli dei, lo capiranno, li accoglieranno nel loro palmo disteso, li conserveranno in quelle antiche anfore:

per (ri)generare il Mondo Nuovo, da quello Prima.