Quaresima bellica

La veloce gazza sarà forse ladra, ma anche gli umani – o presunti tali – non scherzano.

Non trasformiamo la discussione sulla gazza, nella consueta gazzarra, ideologica non più, di cortile nemmeno. Purtroppo.

Quanta nostalgia per i cortili, per le aie; nostalgia non fine a sé stessa, ingenuo sentimento per età dell’oro mai accadute, ma per quelle realtà fisiche ontologiche, quando le parole rarefatte, parche, avevano valore: inestimabile.

Meditare sugli amori e sulle occasioni perduti, sprecati, decidere se dai fallimenti e dalle disfatte si voglia, si possa – magari poscia, più che pria – imparare qualcosa. Struggersi di malinconia per eventi surreali, metafisici.

Il minuetto di appassionato corteggiamento di una coppia di rondini muove smuove anche l’anima più draconica – nel senso cercato e ricercato dell’astrologia araba – peccato siano in ritardo, le livree delle rondini; solo qualche ape, raminga e solitaria, fa capolino, timida.

Chiromante, rabdomante, oniromante, chiaroveggente: saranno queste le figure professionali più richieste; non in un prossimo vago futuro, ma tra pochi minuti. Essere senza tempo e avere memoria, oppure il contrario? Entrare nei e interpretare i sogni, quelli altrui: lavoro ad alto rischio. Come esprimere incautamente desideri, senza essere consapevoli che potrebbero inverarsi.

Homo sine pecunia imago mortis, sed etiam homo sine vidutam; le realtà e le verità non sempre coincidono, dipende, molto spesso – forse troppo – da chi le osserva e come, da chi inquadra una porzione del mondo e alcuni accadimenti; tra i Sumeri e gli Accadi chissà cosa penserebbero e direbbero, di noi e della nostra presunta civiltà. Somma sciocchezza attribuire a persone scomparse e decontestualizzate dal loro tempo mortale, parole opere omissioni, perfino opinioni e intenzioni di voto.

Servirebbe più di sempre una bella quaresima bellica, una quaresima istituzionalizzata laica (financo religiosa, melius abundare) delle armi e di tutti/tutte queste/i aspiranti guerriere/i, non per quaranta giorni: definitiva, perenne;

domenica delle palme bianche, palme in alto: vi arrendete?

Non al dono della pace – non è mai un dono, ma un progetto – al tempio, al tempo della pace, da costruire insieme.

Estremi, non di versamento

Cercare rifugio, riparo: nella Casa, in una casa, anche quella del Fauno, andrebbe bene.

Diaframma, intercapedine tra noi e la propaganda, perché – credo che l’esperienza sia condivisa ormai – tutto è diventato propaganda.

Decidere di diventare interpreti, delle persone in senso lato e ampio, più che delle loro parole: parole spesso depotenziate di senso, parole sensibili al dolore; parole che possono – potrebbero, potevano – raccontare e costruire mondi, o mondi ormai edificati solo di parole, vuote, e immagini ridondanti?

Archetipo, sarà un tipo d’arco? Sarebbe interessante approfondire la materia, non solo teorica, ma concreta, visto che a breve saremo di nuovo chiamati a dedicarci alla caccia per procacciare sostentamenti, per noi e per i nostri prossimi. In ogni caso, archetipo sarà lei, compresa tutta la sua tribù.

Sarebbe sempre doveroso e opportuno non lasciarsi sfuggire, tenere sott’occhio i paradigmi: verbali in primis, poi tutti gli altri; vite esemplari, modelli esistenziali, poco alla moda, pochissimo in voga.

Prossimi nel senso di vicini e prossimi, di un qualche futuro, nella versione, visione ottimistica della faccenda; eppure, come scrive in modo esaustivo Maurizio Maggiani, i monumenti sono lì, non solo a celebrare presunte grandi imprese, presunti grandi personaggi, ma quale monito molto solido delle nefandezze e degli errori madornali, da non replicare. Invece, chissà come, spunta sempre un però, un accidente, un imprevisto, una piega e anche una piaga, della storia comune del mondo. E il monito, monolitico o meno che sia, cade nella polvere dell’oblio, nelle onde dei furori insensati.

Forse per questo, ne stiamo abbattendo e/o oscurando a go go, perché sono ingombranti, fastidiosi, ci costringono – anche a nostra insaputa, nell’inconscio – a fare i conti con noi stessi, con le nostre ataviche responsabilità, con le nostre coscienze stratificate, incrostate: non risolveremo i dilemmi della nostra era, non scioglieremo i nodi gordiani, con sciocche proibizioni di romanzi immortali o eliminando dai testi di Storia i protagonisti imbarazzanti che appartengono ai nostri stessi popoli d’origine.

Qualcuno sosteneva con la ragione e con le spalle che la letteratura, o si occupa del fantastico, del magico, o semplicemente, non è – oppure si tramuta in altro genere; soprattutto oggi, con una primavera anomala a tinte fosche anche per le polveri e le ceneri delle guerre in corso, sono tentato di accogliere e fare mia questa importante, autorevole lezione; non fuga dalla realtà, ma tentativo di leggere, individuare tra gli atomi, dimensioni diagonali, alternative, rigeneranti.

Non sarà una risata a sommergerci, ma la nostra inarrestabile idiozia: censurare Gagarin, l’Albero di Turgenev – perché non radere al suolo il Giardino, quello dei Ciliegi? – perfino la povera cagnetta Laika e financo Oleg Blokin, solido centravanti sovietico, non ci restituirà il bene dell’intelletto, né quello comune. Quando abbiamo smesso non solo di capire il Mondo, ma anche di coltivare le regole – ora, qui e ora – della convivenza civile?

Michele, cantore della Costituzione, lo hai declamato e ripetuto spesso e temo non volentieri: se in una presunta repubblica democratica, si attuano forme coercitive delle opinioni individuali, se dai cittadini si pretendono cieca obbedienza e giuramenti coram populo di fedeltà alla patria, quel paese non si è già geneticamente mutato nel regime dittatoriale che diceva di contrastare, di detestare, di non volere più essere?

Vorrei essere allievo, anche pagante – appagato di sicuro – garzone di bottega dei Magnifici Sette del ’32 (1900): sembra un capolavoro di Kurosawa, per restare in ambiente cinematografico, invece si tratta di 7 registi nati nello stesso anno magico: Truffaut, Forman, Oshima, Tarkovskij, Malle, Reitz e Kluge, artisti convinti che attraverso grandi film sia possibile cambiare, in meglio in bella copia, il Mondo. Un po’ ci sono riusciti, perché gli spettatori dei loro lungometraggi di sicuro sono diventati persone più profonde e immaginifiche, ma se non hai mai partecipato a un cineforum pomeridiano del Cinema Don Bosco non sai cosa ti sei perso.

Lottare per scrivere questo Mondo Dopo in bella copia, gradita calligrafia: per ottenere il risultato saremo costretti a diventare tutti estremisti, estremisti scuola di Fratello Martin Luther King, “perché se una struttura sociale produce iniquità e povertà, deve essere riorganizzata, da cima a fondo“.

Estremisti per la giustizia, estremisti per l’uguaglianza, estremisti – oggi più che mai – per la pace.

Futilitarismo

Più è futile, più diventa utile, o tentano di piazzarlo così. Utile alla bisogna del mercato, senza tema e senza smentita.

Nel trionfo della futilità, nella militanza acritica del futilitarismo, lento muore il pensiero umano, lento – nemmeno troppo – tracolla il nostro amato pianeta. Lo amiamo, giusto?

Vorrei tornare ragazzo, non per me stesso, non per sempre, ma per confondermi tra i giovani di questo mondo dopo, per confrontarci dialogicaMente senza barriere, né pregiudizi; vorrei rincorrere quella coppia in via Zamboni, esortarla a camminare sempre con le mani intrecciate per sciogliere i nodi gordiani dell’iniquità, convincerla a conservare sempre sulla vita e sulle persone quello sguardo trasognato, sognante, curioso con dolcezza.

Sul selciato: tracce di vestigia, passi umani, giubilei celebrati con pioggia piovana, non solo immaginaria, e foglie di lauro. Sulle note di Io voglio vivere e Un pugno di sabbia incontrare sorelle e fratelli fino ad oggi sconosciuti, eppure veri senza confini, soprattutto mentali; perché dovremmo avere capito che i popoli sono una sola famiglia globale. Da Mama Africa verso l’infinito.

Sotto e lungo i portici più lunghi d’Europa, imbattersi in una confraternita del vino: che tu chieda alla polvere o all’elisir di Bacco – il colbacco è tornato di moda? perbacco – nei dettagli si annidano talvolta sagge verità.

Se poi noti qualcuno – magari tra i santi sans papiers di Piazza Grande – che tenta di accumulare riserve di stucco, non ti stupire, non restare di stucco con stucchevoli considerazioni e pensa ai ragazzi e pensa ai colori, quelli della via Paal.

Girare il globo – farlo girare? – grazie ad un mappamondo chiamato Magellano o a bordo di una futilitaria: importanti restano, ancora e sempre: gambe forti, cuori orecchie e occhi aperti.

Concediamoci un tempo dedicato al pensiero, un piccolo spazio: meglio, pensiamo ad un piccolo spazio – un’intercapedine di suolo di 10 centimetri, quando i centimetri contano – quello che ricopre la Terra, senza il quale non crescerebbero più piante e alberi; pensiamoci bene, prima di concedere ulteriori permessi alla disumana cementificazione, perché quel suolo pensa; anche in vece nostra e nei millenni ha dimostrato di saperlo fare in modo egregio.

Presto però, prima che la tenace foschia del futilitarismo renda ovattata e indifferente ogni cosa, prima che le nebbie del porto fagocitino anche tutti noi.

Silenzio

Pagina del silenzio, invocato reclamato – a gran voce! – desiderato bramato necessario.

Non uno dei tanti, ma quel silenzio carico pregno denso di attesa, attese, anche dolorose, anche lancinanti laceranti.

Il silenzio incombente che precede come una overture rossiniana il tutto, ché il tutto, poi, giunge sempre, a valanga. Inarrestabile.

Gentile Anthony, ce lo hai insegnato proprio tu, con la tua formidabile intelligenza, con la tua lingua nuova travolgente sconvolgente: dovremmo diffidare di chi predica e sostiene di applicare gli strumenti del bene ad ogni costo – benefattori invasati? – siamo poi così sicuri che altri da noi sappiano con certezza cosa sia il nostro bene? Anche la retorica della bellezza salvifica potrebbe essere ingannevole oltre modo: ne abbiamo conosciuti di appassionati di scoiattoli, piccioni, perfino di Mozart e Bach che poi, non solo protetti dall’oscuro manto delle notti, si abbandonavano alla violenza crudele, veri drughi del male: totale, senza redenzione.

Prendere, prendersi cura di se stessi in primis, con la saggezza dei felini, prendere per donare, donare senza ritorno, senza attendere il domani; anche chi promette doni – concessioni – e ritorni (alla casa della Madre e del Padre?) alla sedicente normalità, desta cupe preoccupazioni e motivi di inquietudine, come fossimo incatenati ad una mitologica incudine.

Prima delle armi, sempre, senza se, senza ma, senza discussioni, la pace eterna, per vivere operosamente, al bando definitivo armi e guerre: per il riposo, avremo tempo modi e maniere, tutta l’eternità successiva.

Nelle curve del silenzio, potremmo trovare perfino un po’ di amore, per poi accoglierlo, con silenzioso stupore, come vibranti poesie di Neruda e Tagore.

Annegare nell’Oceano del Silenzio, per ritrovare la voce, la propria;

naufragare grazie all’Oceano del Silenzio su spiagge silenti, quiete, per riuscire a distinguere di nuovo le Voci:

quelle della dignità e della giustizia.