Competizione

Mentre ovunque trionfano ingiustizie e crudeltà, noi – oh, anime pie e sensibili – ‘correggiamo’ le fiabe, le riscriviamo (davvero siamo in grado?) in versione edulcorata e politicamente corretta. In attesa di essere sgozzati dagli stessi pargoletti che crediamo bisognosi di iper protezione, di iper rassicurazione.

Comunque, bando alle malinconie, se non siamo morti, siamo ancora vivi. Lapalisse è vivo, lotta e resiste insieme a noi. Forse. La competizione è globale e non prevede aiuto per chi è debole, o, peggio mi sento, per gli eventuali perdenti.

Quanto vorrei essere lo scrittore mozambicano Mia Couto, un autentico creatore di parole, mestiere più difficile ma più bello del mondo, un uomo capace di restituire una lingua, scritta e parlata, a chi non ne ha più; per scelta, più spesso perché qualcuno ha deciso di negargliela. Per impossessarsi della terra, del paese. Senza più una koinè culturale, in fretta svaniscono anche le speranze, anche i sogni. Non resta nessuna prospettiva: diventare schiavi, peggio, automi.

Come si chiede l’autore: la bellezza esiste o la creano i nostri occhi? Dunque, l’uomo può inventare un’altra, altre, realtà; alternative a questa, tremenda e crudele, profittevole solo per i pochi che possiedono già quasi tutto, tranne l’immaginazione, tranne – ancora per poco – le parole.

Dovremmo essere come Batman, con la consapevolezza di Frank Miller (“è molto più di uno psicopatico“), con la lucidità di Jeph Loeb (“sa che il bene può anche fare male“); ha giurato da ragazzino sulla tomba dei genitori che avrebbe liberato la sua città dal male e persegue questo obiettivo anche quando si rende conto che dopo ogni malvagio assicurato alla giustizia – quella fallace degli uomini, meglio di niente – il giorno successivo ne dovrà affrontare un altro. Eppure, nonostante le sofferenze, le sconfitte brucianti, è convinto ne valga la pena. Del resto, come sentenziano le persone sagge e colte, nulla riesce senza duro lavoro. Nemmeno compulsare poche, inutili righe.

In alternativa, potremmo aspirare all’emulazione dell’avvocato Vittorio Contrada, creato dalla fervida mente di Tullio Avoledo da Valvasone (Pordenone), avvocato che all’improvviso decide di cambiare marcia e segno alla propria vita: stop con il diritto societario, largo alle cause ambientali o comunque “eticamente valide“. Non si vive di solo successo economico. Una piccola comunità montana a rischio per colpa di una spregiudicata speculazione edilizia – fatto ormai consuetudinario – che potrebbe però rivelare quali grandi e occulti poteri si muovano dietro le quinte. Anche se “molto più pericolose sono piccole cose, come le idee“. Confermando quanto il Pianeta sia un formidabile impasto di “inquietudini e speranza“.

In fondo, come direbbe la cantautrice, poetessa e illustratrice romana Giulia Anania: “siamo tutti figli dello stesso smog“, per spiegare come, nonostante ormai a livello globale tutto ci spinga verso il cinismo e l’egoismo, in realtà l’orizzonte verso cui tendere si chiama multiculturalismo; “siamo tutti nati per amare, il tram è il mezzo pubblico che meglio ci rappresenta, l’umanità variegata si mescola a ogni brusca frenata“. Le sue rotaie sono quelle che ci conducono o ci consegnano all’amore, “sentimento che spaventa perché foriero di verità“.

Come una scrittrice solitaria – Virginia Woolf, Emily Dickinson, Dolores Prato, per citare un trittico ‘perfetto’ – in una stanza solo per sé, per i suoi pensieri, per le sue parole, affronta e vince la competizione; non quella economica, l’unica possibile per l’imperialismo neoliberista globale. Sul piano della guerra e dello sfruttamento, non esiste confronto possibile, né antidoto. La stessa democrazia, con il suo sistema di contrappesi tra poteri, langue ovunque.

L’unica speranza per la Terra, lo scrive il professore di teoretica all’università di Macerata, Roberto Mancini, “viene sostenuta dalle comunità interetniche e interculturali di persone comuni, di giovani di donne che danno vita a movimenti sociali e costruiscono risposte alla negazione dei diritti umani e degli equilibri della natura“.

In alternativa, attacchiamoci al tram.

Frontiere postumane

Maschere femminili lignee, sudamericane; occhi grandi, cerulei, fissi, sorriso inquietante. Dietro, potrebbe esserci Belzebù.

Decrittare il presente, ci viviamo – sopravviviamo – in mezzo, ma ci risulta caotico, oscuro. Abbiamo estremo bisogno di vati, filosofi, saggi (veri); ci accontentiamo di un profluvio di immagini sciocche, ci nutriamo di iconoclastia, coltiviamo non la terra, ma l’orrendo culto della pubblicità delle cose inutili. Nelle quali annegheremo.

Terra, nostra dolce Terra, sempre più insozzata, sfruttata, sfregiata; descritta e dipinta attraverso il gotico latino americano, discendente diretto del realismo magico, di cui è brillante portabandiera la scrittrice boliviana di origini abruzzesi Liliana Colanzi; fantasia e sapienza innervate dal pop, dal cyberpunk, perfino dai videogiochi, eppure ancorata solidamente a culture ancestrali, per creare racconti distopici di denuncia dello scempio e in difesa del nostro mondo. Come dice lei, utilizzando lo slogan della sua casa editrice Dum Dum, “con un piede nella giungla e uno su Marte“.

Forse dovremmo anche noi riconsiderare tutte le questioni più urgenti che ci riguardano, tenendo il baricentro a metà tra il pianeta che ci ospita e una giusta distanza siderale per riflettere con obiettività su quello che combiniamo; o non combiniamo, lasciando decidere la sorte delle nostre vite ai manigoldi delle multinazionali.

Vorrei essere un grande regista cinematografico, come Cesare Zavattini, o una grande autrice letteraria, come Marguerite Yourcenar, vorrei essere in grado di partire da un’immagine delle realtà che attirano la mia attenzione quotidiana come una calamita – non calamità – per giostrare tra quella e la parola meditata, o viceversa; vorrei essere un cantautore, come Leonard Cohen e dedicarti Dance me to the end of love. Per disvelarmi mimetizzandomi, per accarezzarci l’anima, oltre l’inesorabile, oltre la rassegnazione, oltre ogni disumanità dell’uomo.

Viviamo, disseminiamo tracce – lettere cartacee non mail, foto, oggetti che hanno attraversato epoche – che poi ispireranno altre persone a vivere in modo più felice, più intelligente di noi; come scrive il professor Roberto Mancini dobbiamo tenerci pronti al risveglio globale, “al rifiuto di ogni complicità con questo sistema di competizione e di guerra che è la più grande malattia della storia. Dobbiamo essere pronti a lavorare per costruire uno strumento d’azione politica che sia etica, popolare e progettuale“.

Le frontiere rappresentano una sfida, con sé stessi più che con gli altri e/o le forze soverchianti della Natura; una sfida che spesso le Donne e gli Uomini hanno raccolto pagandone le conseguenze a caro prezzo, ma dimostrando che l’essere umano contiene dentro sé risorse soprannaturali, divine, azzarderei a scrivere.

Purché le famigerate ‘frontiere postumane‘ non si trasformino o diventino frontiere postume, al netto dell’ardua sentenza di quelli che un tempo venivano chiamati poster e comparivano sulle pareti e sulle porte delle camerette delle Giovani e dei Giovani;

modelli ispiratori.

Ipazia e Ulisse per citare due nomi poco ‘fotogenici’ e non per caso;

mischiando le carte e la realtà storica con, forse, la Leggenda.

Coop affabulazioni macchine del tempo

Pagina del confabulare, senza trascurare l’affabulazione e la fascinazione, derivante dalle parole, dal loro suono sussurrato, come se dovessimo rivelare un segreto o comunicare qualcosa d’importante dentro quegli interminabili afosi meriggi d’estate, con tono controllato, per non arrecare disturbo ai parenti intenti alla gustosa pennichella. Fabule, novelle per tutte le stagioni.

Etimologia, scienza che rivela il mistero più bello del Mondo, quello relativo all’origine e al significato delle Parole. Cooperazione dell’affabulazione, iper coop dell’espressione umana, corporazioni di arti e mestieri ma aperte, al pubblico e ai privati, soprattutto di mezzi.

Sororità sororato sorore, forse concetti che riguardano in modo precipuo sorelle e sorellanze, equivalente equipollente di fraternità, ma con quel tocco magico femminile in più: più sororità per tutto il Mondo?

Ripensare la società, ripensare l’economia: per edificare una società nuova, non abbiamo alternative. Nuova davvero, su basi alternative, su fondamenta diverse, scavate abbandonando subito le arcaiche obsolete strategie di sopraffazione dominio consumo indiscriminato, di risorse e vite.

Ecosocialismo, magari, come auspicato dal professore di filosofia teoretica – anzi, teo eretica – Roberto Mancini, commissario tecnico, del pensiero equo; niente paura, non sarà un marxismo riverniciato di verde – sulla pessima scia degli incredibili, ipocriti trasformismi delle multinazionali, di colpo tutte virtuose dell’ecologia e del rispetto dei diritti umani – ma una filosofia socioeconomica attenta all’equità alla giustizia alla tutela del Pianeta; se non capiremo che siamo parte dei cicli della Natura, con tutti i limiti ma anche le grandi potenzialità connessi, Gea Madre superiora, molto pria che poscia, semplicemente deciderà di proseguire il proprio cammino, in solitaria in autonomia, in totale libertà dagli infestanti – poco in festa – parassiti bipedi.

Cambiare noi stessi, in primis, mutare – mutazioni finalmente benefiche – l’urbanismo selvaggio e le sue degenerazioni; mai più informi casermoni nel nulla, servi della gleba di macchine e mercato senza anime, ma redivive forme di convivenza sociale (connivenze elettive), collaborazione, neo umanesimo urbano estetico civico, per neo comunità antropologiche, grande alleanza tra tribù di quartiere, ché la Città riconquisti, come nel Mondo Prima, la sua vocazione di spazi per l’incontro tra gli Uomini. Come nella capitale catalana, chiamata Barcellona, dove la municipalità è Donna.

Meno veicoli a motore, al bando il cemento, più Cultura Arte Parchi Biciclette, invitando la Sirenetta di Copenaghen a spiegare i segreti per realizzare progetti così ambiziosi, così necessari, così urgenti. Città ideali, ideali nelle città, anche senza incomodare Leon Battista Alberti e tutto il Rinascimento italico, quello originale.

Tornare all’antico, piccolo coeso capillare, per coltivare Fiori di Zafferano, nella Terra del Sole del Mare del Vento, meglio nota come Salento.

Vivere come il popolo Vedda dello Sri Lanka? Nomadismo nella giungla, raccogliendo radici e miele: forse vagamente estremo, molto salutare – non il Gioca Jouer di Claudio Cecchetto – assai sostenibile; la propensione genetica dei Vedda alla monogamia, potrebbe essere accolta con favore, dalle signore e eventuali personalità ecclesiastiche, pronte al giudizio morale, all’ordalia pseudo divina, anche nel fitto intricato panorama arboreo di una jungla.

Senza smog, esulterebbero anche i polmoni.

Godetevela, questa pseudo libertà, finirà un minuto dopo il Ferragosto; da lì, al Natale, sarà questione di un baleno; a proposito, da nuovo dpcm omnibus: il Natale quest’anno non sarà celebrato né concesso, causa arrivo della variante Klaus, dalla Lapponia con viralità; risparmiate soldini e soprattutto non inquinate ancora il globo con le sedicenti mascherine salva vita, monouso, quasi peggio della plastica letale.

Navigare sì, ma con i ritmi vitali della Caretta Caretta.

Mascherina o non mascherina? Cambiano i tempi, mutano geneticaMente i dilemmi: se mi traviso il volto e poi, dico per dire, rapino banche dalle quali di solito siamo rapinati un po’ tutti, noi ingenui risparmiatori e contribuenti, secondo vostro illuminato e autorevole parere, potrei andare incontro a controversie con Mamma Giustizia? E se adducessi come attenuante che con la mascherina – chiedete a Zorro se sia favorevole o contrario – mi sento più tranquillo e altruista, pensando alla mia e soprattutto all’altrui tutela della Salute, pubblica o meno, il giudice supremo si mostrerebbe clemente?

In ogni caso, andrà tutto bene. Travisare il proprio volto – anche se per alcuni sembra davvero imperativo categorico – resta un reato, secondo il codice, quello penale: viva il libero arbitrio, o era viva l’arbiter?

Meglio entrare in confabulatorio, con spirito apotropaico parlando, che in altri ambulatori. Primo requisito: la salute e beato chi la vanta, in portfolio e soprattutto dentro sé stesso.

Abbiamo creduto di essere i depositari dell’onnipotenza, perché utilizziamo computer tecnologie applicazioni virtuali, molto virali: le pandemie potranno indicare all’Umanità la Cura, se, stimolando con fiducia la creatività delle giovani generazioni, saranno strumento per riscoprire che l’antichità è stata la saggia giovinezza del Mondo (più arduo continuando a eliminare lo studio dei classici greci e latini, condannati oggi per presunto razzismo);

nel 150, prima di Cristo, sull’isola greca Anticitera – Antichi Greci, vi detesto, inventori dell’Onniscienza – avevano ideato progettato costruito la Macchina del Tempo: meccanismo a ruote dentate che senza tema di smentita calcolava alla perfezione fasi lunari, solari, mesi, giorni, perfino le date per il versamento dei tributi e quelle dei principali avvenimenti sportivi.

Veri rivoluzionari, ante litteram, ante revolutionem:

mai dimenticando che la rivoluzione astrale è solo il naturale ritorno di un corpo celeste alla sua casa, quella di partenza.