Venere privata

Mi prostro, striscio e chiedo perdono al Maestro: Giorgio Scerbanenco;

non posso spergiurare né promettere di non farlo più – rubare impunemente un titolo a un Suo romanzo – ma onorarlo e adorarlo sempre, questo sì. Senza esitazioni o dubbi.

Venere o Afrodite (non ditelo all’Africano): privata, in quanto personale, o privata, in quanto defraudata di qualcosa di proprio e prezioso? Un mistero, un dilemma, un giallo.

Del resto, mi ispiro alle lande del nord est: sono virtuose, nelle parole dei politici e in certe misteriose classifiche nazionali, per quanto concerne la tutela, la conservazione, la cura del patrimonio naturalistico, eppure gli alberi sani vengono falciati di continuo, in nome del progresso (?) e, soprattutto, della schifosa pecunia.

Spesso mi capita di pensare quali traumi infantili possano essere collegati al Popolo degli Ent, ma Tolkien dimora tra gli immortali – arduo, chiedergli lumi – e io, se mi soffermo troppo su riflessioni impegnate e impegnative, rischio un lacerante male alla capa. La mia, nel senso di testa.

Da più parti, poi, parti disparate in lungo e in largo, Artisti e rappresentanti della Cultura a frotte – molti, moltissimi – si schierano in modo deciso per proteggere la Flora e la Fauna (non fauni, credo) contro progetti biechi, malevoli; qui a Portus Naonis, sarò certo distratto, non avviene; ma possiamo sempre auspicare che il De Sacchis intervenga, secco e preciso. O almeno, tiri i piedi a certa gente mentre dormendo sogna lauti, meschini profitti, alle spalle nostre, della Natura e delle proprie famiglie: anche se non lo sa, con verde evidenza.

Non per calzare i panni dello sputa sentenze o del menagramo – Scerba e Duca Lamberti lo sanno, visto che denunciavano l’inquinamento industriale del Lambro molto prima del 1970 (!) – ma non è colpa mia se Pianura Padana (2P, per evitare spiacevoli fraintendimenti) e dintorni restano costantemente, da decenni, zone più deturpate, malsane del globo; se gli abitanti spesso muoiono in anticipo non di morte naturale, ma colpiti da malattie terribili a causa dei veleni, dei miasmi che le industrie, le fabbriche, i rampanti dello sviluppo diffondono tranquillamente nei territori. Senza incomodare la leggendaria Padania o fantasiosi guerrieri padani.

Il vero, gigantesco problema, mai rimosso, resta il processo di decolonizzazione, di civilizzazione degli occidentali, bianchi e ricchi; gli esempi deleteri, nefasti sono migliaia: nel modo di considerare gli altri umani che non sono noi (reputati guasti, incidenti di percorso, esseri sub umani, inferiori e sacrificabili!), nel modo di agire, nel modo di decretare proprie le risorse limitate di tutti, nel modo di considerare le conquiste economiche e ora tecnologiche, inarrestabili e senza limiti: etici, concreti. Lo scrive in un articolo su Altreconomia il professor Tomaso Montanari e forse sarebbe ora, anzi, trascorsa da decenni, di prenderne coscienza, senza accampare scuse, senza scaricare la responsabilità su poche, illuminate persone, senza, come sempre siamo abituati a fare, delegare ad altri, come se la questione delle questioni non ci riguardasse.

Non sarebbe opportuno, né salubre, come capitò a Janos Jancsi, uno degli scienziati del ‘gruppo MANIAC della bomba atomica’, giungere alla fine della vita (o Vita?) per concludere con inestirpabile amarezza:

“Per il progresso (sviluppo), non esiste cura“.

Anche l’eventuale intercessione di Venere/Afrodite risulterebbe vana.

Risposte nel vento (sbagliate)

Pagina della vernice, quella arancione, che si può distruggere con l’acqua (preziosa).

Delebile, nel senso di soggetta ad azione, nel senso di “si può cancellare, facilmente“.

Eppure, per il nostro magnifico, avanzatissimo ordinamento giuridico – per la nostra ‘classe’ politica (?) – le e gli attivisti che con vernice arancione delebile imbrattano le mura di certi palazzi, o anche alcune opere d’arte, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla tragica crisi climatica, sono equiparabili a moderni ‘terroristi’.

Delle due, l’una (e non si tratta dell’ora del pranzo): o non capiscono, o, capendo perfino troppo bene, indicano dei capri espiatori per non pagare pegno, per non prendere decisioni impopolari; tertium non datur.

Come scrive il professor Tomaso Montanari su Altreconomia di maggio, “non sarà un caso che la classe dirigente occidentale ha un’età media altissima, mentre gli attivisti del clima sono ragazzi?“.

Che scherzi birboni, orchestra il caso; vi sembrano bagatelle di poco conto, se due miliardi di persone si mettono per forza in marcia per quel che resta del giorno e del pianeta, se Genova diventa come Marrakech, senza esserlo e senza adeguarsi? Se, senza preoccuparvi né troppo né minimamente, piombate nel 2050? Ammesso e non concesso che siate ancora vivi. In qualche modo.

Ci salverà una novella suor Plautilla Nelli, una novella Annella De Rosa – cos’è una rosa, anche con un altro nome? – o forse un’emula di Giulia Lama, magari una seguace di Artemisia Gentileschi. Chi se non una Donna, chi se non il femminino, nell’accezione più vasta e più completa? Chi se non coloro che sono destinate a custodire nel loro seno e a partorire il feto? Chi se non coloro che generano? Volendo, potendo.

Non chiedetemi dettagli sull’utilizzo del formidabile gerundio: se Adriano – Celentano, chi altri? – è il re degli ignoranti, io sono l’ultimo dei sudditi (non ho scritto Sudeti).

Entro il fatidico 2050 sarà sempre il caso – necessità? anche il Fato si inchina alla Necessità – di cercare casa sempre più a nord. Trovando un certo affollamento, non disdegnerei nemmeno quello sud, naturalmente polo, Pinguini permettendo. Peccato che oltre al caldo sempre più opprimente, alla scarsità di acqua potabile e cibi, si aggiungerà allegramente la presenza del Plutonio 239. Avete capito bene, non il compagno di viaggio migliore: permane nell’ambiente circa 24.000 anni (poi non sparisce, si dimezza, se vi garba), né – come sottolinea Stefano Massini su Robinson di Le Repubblica – consola che la sua presenza sia stata rivelata dai carotaggi effettuati da un gruppo di scienziati (veri) italiani. Sempre grazie alle super potenze e a chi vorrebbe dipendere energeticamente dall’atomo: maneggiare con cura!

Si potrebbe divagare, affrontando questioni calcistiche, ma sarebbe deleterio infarcire di stoltezze la nostra vita, ragionando su piccinerie (invasione del terreno di gioco dello Stadio Friuli al termine di Udinese – Napoli, da parte di migliaia di tifosi partenopei) cui dedichiamo già troppo tempo.

Sarebbe bello, anzi, utile, parlare di giustizia umana, ma forse pretendo troppo. Da me stesso, da voi.

Come sostiene Vinicio Capossela, cantautore e letterato, ci arrovelliamo tra Brecht e Ariosto: le parole sono uno strumento meraviglioso, ma per il primo possono tutto, mentre per il secondo ne abusiamo, ma non siamo in grado di incidere sulla realtà. Come accadde a lui, amministratore della Garfagnana.

Siamo come i liberisti: citiamo continuamente la libertà, a sproposito;

eppure, la vera libertà non può e non deve essere dissociata dalla responsabilità. In tempi avari, in cui tutti hanno ragione e spiegano – ululando – perché,

meglio sedersi dalla parte del torto.

Tra le spighe nella nebbia

Se perfino un buco nero genera stelle, crea, immagina futuri – anteriori posteriori futuribili, io a cosa servo?

Notizia buona o pessima? Per chi ha sempre creduto in altri mondi nel cosmo, una gioiosa conferma.

Le stelle figlie di quel nero vuoto – domanda sciocca – sono impastate in proprio con la creta primigenia, oppure vengono aspirate da altri universi e poi catapultate nel nostro?

Il Buco Nero Artista potrebbe diventare uno strumento utile per lanciare gruppi di persone – non necessariamente turisti allo sbaraglio – nel giardino fiorito – no Eden, sobrietà – in quello di Claude Monet, per una colazione (di lavoro, giammai) idilliaca, bucolica, anche arcadica; ne avremmo bisogno, assai.

Da ragazzo passeggiavo spesso presso le rive, le sponde, gli argini del Reno; al mattino ante lucano, quando un lucore flebile tentava di intrufolarsi e farsi notare tra le fitte maglie della nebbia, compatta uniforme, quasi imbattibile: sapevo che anche lui era già lì, quel vecchio misterioso squinternato pittore, da una vita deciso a catturare l’istante preciso e irripetibile del primo albeggiare e del primo fotogramma visibile della sagoma scura dell’antico mulino, tra alte spighe di grano, avamposto ormai abbandonato di civiltà rurale, ma draconiano contro le ingiurie dell’incuria umana e del passo inesorabile di Kronos.

Una abitudine sana che coltivo ancora, con costanza.

Anche tra gli uomini bravi, esistono quelli più bravi e quelli, nonostante tutto, nonostante ogni esasperante tentativo di melassa politicamente corretta (corrotta), indispensabili; così, qualcuno riesce a diventare grazie al proprio ingegno e alle proprie portentose qualità un aggettivo, come Federico Fellini – felliniano – qualcuno, un saggio detto popolare, come il tennista iberico Rafa Nadal – quando credi non esistano più speranze, pensa a Nadal.

Mondo marcio! Nessuna divagazione da rapper, solo una semplice considerazione; andrebbe circostanziata: non il mondo, non l’umanità, una parte, ma come nella teoria della mela bacata nel cestino di quelle buone, è più facile che la decomposizione morale si propaghi dai pochi ai molti, mentre per invertire il procedimento di solito servono generazioni, investimenti illimitati in cultura e educazione, ottimi modelli ed esempi concreti, soprattutto familiari. Come dice e scrive il critico Tomaso Montanari viviamo in un certo senso nell’epoca del Tintoretto, in una temperie sociale globale immersa in quella luce meridiana eppure malata, luce finita di una congregazione antropologica le cui strutture, i cui modelli sono morti e in decomposizione, eppure per ignavia viltà pigrizia, rifiutiamo di registrare la realtà e soprattutto di reagire, anzi, programmare per tornare ad agire; agire i nostri destini, individuali e collettivi, per edificare una società globale finalmente fresca e nuova: democratica equa ecologica.

Cara Isadora, me lo hai insegnato tu: la ciucaggine può essere una risorsa, se equivale alla caparbietà tesa verso un ampio orizzonte, diventa un peccato mortale, se sinonimo di ignoranza conclamata, auto compiaciuta, reiterata.

Diventare crisalide, crisalide cruciale, auspicando nella trasformazione in farfalla: sempre più spesso, ci affidiamo a gusci vuoti, incartapecoriti, aridi, finiti. Quelli non sono gusci del miracolo, solo tombe calcinate da riti stantii, anacronistici, anti storici.

Ieri, quel vecchio eccentrico – l’ultimo degli infimi, come si definisce lui – mi ha parlato per la prima volta:

ragazzo, se domani qualcuno troverà in te delle qualità, stai certo che sono dentro te già oggi; la gente giudica in fretta, senza conoscere; anche qui, dove mi apposto sempre a lavorare, loro vedevano solo erba inutile, ma era grano in attesa di maturare. Ascoltami, di notte, guarda prima le stelle e poi dormi e sogna la tua vita come un dipinto, quando sarai di nuovo sveglio, dipingi la tua vita con i colori dei tuoi sogni.

Che strano, oggi sono tornato per parlare con lui, ma ho trovato solo erba alta e raggi solari arancioni che facevano capolino nella nebbia, per una volta, remissiva.