Fedele al libro, libero di tradirlo (simbiosi)

Nulla come prendersi cura di un piccolo giardino, ci restituisce la nostra ‘misura‘ terrena, ci ricolloca al posto giusto tra le creature dell’Universo (o multiversi), ristabilisce priorità e valori imprescindibili.

Mentre la mente si concentra sulle svariate attività che contribuiscono a formare la manutenzione della flora domestica, sorgono spontanei pensieri sani e positivi, riflessioni originali sulla vita e i suoi aspetti, respirando a pieni polmoni l’aroma della terra, cogliendo l’essenza della nostra dimensione ontologica.

Al bando pose marchettare post litteram da ambientalista, da ‘ecosofo’ (non esperto di Umberto Eco, anche se) ispirato da Arne Næss, o ‘biofilo’ (non bibliofilo, anche se) fuori tempo massimo, cioè da vecchio, anzi, antico. Non ancora soprammobile, però.

Rammentare l’etimo di dimensione, ancora una volta, rischiara il cammino e gli orizzonti: dal latino demensionem, lunghezza altezza profondità, le tre proprietà commensurabili che forniscono l’esatta misura – se preferite, estensione – dei corpi; fisici, certo, ma non solo.

Mi piacerebbe disegnare pagine ispirate a questa vita, come saprebbero fare in modo sopraffino Brian Selznik, con le sue passeggiate romane, ambientate nel tempo cronologico nel 1986 e, contemporaneamente, nell’immortalità della Città Eterna; o Milo Manara, non solo (semplicisticamente) maestro dell’eros, ma artista che negli ultimi anni ha saputo tradurre in letteratura disegnata Il nome della rosa, impresa ardua per l’importanza del romanzo, per la sua complessità, tra colte citazioni letterarie, tra rimandi a dispute filosofiche accanite, compiute da varie correnti della Chiesa.

Se potessi, se sapessi – non solo disegnare – mi evolverei in un essere, possibilmente pensante e sensibile, capace di mantenersi ‘fedele al libro, libero di tradirlo‘. Creativo, immaginifico, svincolato da barriere, confini, catene.

Se potessi, se sapessi – non solo sopravvivere, vivere davvero, completamente – forse sarei capace di mutarmi in arcadico – non componente della cosmonave Arkadia (o ‘astroveliero’), anche se – ma in un abitante della mitica regione: Arcadia, dove uomo e Natura coabitano in perfetta armonia e i bipedi sono consapevoli di essere una parte del Creato e si comportano di conseguenza. Elegia bucolica, però adulta e matura.

Sarebbe un sogno – a occhi aperti, con i piedi saldi sulla nostra amata Terra – fare parte della Compagnia dei Gelosi che imbeccati, addestrati dal Tasso (Torquato) misero in scena la favola pastorale Aminta; sarebbe un sogno diventare ambasciatore letterario e convincere l’editore veneziano Aldo Pio Manuzio a stampare e vendere l’opera. Sarebbe un sogno essere una delle bestie condotte al pascolo da Aminta e sperimentare sulla mia pelle, con le mie zampe, il sacro principio aristotelico: unità di tempo, luogo, azione.

Sarebbe un sogno – a occhi molto bene aperti – comporre l’Aegloga rusticale intitolata Bernino; peccato sia stato preceduto di qualche secolo (1516) dal buon Pierantonio Legacci, componimento stampato in Siena da Semione di Nicolo, cartaio. Senza offesa, anzi, con molta stima e sana invidia culturale.

Se potessi, se sapessi – non solo compulsare fole, ma scrivere e, soprattutto, fare – tanto mi garberebbe emulare Telmo Pievani, filosofo della scienza: come lui, affidare al vasto pubblico Uniti per la vita, partorito insieme al docente di zoologia Maurizio Casiraghi e raccontare quanto l’altruismo – derelitto e deriso (quando dice bene) ai giorni contemporanei – abbia solide basi biologiche. Per aiutarci a dedurre, tutti, che – a dispetto delle app e dell’intelligenza artificiale – è la cooperazione a favorire quel processo strano denominato evoluzione. Come scrivono i tipi della Lettura (Corriere della Sera), “lezione che vale anche per le relazioni tra persone“.

Fuori dai denti: “Ci si salva insieme, perché la vita è simbiosi“.

Ammesso ne esistano ancora.

Persone.

Pazzo pazzo mondo di tasse e tamponi

Paaaazo, divinoooooooooooooo mondo di tampon tax und taxis, non quelli gialli che un tempo decollavano, né la nobile famiglia blasonata, ma – pane al pane vino al vino, beati coloro che ne hanno – le orrende gabelle.

Thurn und Taxis, nobili principi da nobile principato, inventori del servizio postale moderno, gioco da tavolo di stampo teutonico, origini italiche dalla famiglia del Tasso, quello della Gerusalemme liberata, non della golosa cedrata, celebrata anche dalla voce della Tigre di Cremona, per i non addetti: Mina.

Mina virtuosa, Mina internazionale e intergenerazionale: se le Tribù di Giovani manifestano – senza mascherine, in teoria senza produrre inquinamento (anche se permangono dubbi sulla autenticità della Flotta di Pedalò che avrebbe invaso i porti di Glasgow) – per rinfacciare agli impotenti della Terra ignavia e inadeguatezza, cantando in coro Parole Parole Parole; certo, manca come elemento fondamentale la voce di Alberto Lupo; consoliamoci con le vignette spiritose di Lupo Alberto.

Attenzione poi ai club, alle balere, alle stazioni balneari che espongono Bandiera Gialla; nel Mondo Prima simbolo di ribellismo giovanile, anelito di libertà, almeno nei gusti musicali e con la danza; nello scombinato Mondo Dopo, simbolo della quarantena, come in origine sulle navi costrette a restare in alto mare, per segnalare la presenza a bordo di letali epidemie e per evitare la diffusione del contagio nei porti del Globo; meglio sfumare in una grigia indistinta dissolvenza, meglio non pensare al secondo Natale consecutivo a scacchi, dietro le sbarre, con i codici a sbarre di tristi regali, senza calore senza gioia umana.

Per accedere alle sale del ballo, biglietti salatissimi, tamponi ogni 12 ore, ritenuti validi solo in caso di esito positivo (cui prodest?); in caso di negatività, complottismo boicottaggio palese dai soliti famigerati swing terroristi.

Aumenta a dismisura, galoppa veloce l’inflazione per non citare ogni tipo di bolletta, eppure fioccano più della neve natalizia, lodi sperticate al governo che non c’è – non in senso antico e istituzionale – e alla fantasmagorica ripresa economica, merito sedicente di una serie impressionante di sigle acronimi anonimi – vi siete iscritti anche voi alle sedute degli acronimi anonimi? – una litania così lunga, oscura, incomprensibile che nemmeno gli autori sarebbero in grado di rammentare e/o spiegare l’ipotetico significato.

Giusto un paravento ché nella realtà le questioni e le vite vanno in altro modo e da altre parti e paraventi servono più nemmeno alle scenette a favore di telecamere, da quando il nostro mare e le nostre isole e coste sono spazzate tempestate tormentate da scionj tornados bufere, mai visti in precedenza.

In Irlanda – verde di natura e non per marketing – quasi tutti si sono sottoposti al rito magico di protezione, eppure detengono il record mondiale di contagi: nessuno però dubiti o discuta la Gilda degli alchimisti, né il Dogma miracoloso.

Restiamo umani, nonostante gli apocalittici, apocalittici poco integrati molto integralisti; apocalittici nel senso di profeti mercenari di sventure, non in quello etimologico di disvelatori di verità, anche perché pare che i bipedi poco apprezzino le verità, poco siano propensi a registrarle, nemmeno quando sono conclamate gigantesche enormi, come il buon Godzilla e loro camminando, ci vadano a sbattere.

L’Alfabeto Forse – il più diffuso e onesto dall’alba dei Tempi e anche dei Templi – di Maurizio Maggiani ci invita a riflettere sulla inquietante potenziale radice comune del trittico: amore amaro avaro; dotte dissertazioni filologiche glottologiche etimologiche filosofiche non mi appartengono per mancanza di predisposizione attitudini culture, purtroppo. Amore egocentrico egoistico non può che possedere un forte retrogusto amaro, pretenzioso di attenzioni e dolcezze esclusive per sé, avaro avarissimo nell’elargizione altruistica; l’avaro immaginario di Moliere? No, quello della porta accanto o peggio, nella stessa casa.

La Libertà è un fatto semplice, una cosa minuscola ma non minima: andare con una bicicletta in stazione, balzare su un treno – anche in corsa, per gli spericolati esperti – e tornare a Trieste; non so se quella di Svevo per capire le mille anime della Mittel Europa, rimasta nostalgica orfana di un imperatore immaginifico ideale; o quella di Scerbanenco, sempre bellissima, ma dall’atmosfera incombente inquietante come la triade del Maggiani dolente nell’incertezza della sorte tra pace e guerra, tra l’appartenenza a un blocco atlantico o a quello a polarità sovietica, crocevia di mille interessi diversi confliggenti;

in fondo, ognuno di noi è un mondo, a parte, che entrando nell’orbita altrui crea attriti dissonanze, contende spazi; un pazzo universo di tasse gravitazionali e tamponamenti cosmici, in attesa di un giorno senza più buchi neri, oppure sì, se davvero come nella migliore tradizione fantascientifica fossero portali dimensionali.

Da Indiani metropolitani, sarebbe un sogno diventare Indiani galattici, resistenti – non resilienti, per carità – come i nobili Popoli Nativi delle Americhe del Mondo Prima;

più nessuno, né con balzelli iniqui, né con sedicenti leggi “potrebbe portarsi via la nostra autentica identità, quella scritta dentro ognuno noi”.