Amico della sconfitta

Illo tempore, conobbi un tizio.

Un tale (no talent, per carità), se vi balocca di più. Non si faceva nemmeno chiamare, né Caio, né Sempronio.

Sì illudeva, meglio, sognava, di ribattezzarsi Giorgio Sim, ma l’impietosa, nuda e cruda realtà, lo costringeva ad accontentarsi di essere un Ermete Pit, qualsiasi, senza pretese, senza spiccare voli pindarici, o, incandescenti, di Icaro.

Certo, in quanto rampollo di Dedalo, la sua esistenza errabonda – fallace, girovaga – sarebbe comunque risultata labirintica, un eterno perdersi, nella speranza di ritrovarsi.

Prima o poi, in qualche modo.

Icaro, ma anche il tizio.

Ritrovarsi, ritrovare il proprio nome, definire la propria identità. Ricorrere, rincorrere l’epistemologia molecare, come direbbero quelli veramente colti, coltivati, gli esperti.

Individuare il proprio ramo – genetico, sociale, culturale – per ricostruire, rilevare le tracce, le impronte lasciate negli eoni di Kronos, sulle nuvole; lo stesso potrebbero, dovrebbero fare le genti, i popoli.

Qualcuna filava – Berta, la lana e l’amianto? – , Pit arrancava; in fondo era il suo personalissimo modo di procedere, a tentoni, a naso. Meno male che il naso era importante, parte nobile, punto di riferimento solido, sorta di bussola sostitutiva, alternativa, cognitiva.

Arrancando, sbuffava, ma non smetteva di sognare; i martiri dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki; Yukio Mishima, poeta, drammaturgo, perdutamente innamorato del suo Paese del Sol Levante; Onoda Hiro, tenente giapponese, ritrovato nella giungla filippina nel 1974, 30 anni dopo la fine del secondo massacro mondiale, convinto che il conflitto fosse senza fine, pronto a sacrificarsi per il Giappone, fino al suo ultimo respiro, fino alla sua ultima goccia di sangue, fino al suo ultimo attimo su questa Terra.

Ermete si convinceva sempre più di un suo arcano legame con Yamato, sempre più percepiva una inspiegabile consonanza con una percezione altra – alta, a quote più normali della vita – , sempre più avvertiva di allontanarsi dai sedicenti valori occidentali, di essersi trasformato in un amico, un ottimo amico della sconfitta. Qualunque cosa significasse.

Conscio di non essere in grado di disegnarlo, avrebbe voluto abbracciare il vento, farne parte, mutarsi in una corrente:

inarrestabile.

Se io fossi

Come scrisse qualcuno – non ne sono certo – se fossi fuoco, arderei lo ‘monno‘, (tonno? comunque, non il comune lombardo), o, almeno, non mi farei catturare da Prometeo; l’ha pagata cara, la sua impresa.

Se fossi fuoco, sarei ardente (non al dente), dubito gelerei d’inverno, garantirei luminosità e molto calore; a chi, non saprei. Non sarei economico, a buon mercato; lo sono in pochi, perché pretendere tanta generosità proprio da me?

Se fossi un salta fossi non rischierei di precipitare nelle buche traditrici del terreno, della crosta terrestre, salterei di palo in frasca, ma rischierei di incenerirli; un bel volo pindarico non fu mai scritto, semmai effettuato.

Se fossi fuoco, le fiamme – non Fiamma, dei Fantastici Quattro, sul cui riposo notturno esiste da decenni un misterioso, annoso contenzioso – sarebbero comprese o a parte?

Se io fossi Cecco, sarei orbato, ma saprei bene chi arrostire; sarei cecco, ma non troppo angiolieri, non angelico, rude semmai, da maneggiare con cura. Forse poetico, ma comico realistico, per prendermi beffe – roventi quanto basta – dei miei simili, per burlarmi dei presunti seriosi, benpensanti. Quelli che predicano bene: fate ciò che dico, non ciò che faccio. Presunti dritti – pensate se fossero storti – senza pagare il dazio.

Se fossi fuoco, difficilmente sarei acqua e vento, o uno e trino all’unisono, ma senza essere Dio – forse, solo un dio semplice – e senza essere il suo vicario in Terra. Mi leverei non di torno, ma belle soddisfazioni, begli sfizi, sì.

Se fossi fuoco – non fuocherello – impalmerei (cosa significhi, non so) la donna mia, quando ella altrui saluta, ogni lingua umana diviene tremando – tremendo – muta: al netto delle eccitazioni poco dotte, molto confusionarie, non devasterei il Pianeta, non servirebbe un guastatore in più, ma lo sovvertirei, dalle fondamenta, dalle viscere, dalle 20.000 leghe sottoterra. E oltre. O sotto i mari.

Temo però che se io fossi fuoco, sarei una fiammetta, anzi, fiammella; auspicabile sarebbe fossi l’innesco, la piccola vampa (non d’agosto, anche se) primigenia, consapevole d’impotenza da sola, ma propensa, desiderosa di pronunciare ‘noi’;

se noi, tutte e tutti, fossimo fuoco che non brucia, ma divampa di passioni, sane e buone, se noi fossimo il fuoco del mutamento necessario, non nelle ideologie, ma nelle idee, pure libere coinvolgenti, se fossimo il fuoco del bene e delle verità non particolari, vere.

Se solo noi fossimo.

Vento e ferrovie (Messico e nuvole)

Pagina delle ferrovie, statali e messicane.

La tristezza, le nuvole: certo, cosa altro sennò? Eppure… esistono ferrovie statali, in Messico? La domanda non è poi così pellegrina – meglio: peregrina? – se perfino Hitler si era convinto che la chiave segreta per vincere la seconda guerra mondiale (WW2, mai) si annidasse proprio lì. O almeno, ne è convinto Gian Marco Griffi, “scrittore del lunedì“, direttore del meraviglioso golf club di Fubine (Alessandria, non d’Egitto), piemontese schivo e amante di libri, capace di vergare ottocento e passa pagine, per spiegare l’ossessione tricolore del Fuhrer. Tricolore nel senso di stati uniti: del Messico.

Perché cominciare così? Con il Messico, i dubbi sulle sue ferrovie, un libro all’apparenza improbabile che rischia di vincere lo Strega (appoggiato dallo storico e autore Alessandro Barbero, Brick for stone) dopo essere stato letto solo da qualche decina di persone, tra amici e conoscenti?

Chiedo io: perché no? In fondo, la vera vita si rivela ponendosi le domande più assurde, sgangherate, inopportune.

Se le ferrovie statali messicane esistessero davvero, sarebbe cosa non solo buona, ma anche giusta, considerando l’estensione (14° al mondo) e le asperità di questa terra, meravigliosa e incantatrice.

Dunque, se esistono binari pubblici in Messico – tra l’altro, nonostante le incertezze e le oscillazioni controllate del mercato, 14° economia in classifica – non dovremmo più stupirci nemmeno di tutte le altre incongruenze del pianeta: prima delle altre, le guerre e la clamorosa distanza tra i pochissimi ricchissimi e i sempre in aumento esponenziale, poverissimi.

La perfezione è il nulla fagocitante, viviamo nella migliore realtà possibile oggi, qualcuno trova soluzioni geniali, nonché epocali, a problemi che ridurrebbero in ginocchio generazioni di super donne e uomini.

Dunque: sorridi, potrebbe andare peggio, potrebbe piovere…

Ah già, forse la pioggia, quella vera, non esiste più.

Viva il Messico, viva Zapata (Emiliano Brando)!