Guano

Ci reputiamo unici e irripetibili, modelli – fantastici – non replicabili.

Reputiamo le nostre gesta, le nostre azioni, ogni nostro minimo anelito, grandiosi, ammirevoli, e, se per caso risultassero aberranti, abominevoli – non il povero Yeti dell’Himalaya e i suoi simili – , crimini contro il genere umano, contro il Pianeta, sarebbero (de) rubricati quali semplici errori, fatali fraintendimenti, bagatelle sfociate inspiegabilmente in tragedia.

Siamo così: piccoli, fragili, illusi, ma con un ego smisurato; qualcuno, di più, sempre quelli che hanno (lecitamente o meno) più risorse. Tradotto, senza perifrasi, il potere di fare tutto quello che vogliono, oltre l’immaginabile, oltre ogni vago principio morale; infischiandosene allegramente del Diritto e delle esistenze delle Donne e degli Uomini.

A meno che non si tratti di loro solidi sodali e complici.

Guglielmo, solo tu, da tutto questo ciarpame osceno sapresti, potresti trarre capolavori della letteratura e poesie; ma forse, persino con il tuo intelletto superiore e la tua sensibilità superba, esiteresti, proveresti moti di ribrezzo, rigetto, totale confusione.

Chi si ritira umanamente sconfitto (con tutte le code fra le gambe, avrebbero detto un tempo i saggi dell’osteria, dopo molte ombre), chi si ritrae in un mondo o in dimensioni altre, fantasiose, idilliache, per sottrarsi alla soma insopportabile della realtà attuale.

Cosa vergavano i fessi, nemmeno prezzolati, durante la pandemia? “Andrà tutto bene“. Infatti. Come diceva quello: “potrebbe piovere, per sempre“. Banalità, molte umane, comprensibili, anche senza essere Corvi.

Chi si ritira dalla lotta, è un gran fio de ‘na mignotta! Chiedendo venia alla mignotta, anche ricorrere alle ‘citazioni dotte’, dal presidente del Borgorosso Football Club in giù, ormai potrebbe risultare vano, per risollevare il morale (no molare), se non le sorti comunitarie.

Ormai disperati, catastrofisti, sciamannati, cerchiamo di avvinghiarci ovunque ci sia uno strapiombino, un tarocco – un’arancia sicula? magari – di Jodorowsky; “non si può insegnare all’inconscio il linguaggio della realtà, ma insegnare alla ragione il linguaggio dei sogni“. Essere surrealisti, immaginifici, magici, come lui, potrebbe giovare e magari costituire una strategia sorprendente per sanare le questioni urgenti, esistenziali.

Ancora Jodorowsky, ‘l’eterno’, ci comunica di “fidarci dell’umanita, delle nuove generazioni che – per paradosso – proprio grazie alla precarietà e all’assenza di prospettive, sono pronte alla guarigione nel campo della vita, attraverso la relatività dello sguardo storico, l’arte come unica, vera risorsa“.

Eppure, disse il Matto del Villaggio, questa storia non mi suona nuova – come tutte quelle che riguardano la stirpe dei bipedi che hanno smarrito la coda e la ragione – perché, nel 1856, una presunta confederazione di stati (o interessi economici), con un atto di forza, unilaterale per forza, varò una legge per dichiarare propria una piccola isola tra la Jamaica e Haiti; “ci serve, ne abbiamo bisogno per procurarci grandi quantitativi di concime“. Quell’isola era un deposito naturale di guano. Il Congresso approvò a larghissima maggioranza, la Corte Suprema (Don Abbondio – noi europei, oggi – , nella gara dell’ignavia, della codardia, giungerebbe secondo, con distacco abissale) disse che “non è nostra materia investigare o determinare se gli atti del potere esecutivo siano giusti o sbagliati. Basti sapere che il Governo ne abbia deliberato nell’esercizio dei suoi poteri costituzionali. Chi sia sovrano di un territorio, de jure o de facto, non è questione legale, ma politica“.

Gli astanti, paonazzi, rubizzi, tra frizzi, lazzi, amene scurrilità, risero sguaiatamente: “il diritto affonda solide radici nel guano“.

Risciacquare i panni in Adige

Principiare lo novello anno risciacquando – immaginifico – i panni in Adige.

Chiare fresche dolci acque – fresche, di sicuro – ove pose le belle membra colei che sola a me par donna; e anche noi, modesti mortali, non resistiamo immuni.

Colosseo o Arena, codesto il dilemma che dilania l’anima mia, la mente, il corpo. Non smarrisco né la via (quale?), né l’appetito, in particolare, per tale e quale rovello. Anche perchè l’Arena vanta più antichità e spettacoli non solo guerreschi, ma musicali, rispetto alla capitolina struttura gemella, grazie ad una acustica tra le migliori del mondo, di tutti i tempi. Conosciuti, trascorsi.

Deambulare senza fretta, senza meta, sul Ponte di Pietra, orientarsi verso la funicolare urbana e lasciarsi trasbordare a Castello San Pietro. Ammirare la città degli Scaligeri dall’alto, osservando le fortificazioni antiche, ignorando l’aria fredda e umida; scorgere l’ansa a gomito dell’ Adige, la struttura cittadina, teatro architettonico per le vicende dei Montecchi e dei Capuleti. Messer Guglielmo l’Albionico mi perdonerà se manco del suo genio, ma so riconoscerlo.

Urbe medioevale, nella quale abbandonarsi alle fantasie e alle illusioni più liete e piacevoli, scansando la folle folla, belluina e vacanziera; urbe contemporanea da evitare o migliorare, come i tempi moderni (Charlie Chaplin); se si vuole, se si può.

Pellegrinaggio, per così compulsare, alla Basilica di San Zeno (Zenone), antico monastero benedettino, forse foriero di miracoli, certo d’incanto e meraviglie. Anche a chi non interessa il culto religioso, chiesa romanica che mozza il fiato, non solo per il gelido gennaio. Si parte dal chiostro, luogo di vera serenità, luogo di meditazione trascendentale. Una necessaria sospensione dalla mondanità.

Si prosegue in chiesa, quasi senza rendersene conto, edificio su tre livelli – chiesa plebana, cripta, chiesa presbiteriale – si incontrano, a caso per i profani come me, un celebre trittico di Andra Mantegna, colui che “scolpì in pittura“, non pizza alla pala, ma pala di San Zeno; le formelle bronzee del portale, uniche e preziose; la Ruota della Fortuna, non oscena trasmissione tv, ma ampio, meraviglioso rosone. Per scorgere l’umano consesso virato con i toni di un arcobaleno.

L’ampia piazza,  ove sgambettano  spensierati e sorridenti bambini e quadrupedi,  completa un momento di rara gioia.

Ci si congeda con una leggera mestizia, consapevoli di essere stati cittadini privilegiati di una terra onirica, consapevoli che, lo scrisse sempre Guglielmo, “chi è bandito da qui è bandito dal mondo, e l’esilio dal mondo è la morte“.

Lunatico

Sono stato scelto – non per il premio finale di una lotteria miliardaria – per essere un lunatico; a cui piace il Sole. Appunto.

Un tempo, chi partiva, predisponeva adeguato testamento: le incognite erano infinite, tra asperità idrogeologiche, geografiche e bande di birboni. Oggigiorno, siamo al punto di partenza: mentre alla fermata del bus fantastichiamo su trip spaziali e sulla imminente colonizzazione di Selene e Marte (per cominciare), ci allontaniamo da casa e non sappiamo se arriveremo, se torneremo e, casomai rientrassimo all’amato ovile, in quali condizioni.

Mentre ci godiamo, incoscienti allo sbaraglio, la novembrata delle lande nord orientali, ombre sempre più lunghe e scure si allargano, da noi e sul nostro destino, o sulla nostra sorte; come peggio vi aggrada.

La mia, determinata da Elio fiammeggiante, somiglia – anche troppo e troppo stranamente – al gentiluomo di fortuna, Corto Maltese; lui non ha disegnate sulle mani le linee della fortuna e della vita, ma da solo, con un rasoio, le ha tracciate senza esitazioni, con il sangue – il proprio – e il coraggio.

Cosa ci accomuni, non lo so, a parte questa evanescenza nera, questa sagoma oscura: forse i convinti anti militarismo, anti bellicismo, l’obiezione di coscienza, la ricerca incessante della pace. L’amore per l’avventura e le navigazioni (marine, viaggi), anche solo sognate. Da parte mia.

Mi perdo in elucubrazioni pindariche, mentre arranco pedalando sulla Pedemontana; una visione, tra i barbagli del nostro pianeta incandescente, mi sorprende; donandomi una sensazione ineffabile di gioia e ottimismo, per la giornata e perfino per il futuro: una madre ciclista, leggiadra ma decisa, corre aprendo sentieri, fantasia e mentalità, insieme al figlio tredicenne. Educare con la bicicletta, un gesto altruistico e intelligente.

Dunque, anch’io, in sella al mio fido destriero – meglio, sul sellino della ‘Pina‘ (Pinarello, ora e sempre) – lungo i miei tragitti, i miei percorsi, vorrei sviluppare la capacità soprannaturale, la sensibilità del rabdomante, per rintracciare gli indirizzi perduti di ognuno, gli indizi di grandezza umana, i miracoli che potremmo realizzare, ma che permangono in potenza, per scarsa fiducia, per indolenza, per vigliaccheria.

Scandagliando il cielo, da lunatico, e la Terra, da limitato imperfetto finito umano, ho riscontrato che esistono più meraviglie di quante possa immaginarne la mia fantasia, per decenza non cito la mia intelligenza; così scopro che Omero (VIII a. C.) è realmente esistito, lasciando la teoria del ‘collettivo di autori‘ al campo delle leggende storiche, prestando fede al professor Robin Lane Fox, classicista di fama mondiale, docente emerito del New College di Oxford; lo stesso per il Bardo Shakespeare, ambientalista ante litteram, forse suo malgrado, forse no.

Il Cigno dell’Avon, per così scrivere, schiaffeggiando la nostra incredulità, conviveva già con l’inquinamento causato dall’uomo e con le condotte scellerate, quali il disboscamento selvaggio scopo lucrativo (codici a tutela delle foreste risalgono all’età di Enrico VIII), o eventi climatici estremi, per esempio la Piccola era glaciale che tormentò il mondo tra il XIV e il XIX secolo. Tutto questo per affermare che le opere di Guglielmo l’Albionico contenevano espliciti, solidi riferimenti alla realtà; anche quelle più visionarie, poetiche, oniriche.

Non so se credere a me stesso, alle mie impressioni di novembre. Però ho fiducia nel poeta cieco e nel bardo dalla mente senza limiti.

Non so se credere agli scienziati di buona volontà, agli ambientalisti razionali, ma credo a quella mamma e a suo figlio, credo nelle traiettorie di quelle biciclette.

Salviamo il Pianeta Azzurro e noi stessi.

Prima di saccheggiare e deturpare anche la Luna.

Moise o Edmun: si parte mattatori

Pagina del Kean.

Non Kent – Clark o la contea – ma Kean, Edmun, il più grande di sempre; queste locuzioni (non locuste lacustri) mi fanno sempre rabbrividire, perché non ravviso i termini di paragone: né tematici, né, ancora di più, spazio temporali. Mi fido della parola, dei veri esperti (Gassman padre, Proietti Gigi).

Kean, lo riscrivo per ribadirlo: non l’ennesimo, il solito calciatore, ma il celebrato, acclamato, leggendario attore delle tragedie scespiriane.

A 7 anni, fuggire da un istituto scolastico, per incompatibilità, refrattarietà alle regole, ai dogmi educativi religiosi culturali; imbarcarsi su una nave come mozzo tuttofare, per scoprire che a bordo – torni a bordo, balordo! – la disciplina è più rigida e iniqua che sulla terraferma; fingersi storpio e malato, in modo così convincente, da riuscire a gabbare noti lazzaroni, quali i marinai: a quel punto, smettere di recitare, indossare maschere, diventa impossibile, diventa il destino.

Un talento immenso, esagerato, tracimante, da sconfinare spesso nei vizi, forse inevitabili per chi è stato dotato da Madre Natura di troppa sensibilità, troppe capacità, troppa passione, in ogni ambito e momento della vita; lascia allibiti sapere che alla fine i lati oscuri dei geni somigliano molto, si potrebbe dire: combaciano, con quelli dei poveracci comuni, dei diseredati dalla vita; nel caso specifico, donnine dai costumi allegri (più spesso, prive di costumi) e dipendenza devastante dall’alcol.

Caro Giorgio, capita, a volte, di sentirsi come il protagonista di quel romanzo di Bassani, tuo omonimo: passeggiando pigramente in un paese della bassa, fermarsi a osservare senza troppa attenzione la vetrina di una bottega con esposti poveri volatili imbalsamati (esistono ancora imbalsamatori? magari, amatoriali?) e all’improvviso sentirsi come un airone abbattuto durante una battuta di caccia all’alba, dalle parti del Delta del Po; uno sprazzo di calma, apparente, quasi di inspiegabile felicità, decidendo senza motivo di porre fine all’esistenza; poi, dopo il rientro a casa e una cena frugale, ipnotizzati dagli stessi, eterni programmi televisivi, addormentarsi sul divano e svegliarsi la mattina successiva, per riprendere intorpiditi e indolenti, l’incolore, insapore, inodore, molesta routine.

Il talento superbo, supremo, giustifica e basta a saldare le nefandezze, i debiti contratti con la società, con i propri cari? Il dibattito è aperto, da millenni; una risposta univoca, definitiva non esiste e forse nessuno mai sarà in grado di trovarla.

Era un uomo, la spiegazione banale, la più semplice, la più aderente alla realtà, la nostra: quella di animali limitati che per un tempo infinitesimale, si trovano a calpestare la crosta del Mondo, al cospetto spesso di problemi e quesiti, non solo pratici, giganteschi, spaventevoli, talvolta sconfinati, quanto l’Universo.

Ci si illude di dominare, si finisce dominati, dalle sregolatezze più che dalla genialità (si esaurisce anche quella, come la pazienza altrui, come i fegati corrosi dalla cirrosi); quando va di lusso o buona fortuna, si chiude con una salomonica patta, ma l’epilogo è noto, per tutti:

l’uscita di scena, almeno quella, lo stile del congedo dalle assi dell’esistenza terrena, dipendono da noi, dalla nostra volontà:

l’ultima, la più importante.