Silhouette of a man blending into wolves emerging from mist

L’ululato

Se davvero fossi umano, mi tramuterei in lupo.

In questi giorni, anzi, in queste, chiare, non proprio fresche, dolci notti di Luna piena, non mannaro: il lupo. Troppo complicato.

La prima trasmutazione – cosa me lo impedisce, in fondo? – sarebbe lecita, perfino auspicabile. Ma, sussistono tante, troppe avversative (impedimenti, non saprei) che mi relegano al mio limitato e limitante ruolo di sub umano, incasellato, imbalsamato, nella pia illusione di essere, di assaporare la vita, a morsi; così, insisto, fedele alla linea e all’oggetto del discorso.

Solo quelli bravi e colti, saprebbero con immediata lucidità, radiografare le mie intenzioni: trasmutare in lupo, antenato ancestrale del cane, mutando in modo radicale l’aspetto fisico, gli stati d’animo, le esigenze e le condizioni di vita.

Dubbi, molti dubbi, che – i cervelloni di cui sopra – siano in grado di comprendere l’esigenza prima, il fine ultimo dell’insolito desiderio. Ancestrale, ontologico. Presumo.

I più equivocherebbero, non nutro velleità alchemiche – novello emulo (o, aspirante) di Nicolas Flamel, Paracelso, Conte di Saint-Germain – per accumulare ricchezze da Creso (chi era costui?); altresì, anzi, altri no, non mi immagino quale atomo instabile (instabile lo ammetto, fortemente) possa, come per incanto, tramite cessione più o meno involontaria di particelle, diventare un atomo stabile, se non realizzato, ma di un elemento diverso. It’s a kind of magic, tanto per citare un Mercurio più autorevole.

Conclusa la fase ‘farneticazioni personali‘, a profusione, sarebbe sempre l’ora, il momento preciso e più indicato – da chi? come? – di tentare di vergare parole con senso logico, con significato, non azzardo profondo, ma atto a individuare le radici di un eventuale problema, di un concetto. In discussione, non impiegato.

Così, non solo deambulando a caso (ma non per caso), leggendo frammenti di opere filosofiche colte – troppo, per le mie limitate risorse – mi imbatto, ‘m’intruppo’ nel saggio firmato dal filosofo Luca Taddio, Il tramonto dell’umano (Il melangolo). Mi lascia sconcertato, già dalla prima riflessione: Aristotele (l’antico filosofo greco, non il calciatore carioca) usava spesso la parola thauma – non trauma, però – tradotta un po’ acrobaticamente con meraviglia, mentre il maestro Emanuele Severino rammentava con precisione e necessario puntiglio che il lemma originale indica “terrore“, “angosciante stupore“.

Quello che mi travolge, quando capisco, meglio, intuisco istintivamente, che non si può trovare l’alba dentro l’imbrunire, ma Taddio vuole comunicarci che “siamo all’alba di un tramonto, all’alba di un nuovo inizio, al tramonto dell’umano sentire“. Al tramonto, definitivo, ma non finale, dell’antico essere umano “perché il digitale sta trasformando la forma stessa della nostra esistenza; anche se il corpo si è sempre costituito insieme alle proprie esternalizzazioni“.

L’autore, docente di Estetica presso l’università di Udine, è però così raffinato e sensibile, recensiscono i tipi di Robinson, “nel non erigere alcun dualismo tra umanità e tecnica; incombe però la domanda chiave, in territorio liminale: la tecnica può essere riorientata come potenza di senso, orientando l’evoluzione della forma di vita, invece di esaurirla?“. Forma di vita, dettaglio fondamentale, che sarebbe (ancora per quanto?) la nostra.

In una transizione epocale, questa sul serio, assistiamo, basiti e impotenti, confusi, non so quanto felici, alla genesi “di una forma di vita ibrida, che potrebbe originare nuovi ordini di senso, oppure, ridurre il senso a mera funzionalità“.

Stretto tra dubbi e angoscia, “come vaso di terracotta tra vasi di ferro“, scelgo di ululare le mie ansie verso la comprensiva (auspico) “sorella Luna“.

Lungi dallo stereotipo dell’animale solitario e spietato, sempre più anelo l’identità da lupo, “sociale, intelligente, altruista, territoriale” (Giuseppe Festa, scrittore, dixit);

predatore, ma coerente: vessillifero di una storia più grande, primordiale.

Forse, immortale.

Neglected tennis court with broken net, overgrown plants, and foggy background

Campo da tennis

Giorni strani, prima roventi, poi con escursione termica da primato (anche da primati);

in seguito, forse, di nuovo incandescenti, come fossimo turisti occidentali costretti a fuggire a precipizio dai bungalow, causa imprevedibile eruzione vulcanica e conseguente colata lavica, brucia tutto. Tropicana night.

Deambulo come un sonnambulo, nello stato incosciente, ho piena e consapevole coscienza che, anche non essendo l’Alba (De Céspedes), niuno torna indietro; eppure, mi ostino a inseguirlo, a pedinarlo, manco fossi la tartaruga sulle tracce di Achille – piè rapido, illo tempore – , peggio di un esecrabile stalker, peggio di un sognatore seriale, non feriale, illuso all’inseguimento di voli pindarici, nel pio tentativo di ritrovare il tempo perduto.

Per viverlo, appieno, anche solo un minuto. Totalmente ignaro delle eventuali e varie conseguenze.

Mi sento come una tigre in gabbia, o, meglio, un leone catturato (da chi o da cosa, non chiedetemelo: non saprei definirlo); lungi dal mio naso, reputarmi vittima di segregazione o apartheid, mi balocco con fole, tra folate di vento e strascichi di sentimento. La ragione (quale?) invita a provare, ma il Saggio redarguirebbe il mio attendismo fellone: non esiste provare, solo fare o non fare. Appunto.

Continuo la mia lunghissima passeggiata onirica e mi ritrovo – nemmeno troppo – su sentieri all’apparenza arci noti, ma non ne sono certo. Nei sogni, si sa (o, almeno, si dovrebbe) luoghi e volti conosciuti, in realtà (anzi, no) sono leggermente alterati, differenti, alternativi.

Scortato dalla mia fedele amica a quatto zampe, molto pelo, infinito affetto, lambisco un’inferriata arrugginita, confine alla fantasia più ardita, provocatoria, illimitata; tra l’erba ribelle ingovernabile e cespugli secchi, noto la fatiscente villetta, un tempo fonte di ammirazione e allegria per tutti e tutte, i passanti e le passanti. Ora un rudere, improbabile frammento, ‘rudinassi’ di certi poveri edifici bassi e impolverati, in qualche sperduto villaggio messicano, collocato, per disperazione, nelle torride adiacenze di un ignoto deserto.

Hey, qui c’era un campo da tennis, in erba; sembrava di stare nel giardino dei Finzi Contini; tra l’altro, mio coevo, il film diretto da Vittorio De Sica, non il romanzo di Giorgio Bassani. Coincidenze oniriche, inarrestabili, come l’importanza di Ferrara, come l’importanza dello sport con la racchetta, uno di quelli sublimi e beffardi inventati, almeno così si narra, da Fra’ Diavolo: nulla contro il Pel di Carota altoatesino, ma, potendo (nel regno della sfrenata immaginazione), opterei per l’iscrizione alla fazione di The Genius. I più mancini dei tiri, con la racchetta, erano i suoi.

Sogno nel sogno, perdo il tie break decisivo e l’incontro, con l’ennesimo balzo di Icaro, senza ali e senza fuoco da Elio, torno in me, a me, a Favignana. Non mi servono aerei o aliscafi, per raggiungere le Egadi trapanesi, isole sicule più che mai assimilabili a Mompracem. Nè tigri, né tigrotti, in compenso, accompagnato da una ottima dose di coraggio, decido di tuffarmi in mare, auspicando di non incontrare gli squali bianchi, che qui vengono placidamente a rilassarsi e a riprodursi. O forse, sì.

Avvolto da una densa nebbia estiva – possibile? ne rammento una durante una folle scorribanda balneare in un antico agosto veneto – mi accingo a ridestarmi;

ma la mente viaggia e fluttua, torna là, al giardino incantato della magna domus, ignorando rovi, insetti infestanti, rifiuti, per volteggiare, ancora, poi ancora, tra le righe di gesso di quel rettangolo, tra i fili d’erba di una vita acerba, eppure maravigliosa:

mirifica.

Young person with backpack overlooking ancient stone ruins in a mountainous landscape at sunset

Alba melanconica

Qualcuno – insonne, o mattiniero assai, causa afa tropicale – se lo sarà chiesto;

qualcun altro, magari la stessa persona, dopo arguti ragionamenti, speculazioni filosofiche, intuizioni geniali, avrà risposto, alla fatidica domanda, al quesito, non da quiz generalista, esistenzialista, al domandone da 100 pistole (non armi, opere di bene):

a che ora è la fine del mondo?

Una curiosità umana che aleggia, anzi incombe, da un certo lasso di tempo: mille e non più mille

La musica pop/rock si è infine appropriata della questione, non così peregrina (pellegrina?), come potrebbe apparire ai meno avveduti; penso a Ligabue – non Antonio, come mi verrebbe istintivo indicare, ma Luciano – il quale, nel 1994, riscrisse la canzone originale del 1987, opera di Michael Stipe e dei suoi REM, forse già ‘orfani’ di religione, ma smaniosi di domande cruciali.

Fine del mondo – prima o poi, accadrà (valutando il QI di certi bipedi, prima) – come lo conosciamo, anche sconosciuto, ma loro (i REM) garantivano di sentirsi bene; entrambi, Michael Stipe e Ligabue, furono spronati da motivazioni impellenti, diverse, ma, così narra la leggenda, ispirati da uno stesso episodio storico: nel 1938, il grande attore e regista statunitense Orson Welles, organizzò negli Usa uno scherzo radiofonico con finalità sociologiche (la pervasività e la credulità di massa, orchestrata dai media), intitolato La guerra dei mondi – mi rammenta qualcosa.

Dopo la trasmissione, un’ondata di panico generale si diffuse in molti stati a stelle e strisce, al centralino del New York Times giunsero centinaia di telefonate, con richieste di aiuto o spiegazioni sulla “drammatica situazione“. Un uomo, in particolare, seriamente e con tono grave, chiese: “A che ora è la fine del mondo?“.

Non so se Massimo Troisi, con la sua ironia partenopea, avrebbe risposto (non mi permetterei mai di attribuirgli parole, intenzioni); forse, lo immagino io, si sarebbe servito, dopo aver indicato un fantomatico orario, di una sua celebre battuta: “Mo’ me lo segno“.

Fole a parte, il premio Nobel per la Letteratura, l’ungherese Laszlo Krasnahorkai, non ci concede margini di speranza, meno che mai di leggerezza: il nostro mondo è già finito, continua ad agitarsi inutilmente, solo per pigra abitudine, per inerzia.

Eppure, da qui, nonostante le macerie, di noi stessi e delle nostre variegate civiltà, potremmo recuperare un esile barlume di coscienza collettiva, capire perché le comunità, ad un certo punto della loro parabola, optino per “la rinuncia a giudicare e per la delega ad altri del peso e della responsabilità della libertà“. Magari, ripartire, tentare, con vera, buona volontà.

Nonostante noi, la speranza si annida nei luoghi, o nelle cose, o negli esseri meno pensabili; cosa direste, voi, se, invece dell’epilogo, la salvezza del Pianeta dipendesse da un semplice cespuglio? Non potrei compulsare senza esitazioni e dubbi questa conclusione, però l’ultima creatura letteraria di Dario Voltolini (Il cespuglio, per le tipe e i tipi di Aboca), mi induce, nell’alba agreste, ad abbandonarmi, senza ritegno, né vergogna, a tale modesta speme; auspicando non si tratti dell’ultima dea, ma della prima, per la rinascita, dell’armonia e della bellezza.

Il cespuglio giramondo, globe trotter vegetale, vaga per le contrade della Terra e sparge ovunque tutti i semi raccolti e custoditi durante il suo viaggio; con l’obiettivo finale di raggiungere Central Park e collocare l’ultimo, prezioso seme.

Altro che distopia, per scomodare un tema passato.

Socrate, Sigmund Freud, a me: il male oscuro, caro e affascinante per gli intellettuali, mi attanaglia e mi tormenta?

Tra i primi baluginii del nuovo Sole, battagliero e luminoso (perfino troppo) di questi strani giorni e i miagolii affettuosi delle feline del borgo, insisto nella mia folle opinione:

le storie distopiche releghiamole agli archivi antichi, le abbiamo ampiamente superate in curva, più e più volte, con la distruzione dell’Ambiente, consegnando le nostre vite all’IA, consentendo ai plutocrati criminali di scatenare guerre a scopo di lucro che annientano popoli.

Non vagheggiamo un ritorno all’Utopia – come diceva quel Saggio, non è un’idea irrealizzabile, basta trasformarla in progetto concreto – , stop presunti derby letterari o sfide filosofiche all’OK Corral, chiediamoci senza appello:

a che ora (ri) comincia la vita vera?

Armchair with blanket and book near window with rain drops and table with lamp and mug

Vorrei che tu fossi qui

Citazione ormai nota, troppo nota.

Forse ‘scontata’, mai banale.

Come ci ha insegnato un Maestro siculo, niente è come sembra: persino le frasi in apparenza più semplici. In particolare quelle.

Come spartiti musicali divini, esistono varie chiavi interpretative.

Così, possiamo struggerci per l’assenza di una persona amata – una? – , oppure, vagheggiare l’arrivo, l’irrompere nella nostra esistenza di un ‘diamante pazzo‘ che ci illumini i pensieri e, magari, anche i sentieri; ancora, potremmo invocare la millenaria saggezza degli Alberi, del popolo arcano degli Alberi: i quali, dall’alto della loro solida filosofia esistenziale, “forse possiedono davvero il potere di stregarci?“.

Se lo chiedeva l’autrice nipponica, Koda Aya, nel suo delizioso e celebre libro intitolato, con evidente sintesi e efficacia orientali, Alberi; 15 saggi che dovremmo, prima che poi, recitare a memoria, assimilare come fosse la tecnica del respiro, per deciderci, una buona volta, a salvare noi stessi, più che loro (o essi?). Per vivere in modo naturale, in armonia con gli altri, con il mondo.

Fa male, molto, all’anima, eppure vorrei che tu fossi qui. Ti ho incontrato cinematograficamente, ma l’empatia nei tuoi confronti è scattata subito, immediata e perentoria. La tua malattia, sindrome di Proteo, rara, crudele, implacabile – eri un bambino sano, ti ha trasformato in un essere spaventoso, sfruttato per lucro da bipedi senza etica umana – angustiava te in primis, ma è stato il banco di prova, l’autentico esame di maturità per noi, tutte e tutti: le tue deformità fisiche, contenevano, avvolgevano una intelligenza e una sensibilità straordinarie.

John Merrick, vorrei sul serio che fossi qui, per abbracciarti, per imparare da te quanto siano ingannevoli e tragicamente fuorvianti le infinite apparenze di cui ci nutriamo, con le quali abbiamo edificato questa nostra società del nulla.

Nei momenti (periodi) di crisi, li evochiamo e li invochiamo – i ‘diamanti pazzi’ e/o i ‘fenomeni da baraccone’ – auspicando, in una sorta di rito scaramantico inconscio e collettivo, nelle loro peculiarità sciamaniche, demiurgiche, taumaturgiche; tralasciando colpevolmente l’onesta autoanalisi, la fatica personale, il desiderio e la voglia di agire, mutare, evolverci.

Meglio attivare quanto possibile l’attenzione: lodiamo la ‘purezza’ e la geniale, non classificabile, nè prevedibile creatività di queste e questi straordinari ‘irregolari’;

salvo poi – come il celebre marziano atterrato con il suo Ufo al centro di Villa Borghese – catalogarli nella sezione ‘solite cose noiose‘, o, peggio, spaventati dalla loro carica destabilizzante , “ucciderli simbolicamente quali capri espiatori“.

Vorrei che tu fossi qui, potrebbe anche assumere il significato di un invito rivolto a se stessi, ontologicamente parlando.

Per non rischiare la fine ingloriosa dei veri rivoluzionari scintillanti:

esclusi dal consesso sociale, relegati a eterni bambini, segregati per sempre “in un cerchio 5 metri x 5, indossando il volto adolescenziale di Syd Barret“.

In quel frangente: addio sogni, addio carbonio cristallizzato.

Ornate cracked mirror reflecting stormy clouds beside open book on wooden table

Mutanti

Si fa presto a catalogare ogni opera quale distopica – aggettivo abusato, quasi pari all’intollerabile ‘iconico’ (cosa vuole indicare e perché? lo sanno solo i più bravi, di don Rodrigo) – , quando la realtà ci propone a getto continuo situazioni contro le quali sbattiamo il grugno;

ogni giorno e senza ricorrere (rincorrere) alle volgarità. Ineleganti, catartiche.

Non parlatene allo scrittore Mauro Covacich, da anni collaboratore del Corriere della Sera. Sostiene, con vigore e convinzione, che forse quelli che riteniamo da sempre ‘grandi maestri’, (bravi, però) non ci hanno regalato opere davvero ‘visionarie’.

Questo, non comporta automaticamente la retrocessione di Blade Runner, Solaris, 2001: Odissea nello spazio, (esempi casuali, mica poi tanto) da capolavori della fantascienza a, per scherzare, Italo Scosciati Film, ma stimola una riflessione più accurata, ponderata.

Ancora, l’eterno dubbio amletico: preferibili i lungometraggi o i libri? Arduo rispondere correttamente, anche solo per approssimazione.

Covacich, da sempre autore ‘urticante’, con uno sguardo che sa scandagliare e individuare gli aspetti meno ovvii e piacevoli della realtà, a ulteriore supporto del suo articolato e documentato ragionamento, cita l’algoritmo della rete (nella quale, volenti o nolenti, siamo tutti invischiati) e l’intelligenza artificiale che ci costringerà tutti a ripensarci, intesi proprio come Umanità. Sperando di conservarne ancora qualche peculiarità, tenui barlumi.

Altrimenti, come scrive lui, meglio “il 2026 immaginato da Fritz Lang con Metropolis; meglio la serie anni 70 del 1900, Spazio 1999, con la misteriosa mutante aliena Maya, basi lunari efficienti, vite aliene con cui (ottimisticamente) affratellarci“.

Anche perché, volendo insistere nella pignoleria, le distopie, non solo come genere letterario, ma fedeli alla linea etimologica, possiedono, sempre e comunque, robuste virate al grigio, non chiaro, antitetiche al seppia, nostalgia d’antico. Età dell’oro sempre vagheggiate, mai comprovate.

Se non possiamo più orientarci con le nostre stelle polari di una vita – una vita fa, ormai – ci abbarbichiamo (illusoriamente?) – alle colonne sonore degli Anime; non tramontano mai, non abbiamo il coraggio di rottamarle. Forse perché nemmeno loro saranno visionarie, ma continuano a fornirci, attraverso note musicali e testi, veri valori morali, ossatura di tutti i principi etici che, dal 2000 in poi, abbiamo colpevolmente disintegrato; per sostituirli con il nulla digitale.

Canticchiando assorti – urlando a squarciagola verso il cielo – i brani di Ufo Robot Goldrake, di Jeeg robot d’acciaio, di Forza Sugar, di Sasuke o di Lady Oscar, ci troviamo a leggere il saggio di Alberto Casadei, italianista, che per noi “ha perlustrato la narrativa contemporanea per capire cosa riveli del nostro tempo“.

Ci accorgiamo, dunque, che anche gli intellettuali, gli studiosi cercano nuove bussole, nuovi fari del Pireo, per orientarci, aiutarci a navigare un po’ meglio, in mezzo al guazzabuglio universale.

Sulla letteratura italiana del XXI secolo (Mimesis Edizioni) è il titolo del saggio, dall’incedere “prudente“, ma, nelle conclusioni finali (per buona fortuna di noi tutti, ne abbiamo disperato bisogno), “traboccante” di ottimismo.

L’Universo non sarà – non è – quel topos, tutto sommato ideale, sul quale ragionava Covacich: “non è quello di Spazio 1999, non esistono ragazze aliene, come Maya, eppure, sognare resta lecito, però basta con le previsioni“.

Il professor Casadei (lungi dall’ammansirci un liscio) ritiene che “la realtà è difficile, complicata, il mondo è strano, raccontarlo anche; ma ci si può sopravvivere, sia come autori, sia come fruitori di opere d’arte. La soluzione più adatta alla nostra biologia è in fondo semplice: adattarsi. Dovremmo renderci ibridi, mutanti, parte integrante dell’ambiente“.

Nell’accezione più ampia e completa del lemma.

Solo così potremmo di nuovo chiederci: cosa sono le nuvole?

Con saggezza, emularle.