Vacanza

Pagina dell’originalità: avercela! Sarebbe una manna.

Una manna lava l’altra, entrambe – magari un’anticchia – recano all’apoteosi; nella tratta segreta delle ferrovie del Messico. Grazie, sempre, a Gian Marco Griffi. Alla sua fantasia, alla sua cultura: in buca con un solo tiro.

Messico e nuvole, la solitudine necessaria e ritemprante suona con l’armonica (a bocca, rigosamente), ma mille violini sfiorati dal vento sono sempre una bella benedizione. Udendoli.

Vacanza vacanza, per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia; ovviamente una valle, tra il Cadore e Lienz, ma sono dettagli. Personali.

Vacare, con rispetto parlando, da vacatio (o il contrario), con rispetto addirittura sormontante; da etimo, per i colti – popolo raro, in distinzione – essere vacuo, sgombro (non in senso ittico), libero e giocondo in visita culturale alla Gioconda, senza occupazioni. Finalmente o sfortunatamente. Liberi come l’aria, però inquinati dallo smog: ambientale, mentale, fisico; tanto, per i tuttologi negazionisti, non esiste. Perfino nelle scuole, serie, cessano le lezioni e le occupazioni, studentesche, financo le assemblee; rispettiamo le accademie, i loro nutrimenti di crusca, il loro meritato riposo in cagione – cosa vorrà dire? – di quiete. Da tutto, da tutti.

Esplorare a fondo sé stessi, in una mattinata agostana tra il 7 e il Ferragosto; malgrado la pioggerellina insistente, scoprire l’incantata valle di Anterselva e immaginare convintaMente di essere stati catapultati nella Terra di Mezzo; guardarsi attorno e vedere non solo gli Elfi e piccoli drappelli di orchi scatenati, ma anche gli Ent (non semplici abeti secolari) e perfino Gandalf il Mago; sarà Grigio, eppure la barba, nonostante il cielo plumbeo, permane addirittura candida.

Siete scettici, increduli? Anterselva di Sotto, Anterselva di Mezzo, Anterselva di Sopra. Non aggiungo altro, se non siete convinti, il problema, esistenziale, è solo e soltanto vostro. Peccato.

Liberi dal petrolio, dai nostri vizi sociali, dalle nostre innumerevoli manchevolezze, stupidità: crasse, anche in assenza di triumvirato.

Decidere infine di cambiare vita, non solo per una vacanza dall’esistenza, ma per trasferirsi in una malga o in rifugio nella mitica Valle Blu;

che forse esiste, o forse no: dipende.

Scia (non scià) nel cielo

Pagina di cui non resterà memoria, tantomeno traccia.

Guarda lassù, accanto al tetto – in apparenza – del palasport: nuvole grigie si stagliano nel cielo, sembrano nomadi in cammino che lasciano un’orma; per chi sa ancora alzare gli occhi, per chi ancora sa commuoversi, per chi cerca risposte ai quesiti esistenziali presso gli dei, nel volo degli uccelli, nei fenomeni atmosferici. I responsi potrebbero rivelarsi utili, ma non sono determinanti.

Una rosa rossa estiva si ribella e di primo mattino (o anche secondo) fuoriesce allegra e baldanzosa – semplicemente, sé stessa – dalla ringhiera che non può trattenerla; mostra all’universo mondo la sua bellezza, la sua freschezza, il suo coraggio, di vivere pienamente, di dispensare con generosità il suo profumo per allietare gli altri esseri viventi, per suggerire il modo per coesistere e collaborare per il bene supremo: quello comune.

Care Rita Clotilde e Margherita, la ricerca scientifica non ha mai fine, è vero, ma se ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne immagini la nostra filosofia, chissà quali sono i veri limiti e le sorprese che la nostra mente simula, dissimula, ci nasconde, tiene gelosaMente in serbo per noi piccoli mortali. Volete le scoperte scientifiche? Pedalate.

Sapevate che amigdala e insula non sono galassie, astronavi o isole del mare, ma aree emozionali del nostro cervello? Se solo potessimo attivare – forse possiamo? – i neuroni specchio per capire le sofferenze e le gioie altrui, il Pianeta e l’Universo ci ringrazierebbero, calorosamente. O, considerate le asperità attuali, ci rinfrescherebbero. Non per apparire inutilmente saccenti, ma la poetica insula è una corteccia molto antica, la cui parte anteriore riceve una cospicua quantità di informazioni dalle zone frontali del nostro organo fondamentale; e, al termine della fiera e dei processi, associa lo stato fisico della persona a quello emozionale. Professor Giacomo Rizzolatti dixit.

Una finestra di un antico casale della pedemontana pordenonese – affacciata al piano terra, quello nobile – diffonde senza posa nell’aere un aroma forte e irresistibile di pane arrostito e cipolle: conferma, ennesima, che la ricetta del saper vivere bene è semplice; bene con sé stessi, con gli altri viventi, con l’universo, perfino con tutto quello che non si vede e non possiamo elencare.

Per decriptare l’enigmatico 95% dell’universo – una bazzecola, una pinzillacchera – ci affidiamo al benemerito CERN di Ginevra, la cui direttrice Fabiola Gianotti assicura che la scienza – quella vera è aperta – lavora per donare le proprie scoperte altruisticamente e inventare per l’umanità quello che ancora non esiste; una formazione prettamente umanistica aiuta poi a diventare grandi orchestrali della scienza, perché come la musica, i risultati migliori e più importanti sono ottenuti in ensemble. Per tacere dei neutrini, dispersi ormai per disperazione nelle viscere del Gran Sasso (ignari dell’esistenza del tunnel sotterraneo con la Svizzera).

Siamo immersi in queste oscure materie – se Philip Pullman e John Milton non sono geniali, chi lo è, di grazia? – e nemmeno ne siamo coscienti; possiamo registrare e tentare goffamente di decifrare solo il 5% di quanto esiste, eppure commettiamo con frequenza impressionante il peccato per noi mortale e mortifero di hybris. Chiediamo alla Polvere, meglio se magica, meglio se conosciuta con il nome di Particelle di Rusakov;

se poi dovessimo incappare per caso nel Bosone di Higgs o nei Fermioni (Enrico Fermi, chi era costui?), tenteremo – sempre a tentoni – di farli funzionare lo stesso.

Vite appese, non ai chiodi

Pagina delle vite appese, magari, se possibile, non ai chiodi arrugginiti;

anche fossero quelli delle opere pittoriche immortali. I chiodi, non confondiamoci.

Pagina dei graffiti o murales urbani, poco urbani, cioè sconci; quelli vergati da ignoti writers – forse – capaci di sorprendere, scandalizzare, criticare nel e dal profondo le nostre rispettabili società, non solo umane. Graffiti senza veli, per davvero: finalmente.

Non per pignoleria, writers, cioè scrittrici e/o scrittori (anche, non solo): di astrazioni, di realtà vivisezionate in precise categorie mentali, senza specificare il supporto; dell’astrazione, ovvio. Writers fantasma, non meno importanti e contundenti per questo.

Pagina di quelle vite che decidono di dedicare un periodo – un anno? – sabbatico, cioè del sabato, festivo, in senso ebraico, a sé stesse. Magari in un antico faro un po’ diroccato, ma funzionate; a picco sulle rocce nude e aguzze, a picco senza teli protettivi sulla vita, reale. Un sabbatico stabilito o una esistenza intera, però retribuita, giustamente degnamente totalmente. Per illuminare: le materie, l’intelletto.

A piedi scalzi, sempre su quelle pietre acuminate, per scoprire o riscoprire la bellezza dei sentieri – lunghi, infiniti – in bicicletta; o per scoprire all’improvviso che, magari in Transilvania, hanno inventato la scrittura, magari 7.000 anni fa circa, o giù di lì; per scoprire che la scrittura, una delle poche invenzioni rivoluzionarie sul serio per tutto il globo, forse è stata ideata da popolani ignoranti e non da anonimi burocrati o soliti ‘figli degli dei’, per cristallizzare il potere e abusare in eterno della povera gente.

Ascendere al monte ventoso, certo, camminando o pedalando, per rimirare il paesaggio, il passaggio, per apprendere la poesia; ascendere all’altopiano dell’Anatolia, ma rammentare che i popoli africani giunti in Europa edificavano templi a più piani e abitazioni di cinque stanze. Per non citare tutte le altre abilità. In più, disponevano di strane tavolette d’argilla, forse utilizzate per un primo, rudimentale sistema di scrittura. Pernacchia – gigante – alle nostre immutabili convinzioni: settentrionali, occidentali.

In realtà, le nostre esili vite sono appese, se non ai chiodi, ai rami dei tigli secolari; noi stessi ci dedichiamo allegramente alla potatura, immotivata, dalle conseguenze rovinose. Non ci rendiamo conto – non ci facciamo mente capace – che non è mutato il tempo, siamo proprio piombati in un’altra era, più insidiosa, minacciosa: mutatis mutandis, simile a quella che accolse i primi esseri umani. I quali – sia scritto senza offesa – sembravano di gran lunga più intelligenti di noi.

Come sosteneva lo scrittore statunitense Harlan Ellison, ogni scrittrice, ogni scrittore di valore sa che tutta la scrittura, in un modo o nell’altro, è sovversiva, è una guerriglia contro lo statu quo.

Soprattutto se stupido, come adesso.

Tutto sommato, meglio appigliarsi ai chiodi rugginosi.

Metempsicosi (psicosi)

Pagina del coraggio.

Coraggio, il meglio è passato, per citare una celebre battuta di Ennio Flaiano, autore e scrittore pescarese, passato alla storia per la sua ironia urticante, mentre pochi, rari rammentano la sua malinconia, la sua amarezza. Hanno preferito abbandonare alle spire dell’oblio il suo unico romanzo Tempo di uccidere che nel 1947 vinse il primo Premio Strega; forse perché era ambientato in Africa, forse perché descriveva gli italiani come sono: non troppo buoni, un po’ codardi, profittatori. Ladri e assassini. Uomini. Meglio rammentare il Marziano atterrato a Roma che dopo aver suscitato grande clamore, già al secondo giorno diviene vittima di battutacce e spernacchiamenti. Non solo da parte dei monellacci di borgata.

Come il Maestrone Francesco Guccini – non soggetto a spernacchiamenti, ma grandezza – vorrei anch’io saper compulsare in lingua locale – in friulano, nel mio piccolo caso – e divulgare ai posteri (no poster) giovani, un po’ o molta sapienza e saggezza antiche; vorrei habitare (avere consuetudine con un luogo) anch’io in una mia Pavana ideale, per dedicarmi alla contemplazione e al connubio con la natura, vorrei comporre poesie, racconti, romanzi densi di cultura e ironia (per restare in tema); al limite, mi basterebbero tre canzoni – fosse facile – L’Avvelenata, Autogrill, Canzone del bambino nel vento (Auschwitz). Mi accontenterei, forse. Con la gentile intercessione di Augusto Daolio.

Meglio appartenere a un universo preciso, se possibile, che a due mondi tra loro comparti stagni, tentando una complicata, impossibile (impossibile?) mediazione, costruzione di un ponte metaforico; certo, non quello con vista su Scilla e Cariddi. Come Jim Loney, Piedi Neri della riserva del Montana, pellerossa ma con padre della comunità bianca, scisso crudelmente tra le due parti: unica benedizione, essere giunto al suo ultimo giorno. Compreso nel profondo solo dal suo papà letterario, quel James Welch, ispiratosi a Camus e Rimbaud: probabilmente il maggiore scrittore nativo americano. Chissà perché, sottovalutato.

Del resto, non tutti siamo maestri nell’arte della metamorfosi, come Luigi Serafini, capace di individuare quei linguaggi, quei codici che consentono ad animali, piante e umani di mettersi in connessione con le altre forme di vita e trasformarsi, diventare altro – più completi e consapevoli? – da ciò che erano in partenza; nel mondo antico questo processo era vissuto con sana meraviglia, oggi preferiamo farci distrarre e imbambolare dagli ammennicoli elettronici e dalle tempeste sciocche dei media.

Non tutti possiamo essere Carmine Di Giandomenico, capace con il suo brigantino (o si trattava di una mongolfiera?) di partire da Teramo per ridisegnare gran parte dei supereroi Usa (senza mai averci posato i piedi) – Daredevil, Batman, Superman, per indicarne qualcuno – ma restare in un certo senso bambini, con la inesauribile voglia e necessità di meravigliarci, sì. O almeno, provarci con tutte le nostre forze, quelle migliori.

Invece, porca miseria – e chiedo venia alla miseria – ci abbandoniamo e naufraghiamo con la metempsicosi. Auspicando che la suddetta (la metempsicosi, per i meno addetti) si compia in fretta, o almeno, quanto prima. Purtroppo andiamo alla deriva, senza rinascita: con la psicosi, singola ma globale. Come dire, da Pitagora (anche se indulgeva troppo in numeri e teoremi) e soci, ai vari urlatori sguaiati contemporanei di sventure. Tutte. Dagli specchi ustori di Archimede (magari), agli specchietti per i gonzi.

La situazione – politica? – del mondo è grave, ma per fortuna non è seria.

La devianza, o deviazione

Punti di vista, vista dei punti o accidentale svista.

Eppure, muovere gli occhi anche di un solo millimetro – o giù di lì – consente visuali inedite, nuove, sorprendenti.

Devianza, o deviazione: sembrano sfumature, ma si tratta di differenze sostanziali e fondamentali.

Allontanarsi da una norma o da una serie di regole del gruppo di appartenenza o, soprattutto, del gruppo dominante, anzi, predominante in un dato tempo e in un luogo certo, rappresenta un’insopprimibile voglia di infrangere le abitudini consolidate, o una necessità di sopravvivenza ad un giogo sociologico insopportabile?

Lasciare la via certa e tracciata, rappresenta un mutamento momentaneo o la voglia di scoprire nuovi e diversi percorsi, nuovi diversi forse più ampi orizzonti? Il re delle improvvise deviazioni resta, per sempre, Paolo Rossi, in arte e scarpini da pallone: Pablito. Uno che non c’era, non avrebbe dovuto esserci e seppe divenire l’esempio, la pietra angolare dei centravanti atipici.

Il Fantasma dell’Opera, un lugubre scherzo di Natura, o un diverso inviso ai benpensanti, maestro della musica della notte – o della tenebra? – un coacervo di talenti che si redime, si fa vincere dall’Amore, archiviando per sempre la cupidigia, la volontà di potenza, l’egoismo?

Chi è davvero Erik? Chi è il misterioso Persiano? Chi sono Christine e Raoul? Chi siamo davvero noi, soli con noi stessi, in balia delle nostre pulsioni autentiche e bestiali?

Chi fu Gaetano Donizetti, geniale compositore di musica classica o anche – a tempo perso, disperso, giulivo – creatore del primo inarrivabile tormentone della musica popolare partenopea, conosciuto dalle masse vocianti con il titolo di Te voglio bene assaje? Qualcuno, all’epoca, a quanto si dice, per sottrarsi all’ascolto continuo, ininterrotto e coatto del fortunato brano, abbandonò in fretta e per sempre la città del Vesuvio.

Partecipiamo come comunità equa, intelligente e solidale ad una masquerade (detta anche: ballo in maschera), previa distribuzione ampia e generale delle maschere più in sintonia con le varie, infinite e sfumate personalità: sfoghiamoci, semel in anno.

Rammentiamo, infine, che l’ammontare delle nostre devianze e delle nostre ‘mostruosità’ forma in modo incontrovertibile i nostri talenti:

la nostra lucente bellezza nasce dalla somma e dal superamento dei nostri difetti.

Eclatanti, preziosi.

Muoiano gli eroi

Pagina del “a volte ritornano“, soprattutto quando si vendono bene e la loro prosecuzione ‘eterna’ genera profitti, principali e collaterali.

Il marketing ha le sue regole, ma anche il merchandising non scherza.

Altrimenti – per fare un esempio plastico, attinto dalla realtà storica – come spieghereste voi la vicenda di Che Guevara, in un battito di ciglia, un battibaleno, un amen passato da guerrigliero rivoluzionario a perfetta immagine dei trasgressivi da magliette, bandane e bandiere che garriscono ad ogni leggero mutare del vento? Nemmeno si trattasse di un’imbevibile bevanda gassata in lattina, meglio se rossa. La lattina, non la bevanda.

Eppure non esiste nulla capace di creare maggiore dipendenza emotiva che un ottimo personaggio di carta – letterario o fumettistico, se preferite (non è la stessa cosa?) – meglio se cattivo, anzi cattivissimo; se poi paliamo di un eroe e del suo antagonista siamo prossimi all’apoteosi e malgrado stanchezza d’inventiva o volontà di affrontare nuovi orizzonti, pubblico e editori chiederanno ancora, sempre e a gran voce nuove difficilissime (improbabili?) sfide tra i contendenti. Di successo, naturale.

Vita, morte: senza invadere il campo filosofico, non sono in fondo facce diverse della stessa medaglia? Medaglia molto antica e pregiatissima, lungi dal rappresentare l’una la negazione, l’opposto perfetto dell’altra. Forse, hanno difficoltà a presentarsi insieme, ma non è nemmeno così sicuro.

La Mummia, il Golem, i Vampiri (cito senza riflettere troppo, potrei aggiungere Fantaman): non sono morti che in realtà hanno una vita molto densa e fitta di impegni, di continui certami? Lo scrivo e penso – non demordo, da una vita – alla letteratura, ai fumetti, al cinema. La narrativa, perfino nel metaverso, è l’arma più potente: siamo fatti di e per le storie, anche quando si dimostrano minime.

Dovremmo chiedere lumi, o meglio, bussole (sempre di carta, china, penne per scrivere e matite) a Emanuele Trevi – letterato – e a Leo Ortolani – fumettista – come hanno fatto le tipe e i tipi della Lettura del Corriere della Sera; per scoprire che un autore ha il sacrosanto diritto di resuscitare i suoi personaggi di chiara fama (vero, Sherlock Holmes?), ma nello stesso tempo i personaggi più amati dal pubblico (vero, Corto Maltese?) non dovrebbero mai – non è sano – sopravvivere ai loro autori, gli unici che ne conoscono vita, miracoli, pieghe caratteriali e, appunto, morte.

Un bel tacer non fu mai scritto – qualunque cosa significhi – immaginiamoci quindi una bella morte.

Dunque, muoiano gli eroi (e i loro antagonisti): tanto poi provvederà il salvifico, miracoloso mercato a sistemare ogni cosa.

Molti metaversi (onniversi?), molto onore

Pagina del francamente non so con esattezza cosa sia, ma un po’ – anzi, molto – me ne infischio.

Non per insopprimibile, insopportabile snobismosine nobilitate – ma perchè, fino ad oggi, non riesco a percepire l’utilità di questa realtà virtuale (negazione) così moderna e rivoluzionaria. Forse.

Nemmeno per emulare, alla molto lontana, Rhett Butler: il quale, per inciso, i metaversi li divora a colazione.

Al momento mi sono molto più chiari i pericoli e gli svantaggi a confronto dei presunti benefici; come sempre, quando un medium s’impone, ci sono bande di furbi profittatori e pletore di gonzi che si fanno abbindolare dal richiamo invincibile del miracolo. Per qualcuno: pochi, di sicuro.

Metaverso dai molti versi, multiversi – per non offendere gli universi plurimi coesistenti – e non si tratta nemmeno dell’evoluto popolo delle scimmie. Senza incomodare Goku, la sua banda scatenata, i Mandarini: feroci o pavidi che siano.

Quelli molto bravi, in tutto, ci ammoniscono: mai confondere AR con VR (Arezzo, ma anche Arkansas, con Verona). Mai miscelare cioè realtà aumentata (interazione tra realtà fisica e mondo digitale) con realtà virtuale (interazione tra persone, cose, eventi grazie, o a causa, del web). Tutto con visori al momento futuristici – o vecchi scarponi? – e ammennicoli tecnologici vari ed eventuali. Avete davvero bisogno di quella aumentata? La realtà vera non vi soddisfa totalmente? Non vi fornisce abbastanza stimoli e guai assortiti?

Ancora, il metaverso è un’opportunità, ovvio: economica, Ucci ucci sento profumo di vile denaro, ma non chiamatelo così, altrimenti siete volgari e passatisti. Che sappiate cosa sono, o dovrebbero essere, blockchain, criptovalute e NFT (non si tratta di un gruppo rock o di un misterioso acronimo) sempre sul soldo si ricade: è proprio un antico vizio.

Un condominio di periferia, con cinque palazzine: cos’è se non un infinito metaverso, con infinite personalità, infinite esigenze, infinite diatribe e discussioni? Condominio batte metaverso: infiniti a zero.

Avete presente l’autore statunitense Neal Stephenson? In verità, nemmeno io: prima di sentirlo nominare da un esperto meneghino di tecnologia e metaverso, pensando ai Pokemon, già immaginavo che questi sedicenti metaversi, multiversi, onniversi – potrei trasformarmi in un divoratore onnivoro di siffatte realtà – avessero in realtà un’origine in comune con i personaggi e i mondi creati dalla letteratura; paragone impegnativo, forse azzardato, ma non lontano dal vero. Siamo o non siamo esseri fantascientifici postcyberpunk? E dunque, occhio allo Snow Crash (1992), non solo potente stupefacente, ma anche e più letale virus informatico, in grado di avvelenare computer e cervelli con cui entra in connessione.

Mi contraddico? E allora? Mi contraddico, contengo multiversi, sono vasto: non sono sicuro che il pensiero di Walt Withman fosse proprio identico, però ci siamo capiti; almeno, lo spero. Potrei diventare il più grande difensore, sostenitore, propugnatore del metaverso, appena qualche anima pia di buona volontà mi tradurrà cos’è. Lo giuro.

Non esageriamo: potrei prometterlo.

Comunque, a me piacciono i libri;

sostengono i mobili claudicanti, arredano meglio.

Aliante o/e Rondini

Pagina delle Rondini, tutte.

Pagina delle Rondini, in particolare quelle di Udine: quelle che al tramonto si riuniscono in formazione compatta e sfrecciano senza paura, garrendo festose nel cielo sopra il Castello.

Imparare a cantare come una rondine e, se possibile, volare: traiettorie preordinate, apparentemente istintive, impercettibili eppure precise; codici di geometria esistenziale, come scriveva il Maestro, codici di Bellezza, senza confini, senza Tempo.

Per le vie di Odino, al crepuscolo primaverile, mano nella mano di Nonna Erminia: sicuro, pronto alla continua meraviglia della scoperta, di ogni scoperta; inseguendo il volo supremo delle Rondini, scortati, guidati dalle Rondini. Sai volare? Come una Rondine libera, con la fantasia, con i sogni, quelli più belli e colorati di tutto il Mondo.

Percepire un pigolio, lieve e spaventato; un passerotto implume finito chissà come dietro una saracinesca tra i negozi dei portici. Delicatamente prelevarlo, adottarlo, nutrirlo, salvarlo; giocare con lui, con le formiche, con le scatole in cartone e polistirolo. Scoprire con dolore che un mattino il fratello alato ha abbandonato il nido umano: perde l’egoismo infantile, ma vince ancora una volta la Vita.

Affidare le speranze, i desideri, i sogni – quelli più importanti, quelli comunitari – a un deltaplano in miniatura degli anni 70 del 1900: si trovavano nei negozi di giocattoli e in edicola: avevano ali di polistirolo. Volteggiavano benissimo, senza esitazioni; si incagliavano spesso, tra i fili della luce o tra le fronde dei pini marittimi.

Ma i sogni, preziosi, i nostri, no: c’era sempre una rondine – o uno zio materno – che li recuperava e li faceva volare via:

a disposizione di tutti, in eterno.

Allegra donna con cappello

Sotto il cappello, un mondo; di più – molto di più – i mondi, gli universi.

Donna, una e trina: almeno. Per iniziare.

La Donna è mobile, ma non qual piuma al vento, piuttosto quale pensiero cangiante, quale cambiamento continuo tendente se non alla perfezione – dannazione totale – all’equilibrio, all’armonia.

L’importante è rubare, ma solo il meglio, il sacro, la bellezza; a chi, se non a una donna, anzi, alle Donne, all’eterno, inscalfibile, creativo femminino?

Ecco perché attingo a Isotta Canciani, perché è Donna colta, libera, antifascista: perché è friulana, ma di rito intelligente, sa beneficiare dei piccoli e grandi piaceri della Vita, traendo sempre nuove esperienze e un tratto di saggezza in più. Non importa che sia esistita, esista o debba presto nascere, non importa se si tratti di personaggio d’invenzione; è una Donna: vera, entusiasmante, magnifica.

Non l’Isotta Fraschini automobili, certo, né, tantomeno, Isotta la compagna di Tristano; Isotta Canciani, udinese agèe, degli anni 30 del 1900, le cui godibili, memorabili gesta sono nate nella testa e per la penna – letteralmente – di Paola Zoffi, originaria di Romans d’Isonzo, ma vivace intellettuale di San Giorgio di Nogaro. Chi mai potrebbe raccontare la storia di una propria creazione o di una città durante la belle epoque attraverso una serie di simpatici, semplici rebus distribuiti a Lettrici e Lettori? Chi potrebbe tratteggiare con sagace ironia protagonisti, comparse, oggetti misteriosi che racchiudono segreti – e non solo – caffè e osterie storici, viaggi in treno, attraverso un escamotage così brillante e coinvolgente?

Presentando alla Libreria Einaudi di via Vittorio Veneto in Udine la sua ultima pregevole fatica letteraria, Paola Zoffi ha rivelato un’indole con caratteristiche simili – non identiche – alla signora Isotta Canciani e animando in modo coinvolgente una delle tre serate della manifestazione culturale La notte dei Lettori (decima edizione, con approccio per fortuna ancora appassionante e lontano da logiche ‘multinazionali’); la trilogia si snoda attraverso titoli e scrittura magnetici: Essenza di tabacco e robinie, Del giovedì e altre disgrazie, Tutta colpa dei tarli. Per tacere, con discrezione e amichevole accoglienza, del padrone di casa, nonché coraggioso editore, Paolo Gaspari.

Il bello delle allegre Donne con cappello è che sanno annientare con un motto di spirito le frontiere: divisioni del territorio nate dagli interessi particolari, dalle opportunità geopolitiche – in accezione peggiore e disumana – dalle sofisticazioni a tavolino; frontiere che non somigliano in nulla e per nulla ai confini naturali, quelli che stimolano i vari Ulisse a superare i propri limiti e le tante, diverse Isotta a parlarsi, confrontarsi, imparare: per migliorare, crescere, per fondare un Mondo nuovo sul bene comune.

Come dice e realizza da una vita il professor Angelo Floramo, – altro illustre esponente delle tre notti friulane – persona colta e sensibile che saprebbe farsi capire anche nelle peggiori osterie ai limiti del Pianeta;

con un sorriso, molti racconti e infiniti bicchieri di vino.

Buone letture, buone bevute, buoni viaggi: con e in tutti i sensi.

Fedeli alla (inter) Linea

Pagina della fede: in qualcosa, in qualcuno; nella gnosi o, al limite, nell’agnosticismo.

Pagina della Fede, nel senso della persona, ma non complichiamo le cose.

Pagina degli intransigenti, di coloro che sono perfetti osservanti, di coloro che sono ottimi ortodossi; fedeli, anzi, fedelissimi alla linea – rammentate la Linea (senza soluzione di continuità con Osvaldo Cavandoli) dei disegni animati? – o, in alternativa, all’interlinea.

Temo non riguardi l’Internazionale (valida ogni e più ampia accezione), ma in uno scritto tipografico serva a fornire ordine e anche nitore alla massa informe delle magnifiche, sorprendenti parole. Aldo Manuzio docet, vero Alessandro Marzo Magno?

L’adolescenza è quella breve stagione della vita in cui di fronte a noi tutto sembra immenso, infinito; mentre la vecchiaia ci pone al cospetto della fine: se non di tutto, del tempo terreno. Così almeno sostiene il poeta milanese Milo De Angelis, definendo queste due ineludibili fasi: eroiche.

Oggi che la Madre Russia torna ad essere così importante e decisiva per noi occidentali (anche a nostra insaputa), si ripresentano 40 anni dopo – nulla si crea, nulla si distrugge, tutti cambiamo – i punk più punk, i CCCP, al secolo Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici, Danilo Fatur: una mostra, un gran galà – non abbigliati da rocker, perché sarebbe più che sciocco, ridicolo – e probabilmente dei nuovi concerti con le vecchie canzoni, i cui testi forse hanno mutato significato, ma davanti alla confusione degli eventi contemporanei, nemmeno troppo: produci, consuma, crepa. Una sintesi cinica, ma perfetta di cosa possiamo, anzi, dobbiamo fare per la società. Non una riunione di ferri vecchi, perché mai si sono divisi: semplicemente, hanno percorso strade diverse.

Fedeli sempre alla linea del disagio e della trasgressione, fedeli a Mishima e Majakovskij – un fascista nazionalista e un rivoluzionario internazionalista, ma due grandi poeti, scrittori, maestri – due depositari del sacro, cioè della Parola, unico strumento che ci consente di dire, o non dire, chi siamo, quello a cui aspiriamo.

Grande è il pandemonio sotto e sopra il Cielo, oggi più che mai.

Rammentiamoci di osare con tutti i mezzi l’impossibile:

e, in definitiva, perdere.

Sempre.