Shooting Star

Guardare le stelle, pensando che perfino la morte – naturale – esprime nell’universo una bellezza magnetica.

Guardare le stelle, canticchiando Shooting Star, rammentare un bambino della generazione 70 alle elementari: per celebrare il Natale incombente, sognava e disegnava Ufo Robot che distribuiva doni in tutto il mondo, moderno re magio, recando quello più importante (già allora); la pace, come si costruisce, come si conserva. Per sempre.

Così, mentre Silicon Valley, quella vera, chiude mestamente i battenti, per fallimento delle aziende hi tech e perché il modello neo coloniale del liberismo mostra il suo vero volto, in italia aprirà (forse) Mind – molto originale – la vallata de noantri, un “ecosistema per la crescita socioeconomica del territorio (sigh!) che connetta le nostre eccellenze (sigh al cubo) ai migliori talenti del pianeta“. Sulle macerie dell’Expo di Milano, 10 anni fa, un milione, non quello di Marco Polo, ma di metri quadrati. Unico simbolo ancora in piedi di quel fardello: l’Albero della Vita. Tutto arrugginito. Appunto.

Qualcuno potrebbe obiettare: cosa c’entra un’esposizione ‘universale’ (vagamente umanocentrica) con la logica perversa della guerra? Non credo serva risposta.

Non parlatene al professore Stefano Mancuso, non ditegli dell’avversione dei nostri amministratori e politicanti vari per gli alberi, come se tutti – essi, non le maestose piante – da fanciulli (lo sono stati?) avessero subito chissà quali traumi. Nemmeno lui, il professore, divulgatore e letterato per passione, oltreché scienziato, saprebbe immaginare comportamenti ostili da parte dei nostri fratelli frondosi; al centro della neurobiologia vegetale, nel nuovo libro La versione degli Alberi, gli Ent mancusiani – per definirli alla Tolkien, senza implicazioni farlocche – si rivelano abili conversatori, avventurieri picareschi, in ombra a causa di un unico grande dubbio amletico: “Perché distruggono tutto ciò da cui dipende anche la loro vita?“.

C’è più vita in una stella cadente dal cielo notturno che in tutte le sciocchezze negazioniste sulla crisi climatica, c’è più vita nel nostro Ufo Robot che ci fa da sentinella lassù – ogni tanto, dovremmo svegliarci anche noi – che in tutte le multinazionali fossili; il mostro nell’oscurità è il nemico che creiamo noi stessi, con la nostra ignoranza.

Speriamo negli Alberi nomadi.

E in uno stellone.

Arazzi e mappe

Vorrei partire, da me. Anche dal paese, fosse possibile.

Parto da me – autogenesi? – poi, con calma e ponderazione, dal dettaglio, giungo all’universale, meglio: all’universo e al multiverso. Non sono l’uomo ragno, nemmeno quello cantato dai The Cure, ma mi arrabatterò.

Abbandonarmi, a razzo. Per puntare verso Arras, intanto. Capire perché questa arte nacque qui, perché affascinò soprattutto regnanti residenti in Italia, perché poi conobbe crisi acuta, fino a essere identificata con altri prodotti, più rozzi e commerciali.

Accuso – non faccio la spia, né il delatore – un rigurgito di fantasia allo stato brado: mi orienterei su arazzi orientali, oppure, perché sì, su quelli africani. Nomen omen, sono affari di famiglia – ah, questa benedetta famiglia, idolatrata a sproposito – ; non solo la mia, intesa come origine.

Uno piccolo, modesto, non appariscente (arazzo intendo): un metro quadrato, considerando che, creato a regola d’arte, dovrei esercitare pazienza e attendere almeno 500 ore.

Potrei meditare, tra un tragitto a razzo e l’altro, e decidere a quale parete appenderlo, per persistere nella meditazione; necessaria quanto mai, una pratica di benessere individuale e collettivo, una pratica per evolversi e ascendere ai livelli più elevati.

Con le mie partenze a razzo, sarebbe complicato assai meditare, forse impratichendomi, esercitandomi; ma non sarò mai un esperto, un illuminato, ché di guru (a pagamento) il mercato sotto casa è già saturo.

Vorrei essere agronomo, non solo per la bellezza e il suono suadente del lemma, ma per l’importanza fondamentale del ruolo; vorrei esserlo anche – mannaggia a me, come riesco a ingarbugliarmi la vita – per scoprire l’etimo di mappa che nell’antichità era, non solo, la rappresentazione grafica di una porzione di terreno presa in considerazione. Non mi avventuro nel mappamundus per non rovinarmi definitivamente giornata e reputazione (si fa per compulsare).

Tovaglia e tovagliolo, i Latini sì che se ne intendevano: ma anche i perfidi Albionici non scherzano: presso di loro map è la cartina di un’area geografica terrestre, mentre chart – lungi dal rappresentare la classifica dei dischi più venduti – è la carta nautica. Non so optare tra un attacco di panico, o una bella crisi di nervi, molto in voga e anche molto cinematografica (Almodovar docet).

Certo, se divenissi pignolo (con le pigne in capa), mi accorgerei che neppure noi italici – ammesso voglia significare qualcosa, a polemica – riusciamo, o vogliamo, sottrarci dalla sottile arte dell’ingarbugliamento: suddividiamo le sudate mappe in piante (flora?), carte topografiche, carte geografiche o mappe catastali, in base alla scala non di Milano o Verona, ma di riduzione e in base all’uso. Oibò.

Forse divago, mi nebulizzo – cosa sarà mai? – in queste discussioni bizantine, eppure trovo una certa convergenza tra arazzi e mappe, una certa comune (?) vocazione artistica, una assonanza sentimentale e poetica. Da anziani, le connessioni sono multiple e imprevedibili.

Mi diverte pensare che il nostro comune passato fu teatro non solo per lotte pornografiche tra Greci e Latini (come scrisse Qualcuno), ma anche di tenzoni culturali tra i soliti Latini e i Cartaginesi per affermare la primogenitura nell’invenzione e nell’uso, civile e sopraffino, della mappa originaria: delicato panno di lino, per adornare la tavola o per l’acconciatura del capo (intesa come testa e non come boss, per intenderci). Non solo, a Roma anche nel Colosseo, per i bestiari e per l’imperatore.

A proposito di Lino (Toffolo): da ottimo rappresentante della Generazione 70, so bene che in mezzo all’isola c’è un bel tesoro ma, solo la mappa sa dove sarà

In profonda vetustà, da pacifici vegliardi, arazzi celebrativi alle pareti per ripercorrere l’avventura, forse non dobloni d’oro – miraggio, chimera – , forse un tovagliolo di lino:

vivere con semplicità non richiede formule alchemiche.

Cromorama (nella nebbia)

Vago nella nebbia, perso come un lampione sulla riva del fiume, cercando i colori; altri colori.

Un vecchio sapiente ci racconta che i colori conosciuti e disponibili a partire dagli incerti albori dell’umanità erano sostanzialmente tre (3): il nero della cenere una volta capita l’importanza e l’accensione del fuoco, l’ocra della terra (giusto per non obliare da dove siamo nati e cosa torneremo), il bianco dell’argilla, con tutte le sue implicazioni pratiche e artistiche.

Lo stesso vegliardo sottolinea come nell’antica Roma, per esempio, il porpora fosse appannaggio esclusivo dei più alti magistrati e dello stesso imperatore – non Giulio Cesare, per cortesia – perché quella tinta richiedeva una ricerca complicata e un procedimento lungo e costoso: impetrare lumi ai marinai e agli artigiani che rischiavano la ghirba per pescare i molluschi ‘porporofili‘ al largo dello stretto di Gibilterra e, in seguito, per produrlo con fatica e, come specificato, notevole dispendio.

Le brume e l’umidità delle lande nord orientali sono affascinanti, inquietanti; allo stesso tempo, avvolgono nel torpore – per qualcuno, uno scrittore, uno stato di grazia di cui si ha e non si ha coscienza – e stimolano alla riflessione sulle cose essenziali del mondo, nella speranza di giungere a stadi evolutivi avanzati.

Cromorama, vorrei esserne un cittadino; forse, lo sono già. Conoscere, nell’intimo, i colori, la loro natura, la loro teoria, la fisica e la chimica; riuscire a capire la sottile – o anche il contrario – differenza tra colori e tinte, la loro incredibile storia. Mi accontenterei (dovrei, dovrò), in alternativa, di leggere l’omonimo, dotto, documentatissimo saggio di Riccardo Falcinelli, grafico e designer, formidabile nel tracciare la traiettoria nei secoli delle amate nuance e la loro forza nell’incidere sul nostro umore, sulle nostre vicende, personali e collettive.

Mi accontenterei di inventare: un nuovo colore, conosciuti gli altri, donando voglia di ascolto e dialogo alla derelitta umanità.

Nelle mie divagazioni oniriche, viaggio di continuo attraverso il Giappone, non turistico, non esotico, non quello che da almeno due secoli scatena le insane passioni degli occidentali; vorrei deambulare per il Grande Yamato, ritrovarmi nei suoi arcani, venerare o, meglio ancora, ascendere/trascendere alla sua spiritualità di cui i complicatissimi riti sono solo la parte più visibile.

Aspirerei a diventare, dopo mille e mille prove, discepolo di Hokusai e Hiroshige, maestri, innovatori – nel solco della tradizione, ma con molte marce in più – pietre angolari di un modo originale di interpretare, di creare l’Arte; modelli inarrivabili per Monet, Van Gogh, Gauguin, per gli Impressionisti. Di questo è fermamente convinto Wahei Aoyama, fondatore a Tokio della galleria contemporanea A Lighthouse Called Kanata: “Il Sol Levante ispira ancora l’Occidente; dopo la seconda guerra mondiale eravamo cenere, ma dalla ricchezza del nostro passato siamo rinati“.

Nella nebbia penetrante, piccolo girasole nella notte, ruoto lentamente verso est, in attesa del nuovo Elio, che forse verrà.

A irradiarci tutti.

Lunatico

Sono stato scelto – non per il premio finale di una lotteria miliardaria – per essere un lunatico; a cui piace il Sole. Appunto.

Un tempo, chi partiva, predisponeva adeguato testamento: le incognite erano infinite, tra asperità idrogeologiche, geografiche e bande di birboni. Oggigiorno, siamo al punto di partenza: mentre alla fermata del bus fantastichiamo su trip spaziali e sulla imminente colonizzazione di Selene e Marte (per cominciare), ci allontaniamo da casa e non sappiamo se arriveremo, se torneremo e, casomai rientrassimo all’amato ovile, in quali condizioni.

Mentre ci godiamo, incoscienti allo sbaraglio, la novembrata delle lande nord orientali, ombre sempre più lunghe e scure si allargano, da noi e sul nostro destino, o sulla nostra sorte; come peggio vi aggrada.

La mia, determinata da Elio fiammeggiante, somiglia – anche troppo e troppo stranamente – al gentiluomo di fortuna, Corto Maltese; lui non ha disegnate sulle mani le linee della fortuna e della vita, ma da solo, con un rasoio, le ha tracciate senza esitazioni, con il sangue – il proprio – e il coraggio.

Cosa ci accomuni, non lo so, a parte questa evanescenza nera, questa sagoma oscura: forse i convinti anti militarismo, anti bellicismo, l’obiezione di coscienza, la ricerca incessante della pace. L’amore per l’avventura e le navigazioni (marine, viaggi), anche solo sognate. Da parte mia.

Mi perdo in elucubrazioni pindariche, mentre arranco pedalando sulla Pedemontana; una visione, tra i barbagli del nostro pianeta incandescente, mi sorprende; donandomi una sensazione ineffabile di gioia e ottimismo, per la giornata e perfino per il futuro: una madre ciclista, leggiadra ma decisa, corre aprendo sentieri, fantasia e mentalità, insieme al figlio tredicenne. Educare con la bicicletta, un gesto altruistico e intelligente.

Dunque, anch’io, in sella al mio fido destriero – meglio, sul sellino della ‘Pina‘ (Pinarello, ora e sempre) – lungo i miei tragitti, i miei percorsi, vorrei sviluppare la capacità soprannaturale, la sensibilità del rabdomante, per rintracciare gli indirizzi perduti di ognuno, gli indizi di grandezza umana, i miracoli che potremmo realizzare, ma che permangono in potenza, per scarsa fiducia, per indolenza, per vigliaccheria.

Scandagliando il cielo, da lunatico, e la Terra, da limitato imperfetto finito umano, ho riscontrato che esistono più meraviglie di quante possa immaginarne la mia fantasia, per decenza non cito la mia intelligenza; così scopro che Omero (VIII a. C.) è realmente esistito, lasciando la teoria del ‘collettivo di autori‘ al campo delle leggende storiche, prestando fede al professor Robin Lane Fox, classicista di fama mondiale, docente emerito del New College di Oxford; lo stesso per il Bardo Shakespeare, ambientalista ante litteram, forse suo malgrado, forse no.

Il Cigno dell’Avon, per così scrivere, schiaffeggiando la nostra incredulità, conviveva già con l’inquinamento causato dall’uomo e con le condotte scellerate, quali il disboscamento selvaggio scopo lucrativo (codici a tutela delle foreste risalgono all’età di Enrico VIII), o eventi climatici estremi, per esempio la Piccola era glaciale che tormentò il mondo tra il XIV e il XIX secolo. Tutto questo per affermare che le opere di Guglielmo l’Albionico contenevano espliciti, solidi riferimenti alla realtà; anche quelle più visionarie, poetiche, oniriche.

Non so se credere a me stesso, alle mie impressioni di novembre. Però ho fiducia nel poeta cieco e nel bardo dalla mente senza limiti.

Non so se credere agli scienziati di buona volontà, agli ambientalisti razionali, ma credo a quella mamma e a suo figlio, credo nelle traiettorie di quelle biciclette.

Salviamo il Pianeta Azzurro e noi stessi.

Prima di saccheggiare e deturpare anche la Luna.

Se fossi un dipinto

Vorrei essere un dipinto, dotato, però, di pensiero e parola.

Avrei intanto una qualità in più rispetto ai miei doni – ottimista senza limiti – natali.

Creato per essere appeso e fissato, potrei osservare, riflettere, interloquire: salace e sagace, come il calabrese Vincenzo Talarico. Nessuno o pochi lo rammentano, eppure fu uno degli intellettuali, protagonista della stagione capitolina più bella, tra Via Veneto e Piazza del Popolo.

I grandi si sono estinti, abbiamo saputo sostituirli con brutte copie e i luoghi stessi, inorriditi, hanno imboccato il viale – se così si può scrivere – della rovina; effetto finale, non cause strutturali: sulle quali prima o poi, dovremo piangere lacrime amare, sulle quali dovremo intervenire. Senza alcuna certezza sulla nostra futura salvezza. O redenzione.

Il tempo non esiste, forse; il problema è che non ne abbiamo più per trastullarci, dividerci (ancora?), polemizzare sulle cause della crisi climatica e sugli interventi immediati che dobbiamo attuare: tutti, oltre i paesi nazionali, oltre gli egoismi personalistici. Alimentati, nemmeno troppo in segreto, dai ribaldi storici.

Dovremmo fidarci di chi, ad esempio, ci sprona ad un primo cambiamento importante, quello prospettico; che ci trascinerebbe in modo naturale verso il mutamento retorico. Parlare non più di Pianeta Terra, ma di idrosfera e di pianeta d’acqua, ci aiuterebbe subito a ideare proposte concrete e individuare visioni di un futuro che sta bussando in modo prepotente alla nostra porta. Come del resto fa Jeremy Rifkin con il suo saggio più recente, Pianeta Acqua, affermando senza perifrasi che “sarà il cambiamento climatico – e non le manovre geo militari economiche di poche multinazionali o folli (non sono la medesima cosa?) – a stabilire le regole del gioco“.

Ulteriori illuminazioni potremmo rintracciarle – cito spesso libri, non credo sia un caso – grazie alla storia degli Uomini Pesce, rettili anfibi antropomorfi, avvistati a Ferrara e nel Delta del Po; come fu avvistato in seguito H. P. Lovecraft, desideroso di appurare l’esistenza degli strani esseri e di scriverne racconti. Leggende, forse, ma che innervano il nuovo romanzo di Wu Ming 1 che a questa vicenda molto personale, una saga familiare sui generis, ha pensato per 10 anni: vergando poi di resistenza partigiana, amicizia, famiglia e altri misteri, compresi quelli – segreti di Pulcinella – ambientalisti, con tutte le loro drammatiche ricadute. Lo documentiamo, purtroppo, ogni giorno.

Un romanzo su un territorio cyborg, il basso ferrarese, esito di immani bonifiche, ingegnerizzato, dipendente da tecnologie che lavorano costantemente per tenerlo emerso. Impresa che, col clima che muta rapido e drastico, sarà sempre più difficile. Gli uomini pesce è anche una fotografia dell’Italia appena uscita dalla pandemia di Covid. È l’estate del 2022, tutti i personaggi sono ancora feriti e traumatizzati per quanto accaduto a loro, al Paese e al pianeta nel biennio 2020-2021“, disserta Roberto Bui, alter ego umano dell’autore. O viceversa.

Vorrei essere un dipinto, ma non tramutarmi nell’Urlo di Munch: non essere quell’uomo sul ponte che subisce la rabbia, il livore della Natura – i fiordi norvegesi irrequieti durante un tramonto rosso fuoco – e reagisce con angoscia, disperazione, solitudine; sottolineata dall’indifferenza dei due personaggi sullo sfondo. Tetri. Rammenta qualcosa?

Se arte devo diventare, preferirei Venere che nasce dalle acque (La nascita di Venere): sarei un essere superiore, una donna, una dea, sarei tetragona custode, grata per sempre alla fonte della Vita;

non solo la mia.

Scaldarsi le mani

Alexander Platz, cammino per le strade di Berlino.

Non c’è la neve, si vive come si può – non credo bene, almeno i mortali come me – non incontro Franco Battiato, Milva, Bertolt Brecht, Fabio Stassi.

Non in carne, ossa, intelletto; solo con l’immaginazione, dentro la mia mente: sì, per fortuna. La mia.

Molto spaziosa, la mia mente (del resto, è vuota), può contenere infinite persone, infiniti mondi.

Improvvisamente: siamo tornati non nel giardino della pre esistenza, ma nella Germania del 1933, in Bebelplatz. Dovrebbe rammentarmi qualcosa, dovrebbe risuonare un diapason sensibile al pericolo: imminente, terribile, letale.

Ho freddo, il gelo mi paralizza i pochi, scombinati pensieri; non conosco l’idioma germanico, ma qualcuno mi dice, ghignando: “Scaldati le mani al rogo dei libri“.

Sguardo inebetito, mi avvicino tremante alle fiamme. Guardo intontito migliaia di pagine, milioni di parole trasformarsi in tristi farfalle nere, poi in cenere. Non ci credo. Forse, anche per noi sarà così, forse, svaniremo in una folata di vento selvaggio.

Non comprendo la ragione, ma tremo di più, in modo incontrollabile.

Decine di migliaia di persone mi circondano, tutte recano libri, appaiono invasate e urlano: “Morte alla cultura, morte ai nemici e ai traditori della patria“. Dopo il rito fiammeggiante, un uomo tetro in divisa sale su un palco e arringa la folla: “L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere“. Ovazioni, acclamazioni, applausi.

Mi allontano in fretta, come se la mia passione per le parole stampate fosse scritta – come confessione, come auto da fé – sulla mia faccia; come se la mia indole mi condannasse senza appello ad ardere eternamente al centro dell’Inferno.

Nemmeno un Pape Satan cui rivolgere una disperata richiesta di clemenza, nemmeno un povero diavolo per condividere l’incubo.

Il mio sguardo vaga ovunque alla ricerca di un segno, anche minimo, anche flebile, di speranza, ma nota con sgomento che perfino le opere di Emilio Salgari, “un volgare antimperialista internazionalista“, sono lanciate nel fuoco distruttore. Di sogni, di idee. Di domani.

Voglio ridestarmi, devo ridestarmi, non voglio vivere in un continente dove l’aria è ammorbata da miasmi di benzina e cenere.

Madido, ansante, afferro La linea della vita, nuova avventura di Corto Maltese: subito recupero energia e ottimismo.

Ancora scombussolato, tra me e me, sussurro: “Assurdo, impossibile. Ci siamo già passati“.

Fabio Stassi, però, dal suo libro più recente, mi ammonisce e mi dice:

Rammenta le parole di Primo Levi: se qualcosa è avvenuto, può avvenire di nuovo“.

Analessi, prolessi

Ottobrata friulana, bighellonando senza meta nelle cinte murarie di Spilimbergo.

Un aggraziato colombo – non un piccione lagunare, quale sarà la differenza? – plana sul bordo del ponte in muratura che conduce al Castello, osserva con calma la situazione e poi, incurante, riprende il suo volo mattutino.

Medito, azionando con lentezza gli arti inferiori e mi sovviene il dubbio – o la certezza comprovata – che il moto, il mio, favorisca le sinapsi, la connessione delle cellule neuronali; scritto questo, non garantirei sulla bontà dei pensieri partoriti. Un divertimento piccolo in una giornata autunnale che somiglia troppo alla primavera, ingenerando confusione, più del consueto.

Analessi, prolessi: dubito siano riconducibili al passato remoto del verbo leggere, anche se non escluderei possibilità imperscrutabili. Patologie? Figure retoriche? Lemmi che rimbalzano, rimbombano, percuotono la mente, o ciò che resta.

Stamattina mi son destato e li ho trovati lì; quieti, indifferenti, mi osservavano senza proferire – anche senza ferire, meno male – parola, ma evidenziando clamorosamente la mia grossa, crassa ignoranza, greca e non solo. Purtroppo.

Incontro persone, le saluto con un sorriso convinto: indigeni indaffarati o indolenti, turisti attirati dalla grande bellezza del borgo, dai suoi mosaici apprezzati in ogni angolo del globo terracqueo, stranieri curiosi di cogliere – non in fallo, auspico – il segreto di siffatta armonia, di questa nostra Storia, unica e preziosa.

Non so prevedere l’effetto – analessi, prolessi? – che farebbe su chi mi scrutasse con sorpresa, ma per non annegare (un corpo solido immerso in un liquido, non dovrebbe ricevere una spinta dal basso verso l’alto pari al suo peso? rimembranze fallaci?) mi abbarbico volentieri, con solerzia, al salvifico etimo, spesso fautore, promotore, motore di ispirazioni, se non illuminazioni; lo splendore solare irradia senza posa.

Analessi somiglia ad analfabeta – a me pare (forse?) – mentre prolessi, da dizionario (mi fido senza obiezioni), significa anticipazione, figura retorica – appunto – che previene la risposta, anzi, meglio, l’opposizione.

Indagando nel fantastico – non ho compulsato fantasmatico – mondo delle parole, la mia insignificante indagine, mi suggerisce che potrei nominare la prolessi flashforward, mentre l’analessi, viceversa, potrei – se volessi – nomarla flashback; ricorrerei all’albionico idioma per atteggiarmi, al greco antico per pavoneggiarmi, del resto, con il piacevole tepore esterno, non resta che compiacersi e esibire la ruota di penne sgargianti, multicolori.

Se qualcuno – non l’inadeguato sottoscritto – manifesta l’ardire di cimentarsi dottamente nel racconto di eventi passati o di eventi futuri, cedo senza resistenze il letterario testimone.

Brindare al Bachero con un Cabernet Franc e gustare il baccalà mantecato locale, suggella il soddisfacente epilogo di una giornata particolare:

una giornata da flaneur friulano.

Sogni (veri) vs dolore

Vade retro (da me), dolore.

Non voglio compulsare – ci sono in giro già troppi adepti, contenti loro – l’apologia del dolore. Chissà poi perché. Non mi azzardo a formulare ipotesi (opinioni personali), mi limito a constatare.

Vivere con una sensazione che affligge, dal latino dolor, derivante dal verbo anch’esso latino (per la cronaca e per i puntigliosi): doleo; sento male – non c’entra l’udito – mi dolgo.

Mi pento e mi dolgo, mi rimbrotto da solo per la malaugurata iniziativa di affrontare l’argomento, la vexata quaestio.

Altresì, dal latino, ora e sempre presente, crescere: inteso come fare, produrre, creare. Soprattutto, aumentare di massa e di estensione in qualsivoglia verso, specialmente in altezza; aumentare di numero, d’intensità, financo di gagliardia. Fosse possibile, magari.

Come sosteneva PPP, il Poeta: sviluppo e progresso non sono sinonimi, anzi; nonostante oggi quasi tutti indichino l’importanza dello sviluppo e sia stata bandita la parola, parolaccia, progresso. Il paradosso o, se vi solletica di più, l’umorismo della situazione, nonostante i due concetti siano inconciliabili, senza la realizzazione del primo, molto difficilmente – o mai – si avvererà il secondo.

Affermo dai tempi dei primi, rudimentali ragionamenti che prediligo – teoricamente, ammesso intuisca i termini della tenzone – la crescita allo sviluppo, mentre negli anni ho rinnegato, rifiutato, esecrato al pari di una maledizione, forse ineliminabile ma non necessaria, il dolore.

Il dolore esiste, si verifica, va contrastato, combattuto, superato per scongiurare, evitare che si tramuti in sofferenza perenne, ma non lo considero viatico fondamentale, fondante per un incedere armonioso sui sentieri, già di loro accidentati, della vita. Rigetto il dolore quale architrave per edificare una persona buona e giusta.

Mutatis mutandis, inutile sottolineare il perché, come analizza il professor Roberto Mancini (pura omonimia), il capitalismo insiste nell’annientamento di vite umane e del mondo, ossessionato dal profitto, “rivelando la sua natura bellica e necrofila“; avendo ormai sostituito il riassorbimento delle istanze di contestazione con la repressione, dura e violenta. Mentre, i movimenti che ancora si battono e dibattono di pace come condicio sine qua non – da non tradurre con ‘siamo qua noi’ – e per un’economia finalmente libera dai diktat del neoliberismo capitalista, risultano spaesati, scombussolati. Unico modo per renderli – le idee e i movimenti – vincenti, celebrare la loro unione indissolubile, senza paura. Senza più dubbi né distinguo capziosi sulla collocazione e perseguimento della verità.

Più che mai, più di sempre nella Storia, aneliamo sogni da realizzare – fossero quelli di Kurosawa e Miyazachi, meglio ancora – non dolore né sofferenza;

come ripete costantemente lo stesso Mancini:

i sogni ci insegnano mentre dormiamo quello che non riusciamo a capire da svegli“.

Nel ventre del pescecane

Triste come un boom.

Anche senza includere esplosioni di vari orribili ordigni. Sia detto fuori dalle parentesi e anche dai denti.

O meglio, un boom, nonostante l’apparente prosperità – momentanea, come tutte le vicende umane – , può rivelarsi triste, tristi le sue conseguenze, esiziali per coloro (ci sono sempre) che dovranno pagare il dazio complessivo e finale.

Meglio un’aurea mediocritas? Chissà, chi può affermarlo? Tenendo a mente che il concetto è alquanto diverso da come lo interpretiamo noi, maccheronicamente. Con rispetto citando, dei maccheroni.

Certo, se ponderiamo oltre la superficie su – minimo esempio – idrocarburi, tecnologia e imballaggi, sorge all’improvviso la pelle d’oca; almeno a me e temo non sia un segnale incoraggiante.

Delle decine di guerre sul Pianeta, mediatiche o meno, non digito, ma basta osservare davvero gli occhi degli Anziani e dei Bambini per capire l’indicibile.

Trastullarsi, ingannando il tempo e lo spazio – non menziono le atrocità dell’uomo – escogitando un raffinato gioco intellettuale, omaggio senza veli, cioè senza misteri (non pruriginoso), ad Agatha Christie: una sconcertante serie di omicidi su un’isoletta deserta del Giappone, in un’insolita, inquietante casa decagonale, destinata a essere distrutta dalle fiamme di un rogo: chissà quanto purificatore, quanto salvifico e per chi. Ottima trovata, peccato non sia mia, ma del famoso scrittore nipponico Ayatsuji Yukito.

Cercare salvezza nel giallo, o almeno, un pizzico di saggezza: per tentare di capire come mai dopo la pandemia siamo tutti più soli, più arrabbiati, molto più stupidi. Cercare salvezza nelle tele, nella suprema sensibilità di Vincent.

Pensare, ponderare, riflettere molto, trovare il bandolo, il senno, non sulla faccia nascosta della Luna; ritrovare il senso, almeno uno, fondamentale e scriverlo in un libro, dopo una gestazione di 40 anni, gli ultimi 2 trascorsi incatenato alla sedia per compulsare di getto parole non mediate, eppure esatte, quelle bastanti. Come Mircea Cartarescu, con il suo più recente romanzo Theodoros; solo il maggiore scrittore romeno contemporaneo, per gli autentici curiosi.

Qualcuno leggerà, qualcuno sarebbe interessato alla questione? Auspichiamo che l’ardua sentenza non sia affidata ai social, qualunque cosa siano.

Approdando di nuovo sulle nostre frequenze, fidiamoci di Fabio Stassi, lo scrittore italiano contemporaneo più bravo – sono fazioso e me ne vanto – : “la letteratura è impura. La letteratura è protesta proprio perché impura. Correggerla, andare nella direzione di una presunta purezza, sarebbe tradirla. La vera letteratura parte dalla finzione, ma strappa il velo del fondale, restituisce l’integrità del reale“.

Come argomenta l’Autore romano siculo (e molto altro) “siamo finiti nel ventre di una balena o pescecane; l’unico modo per sopravvivere è fare l’inventario del materiale naufragato. Inventariare i relitti finiti là dentro, le ideologie, le parole che si sono usurate e nell’odore nauseabondo di benzina bruciata e marcio, farsi luce“.

In qualche modo, sperando che di notte il pescecane si addormenti:

con la bocca spalancata.

Malesia

Notte o meno, spiriti agitati in azione o meno, bisogna sempre restare sul chi vive – meglio che sul chi muore – perché le tigri dormono poco;

spesso in agguato, pronte a ghermire eventuali prede o chi preda si fa.

Il teorizzatore del principio dell’ombrello – ammesso possa essere utile al cospetto di un grande felino predatore – non ha tenuto conto, o non conosce, la storiella nota ai più in qualità di barzelletta, relativa all’utile oggetto: si scatena un nubifragio, un signore compassato, privo di ombrello entra in un negozio per valutarne l’acquisto, il commesso gli mostra vari modelli, ne illustra le qualità, le caratteristiche, i prezzi; al termine della spiegazione, il potenziale cliente chiede: tutto molto bello, tutto molto interessante, ma per meno che ci prendo? Il commesso replica immediato: la pioggia.

Forse di fronte a una tigre affamata saremmo comunque in difficoltà, però potremmo tentare, extrema ratio, raccontando questa o altre facezie.

L’autore del saggio omonimo, Mickael Launay, ha studiato probabilità – non quella di imbattersi in qualche felino feroce – alla Sorbona (ce ne parla Chiara Valerio) e tramite un’arguzia apre a noi profani e agli scienziati il meraviglioso, magico universo dei numeri; la scienza non è il terreno dell’esattezza assoluta, anzi, ma permette a chi la pratica con passione “di scardinare idee preconfezionate, preconcetti, luoghi comuni“. Ove spesso si annidano o rischiano di generarsi brutture, cattiverie.

Ci piacciono assai le scienze e gli scienziati che non inseguono la perfezione (esiste?), ma che gongolano ravvisando brecce, da cui sempre filtra luce, e difetti tra le cose della nostra vita, aprendo varchi portentosi verso l’ignoto, verso l’avventura.

Anche e soprattutto della conoscenza, in senso ampio e variegato. Del resto, dovremmo aver imparato, anche senza ricorrere a Shakespeare, che il nostro mondo “è più vasto di quello che vediamo” (e/o crediamo di sapere).

La Malesia, come sanno bene gli ammiratori di Salgari/Sandokan, è sempre stata un crogiuolo di miti, leggende, superstizioni fantasiose (perché no?);

un coacervo di anime: indomite, indomabili.

Come tutti dovremmo essere; o almeno, provarci.

Anche senza essere costretti a sfidare una tigre.