Dogana

Craig Mello, chi è costui?

Curiosità oziosa – in ozio? – curiosità rivelatrice, della mia crassa ignoranza.

Ci arriveremo, forse. Con estrema cautela, certo.

Come imbatterci, prima o poi, anche in mezzo al deserto (miraggi esclusi), in un tetro, austero ufficio doganale, in grado, in potere, se concederci l’autorizzazione prezzolata di proseguire il viaggio o bloccarlo; il nostro itinere o quello delle nostre merci. Quasi equivalenti, oggidì, anzi: più importanti, fondamentali – le derrate – per il ‘libero mercato’, per l’incessante attività del neo liberismo.

Gli incerti di questa nostra vita, complicata dalle nostre inammissibili stoltezze: ci si trova rilassati su un indolente divano, poi, di colpo – in un attimo, direbbe qualcuna – in un burocratico ufficio, gabellati (nel senso di costretti a pagare gabelle), per ottenere il permesso di attraversare, in entrata uscita o entrambe, i confini nazionali.

Confini nazionali ri divenuti – ‘addivanati’? – di nuovo così esiziali, sbollita l’illusione, la chimera, del mondo globale e senza limiti; per tutto e per tutti.

Esportare, importare, è tutto un gran trafficare; ma se ottieni il bollo – marchio – doganale, la prosperità sarà tua, all’infinito (essere tua?). Sui dettagli, come disse un famigerato imprenditore laziale, “sopravvoliamo“.

Il ‘diwan‘, o divano, non è citato a caso: dall’arabo – quanto siamo in debito con quella civiltà – registro, ufficio; il temutissimo ufficio di cui sopra, per estensione magazzino pubblico o fondaco dove le mercanzie erano/sono conservate prima di essere ammesse/introdotte in città.

Indagando solo un pochino più analiticamente, rimarremmo affascinati dalle mille implicazioni socio antropologiche, dalle mille e ancora mille storie umane all’ombra delle dogane; per così scrivere.

Se era, è così astruso importare/esportare (o sembra) derrate, nemmeno tento di spiegare la trafila cui devono sottoporsi i nostri simili; i quali, piccole percentuali di esponenti criminali a parte, lo fanno non per diporto, non per sollazzo personale, ma per motivazioni vitali: fuggire da guerre (nuova normalità in larga parte del pianeta, meglio rifletterci), persecuzioni politiche e religiose, mutamenti climatici irreversibili.

A questo punto entra in gioco Craig Mello, non lo avrete già obliato, auspico. Premio Nobel per la Medicina 2006, in sodalizio con Andrew Fire, sostenitore indefesso e integerrimo dell’intelligenza umana.

Attributo misterioso, nonché magico che, in teoria, ci permetterebbe di venire a capo, risolvere moltissimi dei nostri ormai endemici assilli; specificando però che intelligenza naturale e intelligenza artificiale non sono automaticamente omologhe, equivalenti, simili.

Non solo la stupidità è conclamata in chi si comporta stupidamente (come sosteneva un certo Forrest Gump), ma “stupida è la mancanza di empatia e umiltà, rendendo difficile (impossibile?) discutere con chi dice di conoscere tutte le risposte“.

Se gli studi di Albert Einstein appartengono alla categoria delle meraviglie dell’intelligenza, dovremmo chiederci perché in un’epoca favorevole per creare cose bellissime per tutti noi e per la nostra casa comune, perpetriamo invece azioni orribili (in particolare chi ha responsabilità di governo) che mettono a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

L’intelligenza, argomenta Craig Mello, “emerge quando si sa essere ipercritici e capaci di porsi domande su ogni cosa (in apparenza anche la più banale), ogni singolo giorno“. Se bastasse la curiosità inesauribile, rivaluteremmo il popolo delle Scimmie. Per attenuare la tensione. Per inciso.

L’intelligenza, in vari gradi e quantità, è un patrimonio globale? Usiamola, senza riserve: i cervelli li restituiremo al termine della licenza di comodato d’uso, ma non siamo obbligati a conservarli inutilizzati.

Per non ridurci a merci, bloccate alla dogana, obsolescenti.

Logorate, finite.

In malo modo.

Penelopeide e Homo Sapiens

Chi si isola, sbaglia; chi si aggrega, chi impara a lavorare in gruppo, chi esperisce collettivamente: progredisce.

Procediamo con ordine, però, non intorbidiamo le acque, o, perlomeno, seguiamo una rotta precisa, se non tranquilla.

Affrontiamo gli interessanti marosi della Penelopeide, se così ci aggrada, adottando la definizione di Silvia Ronchey (su Robinson di La Repubblica), che con arguzia analitica ridefinisce non solo il carattere di Penelope, ma anche l’apporto e l’impulso decisivo che la sua figura mitica hanno fornito alla Storia e ai Ruoli delle Donne nell’ambito della società umana.

Oltre ogni apparenza e considerazione ufficiale – Penelopeide è anche il titolo di alcune opere composte in questi ultimi anni da autrici e autori illuminati – nonché, senza tema di smentita, la sua definizione (della sovrana di Itaca) risulta superficiale, stantia: il consorte di Penelope, da maschio che si crede esemplare (in tutti i sensi) unico e destinato a imprese epiche, ha deciso di vagare per il Mediterraneo? E, tornato finalmente sulle amate sponde, di riprendere il viaggio, abbandonando Itaca e la legittima sposa?

Orbene, Penelope, lungi dal piombare in preda al dolore, lungi dal dimostrarsi la tradizionale moglie fedele – Antinoo, capo dei folli spasimanti, ‘invasori’ dell’isola, era di fatto suo amante – silente, e, soprattutto, paziente; in realtà, il vero essere superiore è proprio lei, ribaltando gli stereotipi giunti fino a noi, rovesciando il significato attribuito al racconto omerico: tenace, per 20 anni governa Itaca da donna sola, intelligentissima; tiene in scacco, anzi, a bagnomaria, centinaia di giovani nobili, ai quali è negato in modo totale l’accesso alla sala del potere. Quello nella stanza da letto, nell’alcova nuziale, parimenti, lo decide solo lei. Quando, in conclusione, Ulisse non frena la propria indole per varcare le colonne d’Ercole, anche Penelope salpa, consapevole che non esiste più nessuno (forse, non è mai esistito) da attendere. La scoperta di tutte le meraviglie del mondo non è più appannaggio (né narrazione, come usa considerare adesso) maschile.

Avvincente, a scriversi, anche la storia dell’Homo Sapiens. Una vicenda, come quella della mitica Penelope, ritenuta ormai certa e immutabile, mentre le scoperte recenti, con conseguenti conclusioni, ci svelano nuove pagine da leggere, con estrema attenzione. Le ha vergate il paleontologo francese Ludovic Slimak, nel volume intitolato L’ultimo Neandertal. La scomparsa dell’uno non sarebbe avvenuta migliaia d’anni prima della comparsa del nostro antico avo, ma i due si sarebbero incontrati, costringendoci a retrodatare, dunque, l’arrivo dei Sapiens. L’estinzione di Neandertal sarebbe una logica conseguenza dell’accadimento. Non senza sovrapposizioni e reciproca conoscenza. Forse, molto probabilmente.

Tutta colpa – anzi: merito – di un dentino da latte Sapiens, rinvenuto tra altri dentini da latte Neandertal: in quella grotta francese, Grotta Mandrin, nella Valle del Rodano, “l’ultimo fuoco neandertaliano ha ceduto il posto al primo focolare dei Sapiens“. Un anno, o meno, per l’avvicendamento tra i due popoli, testimoniato anche dal ritrovamento di migliaia di punte di selce che fanno dedurre agli studiosi, non solo una produzione più raffinata e seriale, ma anche l’utilizzo di quegli oggetti sottili e di pochi grammi per completare frecce destinate ad archi. Inventati, perciò, 40.000 anni prima di quanto credessimo fino a oggi.

Per evitare di sottrarre suspense al racconto, mi limito a compulsare che i diversi gruppi dislocati in Europa di Neandertal rimasero sempre isolati, “senza mai alcuno scambio genetico e culturale“; mentre i Sapiens, da subito, avvertirono l’esigenza, intuirono l’importanza decisiva di “fare gruppo, avere un’identità, di fare cose (pianificarle, realizzarle) tutti insieme“.

Mostrandosi assai più lungimiranti dell’homo technologicus. Indovinate chi.

Scaltrezza, fortuna o intelligenza sopraffina?

Considerassimo solo la parabola di Penelope, non nutriremmo dubbi.

Desertificazione

Desolante desertificazione.

Come bussola nello scatolone di sabbia utilizziamo l’etimo e auspichiamo serva se non a condurci in salvo, almeno, da definizione – della bussola – a orientarci.

Quaranta giorni nel deserto, a pane secco e acqua (dove trovarli?), per combattere e scacciare le tentazioni, demoniache, per chiarirsi le idee; poche, assenti, però confuse. Sempre più in questo mondo reso insensato dalla velocità insostenibile dell’inutile, dalla pervasività malsana della intelligenza artificiale.

Deserto, dal latino desertus, participio passato – cosa sarà mai? – di deserere, abbandonare, lasciare in abbandono. La particella de conferisce al verbo l’accezione negativa, così, da connettere, annodare, si passa velocemente a qualcosa che non ha punto di connessione, qualcosa vuoto di ogni cosa.

Come ormai ci percepiamo noi: abbandonati, incolti, disabitati, privi di connessione e non mi riferisco alla rete nella quale, volenti o meno, consci o meno, siamo tutti invischiati.

Senza abbandonare il faro del Pireo del latino, unica stella polare assieme al greco antico che potrebbe salvarci, offrirci spunti illuminanti nelle procelle, ci accorgiamo che i deserta (plurale) indicano una vasta estensione di paese, priva di vegetazione, coperta completamente di sabbia, disabitata.

Anche se poi potremmo dire che in realtà il vero deserto implica l’arsura, ma non l’assenza o addirittura la negazione dell’acqua, della vita.

Il problema siamo noi, la nostra aridità.

La sensazione, nessuna certezza mai, antipatica di vivere – sopravvivere? – su un pianeta, o in particolare, all’interno di un paese meraviglioso, nonostante tutto, formato per la maggior parte di clientes, gente senza arte né parte che cerca protezione e assistenza economica dal potente di turno, mentre i pochi, coraggiosi cives, cittadini di buona volontà, esistono e resistono, si battono e dibattono perché Costituzione e sistema repubblicano esistano ancora.

Lo sostiene con convinzione il politologo Vittorio Emanuele Parsi, ma, temo, non sia l’unico.

Insistendo sulla metafora desertica – nemmeno troppo metaforica, pensandoci bene – forse faremmo cosa buona e giusta, nello specifico, bene a noi stessi, nel rileggere attentamente il saggio uscito nel 2017, ‘Plant Revolution (Le piante hanno già inventato il nostro futuro‘, del professore di fama mondiale Stefano Mancuso; acclarato, negazionisti a parte, che per il 2050 dovremo essere in grado di nutrire un secondo globo terrestre (tre miliardi di persone in più, quante erano qui nel 1960), acclarato che i mutamenti climatici sono già oggi irreversibili, sarà consigliabile un cambiamento drastico dei nostri modelli di produzione e consumo. Inoltre, per quanto concerne l’essenziale, preziosissima acqua dolce, uno degli assi nella nostra manica sdrucita – se così vogliamo esprimerci – sarà individuare un modo concreto di coltivare.

Come l’incredibile Jellifish Barge, “scialuppa di salvataggio che permetterebbe la produzione di cibo anche nelle condizioni più catastrofiche“; una serra idroponica galleggiante, senza consumo di suolo, di acqua dolce, di energia, se non quella offerta dal Sole. Fantastico, vero? Non per il mercato neoliberista imperante, nessuno, al momento, è interessato: anche perché il tempo è denaro e il vero obiettivo sono solo profitti senza limiti. Jiellifish funziona, dopo vari tentativi ed esperimenti, ma non è attraente per l’imprenditoria attuale.

Unica consolazione: prima o poi, coltivare i mari sarà necessario. Inevitabile. Perfino senza profitti.

Curioso, alla fine della giostra e della fiera delle vanità, notare l’assonanza tra desertare e disertare;

come se il disertore – anche per ottime ragioni – autore e fautore della diserzione, fosse colpevole della desertificazione, soprattutto intorno a sé.

Noi dobbiamo augurarci di non disertare da quel frammento di umanità che ancora ci caratterizza.

Di raziocinio.

Dinamismo e trascendenza

Dinamismo e trascendenza, immobilismo e immanenza; anche se, mi fido dell’etimo, l’opposto del dinamismo (non dinamite) pare sia il meccanismo, mentre della trascendenza, sovrumanità, dovrebbe essere l’immanenza.

Tutto regolare – secondo regola – se vi confà.

Forse non funziona così, forse tutto ciò che possiamo pensare – immaginare – è reale, o viceversa:

tutto quello che ci disegna, ci rende reali. Una questione antica quanto la prima ameba.

Come dice l’artista secolare (quasi) Angelo Pistoletto: “nella mia stupidità mi pongo una domanda alla quale rispondo: io ci sono, qualcosa mi ha creato e questo qualcosa esiste da dentro. Arte e scienza con la formula della creazione non possono fornire risposte oltre. Dio, quindi, può essere un’intuizione”.

Con l’immaginazione siamo in grado di creare meraviglie, ma con l’intuizione, ‘tocchiamo’ la trascendenza, almeno la sfioriamo. La percepiamo, capirla chissà, visto che difficilmente capiamo noi stessi, in primis. Per eventuali chiarimenti, contattare un certo Socrate.

Nell’era orizzontale della crassa ignoranza, ci dibattiamo tutti – la maggior parte – nell’analfabetismo, vero e proprio, di ritorno e in quello religioso; utile però ai voraci del mercato che non dorme mai, quello politico, presunto tale, divenuto da decenni vassallo servente e sciocco di quello economico, tiranno crudele di tutti e di tutte. Le risorse preziose e insostituibili, nel desolante dettaglio.

Credenti o meno, abbiamo dilapidato un patrimonio immenso, comune che ci apparteneva, ci rendeva – anche inconsapevolmente – più colti, disponibili, aperti e comprensivi verso gli altri. Creando un paradosso: le appartenenze confessionali, nemmeno si trattasse di casacche partigiane di club calcistici, sono divenuti motivi profondi, insanabili di contrasti mortali. Lo conferma Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, organismo di vertice della chiesa che si ispira a Valdo, la cui missione fondamentale è garantire pace e diritti. A chiunque.

David Quammen, saggista e scrittore scientifico statunitense, autore del fortunato e vendutissimo Spillover, rammenta che “Homo sapiens è una forma molto complicata di fauna selvatica“. Tracciare un confine netto tra natura e presenza umana rappresenta una delle cause scatenanti delle crisi in atto, non ultima quella ambientale, sulla quale troppo spesso preferiamo distogliere lo sguardo o accettare spiegazioni semplicistiche e sciocche.

Religione e ambientalismo, potrebbero sembrare argomenti lontani, conflittuali, con poca o nessuna affinità, eppure, con lasso di riflessione appena superiore – per tempo e impegno – ci rendiamo conto di quanto siano convergenti. E fondamentali. Se aborrite gli ‘ismi‘ come fonti d’integralismo acritico, optate tranquilli per l’ecologia, ma l’esito finale non muta.

Non serve essere fan scatenati di papa Bergoglio, né appartenere a qualche degenerazione trasformata in culto ambientalista religioso per una considerazione pacata, ma lucida: possiamo raccontarci infinite teorie filosofico scientifiche, ma noi ‘bestie umane‘ siamo parte della Natura, non estranee, tantomeno superiori o, peggio, padrone. Tutte le successive conclusioni e soprattutto decisioni operative discendono da questo.

Casomai, ‘sfruttando’ ancora la visione del saggista Quammen: “gli umani sono stati una parte naturale degli ecosistemi dalla loro comparsa. Innaturale è l’impatto del potere tecnologico, la sovrabbondanza della nostra popolazione, la voracità dei nostri appetiti“.

Religiosi, ecologisti, o meno, siamo già terribilmente in ritardo; dovremmo almeno essere razionali, anche ricorrendo a “piacere, divertimento, speranza“, perché non è troppo tardi per giungere a un rapporto equilibrato e sostenibile tra le nostre esigenza e quelle della Natura:

a patto di includere lo studio della storia, della filosofia, della letteratura, delle neuroscienze e della virologia, ma anche di arte e musica“.

Vasto programma, come usa considerare oggi;

ma necessario.

Sogni concreti (per costruire il Futuro)

Correre insieme a tutte le persone che amiamo.

Correre fra verdi prati lussureggianti, in mezzo a mari d’erba nipponici, attraversando cascate di petali di ciliegio, avvolti costantemente da una luce infinita, perfetta, indescrivibile.

Rifugiarsi in un vagone abbandonato di una linea ferroviaria dismessa, dimenticata, lontana dal mondo, anzi, dalla società degli uomini, dalle sue regole crudeli, dalla sua ipocrisia.

Nel vagone, ricreare un mondo incantato, soprattutto libero; ove ognuno può davvero esprimere la propria dimensione ontologica, lasciando a briglia sciolta le emozioni, i desideri, le fantasie: senza occhio giudicante, senza mano che punisce.

Sublimarsi nella gioia luminosa della propria essenza, cullati eternamente dal trascorrere delle comete, delle stelle, degli eoni spazio temporali.

L’innocenza o, per essere più fedeli all’originale, Il mostro – in senso etimologico – è un dono estivo che dalle nostre sale, ancora spopolate causa ferie, plana sulle nostre vite; Hirokazu Kore’eda distilla cinema, racconta le dinamiche complesse e spesso problematiche delle famiglie, dove nulla è mai come sembra, cita a piene mani Rashōmon di Akira Kurosawa, ma raggiunge l’apice nell’ultima mezzora, nella quale i più ingenui e entusiasti (come il compulsatore), ravvedono in controluce la sagoma inconfondibile di Miyazaki Sensei. Un condensato di pura meraviglia miyazakiana: colori, atmosfere, protagonisti, filosofia, anzi, Weltanschauung dell’autore nipponico.

Le opere, una volta pubblicate, sono totalmente dei fruitori, interpretazione compresa. Cosi è, se vi aggrada. Anche se non. Gli Artisti lo sanno.

Del resto, il velo lieve e fragile che separa la realtà – le infinite versioni della realtà – dall’immaginazione, dall’onirico, dovrebbe aiutarci a riflettere; le forze del bene e del male non sono separate in modo netto, manicheo, oserei affermare; un certo Guglielmo d’Albione ci disse qualche tempo fa che esistono più verità in cielo e in terra di quante possa comprenderne la nostra filosofia, la nostra scienza, la nostra ‘suprema’ (illusione) tecnologia.

La meraviglia dell’innocenza contro la barbarie dell’avidità, lo stupore dei bambini di fronte alla bellezza della Terra, contro l’aridità di troppi adulti. Se sul serio abbiamo a cuore le sorti della casa comune e di noi tutti, non gli indici azionari.

Tim Ingold, antropologo inglese, in Italia per la lectio inaugurale del nuovo progetto culturale Serra Madre, quasi si fosse confrontato con i due registi del Sol Levante (con Hayao in particolare), avverte: “nessun domani post umano, con fughe su altri pianeti. Dobbiamo trovare un piano B. anzi, molti. Paghiamo caro le insensatezze capitalistiche, a base di incessante produzione e confidando sulla presunta, infondata disponibilità infinita delle risorse. Tutto questo ha creato solo danni: disuguaglianze sociali, crisi ambientale“.

Come i sogni, molto concreti – perdonate il paradosso – di Miyazaki, così un vero futuro intergenerazionale sarà possibile solo abbandonando l’eccesso di tecnologia, comunicazione robotica, intelligenza artificiale, big science (irresponsabile, insostenibile);

ci salveremo e prospereremo ancora non ponendoci più in posizione dominante, ma centrali rispetto al mondo vivente, per promuovere il benessere di tutte le forme di vita sul Pianeta.

Vivremo lieti e sani solo con minore ricorso al digitale, con maggiore ricorso all’umanesimo.

Come in un film di Miyazaki Sensei: quando si entra in una delle sue allettanti porte, dopo un percorso affascinate ma impervio, si esce migliori:

nuovi, in ogni senso.

Ucronia

Ucronia, ucronia, per piccina che tu sia, tu mi appari una magia.

Ho scritto ucronia, non utopia (Nomadi), né – spero di essere chiaro – ironia.

In fondo, cos’è mai questa ucronia, tanto vagheggiata? Da chi? Perché?

Un genere letterario, mi rivelano i dotti: niente meno, forse qualcosa in più.

Dal rasoterra, dal fondo scala, dai sotterranei della mia ignoranza mi abbarbico, come di consueto, alle briciole della realtà – dura, anche violenta, mai sicura – e deambulo; come un sonnambulo, come un sognatore, come un bimbo, spaventato da tutto perché precipitato sulla crosta terrestre indipendentemente dalla sua volontà, che entra nel bosco (o sottobosco, un lusso di pari grado) e si costruisce una piccola casa, dove rifugiarsi spesso, per leggere. Per immaginare mondi, vite – specie la sua – alternativi.

Sono nato – almeno credo – attore, pirandelliano. Nel senso, ho interpretato sempre, solo (quasi, spesso e volentieri) personaggi creati dalla mente di Luigi Pirandello. Ho consunto assi (di legno, dei teatri) e neuroni a furia di recitare Uno, nessuno, centomila, Sei personaggi in cerca di autore, L’uomo dal fiore in bocca, I giganti della montagna. Soprattutto, La giara, la mia opera prediletta, novella umoristica che mi ha sempre baloccato come fossi prigioniero del burlone re del solletico. Zi’ Dima Licasi resterà un personalissimo ‘mulo da soma’, capace di trottare oltre le contrade del verismo, per spaziare libero su quelle del grottesco.

Sono scrittore, oltre ogni dubbio, oltre ogni barriera. Il coraggio (o audacia) di affrontare l’ignoto – tutto – il coraggio di non restare arenato, spiaggiato dalle infinite domande angosciose sulle mie reali capacità di orchestrare storie e personaggi. Non sarò mai Virginia Woolf, Mary Shelley, Alice Walker; non mi tramuterò miracolosamente in Georges Simenon, Lev Tolstoj, Gabriel Garcia Marquez. Un umile artigiano, un onesto ‘lavoratore’, un sincero vivente di parole.

Sono esploratore, qualunque cosa significhi. Esploratore qualunque, con il desiderio di scoprire angoli di mondo inesplorati – ancora possibile? – anfratti, particolari geografici e umani. La visione delle parti parti più affascinanti e insolite per comporre la comprensione globale. Difficile emulare Antoine de Saint-Exupéry o Dervla Murphy, anche perché se mi avvicinassi al primo avrei l’imbarazzo di optare tra l’aviatore e lo scrittore (steccati senza senso), mentre se tentassi di essere la seconda, rinuncerei in partenza, consapevole di non possedere né la stoffa – attitudini, se preferite – né la costanza.

Sono nato con l’orecchio assoluto, cioè, dotato di. Anche il naso, non scherza, servisse aiuto. O un robusto puntello. Sono un musicista, alta o bassa – non il volume, la musica e il suo livello – non importa. Non formalizziamoci. Non sono un maestro, non sarò mai un fuoriclasse, tipo, per citarne a caso uno minore, Volfango Mozart; o George Gershwin, o Janis Lyn Joplin. Mi applico, lavoro duro, ma il talento è come, se non di più, il coraggio: se non ce l’hai, non te lo puoi dare. Mi piacerebbe essere almeno un musicista fortunello, un brano mondiale, uno solo, e entri in modo trionfale nella Storia.

Sono certo un filosofo. Di scuola pindarica. Pindaro – tra l’altro, assiduo frequentatore della Trinacria – garantite voi, colti, era un poeta? Nessuno è perfetto; questa, forse, è già stata detta. Comunque, magari come filosofo rappresento un ‘magnaaufo‘ per poi nemmeno pagare il dazio, o conto che dir si voglia. Non dovrei giustificare la mia strampalataggine; incapace di voli di poesia metafisica, potrei dedicarmi a tempo pieno, ma anche a tempo perso, ai miei amati voli pindarici. Da Siracusa ad Agrigento e ritorno.

Nato friulano, non speciale, né unico: umano, questo sì.

Nato in un bosco siculo intricato, non per caso denominato dagli stessi indigeni di Girgenti:

Càvusu, Kaos.

Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante, disse Nietzsche;

mi sono avvantaggiato, la mia origine è lì.

Notturno

Sul limite della notte – buio rarefatto, quasi alba – ansare, lentamente.

Colpa dell’afa opprimente, della mancanza di ossigeno, colpa degli incubi o dei sogni sinistri, senza un finale, senza una morale da raccontare.

Sognare un uomo dai capelli fulvi, un uomo che non vuole dire niente ai suoi simili, un uomo che non vuole insegnare qualcosa, un bipede che non vuole radunare milioni di follower inneggianti, pronti a filmarlo in presa diretta. Filmare l’impresa, firmarla. Anche perché è il fatidico 7 agosto – ma dai – 1974, lui cammina lieve su un cavo d’acciaio teso tra le Twin Towers (nel frattempo, distrutte da una delle troppe follie umane), sa solo di chiamarsi Philippe Petit, di essere un funambolo.

Forse, per i cinici o per i superficiali, si tratta di poco, ma in realtà rappresenta tutto, il meglio dell’umana commedia. Il perché, lo possono spigare solo i saggi.

Continuare a boccheggiare e immaginarsi, tra molto onirismo e poca realtà, come la sposa di Frankenstein: vita dura, ma che emozioni. Non cedere, insistere: diventare Brigitte Helm/Maria, ispiratrice e mente illuminata della rivolta degli operai in Metropolis, di Fritz Lang. Divenire Diva, mandare in visibilio il Friuli – inteso come regione – alloggiare presso una villa nobiliare di Ruda e favorire l’intesa pacifica, proficua, duratura tra masse operaie (esistono ancora?) e padroni del vapore. O come si chiamano adesso.

Madido, annaspo, eppure sono disteso. Ora vaga, incerta. Farneticazioni, visioni, anche stralci di letture durante il dormiveglia, prima del suono cacofonico e crudele della sveglia; sono all’improvviso cittadina/contadina di Brescello – consegnata alla leggenda da Peppone e don Camillo, per intercessione di Guareschi – vivo sulle sponde del Grande Fiume, vivo il Po, lui è parte di me, costituisce la mia ontologia. La sua corrente (quando ancora scorre) mi inebria, mi ipnotizza, nei suoi mulinelli avverto come si preparano le cose, intuisco come andranno gli eventi, qui, in tutto il mondo.

Il Fiume resta sempre sé stesso, ma muta in continuazione: irrighiamo speranza, forse.

Non solo a causa del torrido meteo del periodo;

mi sento, al limitare di questa notte apparentemente infinita, anzi sono:

sgarrupato.

Gran (beffa) finale

Pagina blanca y final, pagina bianco lutto, pagina che chiude una storia o pagina di un nuovo, vero inizio.

Raschiare la pergamena incrostata e vergare un magnifico palinsesto?

Non la Storia, maestra senza alunni, né una storia minima, una come tante, una tra le infinite della grottesca commedia umana. Riuscire proprio un attimo prima dell’epilogo a intrufolarsi con cautela nella stanza segreta dei bottoni, nella Grande Plancia del Comando e non individuare presenze.

Udire uno squittio sguaiato e canzonatorio.

Una piccola bertuccia irriverente che pone tutto a soqquadro, che balzando selvaggiamente tra una console e l’altra, preme pulsanti luminosi a caso, aziona leve e levette, digita compulsivamente seguendo il proprio estro sulle mille tastiere disposte a raggiera.

Agita le braccia, saltella senza posa per ogni dove. Ma dove, con precisione, nessuno potrebbe dirlo.

Capire all’improvviso. Un baluginio finale dell’intelletto: l’errore fatale è stato cercare un senso. Credere di poter comprendere. Affanni, conflitti, dilemmi, tutto inutile e futile; sarebbe stato meglio dedicarsi alla coltivazione degli Alberi del Balsamo e dell’Atarassia, producendo le vitali boccette erboristiche dell’a-tarassaco.

L’ineluttabilità delle Leggi dell’Universo, la suprema e regale indifferenza della Natura alle vicende umane e all’agire idiota degli uomini.

Infine, al cospetto della Tragedia, genuflessi ormai in presenza di Sua Maestà la Tragedia, prorompere in una irrefrenabile risata, ridere forte, morire dal ridere.

Farsi seppellire dalle proprie risate, congedarsi al concerto beffardo delle proprie immotivate risate.

p.s.

Paginetta bianca del post scriptum: dedicata a tutti coloro – noi, a ranghi completi? – che non riuscivano a vivere per ‘futurofobia’, oberati dalla minaccia pachidermica del futuro sulle proprie fragili casse toraciche. Pagina bianca fuori catalogo per la soluzione di ogni problema. Almeno dalla vita potremo congedarci con animo rasserenato, il futuro è stato abolito per decreto speciale. Nel frattempo, anche le batterie del Monkey Cyborg Goku 4.0 si sono esaurite e nella sala vuota resta solo un cupo ronzio di sottofondo al ritrovato silenzio.

Eterno.

Disegnare sogni

Disegnare, sognare, forse.

Attività che spesso cessiamo di coltivare durante la crudele, poco sensata adolescenza, bollandole come fuochi fatui, infantili; condannandoci alla povertà – intellettuale, espressiva – e al cinismo.

Simone Massi, autore di film animati – tanti poetici disegni, poche parole – riflette su questo strano paese (il nostro) ricco di arte e storia, cui, però, “non piace rivangare il passato, specie quello scomodo“.

Antico malcostume: ci si illude che per guarire da vizi e mali, sia sufficiente ignorarli, nascondendo, a più non posso, la polvere sotto il tappeto. Nemmeno volante, il tappeto.

In questo piccolo lato del mondo, ci si vergogna delle proprie umili originihumilis, la pianta che sorge poco da terra, ma si riconnette a humus, terra vera e propria, nostra preziosa progenitrice, nonché foriera di doni incommensurabili – “si è perso l’uso delle mani, delle parole. Si perde tempo per seguire le vite degli altri, non si vive la propria“.

Paradosso incalcolabile, sognare per attivare le fonti del disegno, per attivare le mani che creano cose concrete, per stimolare la nascita di parole in grado di raccontare le storie, la Storia, soprattutto quella perduta, anzi, abbandonata all’oblio.

Quanto avremmo bisogno di vagare “invelle“, da nessuna parte, lemma dialettale del regista che vive in un paesino nelle Marche e deambulando nel nulla (per i canoni della presunta modernità) trova, ritrova, attinge alle radici autentiche di sé stesso, ai valori essenziali.

Resistenza civile, lotte operaie (spesso, da sradicati in contesti che mutavano velocemente), realtà contadina, Simone Massi racconta quello che non vogliamo sentire né vedere, traccia disegni, percorsi onirici, che, una volta accolti e metabolizzati, diverrebbero nostri, i nostri punti cardinali, le nostre stelle di orientamento.

Disegnare la Memoria in disfacimento, Invelle, prima che il futile e il dilettevole – nemmeno quello, ormai – fagocitino tutto:

anche noi.

Senza titolo

La temperatura tropicale – tropicana? – ha inaridito ogni fonte, quindi anche il titolo del pezzo è evaporato.

Non solo, anche gli altri titoli, a cominciare da quelli di studio in giù (o in su), si sono rinsecchiti; ammesso avessero mai goduto di vitalità, di esistenza, di resistenza.

Nel mio nomadismo culturale, mi imbatto nella ‘bellezza inquieta‘ delle bromelie e subito finisco spiaggiato, fuori pista, in crisi. Omelie pretenziose di pretini baciapile – come avrebbe detto, senza complimenti, nonna Erminia – , crasi (saperla) tra bromuro e sacrestia? La mancanza oceanica di titoli, o, più semplicemente, di vera competenza, ottiene l’effetto di smantellare il palco; perché anche il proverbiale, incolpevole, arguto asino ride al cospetto delle mie gravi lagune: lacune, per meglio dire.

Fischiettando per darmi un tono (non un titolo, purtroppo), per simulare disinvolta indifferenza – mentre avvampo di vergogna – scopro che la su scritta (la vegetale, intendo) esiste, pianta verde e andina, non ondivaga, dal corpo carnoso, vagamente inquietante. Non è razzismo, è botanica.

Esaurita la premessa, il preambolo, l’incipit – cosa sarà mai? – esaurito me stesso, mi accorgo della mia fase prolungata di stasi, sullo stesso punto. Prima o poi, il resto del mondo transiterà da qui, auspico. Già stanco, io, ma anche la variopinta, variegata umanità.

Non per ingannare il Tempo – utopia fine a sé stessa – ma per renderlo rigoglioso e fecondo, vorrei essere la cantante teutonica Ute Lemper; non solo impersonarla, essere lei. Per un’estate, questa. Interpretare così ancora una volta il progetto artistico Neruda Songbook, perché ora più di sempre abbiamo bisogno di scoprire, riscoprire, come mantra salvifico, Venti poesie d’amore e una canzone disperata.

Questo nostro tempo si sente perduto e alla continua ricerca di un vero scopo, di uguaglianza, giustizia e umanità. Mentre il nostro tempo, perduto, ribadisco, continua a reinventare simboli nazionalistici che alimentano l’odio e la mancanza di rispetto verso coloro che sono diversi“.

Vorrei essere l’intellettuale Angelo Floramo, distillare e instillare cultura come solo lui sa fare, condividendola a profusione, senza superbia, né acrimonia.

Come lui, rinnegare il culto dei confini, maschi patri guerrafondai; proiettarmi verso frontiere, femminili, luoghi aperti alla possibilità di dialogo tra diverse culture, frontiere pacifiche, fattive, pronte sempre a edificare il presente e il futuro, comunitario e armonioso. Umano.

Se in questa calura, posso sognare per salvarmi, per rigenerare le fonti, voglio sognare in grande:

trasformare il Sogno in progetti concreti, ispirandomi alla generosa magnificenza muliebre:

altrimenti mi prosciugherò nell’aridità del marketing globale.