L’inganno dei Maestri (amara ironia)

Mentre il mondo brucia, noi accendiamo fuochi e ci illudiamo di salvarci.

Altro che diabolico complotto del dottor Fu Manchu (Peter Sellers, sempre cara mi fu questa pantera… rosa). Bagatelle tra educande, senza doppi sensi.

Crediamo che le mutazioni climatiche quasi irreversibili siano solo un astuto piano delle eminenze grigie per asservirci e impoverirci totalmente, quando accade l’esatto contrario, sotto i nostri occhi.

Saranno i mega fanta miliardari, coloro che arraffano patrimoni superiori a quasi tutti i bilanci dei vari paesi, a risolvere i problemi dell’umanità e della Terra; con i loro super poteri e con le loro super natiche. Senz’altro.

Un solo dato – tanto, chi ci crede? : 81 milioni di persone (persone?) lasciano sul Pianeta una impronta ecologica pari a quella di 4 miliardi e mezzo di sventurati. Ma sono solo fole.

Dal fatidico 1970 a oggi, le popolazioni di vertebrati sono calate del 60%; un milione (Marco Polo e Rustichello da Pisa non c’entrano, per la cronaca) di specie animali e vegetali è a rischio di estinzioni e poi non servirà l’intelligenza artificiale o qualche stupido algoritmo; due terzi degli uccelli al mondo sono polli (!); il 96% della biomassa dei mammiferi terrestri sono uomini (ominicchi) o animali allevati dall’uomo (mucche, maiali, capre, pecore). In teoria, per il sostentamento, nella laida pratica, per il profitto.

Che mai deve fermarsi, deve continuare imperterrito a fagocitare vite e risorse, senza pensare mai, nemmeno per sbaglio o per un attimo, al più piccolo risvolto etico.

Siamo occidentali, nordici, liberisti e siamo superiori. A chi, non è dato sapere, né è lecito chiedersi a quale disumana gara siamo iscritti.

Tutto questo e molto altro, molto di più ci racconta con dovizia di immagini e lucide parole Roberto Grossi, architetto e fumettista, attraverso “La grande rimozione” (per i tipi della Coconino Press); “Non riusciamo più a renderci conto della realtà“. L’autore sa collegare i puntini invisibili, come in quel giochino della Settimana Enigmistica; torna al macabro G8 di Genova (luglio 2001) quando devastazioni e uccisione di Carlo Giuliani furono eventi luttuosi, però in grado di riaccendere la coscienza civile e la voglia di lottare dell’opinione pubblica, dei popoli. “Ora al potere (come in un pessimo romanzo distopico, ndr) ci sono praticamente le stesse persone che nel 2001 hanno represso brutalmente i movimenti No Global, quando la gente chiedeva di invertire la rotta del liberismo che ci avrebbe portati alla catastrofe. La risposta è stata: vi massacriamo e tiriamo dritti. Al tempo lo hanno detto ‘solo’ a dei manifestanti, ora lo dicono sfacciatamente a tutto il mondo. E’ necessaria una rivoluzione culturale e per ottenerla servono sicuramente il confronto e il conflitto“.

Chico Mendes docet.

L’ecologismo senza lotta di classe è giardinaggio“, disse senza fronzoli e senza retorica, il lavoratore, sindacalista e attivista ambientalista brasiliano. Sembra di udire nel vento la canzone dei Nomadi a lui dedicata:

… “Ma lunga sarà la strada e tanti gli alberi abbattuti
Prima che l’idea trionfi senza che nessuno muoia
Forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme
Speriamo che quel giorno ci siano ancora
.

Se quel giorno arriverà, ricordati di un amico
Morto per gli indios e la foresta, ricordati di Chico
Se quel giorno arriverà, ricordati di un amico
Morto per gli indios e la foresta, ricordati di Chico
” …

Ci trastulliamo nel trionfo del nulla, però la Contea dei Sogni, Hollywoodland, e la Città degli Angeli, ardono come pire sacrificali;

i fiammiferi criminali siamo noi, ansiosi di tornare cenere – senza arabe fenici – quanto prima.

L’inaspettato

La prima, grande sorpresa è la vita stessa, universale.

La seconda, l’etimo; o meglio, non trovare ‘inaspettato’ tra i vocaboli, quindi, restare inebetito.

La terza, ragionare: intanto, per l’attività intellettuale in sé; poi, per essere riuscito a comprendere che forse sarebbe stato meglio rintracciare il lemma ‘aspettare’. L’etimo funziona sempre. Se capisci come usarlo, se capisci le sue infinite potenzialità.

Evento non previsto: oppure un incontro sorprendente, perché non osavi nemmeno sognare di imbatterti in quella persona; ancora, non immaginavi con il tuo cervelletto metodico e limitato che la persona specifica volesse rivolgerti inusitate e tenere attenzioni. Un incanto, una benedizione.

Sui cavi della luce, due colombi, fendendo la nebbia e la polvere dei giorni, si posano all’improvviso e tubano; indifferenti agli affanni degli umani. Inaspettato, commovente.

Guardarli trasognato, stare rivolto verso di loro, come non esistesse altro, come se al mondo non ci fosse, almeno in quell’attimo eterno, qualcosa di più importante, più bello. più simbolico.

Ad spicere, per gli studiati, gli accadi (da quale reminiscenza balzano fuori?), gli accademici; osservare frequentemente, attentamente. Potremmo agire diversamente? Distratti, inconcludenti, abbandoniamo indolenti le nostre esistenze al flusso, ai flutti dell’irrealtà, ci crogioliamo nella frenetica non esistenza.

Attendo pazientemente senza accennare qualsivoglia movimento, sarebbe inopportuno, soprattutto inutile; al cospetto della perfezione potrei solo recare – arrecare – incomodo, deturpare.

I miei piccoli occhi mortali, il mio sguardo sono fissi su di loro, ipnotizzati (le mie pupille, non i volatili), quasi aspettassero altre meraviglie, altri consigli, rivelazioni arcane, ultime.

Improvvisamente, sono catapultato, anima e corpo, in una sequenza senza inizio né fine, di opere del maestro nipponico Yoshitaka Amano, da Shizuoka. Disorientato, mi arrendo. Deambulo insieme a Pinocchio, agli stravaganti personaggi di Yattaman, ammiro da vicino ma senza intervenire (non sono in grado) le acrobatiche evoluzioni di Hurricane Polimar; vago lieto tra illustrazioni di libri e visionarie scenografie teatrali, dissimulando sorpresa e lieve turbamento per la possibilità di toccare con mano i protagonisti di graphic novels e videogiochi, quali Vampire Hunter D e Final Fantasy, transitando per i set patinati di Vogue e per i creativi, caotici corridoi della DC Comics; plano, infine, nelle gallerie d’arte del globo e mi inebrio con i tratti fantasy ed eterei di questo ‘mostro’ che da mezzo secolo ha contribuito a formare le nostre fantasie, la nostra più scapestrata immaginazione. Inaspettato.

Non mi sono allontanato da qui, sto ancora ammirando i colombi sul filo, mentre io, probabilmente, l’ho smarrito.

Del resto, anche l’esecuzione di una armoniosa, grande sinfonia prevede battute d’aspetto.

Sole invitto (Natalis Dies)

L’immotivata frenesia contagia l’umanità – quella con i piedi caldi – e io, per non smentirmi, mi complico le ultime ore del 2024.

Sole invitto, chi è codesto Carneade? Invitto al Sole, non è invitato, nemmeno inviso, spero; ardentemente.

Invitto, invictus: non vinto, invincibile. Come dicono a sproposito ora i soloni, solare. Luminoso come Elio, il concetto. Quindi, scavando appena un po’, con l’unghia, senza troppa fatica, Natalis die – da non confondere con dies irae, ce ne scampi (boni) e liberi – rappresenta il giorno d’inizio di un evento. Importante, fondamentale.

Modesti per indole e natura, furono gli imperatori romani ad appropriarsi dell’espressione; natale di Tito, natale di Adriano, ad esempio, servivano a indicare, rammentare al popolo, a tutti che nel giorno indicato si celebrava il compleanno del ‘potente’ di turno. Natale di Mercurio (casuale) o di Minerva, bontà loro, cioè degli stessi imperatori, erano invece giorni dedicati alle celebrazioni degli dei o dei templi ad essi consacrati.

Non parliamo poi del Natale di Roma. Caput mundi, solo per citare le due definizioni più note e ricorrenti.

Eppure, forse non ci crederemmo, il più famoso festeggiato celebrato era proprio il dies Natalis Solis Invicti, ideato e calendarizzato dall’imperatore Eliogabalo (uno che il Sole non lo gabbava di certo), anche se ufficializzato da Aureliano.

In seguito, della ricorrenza si appropriò il Cristianesimo e già solo questo fatto dovrebbe indurci a interrogarci, a riflettere, a ponderare; quali sono gli eventi che passano alla Storia, quali personaggi i protagonisti. Al netto della fede, della religiosità, di ogni altra umana sincera convinzione.

Luce, radiosità, gioia ma anche il volo, il folle volo di Icaro. La pericolosa curiosità dell’uomo, l’ardimento di innalzarsi oltre i propri limiti, naturali, insuperabili. Dilemmi che da sempre ci tormentano e che forse mai troveranno risposte chiare, definitive.

A proposito di un dies Natali, citerei il 4 aprile 1978. Comprendo eventuali critiche, appunti, distinguo. La prima apparizione televisiva – catodica – di Ufo Robot (Goldrake) creato dal leggendario Go Nagai. In volo sul Giappone da ottobre 1975, giusto per sfiorare la pignoleria. Poi, nulla fu più lo stesso. Anche le generazioni seguenti, potenza di un vero mito, sono state conquistate dalla nostra sentinella nel blu.

Come si fosse avverato uno dei sogni di quel bambino del ’70, strenna natalizia 2024, imperdibile, è planata nelle italiche librerie la versione tradotta dal francese del poderoso – mai aggettivo fu più calzante – romanzo disegnato Goldrake (in originale Goldorak, autori Xavier Dorison, Denis Bajram, Brice Cossu, Alexis Sentenac e Yoann Guillo, per i tipi delle edizioni Kana); la vicenda con i personaggi originali della serie e con la benedizione del nume tutelare – onnipotente? – Go Nagai, riprende 10 anni dopo la dolorosa vittoria sulla truppe di Re Vega. Come se Ufo Robot non avesse mai lasciato la Terra. Di fatto, è andata proprio così.

Il regalo è addirittura doppio (San Nicola/Santa Claus ha voluto esagerare): Luca Papeo, artista italiano, autore di storia e disegni, per lo Studio Itaca – petrose rimembranze? – ha immaginato l’incontro/scontro tra Jeeg e il robottone pilotato da Duke Fleed. Una vicenda epica, mozzafiato che incanterà/incatenerà ‘anziani’ e giovani fanatici delle anime nipponiche, in particolare di quelle create dal maestro nato a Wajima.

Nesso forse inesistente tra la ricorrenza religiosa della cristianità e i mecha dal Sol Levante, ma a Natale, talvolta, le fantasie sfrenate, oniriche giungono a compimento. In qualche modo.

Sia Natale allo spuntare del Sole invitto, alba del cambiamento in meglio, luce della nascita, della rinascita di ognuno di noi.

Sia Natale per chi crede nell’equità, nella fratellanza, nella pace.

Lo vogliamo davvero?

Criptospazio

La clessidra, inesorabile, divora granelli di sabbia;

il Natale, con tutte le sue conseguenze, incombe su di noi.

Sogno più spesso ora di quanto non mi capitasse da giovane imberbe, della vita e della barba. Vorrei essere Tekkaman, Cavaliere dello Spazio; anzi: del criptospazio. Mentre l’umanità, quella che nonostante tutto persevera nella bambagia, si consuma nell’insostenibile leggerezza dell’essere e nell’insensata frenesia del periodo, mi imbatto (mi ‘intruppo’) in questo lemma e mi soffermo. Come spesso capita, mi imbambolo a pensare, al significato, all’etimo, ai suoi potenziali risvolti, dei quali non siamo coscienti ma che producono effetti. Affetti? Non so, auspicabile.

Mi perdo, mi disperdo nella cripta – escludo a priori l’argomento cripto valute et similia, per il sottoscritto equivalente al sumero – e non riesco a decidermi se mi spaventi vagare senza riferimenti nel vuoto, nell’ignoto, o il suo contrario.

Complesso reticolo di sotterranei che caratterizza edifici pubblici – niente di meglio di qualcosa esposto al continuo e pubblico dominio per celare ai popoli segreti inconfessabili – perlopiù sacri o cimiteriali; in fondo (non alla cripta) potrebbe andare peggio, potrebbero piovere ordigni.

L’etimo certifica senza fallo – con rispetto compulsando – che la ‘famigerata’ cripta è un luogo nascosto, coperto, da cui deriva il verbo celare, coprire. Per assonanze e somiglianze, pensiamo alla grotta, non solo di Alì Babà (ah, uno sfizioso babbà della partenopea Gambrinus) e dei 40 ladroni.

In origine, senza loschi fini da perseguire o inseguire, si designò una stretta galleria a terreno, che in seguito i Romani, astuti miglioratori di idee altrui (come i nipponici?), ribattezzarono crypto porticus, in quanto finalizzata a ritrovo sociale della popolazione quando le condizioni meteorologiche risultavano avverse per la frequentazione degli spazi aperti urbani. Più tardi il vocabolo fu riservato a passaggio o luogo sotterraneo, infine a volta e cella. Per approdare anche a catacomba con l’avvento se non del Cristianesimo, dei cristiani e delle loro chiese.

Con molta umiltà, dalla mia cripta o dal mio piccolo crypto porticus dell’ignoranza, vorrei sottolineare che studi recenti sull’umanità di 2000 anni fa, un’inezia, in fondo, hanno rivelato che presso gli Egizi, grazie a un vaso dedicato al dio Bes, le donne si occupavano della propria salute e del parto, anche usando con frequenza sostanze psicotrope. Una cultura, quella egizia, che si rivela una volta di più multidisciplinare, con una vasta e saggia sapienza di preparati e infusi derivati dalle sostanze naturali e che conferma quanto l’uomo del passato fosse più intelligente, più adattabile, estraneo alla limitante, fallace settorialità che ci caratterizza, sempre maggiore.

Efedrina in tombe preistoriche alle Baleari, stupefacenti per riti guerreschi e religiosi tra i possenti Vichinghi, oppure, tra gli antichi Greci, una bevanda a base di Lsa, precursore ‘classico’ dell’Lsd. I nostri antenati conoscevano gli stupefacenti, conoscevano nei dettagli le piante e le loro qualità, ottenendone dei mix bilanciati, studiati alla perfezione, efficaci per lo scopo prefissato.

Non per essere banale, né fortemente venale, ma queste sostanze erano conservate dal dio Bes; bes in lingua friulana significa migliore, mentre il simile bez indica il vile denaro. Ognuno tragga le conclusioni che può, che ritiene più opportune.

Vanno bene i criptospazi, vanno bene le intelligenze artificiali – in contumacia o estinzione di quelle naturali – permane, forte, la sensazione che, come dice il professor Enrico Greco (Chimica dell’Ambiente e Beni culturali, Università di Trieste), “abbiamo occhi troppo condizionati dalla visione moderna delle cose. Bisognerebbe pensare un po’ come gli antichi“.

Anche se già fatichiamo a pensare come i nostri nonni.

Anche se pensare ci costa fatica, immane.

Sturm und Drang

Bonvi mi perdonerà, ma le sue Sturmtruppen questa volta sono costrette a ritirarsi, in ordine buono.

Anche se di ridere di cuore – con tutto il cuore? – abbiamo sempre un bisogno estremo, ai nostri giorni di più.

Forse non sarebbe opportuno celebrare l’irruzione dell’irrazionale nella vita e nelle arti – già di loro regno dell’irrazionale – quando i presunti lumi della ragione hanno sempre barcollato, anche quando, in molta teoria, si ritrovarono all’apice del proprio splendore. Per così dire.

Stabilire dove siamo ora è impresa ardua, forse impossibile; dove ci collochiamo come consesso umano, drammatico dubbio, se non esiziale. Speriamo solo che non decida, una volta e per sempre, la Natura, al limite della pazienza nei nostri confronti.

Non Sturm Graz, squadra calcistica austriaca (senza nostalgie per l’impero, quello di Cecco Beppe, né vacue reminiscenze della ‘fu’ Mittel Europa), né – senza alcun discrimine sui gusti personali – drag queen. Porte, portoni, aperti al mutamento, anche repentino. Foriero di cosa, chissà.

Impeto e assalto o tempesta e impeto? La differenza non è trascurabile. Il fatto che Titano sia il genio dello Sturm und Drang, nemmeno. Non per l’ignorante sottoscritto. Spesso, le sfumature sono il tutto, o lo determinano.

Impeto, moto violento di cosa o di persona che si spinge in avanti contro un oggetto o contro un’altra persona (nel peggiore dei casi); come se la forza creatrice contenesse in sé una componente di violenza, latente o palese, insopprimibile. Improvviso moto dell’animo – improvviso o improvvido? – che innescato da una passione spinge ad agire, purtroppo senza riflettere. Temo sia la vexata quaestio che ci riguarda, da vicinissimo.

Tempesta, violenta (di nuovo) perturbazione atmosferica, di varia estensione e durata, caratterizzata da vento fortissimo, ma da assenza di scariche elettriche, seppur non meno perigliosa. Attenzione: può essere di vari tipi, di ghiaccio, magnetica. La quiete, prima o dopo la tempesta, preannuncia o sancisce la fine del disastro, mai la perfetta ricomposizione della situazione. Una lezione semplice che non vogliamo imparare, da millenni. Ammesso contino qualcosa al cospetto degli eoni dell’Universo e della nostra inconsistenza che reputiamo così fondamentale.

Nemmeno l’etimo ci soccorre, perché dovrebbe. Impetus equivale ad assalto, in versione più ottimistica, assalto di passione. Tempesta in origine significò momento del giorno per poi giungere a stato atmosferico in generale, per chiudere l’arco degli eventi con l’accezione tempo cattivo, burrascoso. Quindi, uragano, procella, burrasca. Non potevano esimersi dallo stimolare la fantasia sentimentale: travaglio interiore, grande turbamento dell’animo.

Ormai così lontani, meglio, separati da noi stessi, staccati dal mondo reale, concreto, dimentichiamo che si nasce e si muore soli, ma si vive davvero, pienamente, insieme.

Conviene citare il poeta friulano Pierluigi Cappello, durante il suo troppo breve volo:

dove io si dice per dire/ – per esserenoi“.

Shooting Star

Guardare le stelle, pensando che perfino la morte – naturale – esprime nell’universo una bellezza magnetica.

Guardare le stelle, canticchiando Shooting Star, rammentare un bambino della generazione 70 alle elementari: per celebrare il Natale incombente, sognava e disegnava Ufo Robot che distribuiva doni in tutto il mondo, moderno re magio, recando quello più importante (già allora); la pace, come si costruisce, come si conserva. Per sempre.

Così, mentre Silicon Valley, quella vera, chiude mestamente i battenti, per fallimento delle aziende hi tech e perché il modello neo coloniale del liberismo mostra il suo vero volto, in italia aprirà (forse) Mind – molto originale – la vallata de noantri, un “ecosistema per la crescita socioeconomica del territorio (sigh!) che connetta le nostre eccellenze (sigh al cubo) ai migliori talenti del pianeta“. Sulle macerie dell’Expo di Milano, 10 anni fa, un milione, non quello di Marco Polo, ma di metri quadrati. Unico simbolo ancora in piedi di quel fardello: l’Albero della Vita. Tutto arrugginito. Appunto.

Qualcuno potrebbe obiettare: cosa c’entra un’esposizione ‘universale’ (vagamente umanocentrica) con la logica perversa della guerra? Non credo serva risposta.

Non parlatene al professore Stefano Mancuso, non ditegli dell’avversione dei nostri amministratori e politicanti vari per gli alberi, come se tutti – essi, non le maestose piante – da fanciulli (lo sono stati?) avessero subito chissà quali traumi. Nemmeno lui, il professore, divulgatore e letterato per passione, oltreché scienziato, saprebbe immaginare comportamenti ostili da parte dei nostri fratelli frondosi; al centro della neurobiologia vegetale, nel nuovo libro La versione degli Alberi, gli Ent mancusiani – per definirli alla Tolkien, senza implicazioni farlocche – si rivelano abili conversatori, avventurieri picareschi, in ombra a causa di un unico grande dubbio amletico: “Perché distruggono tutto ciò da cui dipende anche la loro vita?“.

C’è più vita in una stella cadente dal cielo notturno che in tutte le sciocchezze negazioniste sulla crisi climatica, c’è più vita nel nostro Ufo Robot che ci fa da sentinella lassù – ogni tanto, dovremmo svegliarci anche noi – che in tutte le multinazionali fossili; il mostro nell’oscurità è il nemico che creiamo noi stessi, con la nostra ignoranza.

Speriamo negli Alberi nomadi.

E in uno stellone.

Arazzi e mappe

Vorrei partire, da me. Anche dal paese, fosse possibile.

Parto da me – autogenesi? – poi, con calma e ponderazione, dal dettaglio, giungo all’universale, meglio: all’universo e al multiverso. Non sono l’uomo ragno, nemmeno quello cantato dai The Cure, ma mi arrabatterò.

Abbandonarmi, a razzo. Per puntare verso Arras, intanto. Capire perché questa arte nacque qui, perché affascinò soprattutto regnanti residenti in Italia, perché poi conobbe crisi acuta, fino a essere identificata con altri prodotti, più rozzi e commerciali.

Accuso – non faccio la spia, né il delatore – un rigurgito di fantasia allo stato brado: mi orienterei su arazzi orientali, oppure, perché sì, su quelli africani. Nomen omen, sono affari di famiglia – ah, questa benedetta famiglia, idolatrata a sproposito – ; non solo la mia, intesa come origine.

Uno piccolo, modesto, non appariscente (arazzo intendo): un metro quadrato, considerando che, creato a regola d’arte, dovrei esercitare pazienza e attendere almeno 500 ore.

Potrei meditare, tra un tragitto a razzo e l’altro, e decidere a quale parete appenderlo, per persistere nella meditazione; necessaria quanto mai, una pratica di benessere individuale e collettivo, una pratica per evolversi e ascendere ai livelli più elevati.

Con le mie partenze a razzo, sarebbe complicato assai meditare, forse impratichendomi, esercitandomi; ma non sarò mai un esperto, un illuminato, ché di guru (a pagamento) il mercato sotto casa è già saturo.

Vorrei essere agronomo, non solo per la bellezza e il suono suadente del lemma, ma per l’importanza fondamentale del ruolo; vorrei esserlo anche – mannaggia a me, come riesco a ingarbugliarmi la vita – per scoprire l’etimo di mappa che nell’antichità era, non solo, la rappresentazione grafica di una porzione di terreno presa in considerazione. Non mi avventuro nel mappamundus per non rovinarmi definitivamente giornata e reputazione (si fa per compulsare).

Tovaglia e tovagliolo, i Latini sì che se ne intendevano: ma anche i perfidi Albionici non scherzano: presso di loro map è la cartina di un’area geografica terrestre, mentre chart – lungi dal rappresentare la classifica dei dischi più venduti – è la carta nautica. Non so optare tra un attacco di panico, o una bella crisi di nervi, molto in voga e anche molto cinematografica (Almodovar docet).

Certo, se divenissi pignolo (con le pigne in capa), mi accorgerei che neppure noi italici – ammesso voglia significare qualcosa, a polemica – riusciamo, o vogliamo, sottrarci dalla sottile arte dell’ingarbugliamento: suddividiamo le sudate mappe in piante (flora?), carte topografiche, carte geografiche o mappe catastali, in base alla scala non di Milano o Verona, ma di riduzione e in base all’uso. Oibò.

Forse divago, mi nebulizzo – cosa sarà mai? – in queste discussioni bizantine, eppure trovo una certa convergenza tra arazzi e mappe, una certa comune (?) vocazione artistica, una assonanza sentimentale e poetica. Da anziani, le connessioni sono multiple e imprevedibili.

Mi diverte pensare che il nostro comune passato fu teatro non solo per lotte pornografiche tra Greci e Latini (come scrisse Qualcuno), ma anche di tenzoni culturali tra i soliti Latini e i Cartaginesi per affermare la primogenitura nell’invenzione e nell’uso, civile e sopraffino, della mappa originaria: delicato panno di lino, per adornare la tavola o per l’acconciatura del capo (intesa come testa e non come boss, per intenderci). Non solo, a Roma anche nel Colosseo, per i bestiari e per l’imperatore.

A proposito di Lino (Toffolo): da ottimo rappresentante della Generazione 70, so bene che in mezzo all’isola c’è un bel tesoro ma, solo la mappa sa dove sarà

In profonda vetustà, da pacifici vegliardi, arazzi celebrativi alle pareti per ripercorrere l’avventura, forse non dobloni d’oro – miraggio, chimera – , forse un tovagliolo di lino:

vivere con semplicità non richiede formule alchemiche.

Cromorama (nella nebbia)

Vago nella nebbia, perso come un lampione sulla riva del fiume, cercando i colori; altri colori.

Un vecchio sapiente ci racconta che i colori conosciuti e disponibili a partire dagli incerti albori dell’umanità erano sostanzialmente tre (3): il nero della cenere una volta capita l’importanza e l’accensione del fuoco, l’ocra della terra (giusto per non obliare da dove siamo nati e cosa torneremo), il bianco dell’argilla, con tutte le sue implicazioni pratiche e artistiche.

Lo stesso vegliardo sottolinea come nell’antica Roma, per esempio, il porpora fosse appannaggio esclusivo dei più alti magistrati e dello stesso imperatore – non Giulio Cesare, per cortesia – perché quella tinta richiedeva una ricerca complicata e un procedimento lungo e costoso: impetrare lumi ai marinai e agli artigiani che rischiavano la ghirba per pescare i molluschi ‘porporofili‘ al largo dello stretto di Gibilterra e, in seguito, per produrlo con fatica e, come specificato, notevole dispendio.

Le brume e l’umidità delle lande nord orientali sono affascinanti, inquietanti; allo stesso tempo, avvolgono nel torpore – per qualcuno, uno scrittore, uno stato di grazia di cui si ha e non si ha coscienza – e stimolano alla riflessione sulle cose essenziali del mondo, nella speranza di giungere a stadi evolutivi avanzati.

Cromorama, vorrei esserne un cittadino; forse, lo sono già. Conoscere, nell’intimo, i colori, la loro natura, la loro teoria, la fisica e la chimica; riuscire a capire la sottile – o anche il contrario – differenza tra colori e tinte, la loro incredibile storia. Mi accontenterei (dovrei, dovrò), in alternativa, di leggere l’omonimo, dotto, documentatissimo saggio di Riccardo Falcinelli, grafico e designer, formidabile nel tracciare la traiettoria nei secoli delle amate nuance e la loro forza nell’incidere sul nostro umore, sulle nostre vicende, personali e collettive.

Mi accontenterei di inventare: un nuovo colore, conosciuti gli altri, donando voglia di ascolto e dialogo alla derelitta umanità.

Nelle mie divagazioni oniriche, viaggio di continuo attraverso il Giappone, non turistico, non esotico, non quello che da almeno due secoli scatena le insane passioni degli occidentali; vorrei deambulare per il Grande Yamato, ritrovarmi nei suoi arcani, venerare o, meglio ancora, ascendere/trascendere alla sua spiritualità di cui i complicatissimi riti sono solo la parte più visibile.

Aspirerei a diventare, dopo mille e mille prove, discepolo di Hokusai e Hiroshige, maestri, innovatori – nel solco della tradizione, ma con molte marce in più – pietre angolari di un modo originale di interpretare, di creare l’Arte; modelli inarrivabili per Monet, Van Gogh, Gauguin, per gli Impressionisti. Di questo è fermamente convinto Wahei Aoyama, fondatore a Tokio della galleria contemporanea A Lighthouse Called Kanata: “Il Sol Levante ispira ancora l’Occidente; dopo la seconda guerra mondiale eravamo cenere, ma dalla ricchezza del nostro passato siamo rinati“.

Nella nebbia penetrante, piccolo girasole nella notte, ruoto lentamente verso est, in attesa del nuovo Elio, che forse verrà.

A irradiarci tutti.

Lunatico

Sono stato scelto – non per il premio finale di una lotteria miliardaria – per essere un lunatico; a cui piace il Sole. Appunto.

Un tempo, chi partiva, predisponeva adeguato testamento: le incognite erano infinite, tra asperità idrogeologiche, geografiche e bande di birboni. Oggigiorno, siamo al punto di partenza: mentre alla fermata del bus fantastichiamo su trip spaziali e sulla imminente colonizzazione di Selene e Marte (per cominciare), ci allontaniamo da casa e non sappiamo se arriveremo, se torneremo e, casomai rientrassimo all’amato ovile, in quali condizioni.

Mentre ci godiamo, incoscienti allo sbaraglio, la novembrata delle lande nord orientali, ombre sempre più lunghe e scure si allargano, da noi e sul nostro destino, o sulla nostra sorte; come peggio vi aggrada.

La mia, determinata da Elio fiammeggiante, somiglia – anche troppo e troppo stranamente – al gentiluomo di fortuna, Corto Maltese; lui non ha disegnate sulle mani le linee della fortuna e della vita, ma da solo, con un rasoio, le ha tracciate senza esitazioni, con il sangue – il proprio – e il coraggio.

Cosa ci accomuni, non lo so, a parte questa evanescenza nera, questa sagoma oscura: forse i convinti anti militarismo, anti bellicismo, l’obiezione di coscienza, la ricerca incessante della pace. L’amore per l’avventura e le navigazioni (marine, viaggi), anche solo sognate. Da parte mia.

Mi perdo in elucubrazioni pindariche, mentre arranco pedalando sulla Pedemontana; una visione, tra i barbagli del nostro pianeta incandescente, mi sorprende; donandomi una sensazione ineffabile di gioia e ottimismo, per la giornata e perfino per il futuro: una madre ciclista, leggiadra ma decisa, corre aprendo sentieri, fantasia e mentalità, insieme al figlio tredicenne. Educare con la bicicletta, un gesto altruistico e intelligente.

Dunque, anch’io, in sella al mio fido destriero – meglio, sul sellino della ‘Pina‘ (Pinarello, ora e sempre) – lungo i miei tragitti, i miei percorsi, vorrei sviluppare la capacità soprannaturale, la sensibilità del rabdomante, per rintracciare gli indirizzi perduti di ognuno, gli indizi di grandezza umana, i miracoli che potremmo realizzare, ma che permangono in potenza, per scarsa fiducia, per indolenza, per vigliaccheria.

Scandagliando il cielo, da lunatico, e la Terra, da limitato imperfetto finito umano, ho riscontrato che esistono più meraviglie di quante possa immaginarne la mia fantasia, per decenza non cito la mia intelligenza; così scopro che Omero (VIII a. C.) è realmente esistito, lasciando la teoria del ‘collettivo di autori‘ al campo delle leggende storiche, prestando fede al professor Robin Lane Fox, classicista di fama mondiale, docente emerito del New College di Oxford; lo stesso per il Bardo Shakespeare, ambientalista ante litteram, forse suo malgrado, forse no.

Il Cigno dell’Avon, per così scrivere, schiaffeggiando la nostra incredulità, conviveva già con l’inquinamento causato dall’uomo e con le condotte scellerate, quali il disboscamento selvaggio scopo lucrativo (codici a tutela delle foreste risalgono all’età di Enrico VIII), o eventi climatici estremi, per esempio la Piccola era glaciale che tormentò il mondo tra il XIV e il XIX secolo. Tutto questo per affermare che le opere di Guglielmo l’Albionico contenevano espliciti, solidi riferimenti alla realtà; anche quelle più visionarie, poetiche, oniriche.

Non so se credere a me stesso, alle mie impressioni di novembre. Però ho fiducia nel poeta cieco e nel bardo dalla mente senza limiti.

Non so se credere agli scienziati di buona volontà, agli ambientalisti razionali, ma credo a quella mamma e a suo figlio, credo nelle traiettorie di quelle biciclette.

Salviamo il Pianeta Azzurro e noi stessi.

Prima di saccheggiare e deturpare anche la Luna.

Se fossi un dipinto

Vorrei essere un dipinto, dotato, però, di pensiero e parola.

Avrei intanto una qualità in più rispetto ai miei doni – ottimista senza limiti – natali.

Creato per essere appeso e fissato, potrei osservare, riflettere, interloquire: salace e sagace, come il calabrese Vincenzo Talarico. Nessuno o pochi lo rammentano, eppure fu uno degli intellettuali, protagonista della stagione capitolina più bella, tra Via Veneto e Piazza del Popolo.

I grandi si sono estinti, abbiamo saputo sostituirli con brutte copie e i luoghi stessi, inorriditi, hanno imboccato il viale – se così si può scrivere – della rovina; effetto finale, non cause strutturali: sulle quali prima o poi, dovremo piangere lacrime amare, sulle quali dovremo intervenire. Senza alcuna certezza sulla nostra futura salvezza. O redenzione.

Il tempo non esiste, forse; il problema è che non ne abbiamo più per trastullarci, dividerci (ancora?), polemizzare sulle cause della crisi climatica e sugli interventi immediati che dobbiamo attuare: tutti, oltre i paesi nazionali, oltre gli egoismi personalistici. Alimentati, nemmeno troppo in segreto, dai ribaldi storici.

Dovremmo fidarci di chi, ad esempio, ci sprona ad un primo cambiamento importante, quello prospettico; che ci trascinerebbe in modo naturale verso il mutamento retorico. Parlare non più di Pianeta Terra, ma di idrosfera e di pianeta d’acqua, ci aiuterebbe subito a ideare proposte concrete e individuare visioni di un futuro che sta bussando in modo prepotente alla nostra porta. Come del resto fa Jeremy Rifkin con il suo saggio più recente, Pianeta Acqua, affermando senza perifrasi che “sarà il cambiamento climatico – e non le manovre geo militari economiche di poche multinazionali o folli (non sono la medesima cosa?) – a stabilire le regole del gioco“.

Ulteriori illuminazioni potremmo rintracciarle – cito spesso libri, non credo sia un caso – grazie alla storia degli Uomini Pesce, rettili anfibi antropomorfi, avvistati a Ferrara e nel Delta del Po; come fu avvistato in seguito H. P. Lovecraft, desideroso di appurare l’esistenza degli strani esseri e di scriverne racconti. Leggende, forse, ma che innervano il nuovo romanzo di Wu Ming 1 che a questa vicenda molto personale, una saga familiare sui generis, ha pensato per 10 anni: vergando poi di resistenza partigiana, amicizia, famiglia e altri misteri, compresi quelli – segreti di Pulcinella – ambientalisti, con tutte le loro drammatiche ricadute. Lo documentiamo, purtroppo, ogni giorno.

Un romanzo su un territorio cyborg, il basso ferrarese, esito di immani bonifiche, ingegnerizzato, dipendente da tecnologie che lavorano costantemente per tenerlo emerso. Impresa che, col clima che muta rapido e drastico, sarà sempre più difficile. Gli uomini pesce è anche una fotografia dell’Italia appena uscita dalla pandemia di Covid. È l’estate del 2022, tutti i personaggi sono ancora feriti e traumatizzati per quanto accaduto a loro, al Paese e al pianeta nel biennio 2020-2021“, disserta Roberto Bui, alter ego umano dell’autore. O viceversa.

Vorrei essere un dipinto, ma non tramutarmi nell’Urlo di Munch: non essere quell’uomo sul ponte che subisce la rabbia, il livore della Natura – i fiordi norvegesi irrequieti durante un tramonto rosso fuoco – e reagisce con angoscia, disperazione, solitudine; sottolineata dall’indifferenza dei due personaggi sullo sfondo. Tetri. Rammenta qualcosa?

Se arte devo diventare, preferirei Venere che nasce dalle acque (La nascita di Venere): sarei un essere superiore, una donna, una dea, sarei tetragona custode, grata per sempre alla fonte della Vita;

non solo la mia.