Scaldarsi le mani

Alexander Platz, cammino per le strade di Berlino.

Non c’è la neve, si vive come si può – non credo bene, almeno i mortali come me – non incontro Franco Battiato, Milva, Bertolt Brecht, Fabio Stassi.

Non in carne, ossa, intelletto; solo con l’immaginazione, dentro la mia mente: sì, per fortuna. La mia.

Molto spaziosa, la mia mente (del resto, è vuota), può contenere infinite persone, infiniti mondi.

Improvvisamente: siamo tornati non nel giardino della pre esistenza, ma nella Germania del 1933, in Bebelplatz. Dovrebbe rammentarmi qualcosa, dovrebbe risuonare un diapason sensibile al pericolo: imminente, terribile, letale.

Ho freddo, il gelo mi paralizza i pochi, scombinati pensieri; non conosco l’idioma germanico, ma qualcuno mi dice, ghignando: “Scaldati le mani al rogo dei libri“.

Sguardo inebetito, mi avvicino tremante alle fiamme. Guardo intontito migliaia di pagine, milioni di parole trasformarsi in tristi farfalle nere, poi in cenere. Non ci credo. Forse, anche per noi sarà così, forse, svaniremo in una folata di vento selvaggio.

Non comprendo la ragione, ma tremo di più, in modo incontrollabile.

Decine di migliaia di persone mi circondano, tutte recano libri, appaiono invasate e urlano: “Morte alla cultura, morte ai nemici e ai traditori della patria“. Dopo il rito fiammeggiante, un uomo tetro in divisa sale su un palco e arringa la folla: “L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere“. Ovazioni, acclamazioni, applausi.

Mi allontano in fretta, come se la mia passione per le parole stampate fosse scritta – come confessione, come auto da fé – sulla mia faccia; come se la mia indole mi condannasse senza appello ad ardere eternamente al centro dell’Inferno.

Nemmeno un Pape Satan cui rivolgere una disperata richiesta di clemenza, nemmeno un povero diavolo per condividere l’incubo.

Il mio sguardo vaga ovunque alla ricerca di un segno, anche minimo, anche flebile, di speranza, ma nota con sgomento che perfino le opere di Emilio Salgari, “un volgare antimperialista internazionalista“, sono lanciate nel fuoco distruttore. Di sogni, di idee. Di domani.

Voglio ridestarmi, devo ridestarmi, non voglio vivere in un continente dove l’aria è ammorbata da miasmi di benzina e cenere.

Madido, ansante, afferro La linea della vita, nuova avventura di Corto Maltese: subito recupero energia e ottimismo.

Ancora scombussolato, tra me e me, sussurro: “Assurdo, impossibile. Ci siamo già passati“.

Fabio Stassi, però, dal suo libro più recente, mi ammonisce e mi dice:

Rammenta le parole di Primo Levi: se qualcosa è avvenuto, può avvenire di nuovo“.

Analessi, prolessi

Ottobrata friulana, bighellonando senza meta nelle cinte murarie di Spilimbergo.

Un aggraziato colombo – non un piccione lagunare, quale sarà la differenza? – plana sul bordo del ponte in muratura che conduce al Castello, osserva con calma la situazione e poi, incurante, riprende il suo volo mattutino.

Medito, azionando con lentezza gli arti inferiori e mi sovviene il dubbio – o la certezza comprovata – che il moto, il mio, favorisca le sinapsi, la connessione delle cellule neuronali; scritto questo, non garantirei sulla bontà dei pensieri partoriti. Un divertimento piccolo in una giornata autunnale che somiglia troppo alla primavera, ingenerando confusione, più del consueto.

Analessi, prolessi: dubito siano riconducibili al passato remoto del verbo leggere, anche se non escluderei possibilità imperscrutabili. Patologie? Figure retoriche? Lemmi che rimbalzano, rimbombano, percuotono la mente, o ciò che resta.

Stamattina mi son destato e li ho trovati lì; quieti, indifferenti, mi osservavano senza proferire – anche senza ferire, meno male – parola, ma evidenziando clamorosamente la mia grossa, crassa ignoranza, greca e non solo. Purtroppo.

Incontro persone, le saluto con un sorriso convinto: indigeni indaffarati o indolenti, turisti attirati dalla grande bellezza del borgo, dai suoi mosaici apprezzati in ogni angolo del globo terracqueo, stranieri curiosi di cogliere – non in fallo, auspico – il segreto di siffatta armonia, di questa nostra Storia, unica e preziosa.

Non so prevedere l’effetto – analessi, prolessi? – che farebbe su chi mi scrutasse con sorpresa, ma per non annegare (un corpo solido immerso in un liquido, non dovrebbe ricevere una spinta dal basso verso l’alto pari al suo peso? rimembranze fallaci?) mi abbarbico volentieri, con solerzia, al salvifico etimo, spesso fautore, promotore, motore di ispirazioni, se non illuminazioni; lo splendore solare irradia senza posa.

Analessi somiglia ad analfabeta – a me pare (forse?) – mentre prolessi, da dizionario (mi fido senza obiezioni), significa anticipazione, figura retorica – appunto – che previene la risposta, anzi, meglio, l’opposizione.

Indagando nel fantastico – non ho compulsato fantasmatico – mondo delle parole, la mia insignificante indagine, mi suggerisce che potrei nominare la prolessi flashforward, mentre l’analessi, viceversa, potrei – se volessi – nomarla flashback; ricorrerei all’albionico idioma per atteggiarmi, al greco antico per pavoneggiarmi, del resto, con il piacevole tepore esterno, non resta che compiacersi e esibire la ruota di penne sgargianti, multicolori.

Se qualcuno – non l’inadeguato sottoscritto – manifesta l’ardire di cimentarsi dottamente nel racconto di eventi passati o di eventi futuri, cedo senza resistenze il letterario testimone.

Brindare al Bachero con un Cabernet Franc e gustare il baccalà mantecato locale, suggella il soddisfacente epilogo di una giornata particolare:

una giornata da flaneur friulano.

Sogni (veri) vs dolore

Vade retro (da me), dolore.

Non voglio compulsare – ci sono in giro già troppi adepti, contenti loro – l’apologia del dolore. Chissà poi perché. Non mi azzardo a formulare ipotesi (opinioni personali), mi limito a constatare.

Vivere con una sensazione che affligge, dal latino dolor, derivante dal verbo anch’esso latino (per la cronaca e per i puntigliosi): doleo; sento male – non c’entra l’udito – mi dolgo.

Mi pento e mi dolgo, mi rimbrotto da solo per la malaugurata iniziativa di affrontare l’argomento, la vexata quaestio.

Altresì, dal latino, ora e sempre presente, crescere: inteso come fare, produrre, creare. Soprattutto, aumentare di massa e di estensione in qualsivoglia verso, specialmente in altezza; aumentare di numero, d’intensità, financo di gagliardia. Fosse possibile, magari.

Come sosteneva PPP, il Poeta: sviluppo e progresso non sono sinonimi, anzi; nonostante oggi quasi tutti indichino l’importanza dello sviluppo e sia stata bandita la parola, parolaccia, progresso. Il paradosso o, se vi solletica di più, l’umorismo della situazione, nonostante i due concetti siano inconciliabili, senza la realizzazione del primo, molto difficilmente – o mai – si avvererà il secondo.

Affermo dai tempi dei primi, rudimentali ragionamenti che prediligo – teoricamente, ammesso intuisca i termini della tenzone – la crescita allo sviluppo, mentre negli anni ho rinnegato, rifiutato, esecrato al pari di una maledizione, forse ineliminabile ma non necessaria, il dolore.

Il dolore esiste, si verifica, va contrastato, combattuto, superato per scongiurare, evitare che si tramuti in sofferenza perenne, ma non lo considero viatico fondamentale, fondante per un incedere armonioso sui sentieri, già di loro accidentati, della vita. Rigetto il dolore quale architrave per edificare una persona buona e giusta.

Mutatis mutandis, inutile sottolineare il perché, come analizza il professor Roberto Mancini (pura omonimia), il capitalismo insiste nell’annientamento di vite umane e del mondo, ossessionato dal profitto, “rivelando la sua natura bellica e necrofila“; avendo ormai sostituito il riassorbimento delle istanze di contestazione con la repressione, dura e violenta. Mentre, i movimenti che ancora si battono e dibattono di pace come condicio sine qua non – da non tradurre con ‘siamo qua noi’ – e per un’economia finalmente libera dai diktat del neoliberismo capitalista, risultano spaesati, scombussolati. Unico modo per renderli – le idee e i movimenti – vincenti, celebrare la loro unione indissolubile, senza paura. Senza più dubbi né distinguo capziosi sulla collocazione e perseguimento della verità.

Più che mai, più di sempre nella Storia, aneliamo sogni da realizzare – fossero quelli di Kurosawa e Miyazachi, meglio ancora – non dolore né sofferenza;

come ripete costantemente lo stesso Mancini:

i sogni ci insegnano mentre dormiamo quello che non riusciamo a capire da svegli“.

Nel ventre del pescecane

Triste come un boom.

Anche senza includere esplosioni di vari orribili ordigni. Sia detto fuori dalle parentesi e anche dai denti.

O meglio, un boom, nonostante l’apparente prosperità – momentanea, come tutte le vicende umane – , può rivelarsi triste, tristi le sue conseguenze, esiziali per coloro (ci sono sempre) che dovranno pagare il dazio complessivo e finale.

Meglio un’aurea mediocritas? Chissà, chi può affermarlo? Tenendo a mente che il concetto è alquanto diverso da come lo interpretiamo noi, maccheronicamente. Con rispetto citando, dei maccheroni.

Certo, se ponderiamo oltre la superficie su – minimo esempio – idrocarburi, tecnologia e imballaggi, sorge all’improvviso la pelle d’oca; almeno a me e temo non sia un segnale incoraggiante.

Delle decine di guerre sul Pianeta, mediatiche o meno, non digito, ma basta osservare davvero gli occhi degli Anziani e dei Bambini per capire l’indicibile.

Trastullarsi, ingannando il tempo e lo spazio – non menziono le atrocità dell’uomo – escogitando un raffinato gioco intellettuale, omaggio senza veli, cioè senza misteri (non pruriginoso), ad Agatha Christie: una sconcertante serie di omicidi su un’isoletta deserta del Giappone, in un’insolita, inquietante casa decagonale, destinata a essere distrutta dalle fiamme di un rogo: chissà quanto purificatore, quanto salvifico e per chi. Ottima trovata, peccato non sia mia, ma del famoso scrittore nipponico Ayatsuji Yukito.

Cercare salvezza nel giallo, o almeno, un pizzico di saggezza: per tentare di capire come mai dopo la pandemia siamo tutti più soli, più arrabbiati, molto più stupidi. Cercare salvezza nelle tele, nella suprema sensibilità di Vincent.

Pensare, ponderare, riflettere molto, trovare il bandolo, il senno, non sulla faccia nascosta della Luna; ritrovare il senso, almeno uno, fondamentale e scriverlo in un libro, dopo una gestazione di 40 anni, gli ultimi 2 trascorsi incatenato alla sedia per compulsare di getto parole non mediate, eppure esatte, quelle bastanti. Come Mircea Cartarescu, con il suo più recente romanzo Theodoros; solo il maggiore scrittore romeno contemporaneo, per gli autentici curiosi.

Qualcuno leggerà, qualcuno sarebbe interessato alla questione? Auspichiamo che l’ardua sentenza non sia affidata ai social, qualunque cosa siano.

Approdando di nuovo sulle nostre frequenze, fidiamoci di Fabio Stassi, lo scrittore italiano contemporaneo più bravo – sono fazioso e me ne vanto – : “la letteratura è impura. La letteratura è protesta proprio perché impura. Correggerla, andare nella direzione di una presunta purezza, sarebbe tradirla. La vera letteratura parte dalla finzione, ma strappa il velo del fondale, restituisce l’integrità del reale“.

Come argomenta l’Autore romano siculo (e molto altro) “siamo finiti nel ventre di una balena o pescecane; l’unico modo per sopravvivere è fare l’inventario del materiale naufragato. Inventariare i relitti finiti là dentro, le ideologie, le parole che si sono usurate e nell’odore nauseabondo di benzina bruciata e marcio, farsi luce“.

In qualche modo, sperando che di notte il pescecane si addormenti:

con la bocca spalancata.

Malesia

Notte o meno, spiriti agitati in azione o meno, bisogna sempre restare sul chi vive – meglio che sul chi muore – perché le tigri dormono poco;

spesso in agguato, pronte a ghermire eventuali prede o chi preda si fa.

Il teorizzatore del principio dell’ombrello – ammesso possa essere utile al cospetto di un grande felino predatore – non ha tenuto conto, o non conosce, la storiella nota ai più in qualità di barzelletta, relativa all’utile oggetto: si scatena un nubifragio, un signore compassato, privo di ombrello entra in un negozio per valutarne l’acquisto, il commesso gli mostra vari modelli, ne illustra le qualità, le caratteristiche, i prezzi; al termine della spiegazione, il potenziale cliente chiede: tutto molto bello, tutto molto interessante, ma per meno che ci prendo? Il commesso replica immediato: la pioggia.

Forse di fronte a una tigre affamata saremmo comunque in difficoltà, però potremmo tentare, extrema ratio, raccontando questa o altre facezie.

L’autore del saggio omonimo, Mickael Launay, ha studiato probabilità – non quella di imbattersi in qualche felino feroce – alla Sorbona (ce ne parla Chiara Valerio) e tramite un’arguzia apre a noi profani e agli scienziati il meraviglioso, magico universo dei numeri; la scienza non è il terreno dell’esattezza assoluta, anzi, ma permette a chi la pratica con passione “di scardinare idee preconfezionate, preconcetti, luoghi comuni“. Ove spesso si annidano o rischiano di generarsi brutture, cattiverie.

Ci piacciono assai le scienze e gli scienziati che non inseguono la perfezione (esiste?), ma che gongolano ravvisando brecce, da cui sempre filtra luce, e difetti tra le cose della nostra vita, aprendo varchi portentosi verso l’ignoto, verso l’avventura.

Anche e soprattutto della conoscenza, in senso ampio e variegato. Del resto, dovremmo aver imparato, anche senza ricorrere a Shakespeare, che il nostro mondo “è più vasto di quello che vediamo” (e/o crediamo di sapere).

La Malesia, come sanno bene gli ammiratori di Salgari/Sandokan, è sempre stata un crogiuolo di miti, leggende, superstizioni fantasiose (perché no?);

un coacervo di anime: indomite, indomabili.

Come tutti dovremmo essere; o almeno, provarci.

Anche senza essere costretti a sfidare una tigre.

Dogana

Craig Mello, chi è costui?

Curiosità oziosa – in ozio? – curiosità rivelatrice, della mia crassa ignoranza.

Ci arriveremo, forse. Con estrema cautela, certo.

Come imbatterci, prima o poi, anche in mezzo al deserto (miraggi esclusi), in un tetro, austero ufficio doganale, in grado, in potere, se concederci l’autorizzazione prezzolata di proseguire il viaggio o bloccarlo; il nostro itinere o quello delle nostre merci. Quasi equivalenti, oggidì, anzi: più importanti, fondamentali – le derrate – per il ‘libero mercato’, per l’incessante attività del neo liberismo.

Gli incerti di questa nostra vita, complicata dalle nostre inammissibili stoltezze: ci si trova rilassati su un indolente divano, poi, di colpo – in un attimo, direbbe qualcuna – in un burocratico ufficio, gabellati (nel senso di costretti a pagare gabelle), per ottenere il permesso di attraversare, in entrata uscita o entrambe, i confini nazionali.

Confini nazionali ri divenuti – ‘addivanati’? – di nuovo così esiziali, sbollita l’illusione, la chimera, del mondo globale e senza limiti; per tutto e per tutti.

Esportare, importare, è tutto un gran trafficare; ma se ottieni il bollo – marchio – doganale, la prosperità sarà tua, all’infinito (essere tua?). Sui dettagli, come disse un famigerato imprenditore laziale, “sopravvoliamo“.

Il ‘diwan‘, o divano, non è citato a caso: dall’arabo – quanto siamo in debito con quella civiltà – registro, ufficio; il temutissimo ufficio di cui sopra, per estensione magazzino pubblico o fondaco dove le mercanzie erano/sono conservate prima di essere ammesse/introdotte in città.

Indagando solo un pochino più analiticamente, rimarremmo affascinati dalle mille implicazioni socio antropologiche, dalle mille e ancora mille storie umane all’ombra delle dogane; per così scrivere.

Se era, è così astruso importare/esportare (o sembra) derrate, nemmeno tento di spiegare la trafila cui devono sottoporsi i nostri simili; i quali, piccole percentuali di esponenti criminali a parte, lo fanno non per diporto, non per sollazzo personale, ma per motivazioni vitali: fuggire da guerre (nuova normalità in larga parte del pianeta, meglio rifletterci), persecuzioni politiche e religiose, mutamenti climatici irreversibili.

A questo punto entra in gioco Craig Mello, non lo avrete già obliato, auspico. Premio Nobel per la Medicina 2006, in sodalizio con Andrew Fire, sostenitore indefesso e integerrimo dell’intelligenza umana.

Attributo misterioso, nonché magico che, in teoria, ci permetterebbe di venire a capo, risolvere moltissimi dei nostri ormai endemici assilli; specificando però che intelligenza naturale e intelligenza artificiale non sono automaticamente omologhe, equivalenti, simili.

Non solo la stupidità è conclamata in chi si comporta stupidamente (come sosteneva un certo Forrest Gump), ma “stupida è la mancanza di empatia e umiltà, rendendo difficile (impossibile?) discutere con chi dice di conoscere tutte le risposte“.

Se gli studi di Albert Einstein appartengono alla categoria delle meraviglie dell’intelligenza, dovremmo chiederci perché in un’epoca favorevole per creare cose bellissime per tutti noi e per la nostra casa comune, perpetriamo invece azioni orribili (in particolare chi ha responsabilità di governo) che mettono a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.

L’intelligenza, argomenta Craig Mello, “emerge quando si sa essere ipercritici e capaci di porsi domande su ogni cosa (in apparenza anche la più banale), ogni singolo giorno“. Se bastasse la curiosità inesauribile, rivaluteremmo il popolo delle Scimmie. Per attenuare la tensione. Per inciso.

L’intelligenza, in vari gradi e quantità, è un patrimonio globale? Usiamola, senza riserve: i cervelli li restituiremo al termine della licenza di comodato d’uso, ma non siamo obbligati a conservarli inutilizzati.

Per non ridurci a merci, bloccate alla dogana, obsolescenti.

Logorate, finite.

In malo modo.

Penelopeide e Homo Sapiens

Chi si isola, sbaglia; chi si aggrega, chi impara a lavorare in gruppo, chi esperisce collettivamente: progredisce.

Procediamo con ordine, però, non intorbidiamo le acque, o, perlomeno, seguiamo una rotta precisa, se non tranquilla.

Affrontiamo gli interessanti marosi della Penelopeide, se così ci aggrada, adottando la definizione di Silvia Ronchey (su Robinson di La Repubblica), che con arguzia analitica ridefinisce non solo il carattere di Penelope, ma anche l’apporto e l’impulso decisivo che la sua figura mitica hanno fornito alla Storia e ai Ruoli delle Donne nell’ambito della società umana.

Oltre ogni apparenza e considerazione ufficiale – Penelopeide è anche il titolo di alcune opere composte in questi ultimi anni da autrici e autori illuminati – nonché, senza tema di smentita, la sua definizione (della sovrana di Itaca) risulta superficiale, stantia: il consorte di Penelope, da maschio che si crede esemplare (in tutti i sensi) unico e destinato a imprese epiche, ha deciso di vagare per il Mediterraneo? E, tornato finalmente sulle amate sponde, di riprendere il viaggio, abbandonando Itaca e la legittima sposa?

Orbene, Penelope, lungi dal piombare in preda al dolore, lungi dal dimostrarsi la tradizionale moglie fedele – Antinoo, capo dei folli spasimanti, ‘invasori’ dell’isola, era di fatto suo amante – silente, e, soprattutto, paziente; in realtà, il vero essere superiore è proprio lei, ribaltando gli stereotipi giunti fino a noi, rovesciando il significato attribuito al racconto omerico: tenace, per 20 anni governa Itaca da donna sola, intelligentissima; tiene in scacco, anzi, a bagnomaria, centinaia di giovani nobili, ai quali è negato in modo totale l’accesso alla sala del potere. Quello nella stanza da letto, nell’alcova nuziale, parimenti, lo decide solo lei. Quando, in conclusione, Ulisse non frena la propria indole per varcare le colonne d’Ercole, anche Penelope salpa, consapevole che non esiste più nessuno (forse, non è mai esistito) da attendere. La scoperta di tutte le meraviglie del mondo non è più appannaggio (né narrazione, come usa considerare adesso) maschile.

Avvincente, a scriversi, anche la storia dell’Homo Sapiens. Una vicenda, come quella della mitica Penelope, ritenuta ormai certa e immutabile, mentre le scoperte recenti, con conseguenti conclusioni, ci svelano nuove pagine da leggere, con estrema attenzione. Le ha vergate il paleontologo francese Ludovic Slimak, nel volume intitolato L’ultimo Neandertal. La scomparsa dell’uno non sarebbe avvenuta migliaia d’anni prima della comparsa del nostro antico avo, ma i due si sarebbero incontrati, costringendoci a retrodatare, dunque, l’arrivo dei Sapiens. L’estinzione di Neandertal sarebbe una logica conseguenza dell’accadimento. Non senza sovrapposizioni e reciproca conoscenza. Forse, molto probabilmente.

Tutta colpa – anzi: merito – di un dentino da latte Sapiens, rinvenuto tra altri dentini da latte Neandertal: in quella grotta francese, Grotta Mandrin, nella Valle del Rodano, “l’ultimo fuoco neandertaliano ha ceduto il posto al primo focolare dei Sapiens“. Un anno, o meno, per l’avvicendamento tra i due popoli, testimoniato anche dal ritrovamento di migliaia di punte di selce che fanno dedurre agli studiosi, non solo una produzione più raffinata e seriale, ma anche l’utilizzo di quegli oggetti sottili e di pochi grammi per completare frecce destinate ad archi. Inventati, perciò, 40.000 anni prima di quanto credessimo fino a oggi.

Per evitare di sottrarre suspense al racconto, mi limito a compulsare che i diversi gruppi dislocati in Europa di Neandertal rimasero sempre isolati, “senza mai alcuno scambio genetico e culturale“; mentre i Sapiens, da subito, avvertirono l’esigenza, intuirono l’importanza decisiva di “fare gruppo, avere un’identità, di fare cose (pianificarle, realizzarle) tutti insieme“.

Mostrandosi assai più lungimiranti dell’homo technologicus. Indovinate chi.

Scaltrezza, fortuna o intelligenza sopraffina?

Considerassimo solo la parabola di Penelope, non nutriremmo dubbi.

Desertificazione

Desolante desertificazione.

Come bussola nello scatolone di sabbia utilizziamo l’etimo e auspichiamo serva se non a condurci in salvo, almeno, da definizione – della bussola – a orientarci.

Quaranta giorni nel deserto, a pane secco e acqua (dove trovarli?), per combattere e scacciare le tentazioni, demoniache, per chiarirsi le idee; poche, assenti, però confuse. Sempre più in questo mondo reso insensato dalla velocità insostenibile dell’inutile, dalla pervasività malsana della intelligenza artificiale.

Deserto, dal latino desertus, participio passato – cosa sarà mai? – di deserere, abbandonare, lasciare in abbandono. La particella de conferisce al verbo l’accezione negativa, così, da connettere, annodare, si passa velocemente a qualcosa che non ha punto di connessione, qualcosa vuoto di ogni cosa.

Come ormai ci percepiamo noi: abbandonati, incolti, disabitati, privi di connessione e non mi riferisco alla rete nella quale, volenti o meno, consci o meno, siamo tutti invischiati.

Senza abbandonare il faro del Pireo del latino, unica stella polare assieme al greco antico che potrebbe salvarci, offrirci spunti illuminanti nelle procelle, ci accorgiamo che i deserta (plurale) indicano una vasta estensione di paese, priva di vegetazione, coperta completamente di sabbia, disabitata.

Anche se poi potremmo dire che in realtà il vero deserto implica l’arsura, ma non l’assenza o addirittura la negazione dell’acqua, della vita.

Il problema siamo noi, la nostra aridità.

La sensazione, nessuna certezza mai, antipatica di vivere – sopravvivere? – su un pianeta, o in particolare, all’interno di un paese meraviglioso, nonostante tutto, formato per la maggior parte di clientes, gente senza arte né parte che cerca protezione e assistenza economica dal potente di turno, mentre i pochi, coraggiosi cives, cittadini di buona volontà, esistono e resistono, si battono e dibattono perché Costituzione e sistema repubblicano esistano ancora.

Lo sostiene con convinzione il politologo Vittorio Emanuele Parsi, ma, temo, non sia l’unico.

Insistendo sulla metafora desertica – nemmeno troppo metaforica, pensandoci bene – forse faremmo cosa buona e giusta, nello specifico, bene a noi stessi, nel rileggere attentamente il saggio uscito nel 2017, ‘Plant Revolution (Le piante hanno già inventato il nostro futuro‘, del professore di fama mondiale Stefano Mancuso; acclarato, negazionisti a parte, che per il 2050 dovremo essere in grado di nutrire un secondo globo terrestre (tre miliardi di persone in più, quante erano qui nel 1960), acclarato che i mutamenti climatici sono già oggi irreversibili, sarà consigliabile un cambiamento drastico dei nostri modelli di produzione e consumo. Inoltre, per quanto concerne l’essenziale, preziosissima acqua dolce, uno degli assi nella nostra manica sdrucita – se così vogliamo esprimerci – sarà individuare un modo concreto di coltivare.

Come l’incredibile Jellifish Barge, “scialuppa di salvataggio che permetterebbe la produzione di cibo anche nelle condizioni più catastrofiche“; una serra idroponica galleggiante, senza consumo di suolo, di acqua dolce, di energia, se non quella offerta dal Sole. Fantastico, vero? Non per il mercato neoliberista imperante, nessuno, al momento, è interessato: anche perché il tempo è denaro e il vero obiettivo sono solo profitti senza limiti. Jiellifish funziona, dopo vari tentativi ed esperimenti, ma non è attraente per l’imprenditoria attuale.

Unica consolazione: prima o poi, coltivare i mari sarà necessario. Inevitabile. Perfino senza profitti.

Curioso, alla fine della giostra e della fiera delle vanità, notare l’assonanza tra desertare e disertare;

come se il disertore – anche per ottime ragioni – autore e fautore della diserzione, fosse colpevole della desertificazione, soprattutto intorno a sé.

Noi dobbiamo augurarci di non disertare da quel frammento di umanità che ancora ci caratterizza.

Di raziocinio.

Dinamismo e trascendenza

Dinamismo e trascendenza, immobilismo e immanenza; anche se, mi fido dell’etimo, l’opposto del dinamismo (non dinamite) pare sia il meccanismo, mentre della trascendenza, sovrumanità, dovrebbe essere l’immanenza.

Tutto regolare – secondo regola – se vi confà.

Forse non funziona così, forse tutto ciò che possiamo pensare – immaginare – è reale, o viceversa:

tutto quello che ci disegna, ci rende reali. Una questione antica quanto la prima ameba.

Come dice l’artista secolare (quasi) Angelo Pistoletto: “nella mia stupidità mi pongo una domanda alla quale rispondo: io ci sono, qualcosa mi ha creato e questo qualcosa esiste da dentro. Arte e scienza con la formula della creazione non possono fornire risposte oltre. Dio, quindi, può essere un’intuizione”.

Con l’immaginazione siamo in grado di creare meraviglie, ma con l’intuizione, ‘tocchiamo’ la trascendenza, almeno la sfioriamo. La percepiamo, capirla chissà, visto che difficilmente capiamo noi stessi, in primis. Per eventuali chiarimenti, contattare un certo Socrate.

Nell’era orizzontale della crassa ignoranza, ci dibattiamo tutti – la maggior parte – nell’analfabetismo, vero e proprio, di ritorno e in quello religioso; utile però ai voraci del mercato che non dorme mai, quello politico, presunto tale, divenuto da decenni vassallo servente e sciocco di quello economico, tiranno crudele di tutti e di tutte. Le risorse preziose e insostituibili, nel desolante dettaglio.

Credenti o meno, abbiamo dilapidato un patrimonio immenso, comune che ci apparteneva, ci rendeva – anche inconsapevolmente – più colti, disponibili, aperti e comprensivi verso gli altri. Creando un paradosso: le appartenenze confessionali, nemmeno si trattasse di casacche partigiane di club calcistici, sono divenuti motivi profondi, insanabili di contrasti mortali. Lo conferma Alessandra Trotta, moderatora della Tavola valdese, organismo di vertice della chiesa che si ispira a Valdo, la cui missione fondamentale è garantire pace e diritti. A chiunque.

David Quammen, saggista e scrittore scientifico statunitense, autore del fortunato e vendutissimo Spillover, rammenta che “Homo sapiens è una forma molto complicata di fauna selvatica“. Tracciare un confine netto tra natura e presenza umana rappresenta una delle cause scatenanti delle crisi in atto, non ultima quella ambientale, sulla quale troppo spesso preferiamo distogliere lo sguardo o accettare spiegazioni semplicistiche e sciocche.

Religione e ambientalismo, potrebbero sembrare argomenti lontani, conflittuali, con poca o nessuna affinità, eppure, con lasso di riflessione appena superiore – per tempo e impegno – ci rendiamo conto di quanto siano convergenti. E fondamentali. Se aborrite gli ‘ismi‘ come fonti d’integralismo acritico, optate tranquilli per l’ecologia, ma l’esito finale non muta.

Non serve essere fan scatenati di papa Bergoglio, né appartenere a qualche degenerazione trasformata in culto ambientalista religioso per una considerazione pacata, ma lucida: possiamo raccontarci infinite teorie filosofico scientifiche, ma noi ‘bestie umane‘ siamo parte della Natura, non estranee, tantomeno superiori o, peggio, padrone. Tutte le successive conclusioni e soprattutto decisioni operative discendono da questo.

Casomai, ‘sfruttando’ ancora la visione del saggista Quammen: “gli umani sono stati una parte naturale degli ecosistemi dalla loro comparsa. Innaturale è l’impatto del potere tecnologico, la sovrabbondanza della nostra popolazione, la voracità dei nostri appetiti“.

Religiosi, ecologisti, o meno, siamo già terribilmente in ritardo; dovremmo almeno essere razionali, anche ricorrendo a “piacere, divertimento, speranza“, perché non è troppo tardi per giungere a un rapporto equilibrato e sostenibile tra le nostre esigenza e quelle della Natura:

a patto di includere lo studio della storia, della filosofia, della letteratura, delle neuroscienze e della virologia, ma anche di arte e musica“.

Vasto programma, come usa considerare oggi;

ma necessario.

Sogni concreti (per costruire il Futuro)

Correre insieme a tutte le persone che amiamo.

Correre fra verdi prati lussureggianti, in mezzo a mari d’erba nipponici, attraversando cascate di petali di ciliegio, avvolti costantemente da una luce infinita, perfetta, indescrivibile.

Rifugiarsi in un vagone abbandonato di una linea ferroviaria dismessa, dimenticata, lontana dal mondo, anzi, dalla società degli uomini, dalle sue regole crudeli, dalla sua ipocrisia.

Nel vagone, ricreare un mondo incantato, soprattutto libero; ove ognuno può davvero esprimere la propria dimensione ontologica, lasciando a briglia sciolta le emozioni, i desideri, le fantasie: senza occhio giudicante, senza mano che punisce.

Sublimarsi nella gioia luminosa della propria essenza, cullati eternamente dal trascorrere delle comete, delle stelle, degli eoni spazio temporali.

L’innocenza o, per essere più fedeli all’originale, Il mostro – in senso etimologico – è un dono estivo che dalle nostre sale, ancora spopolate causa ferie, plana sulle nostre vite; Hirokazu Kore’eda distilla cinema, racconta le dinamiche complesse e spesso problematiche delle famiglie, dove nulla è mai come sembra, cita a piene mani Rashōmon di Akira Kurosawa, ma raggiunge l’apice nell’ultima mezzora, nella quale i più ingenui e entusiasti (come il compulsatore), ravvedono in controluce la sagoma inconfondibile di Miyazaki Sensei. Un condensato di pura meraviglia miyazakiana: colori, atmosfere, protagonisti, filosofia, anzi, Weltanschauung dell’autore nipponico.

Le opere, una volta pubblicate, sono totalmente dei fruitori, interpretazione compresa. Cosi è, se vi aggrada. Anche se non. Gli Artisti lo sanno.

Del resto, il velo lieve e fragile che separa la realtà – le infinite versioni della realtà – dall’immaginazione, dall’onirico, dovrebbe aiutarci a riflettere; le forze del bene e del male non sono separate in modo netto, manicheo, oserei affermare; un certo Guglielmo d’Albione ci disse qualche tempo fa che esistono più verità in cielo e in terra di quante possa comprenderne la nostra filosofia, la nostra scienza, la nostra ‘suprema’ (illusione) tecnologia.

La meraviglia dell’innocenza contro la barbarie dell’avidità, lo stupore dei bambini di fronte alla bellezza della Terra, contro l’aridità di troppi adulti. Se sul serio abbiamo a cuore le sorti della casa comune e di noi tutti, non gli indici azionari.

Tim Ingold, antropologo inglese, in Italia per la lectio inaugurale del nuovo progetto culturale Serra Madre, quasi si fosse confrontato con i due registi del Sol Levante (con Hayao in particolare), avverte: “nessun domani post umano, con fughe su altri pianeti. Dobbiamo trovare un piano B. anzi, molti. Paghiamo caro le insensatezze capitalistiche, a base di incessante produzione e confidando sulla presunta, infondata disponibilità infinita delle risorse. Tutto questo ha creato solo danni: disuguaglianze sociali, crisi ambientale“.

Come i sogni, molto concreti – perdonate il paradosso – di Miyazaki, così un vero futuro intergenerazionale sarà possibile solo abbandonando l’eccesso di tecnologia, comunicazione robotica, intelligenza artificiale, big science (irresponsabile, insostenibile);

ci salveremo e prospereremo ancora non ponendoci più in posizione dominante, ma centrali rispetto al mondo vivente, per promuovere il benessere di tutte le forme di vita sul Pianeta.

Vivremo lieti e sani solo con minore ricorso al digitale, con maggiore ricorso all’umanesimo.

Come in un film di Miyazaki Sensei: quando si entra in una delle sue allettanti porte, dopo un percorso affascinate ma impervio, si esce migliori:

nuovi, in ogni senso.