Gran (beffa) finale

Pagina blanca y final, pagina bianco lutto, pagina che chiude una storia o pagina di un nuovo, vero inizio.

Raschiare la pergamena incrostata e vergare un magnifico palinsesto?

Non la Storia, maestra senza alunni, né una storia minima, una come tante, una tra le infinite della grottesca commedia umana. Riuscire proprio un attimo prima dell’epilogo a intrufolarsi con cautela nella stanza segreta dei bottoni, nella Grande Plancia del Comando e non individuare presenze.

Udire uno squittio sguaiato e canzonatorio.

Una piccola bertuccia irriverente che pone tutto a soqquadro, che balzando selvaggiamente tra una console e l’altra, preme pulsanti luminosi a caso, aziona leve e levette, digita compulsivamente seguendo il proprio estro sulle mille tastiere disposte a raggiera.

Agita le braccia, saltella senza posa per ogni dove. Ma dove, con precisione, nessuno potrebbe dirlo.

Capire all’improvviso. Un baluginio finale dell’intelletto: l’errore fatale è stato cercare un senso. Credere di poter comprendere. Affanni, conflitti, dilemmi, tutto inutile e futile; sarebbe stato meglio dedicarsi alla coltivazione degli Alberi del Balsamo e dell’Atarassia, producendo le vitali boccette erboristiche dell’a-tarassaco.

L’ineluttabilità delle Leggi dell’Universo, la suprema e regale indifferenza della Natura alle vicende umane e all’agire idiota degli uomini.

Infine, al cospetto della Tragedia, genuflessi ormai in presenza di Sua Maestà la Tragedia, prorompere in una irrefrenabile risata, ridere forte, morire dal ridere.

Farsi seppellire dalle proprie risate, congedarsi al concerto beffardo delle proprie immotivate risate.

p.s.

Paginetta bianca del post scriptum: dedicata a tutti coloro – noi, a ranghi completi? – che non riuscivano a vivere per ‘futurofobia’, oberati dalla minaccia pachidermica del futuro sulle proprie fragili casse toraciche. Pagina bianca fuori catalogo per la soluzione di ogni problema. Almeno dalla vita potremo congedarci con animo rasserenato, il futuro è stato abolito per decreto speciale. Nel frattempo, anche le batterie del Monkey Cyborg Goku 4.0 si sono esaurite e nella sala vuota resta solo un cupo ronzio di sottofondo al ritrovato silenzio.

Eterno.

Se io fossi

Come scrisse qualcuno – non ne sono certo – se fossi fuoco, arderei lo ‘monno‘, (tonno? comunque, non il comune lombardo), o, almeno, non mi farei catturare da Prometeo; l’ha pagata cara, la sua impresa.

Se fossi fuoco, sarei ardente (non al dente), dubito gelerei d’inverno, garantirei luminosità e molto calore; a chi, non saprei. Non sarei economico, a buon mercato; lo sono in pochi, perché pretendere tanta generosità proprio da me?

Se fossi un salta fossi non rischierei di precipitare nelle buche traditrici del terreno, della crosta terrestre, salterei di palo in frasca, ma rischierei di incenerirli; un bel volo pindarico non fu mai scritto, semmai effettuato.

Se fossi fuoco, le fiamme – non Fiamma, dei Fantastici Quattro, sul cui riposo notturno esiste da decenni un misterioso, annoso contenzioso – sarebbero comprese o a parte?

Se io fossi Cecco, sarei orbato, ma saprei bene chi arrostire; sarei cecco, ma non troppo angiolieri, non angelico, rude semmai, da maneggiare con cura. Forse poetico, ma comico realistico, per prendermi beffe – roventi quanto basta – dei miei simili, per burlarmi dei presunti seriosi, benpensanti. Quelli che predicano bene: fate ciò che dico, non ciò che faccio. Presunti dritti – pensate se fossero storti – senza pagare il dazio.

Se fossi fuoco, difficilmente sarei acqua e vento, o uno e trino all’unisono, ma senza essere Dio – forse, solo un dio semplice – e senza essere il suo vicario in Terra. Mi leverei non di torno, ma belle soddisfazioni, begli sfizi, sì.

Se fossi fuoco – non fuocherello – impalmerei (cosa significhi, non so) la donna mia, quando ella altrui saluta, ogni lingua umana diviene tremando – tremendo – muta: al netto delle eccitazioni poco dotte, molto confusionarie, non devasterei il Pianeta, non servirebbe un guastatore in più, ma lo sovvertirei, dalle fondamenta, dalle viscere, dalle 20.000 leghe sottoterra. E oltre. O sotto i mari.

Temo però che se io fossi fuoco, sarei una fiammetta, anzi, fiammella; auspicabile sarebbe fossi l’innesco, la piccola vampa (non d’agosto, anche se) primigenia, consapevole d’impotenza da sola, ma propensa, desiderosa di pronunciare ‘noi’;

se noi, tutte e tutti, fossimo fuoco che non brucia, ma divampa di passioni, sane e buone, se noi fossimo il fuoco del mutamento necessario, non nelle ideologie, ma nelle idee, pure libere coinvolgenti, se fossimo il fuoco del bene e delle verità non particolari, vere.

Se solo noi fossimo.

Papaveri

Cavalcando la rivoluzione, tra aprile e maggio, sbocciano miriadi di papaveri.

Rossi.

Mentre rondini libere e ribelli cantano melodie, disegnando nel cielo traiettorie arcane e sinuose.

Non garofani, semplici,  eleganti; papaveri, popolari, capaci e vogliosi di spuntare ovunque, anche nei luoghi più improbabili, meno ameni. Per provocare, sbalordimento e meraviglia.

Non si nasce poeti, la Poesia (poiesis) sceglie, chiama, convoca: le anime selezionate devono farsi trovare pronte, preparate a essere scritte, versate al perenne mutamento. Alla grazia, alle armonie.

Quello che le poetesse e i poeti possono fare: decidere se stare con chi distrugge il mondo – quelli che pensano all’essere umano come al nulla da annientare, peggio della gramigna infestante – o, invece, abbracciare tutti coloro che agiscono, lavorano per la rinascita del mondo.

Nostro, piccolo, unico, meraviglioso.

I papaveri intonano inni alla Madre Terra – se vi garba di più: alla Natura – all’architettura madri-lineare, al tutto che torna, si ripete grazie ai cicli e alle stagioni; vita, morte, rinascita. Ogni cosa volteggia uguale a sé stessa, ogni cosa si rigenera come fosse la prima volta, lasciandoci esterrefatti per lo stupore, lo stesso che a volte viene innescato dalla poesia.

Ne è sicuro Giuseppe Goffredo, poeta – se si può così definire – della Terra, homo apulo (pugliese), lui che durante le sue scorribande umane e culturali per il Mediterraneo, ha notato che da Oriente a Occidente esistono i trulli, una struttura che serve, di volta in volta, area per area, a edificare abitazioni, tombe, perfino monasteri.

Una matrice comune, una sorta di ‘lingua’ comune – koinè, per quelli dotti – che dovrebbe spronarci alla riflessione.

Arte, letteratura, musica, ingredienti perfetti per individuare o rinvenire il cordone ombelicale dal quale siamo partiti, ma che ci affratella tutti, genti e popoli della sfera di fango che con gentilezza ci ospita. Saffo, Beethoven, Van Gogh, Artemisia: solo per citare persone geniali a esempio, d’esempio, solo per indicare il grande, enorme, sconfinato terreno collettivo che condividiamo.

Anche, troppo spesso, inconsapevolmente.

Garofani lusitani, ispirateci voi, affetto profondo e buona fortuna, come credono i nipponici;

papaveri, in questa giornata di memoria e di festa, pace bellezza e passione, non possono e non devono latitare:

se fossimo distanti distratti confusi, indicateci le vie migliori.

Parte sbagliata

Una moda, in fondo; un atteggiarsi, uno sbandierare il ruolo da vittima, per ottenere vantaggi egoistici, personalistici. Spesso, elettoralistici.

Accomodarsi – si fa per scrivere – dalla parte sbagliata della storia, qualunque storia; pericoloso ma giusto se si tratta della difesa dei diritti civili e della libertà, quella vera responsabilizzante, di tutti; errato, senza se e senza ma, quando comporta l’adesione propagandistica, magari senza autocoscienza (pio tentativo di comprendere), a una ideologia anti storica, anti umana, anti ambientale.

Diciamolo, chiaro e tondo: chi vuole la guerra (le guerre) aderisce in pieno non solo al programma di annientamento dei Popoli, o di alcuni di essi, ma lo fa per bieca volontà di profitto, attraverso il triste mercimonio delle armi, attraverso il potenziamento sine die dello sfruttamento delle fonti fossili.

In spregio alla Vita, al Pianeta.

Non siamo in una canzone, non siamo in una poesia – forse esagero, di proposito – di Francesco De Gregori; lo strapuntino, la capacità di (ri) volgere lo sguardo, la capacità di comprensione dipendono dalle nostre capacità individuali, dipendono da quanto siamo in grado di osservare; come il cuoco di Salò: si preoccupava di preparare il cibo a quegli uomini che in una grande giornata storica, mentre con dolore e fatica si faceva l’Italia, morivano dalla parte sbagliata. Affrancando però l’autore del testo dall’adesione al giudizio morale e politico delle note vicende. Con il cuoco quasi inconsapevole, come scrive il BarbarossaLuca – di essere capitato al centro di una zona d’interesse.

Con semplicità: abbandonare la bagarre, mutando prospettiva, punto di vista; lo strapuntino personale, appunto.

Per paradosso, i tempi di Bertolt Brecht – nessuna omonimia o parentela con qualche calciatore teutonico – erano più semplici; potevi dire con relativa tranquillità “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati“. Nessuno o quasi, avrebbe frainteso o stravolto il senso del celebre aforisma, nessuno avrebbe replicato con frasi false, tendenziose, di odio; nessuno si sarebbe permesso uno sciocco dileggio, al massimo un dissenso motivato.

Oggi, solo per intendersi, bisognerebbe ri raccontare per sommi capi la vicenda del mondo e dei bipedi dal Big Bang, dall’ameba ai giorni nostri; con il rischio, fondato, di schiantarsi contro l’intelligenza artificiale, contro le deficienze (mancanze, senza allusioni ironiche, oniriche) naturali.

Eppure, tanto per non reiterare il culto del passato, Italo Calvino sosteneva che – Salvatore Settis, esimio antichista, laureato alla Normale di Pisa, lo racconta – per capire (forse, persino apprezzare, in un certo qual modo) il presente, serve uno sguardo da archeologo, una persona che sappia cogliere le stratificazioni che hanno edificato la realtà contemporanea.

Per sottrarci al pessimo andazzo – o al deludente vivacchiare – dovremmo fare come il già citato Brecht: inseguire i sogni e la poesia, a ogni costo, anche fosse cagione di esilio e/o di persecuzione; battersi per il rinnovamento, quello vero, contro pratiche stantie e distruttive.

Se tutti si siedono dalla parte del torto, non significa in automatico, che tutti sono nella ragione (Hanno tutti ragione, Paolo Sorrentino);

significa solo che bisogna mutare rotta e approdi, significa – per affidarci alla sapienza del professor Settis – che dobbiamo adottare il ‘metodo della Normale‘:

grandissimo piacere per la ricerca, anche delle svariate fonti, volontà e passione per la conoscenza globale.

Bestie (bestiario)

Pagina delle bestie: magari fossero gli Animali.

Animali, siamo noi: in teoria e nella filosofia di livello, sociali. Nella realtà, tutto un altro paio di maniche, rimanendo nell’allegoria modaiola e senza citare guerre, inquinamento, mercato. Tutto un altro bestiario, parlando chiaro: anzi, a muso duro.

Giusto scriverlo, considerando l’argomento.

Bestiario mitico, quello che nei tempi andati – belli, nelle rimembranze dei nostalgici, anche se mi permetto di essere scettico – fu libello (o tomo?) medievale che trattava in modo didattico le ‘nature’ e gli ‘animali’, per trarre insegnamenti di tipo morale o religioso.

Prendere spunto dalla Natura, dalle cosiddette bestie perché esse assurgono (assurgevano) a simboli di quanto il Creatore (per chi crede o anche no) vuole – vorrebbe (avrebbe voluto?) – comunicarci tramite tutte le sue creazioni, le sue creature.

Da qualche parte, il meccanismo si è inceppato: non impariamo più niente, siamo refrattari, oppure renitenti; abbiamo abbandonato i remi, non voghiamo più, lasciamo che il natante, la fatidica zattera prosegua senza rotta, preda inconsapevole delle correnti, dei flutti, della nostra dabbenaggine. Per bontà. Magnanimità. Nei confronti della dabbenaggine.

I bestiari riccamente illustrati con preziose miniature ebbero grande popolarità, soprattutto in area anglosassone, e furono di ispirazione anche per l’arte pittorica e scultorea; oggi le bestie e le miniature siamo noi, noi bianchi occidentali nordici. Non necessariamente in quest’ordine, anche sparso va bene, cioè male.

Il Pianeta e gli altri Popoli non ringraziano.

Sarebbe bello, opportuno se dedicassimo quotidianamente delle belle mezzore al pensiero, alla cultura considerata ormai cosa superflua, con cui non ci si nutre; sarebbe meraviglioso ingaggiare la Signora Elvira Sellerio in qualità di tutrice/educatrice di quella parte di umanità che ha obliato sé stessa, i valori fondamentali della vita, per imparare, stavolta per sempre, a campare in armonia con gli Altri, con la Natura e i suoi cicli. Impareremmo a leggere (o acquistare) ogni libro presente in casa, impareremmo a creare un giardino ‘cosmogonico’, impareremmo a infondere la grazia e l’incanto degli scritti migliori nei nostri gesti più comuni, impareremmo che forse il confine tra la parola scritta e la realtà è solo convenzione. Perché siamo spuri, di coraggio, di occhi, di braccia. Accoglienti.

Uscire dalla nostra ferinità, dal nostro “homo homini lupus” (da Plauto a Hobbes), spogliarci dal nostro egoismo liberista e pervasivo, divenire – noi nord occidentali, quelli di prima – Donne e Uomini. Semplicemente.

Come asserisce il professor Nello Cristianini, “ci pensavamo eccezionali, ma è arrivata l’IA“; l’abbiamo creata noi. “Dobbiamo decidere quale ruolo assegnarle: marginale o preponderante, quindi con potere su di noi. Amiamo chiamarci vincitori, ma dimentichiamo i costi. Dimentichiamo la vastissima platea degli sconfitti che la nostra storia purtroppo ha reso invisibile“.

Meglio intervenire adesso, ieri, che sorprendersi come Tristan Bernard (giurista, giornalista, commediografo):

per l’intelligenza degli animali (la fauna), per la bestialità degli uomini (in teoria, l’umanità)“.

Frontiere postumane

Maschere femminili lignee, sudamericane; occhi grandi, cerulei, fissi, sorriso inquietante. Dietro, potrebbe esserci Belzebù.

Decrittare il presente, ci viviamo – sopravviviamo – in mezzo, ma ci risulta caotico, oscuro. Abbiamo estremo bisogno di vati, filosofi, saggi (veri); ci accontentiamo di un profluvio di immagini sciocche, ci nutriamo di iconoclastia, coltiviamo non la terra, ma l’orrendo culto della pubblicità delle cose inutili. Nelle quali annegheremo.

Terra, nostra dolce Terra, sempre più insozzata, sfruttata, sfregiata; descritta e dipinta attraverso il gotico latino americano, discendente diretto del realismo magico, di cui è brillante portabandiera la scrittrice boliviana di origini abruzzesi Liliana Colanzi; fantasia e sapienza innervate dal pop, dal cyberpunk, perfino dai videogiochi, eppure ancorata solidamente a culture ancestrali, per creare racconti distopici di denuncia dello scempio e in difesa del nostro mondo. Come dice lei, utilizzando lo slogan della sua casa editrice Dum Dum, “con un piede nella giungla e uno su Marte“.

Forse dovremmo anche noi riconsiderare tutte le questioni più urgenti che ci riguardano, tenendo il baricentro a metà tra il pianeta che ci ospita e una giusta distanza siderale per riflettere con obiettività su quello che combiniamo; o non combiniamo, lasciando decidere la sorte delle nostre vite ai manigoldi delle multinazionali.

Vorrei essere un grande regista cinematografico, come Cesare Zavattini, o una grande autrice letteraria, come Marguerite Yourcenar, vorrei essere in grado di partire da un’immagine delle realtà che attirano la mia attenzione quotidiana come una calamita – non calamità – per giostrare tra quella e la parola meditata, o viceversa; vorrei essere un cantautore, come Leonard Cohen e dedicarti Dance me to the end of love. Per disvelarmi mimetizzandomi, per accarezzarci l’anima, oltre l’inesorabile, oltre la rassegnazione, oltre ogni disumanità dell’uomo.

Viviamo, disseminiamo tracce – lettere cartacee non mail, foto, oggetti che hanno attraversato epoche – che poi ispireranno altre persone a vivere in modo più felice, più intelligente di noi; come scrive il professor Roberto Mancini dobbiamo tenerci pronti al risveglio globale, “al rifiuto di ogni complicità con questo sistema di competizione e di guerra che è la più grande malattia della storia. Dobbiamo essere pronti a lavorare per costruire uno strumento d’azione politica che sia etica, popolare e progettuale“.

Le frontiere rappresentano una sfida, con sé stessi più che con gli altri e/o le forze soverchianti della Natura; una sfida che spesso le Donne e gli Uomini hanno raccolto pagandone le conseguenze a caro prezzo, ma dimostrando che l’essere umano contiene dentro sé risorse soprannaturali, divine, azzarderei a scrivere.

Purché le famigerate ‘frontiere postumane‘ non si trasformino o diventino frontiere postume, al netto dell’ardua sentenza di quelli che un tempo venivano chiamati poster e comparivano sulle pareti e sulle porte delle camerette delle Giovani e dei Giovani;

modelli ispiratori.

Ipazia e Ulisse per citare due nomi poco ‘fotogenici’ e non per caso;

mischiando le carte e la realtà storica con, forse, la Leggenda.

Ci arrendiamo? Al sogno

Procediamo, tutti: in mezzo a procelle, tempeste, uragani.

Questa è la versione ottimistica. Pensate il contrario.

Tempeste con vista marina, noi ci siamo in mezzo: protagonisti – vittime? – dipinti da William Turner, Hokusai o naufraghi, sulla zattera della Medusa.

Nemmeno un flebile raggio di Sole, cui abbarbicarsi e trarre motivi di speranza, salvezza e riscatto, ripartenza verso un nuovo inizio. Intelligente. Non come i viaggi con meta vacanze estive.

Eppure. Esiste sempre un’alternativa, anche e soprattutto quando non si palesa. Una scelta imprevedibile, uno scatto di reni, un sogno.

La realtà onirica, portale per accedere a mondi inesplorati, forse vergini, mai deturpati. Da noi.

Dormire, sognare forse. Sognare di essere cullati con dolcezza, sognare lidi sconosciuti incontaminati, sognare Corto Maltese; gentiluomo di ventura.

Nel frattempo, tra un pisolino e l’altro – tra una ronfata e l’altra – la letteratura disegnata annette il Grande Nord americano e incanta Quebec City, dove, dopo Durante (degli Alighieri) approda Corto a rappresentare degnamente la cultura italiana sul Pianeta. Sorriderà Hugo Pratt, sorridiamo tutti noi.

Proseguendo oltre i limiti – personali – e i presunti confini del sogno – quali confini? – perché non immaginare, anzi, non incontrare in carne, ossa e ispirati pensieri il Maltese, suo padre Hugo, Marco Steiner, allievo prediletto di Pratt, nonché prezioso autore egli stesso?

Incontri inaspettati, dialoghi magnifici, riflessioni maestose partendo dall’osservazione di piccole cose quasi invisibili; sognare più forte, sognare il meglio assoluto, grazie all’intercessione di Steiner e alla benedizione laica di Pratt – solo i grandi autori muoiono fisicamente, per rinascere e vivere per sempre nelle loro storie, nei loro personaggi (Vincenzo Cascone docet) – sognare Corto Maltese che si imbatte in Irene di Boston. Il marinaio più celebre del globo che dopo mille e più tempeste si ferma (temporaneamente) su una spiaggia sicula, al cospetto non di una Donna, ma del relitto di un antico veliero. O barca a vela. E dialoga e sogna.

Assi di legno frantumate, marcite che però conservano memoria e parole.

Così, l’avventura di Corto contiene i prodromi, i consigli per ottenere la soluzione, brillante, ai nostri guai peggiori; la fantasia, l’impegno sono totalmente a carico nostro.

Come sostenevano i filosofi presocratici:

non scegliamo i nostri luoghi prediletti, siamo da loro convocati“.

Forse vale anche per le persone.

Se solo fossimo più attenti al sublime, orientati all’ascolto:

senza egoismi, senza egolatrie.

Consumismo? Esaurito

Consumiamo, consumiamo: qualcosa resterà.

Questa la versione ottimistica, considerato che ogni anno, sempre più in fretta, sempre prima rispetto al ciclo dei 12 mesi precedenti – passati, in baldanzosa cavalleria – esauriamo le risorse che consentirebbero al pianeta, tutto il pianeta ex azzurro, di vivere bene. Tra l’altro, dettaglio trascurabile, inconsistente: in armonia, in condivisione, in pace. Ammesso interessi. Non bancari.

Qualcosa resterà, purtroppo i rifiuti: tossici; non un problema – il problema – della Terra. Anzi: nostro.

Qualcuno resterà? Forse le macchine, forse l’intelligenza artificiale. La stupidità naturale va forte, non dobbiamo preoccuparci.

Resteranno i Tre allegri ragazzi morti (Tarm), in vita da 30 anni – al cospetto della morte, un’inezia – suonanti e disegnanti al bastione Garage Pordenone; in quanto deceduti – però, che allegria – non sono in vendita: mestizia funesta per il sacro mercato, per l’irascibile violenza commerciale, per la morte stessa, con la falce inoperosa (rischio ruggine).

Come sostiene Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, ex guerrigliero guevarista – Che Guevara, quello vero, non l’icona del marketting – dovremmo imparare ad abitare il presente in modo diverso, come una realtà di gioia. Non con il pessimismo tipico dei privilegiati, dei profeti da salotto dell’apocalisse, quelli che si reputano unici e sostengono che il povero, vecchio mondo finirà con loro. Chissà poi perché.

Cattiva notizia, tra le tante: il Sole e la verità non sono osservabili direttamente. Buona notizia, finché dura: siamo vivi. Lo diceva Platone, non un convinto avventore di osterie.

Riporre troppe aspettative nei confronti delle nuove generazioni sarebbe ingiusto, un errore; non sono state dotate degli strumenti adeguati, sono nate in questa temperie – tempesta perfetta, per così scrivere – le clamorose rivolte che talvolta hanno scatenato o scatenano sono per entrare a pieno titolo nel bacato sistema del consumismo, non per abbatterlo; entrare nel consumismo e perpetrare tutti i suoi effetti deleteri. Alle ragazze e ai ragazzi bisognerebbe comunicare la bellezza e l’importanza fondamentale di arte e poesia, la grande possibilità di accumulare esperienze formative, la gioia di esplorare, sbagliando, senza il diktat dei bilanci e del profitto per il profitto.

Il consumismo, però, è concluso – notizia ottima o pessima, dipende dai punti di vista – non può accogliere, né contenere – intrappolare – più nessuno. Il consumismo ha consunto (anche troppo) e si è consunto. Fine del gioco. Letale.

Speranzosi e ottimisti? Di fronte alle emergenze attuali non ci si può cullare, trastullare, consolare con questi atteggiamenti.

Impegnati, questo sì, sul serio: per cambiare paradigma. Non sarà facile, né breve, ma l’unica via. Intelligente, sostenibile, vivibile. Prima lo capiremo, prima lo accetteremo, prima lo metteremo in pratica, maggiori saranno le possibilità di salvezza.

Nonna Erminia, grande donna, lo diceva con saggezza: chi è povero, chi deve procacciare il pane per la sopravvivenza dei figli, della famiglia (in senso ampio), di sé stesso, non può concedersi il lusso di filosofeggiare. Osserviamo, sempre più spesso in Sudamerica e presso popoli tartassati da povertà e potere, esempi di un’altra vita; anche senza voler citare, coscienti o meno, Franco Battiato.

Dovremmo, tutti, imparare a sperimentare stili di resistenza, esistenza, sussistenza alternativi;

il popolo messicano sostiene che solo per immaginare un cambiamento significativo in una società umana servono 120 anni. Centoventi.

Chissà se davvero avremo ancora a disposizione questo lasso di tempo: impossibile, no; molto complicato, senza dubbi.

In questa “molteplicità conflittuale (in apparenza, senza vie d’uscita), diventa urgente produrre altri modi di desiderare. E di vivere“.

Senza il culto del pauperismo, né della povertà.

Benasayag ne è convinto.

Speriamo di potergli dare ragione.

nirvana (in memoriam)

nessuno è più grunge – grugnito? – di me.

non sono nato a Seattle, non ho un successo planetario da cui mondarmi, non incarno uno o molti talenti, non posso più nemmeno spegnermi in fretta, invece di bruciare lentamente.

sono un citrullo, qualsiasi.

sono analogico, in un mondo, anzi, un’umanità (almeno: quella che frequento e che vedo) sempre più digitale, vorrei essere figlio dei fiori e provare il brivido di qualche apparente rivoluzione, invece sono figlio di quelli che dopo la II guerra mondiale – stupida come tutti i conflitti, eppure non ultima – hanno, a loro insaputa o forse no, preparato il terreno ai boomers.

mi nutro voracemente di rimembranze, ma non so siano mie, se siano accadute davvero; in ogni caso, la maggior parte mi è stata raccontata, patisco un’inguaribile nostalgia per fatti e persone che non ho vissuto, né conosciuto, quindi senza il diritto di chiamarli/le miei/mie.

di questo sono certo (davvero?): ho assistito, sono stato parte attiva e integrante dell’invasione nipponica, i disegni animati, la cultura – non sono la stessa cosa? – i fumetti; una passione viscerale che nutrivo anche prima, da fantolino, cresciuta a dismisura con l’avvento dell’ipnosi televisiva e con l’amicizia nata per puro accidente, mai per caso, tra mia mamma, mia nonna materna, le mie due prozie materne e un ingegnere elettronico di Tokyo, Akio Ashimoto. in visita di aggiornamento e scambio professionale alla Zanussi di Pordenone. negli anni ’80 del 1900 ci scrivemmo varie lettere, in inglese maccheronico – noi, allievi ciucci (somari, per i non addetti) di Totò e Peppino – in albionico perfetto, lui; mentre il pianeta affrontava con angoscia il buco nell’ozono, le piogge acide, l’aids. poi, purtroppo, il virtuoso carteggio s’interruppe, mentre il piccolo globo di fango debellava due minacce su tre; dell’aids ha solo smesso di discuterne.

l’insana infatuazione, resiste.

il sol levante non è mai stato così vicino, ho imparato grazie allo scrittore Douglas – questo nome non mi suona nuovo – Coupland che appartengo alla Generazione X (giovani, carini e disoccupati o Generazione Goldrake?), che oggi si è tramutata in una Sandwich Generation; non perché si nutra/ci nutriamo di cibo spazzatura, ma perché, malgrado siano/siamo stati bollati quali debosciati e fannulloni, si trovano/ci ritroviamo in una realtà che poco hanno/abbiamo contribuito a forgiare; tra figli, nipoti, genitori anziani da accudire e magagne e rogne planetarie.

come dice Coupland, la differenza sostanziale, senza volontà di incensare (né censoria) il passato: credevamo nella speranza, Kurt Cobain cantava disperato il suo disagio e la sensazione che il materialismo allegro e scriteriato ci avrebbe travolti, presto, prestissimo; l’odierna Generazione Z si abbarbica alla ferrea logica, all’intelligenza artificiale (artificiosa), credendo che ogni guaio si possa risolvere – o il contrario – solo con radicalità, non con speranza e dialogo.

non so, non ho vissuto stati prossimi al nirvana, né lo raggiungerò, mai;

però, in sella alla mia bici, ascendendo a Madonna del Monte di Marsure, so ancora rimanere incantato dalla semplice bellezza di una margherita:

dal suo potere palingenetico.

Fossi Gatta

Fossi nato – o nata? – Gatta. Non ho scritto matta, anche se Alda Merini docet, quella vera.

La Gatta sul tetto che scotta; il tetto o l’augusta felina?

Mentre rifletto sulla questione, non di lana caprina (felina?) e certo non bizantina, mi accorgo che reincarnarmi – per reiterare il tema – in Dorothy Marie Johnson sarebbe un privilegio; l’identità è forse misteriosa e sconosciuta alla stragrande maggioranza dei contemporanei, ma se citassi due titoli “Un uomo chiamato cavallo” e “L’uomo che uccise Liberty Valance“, forse qualche mente comincerebbe a illuminarsi, come salvifico Pireo nelle tenebre. Dell’ignoranza, a partire dalla mia.

Se non costituisce l’approdo finale, è buona cosa ammetterla.

Dorothy,”piccola lince rossa, spiritosa e grintosa” fu scrittrice e giornalista quando il mondo letterario era appannaggio quasi totalmente maschile (oserei: territorio di caccia); ancora di più, perché il genere scelto – ammesso abbia senso – fu il western, declinato però in antitesi e anticonformismo rispetto alla presunta epopea diffusa da Hollywood. Il West della lince è un luogo duro e spietato, nel quale vige un ferreo razzismo contro gli uomini neri e contro i Nativi (veri padroni di casa, piccolo dettaglio, molto influente) la famigerata “linea del colore“. Tra realtà e leggenda, vince sempre quest’ultima, forse perché l’uomo – bianco – necessita di ammantare le proprie peggiori nefandezze con toni epici, eroistici addirittura; frase attribuita spesso al regista John Ford, tanto per non rimarcare il maschilismo, ma forgiata dall’inossidabile Dorothy, originaria del Montana, con furore (passione per la scrittura essenziale) e coraggio.

In seguito, giustamente, ottenne le più alte onorificenze letterarie, ma forse i riconoscimenti di cui fu più felice furono la cittadinanza onoraria della tribù dei Piedi Neri e la partecipazione alla cerimonia religiosa del peyote, presso la riserva indiana dei Crow. Altro che John Wayne, con rispetto totale.

Fossi Gatta, sarei vagabonda; mi farei adottare, ma a tempo, optando per la famiglia migliore (in quel momento), più ospitale, più comprensiva e ‘tollerrante’. Con tutti gli esseri viventi, a ragione maggiore, senzienti, piante comprese.

Fossi Gatta, sarei meditativa, eviterei di trasformare la mia vita – comprese quelle di coloro che eventualmente mi vorrebbero frequentare – in un festival della velocità, della frenesia, delle immagini che tutto invadono, pervadono, corrompono. Fossi Gatta vorrei che la mia personalità – i miei convincimenti, le mie idee – fosse simile a quella della professoressa Lina Bolzoni, storica della letteratura; da sempre sostenitrice della parola (quindi, dei tempi lenti del ragionamento) contro il tradimento dell’immagine, strumento potentissimo, che da veicolo al servizio dei lemmi si è proclamato padrone delle nostre povere coscienze, padrone, incontrastato, delle nostre emozioni. Le più bieche. Per sollazzo del marketing.

Fossi Gatta dedicherei fusa a profusione al filosofo australiano Peter Singer (1946), non per caso autore nel lontano 1975 di Liberazione animale. Lontano per noi odierni smemorati. Cita spesso Henry Spira, attivista per una vita intera, che dopo aver difeso e lottato per gli ultimi della Terra – neri, contadini, sfruttati – si è reso conto che ultimi degli ultimi sono (erano?) gli animali. Noi presunti uomini siamo animali socievoli, ma spesso preferiamo ignorare che il termine discende da anima, per cui, con le parole di Singer, “esseri umani e animali hanno una corporeità che si alimenta di stimoli, facoltà cognitive, emotive, affettive: non siamo/sono semplici macchine“. Solo la nostra esecrabile presunzione, la nostra cecità malgrado il culto acefalo per le immagini, ci illude di essere la stirpe eletta, la schiatta padrona. Pensandoci bene anche solo un po’, nemmeno del nostro destino.

Vorrei rinascere Gatta, fosse possibile, perché, come scrive Laura Ingineri, “i felini penetrano in ogni cosa, compresa la nostra coscienza“;

sono meravigliosi, perfetti.

Amo gli animali – per ripartire dal principio e da Alda Merini- perché io sono una/uno di loro.