Competizione

Mentre ovunque trionfano ingiustizie e crudeltà, noi – oh, anime pie e sensibili – ‘correggiamo’ le fiabe, le riscriviamo (davvero siamo in grado?) in versione edulcorata e politicamente corretta. In attesa di essere sgozzati dagli stessi pargoletti che crediamo bisognosi di iper protezione, di iper rassicurazione.

Comunque, bando alle malinconie, se non siamo morti, siamo ancora vivi. Lapalisse è vivo, lotta e resiste insieme a noi. Forse. La competizione è globale e non prevede aiuto per chi è debole, o, peggio mi sento, per gli eventuali perdenti.

Quanto vorrei essere lo scrittore mozambicano Mia Couto, un autentico creatore di parole, mestiere più difficile ma più bello del mondo, un uomo capace di restituire una lingua, scritta e parlata, a chi non ne ha più; per scelta, più spesso perché qualcuno ha deciso di negargliela. Per impossessarsi della terra, del paese. Senza più una koinè culturale, in fretta svaniscono anche le speranze, anche i sogni. Non resta nessuna prospettiva: diventare schiavi, peggio, automi.

Come si chiede l’autore: la bellezza esiste o la creano i nostri occhi? Dunque, l’uomo può inventare un’altra, altre, realtà; alternative a questa, tremenda e crudele, profittevole solo per i pochi che possiedono già quasi tutto, tranne l’immaginazione, tranne – ancora per poco – le parole.

Dovremmo essere come Batman, con la consapevolezza di Frank Miller (“è molto più di uno psicopatico“), con la lucidità di Jeph Loeb (“sa che il bene può anche fare male“); ha giurato da ragazzino sulla tomba dei genitori che avrebbe liberato la sua città dal male e persegue questo obiettivo anche quando si rende conto che dopo ogni malvagio assicurato alla giustizia – quella fallace degli uomini, meglio di niente – il giorno successivo ne dovrà affrontare un altro. Eppure, nonostante le sofferenze, le sconfitte brucianti, è convinto ne valga la pena. Del resto, come sentenziano le persone sagge e colte, nulla riesce senza duro lavoro. Nemmeno compulsare poche, inutili righe.

In alternativa, potremmo aspirare all’emulazione dell’avvocato Vittorio Contrada, creato dalla fervida mente di Tullio Avoledo da Valvasone (Pordenone), avvocato che all’improvviso decide di cambiare marcia e segno alla propria vita: stop con il diritto societario, largo alle cause ambientali o comunque “eticamente valide“. Non si vive di solo successo economico. Una piccola comunità montana a rischio per colpa di una spregiudicata speculazione edilizia – fatto ormai consuetudinario – che potrebbe però rivelare quali grandi e occulti poteri si muovano dietro le quinte. Anche se “molto più pericolose sono piccole cose, come le idee“. Confermando quanto il Pianeta sia un formidabile impasto di “inquietudini e speranza“.

In fondo, come direbbe la cantautrice, poetessa e illustratrice romana Giulia Anania: “siamo tutti figli dello stesso smog“, per spiegare come, nonostante ormai a livello globale tutto ci spinga verso il cinismo e l’egoismo, in realtà l’orizzonte verso cui tendere si chiama multiculturalismo; “siamo tutti nati per amare, il tram è il mezzo pubblico che meglio ci rappresenta, l’umanità variegata si mescola a ogni brusca frenata“. Le sue rotaie sono quelle che ci conducono o ci consegnano all’amore, “sentimento che spaventa perché foriero di verità“.

Come una scrittrice solitaria – Virginia Woolf, Emily Dickinson, Dolores Prato, per citare un trittico ‘perfetto’ – in una stanza solo per sé, per i suoi pensieri, per le sue parole, affronta e vince la competizione; non quella economica, l’unica possibile per l’imperialismo neoliberista globale. Sul piano della guerra e dello sfruttamento, non esiste confronto possibile, né antidoto. La stessa democrazia, con il suo sistema di contrappesi tra poteri, langue ovunque.

L’unica speranza per la Terra, lo scrive il professore di teoretica all’università di Macerata, Roberto Mancini, “viene sostenuta dalle comunità interetniche e interculturali di persone comuni, di giovani di donne che danno vita a movimenti sociali e costruiscono risposte alla negazione dei diritti umani e degli equilibri della natura“.

In alternativa, attacchiamoci al tram.

Balsamo

L’amore può salvare, dice la catalana Mercedes Herrera a Edmond Dantes, in procinto di abbandonare la Francia. Forse per sempre.

Può redimere anche quelle persone la cui vita è stata sconvolta da ingiustizie, da inganni letali. Anche quegli uomini che, tenuti in vita solo dal divorante desiderio di vendetta, si sono scavati la fossa da soli.

Osservare il mare da una ripida scogliera, sfiorarsi le mani, confessarsi reciprocamente tutto quello che mai è stato rivelato in precedenza, mettendo a nudo la propria anima.

Imbattersi per caso in uno stato di grazia, diventare all’improvviso coscienti di sé – dei propri grandi limiti, delle piccole qualità – , incontrare una donna balsamo, una donna che riscatta dagli endemici errori e rende uomo.

Come Pedro Salinas, poeta, frequentare la poesia, incapace di crearla, amando una Donna oltre; al di là della gente, al di là della scrittura, oltre l’immagine, perfino oltre la persona stessa, “cessare di vivere“, per ritrovarla intatta, ritrovarla origine del mondo e dei sentimenti. Ritrovarla ‘perfetta’, quanto lo può essere un umano.

Passo a ‘cavallo della Pina’ ai piedi del Castello di Caneva che mi redarguisce con asprezza per la mia prolungata assenza; non riesco a inventare scuse plausibili. Incasso e proseguo, inseguito, spronato dai rimproveri.

Sogno di visitare la mostra dedicata a quel gran genio di Nikola Tesla – lasciate perdere le automobili e i miliardari fuori di senno – sogno di visitare Belgrado, terra vicina e al contempo aliena; mentre gli Alieni stanno alla larga da noi, con somma ragione, scruto ogni notte le stelle, astri morti ma bellissimi, e, imperterrito, li attendo.

Eredito una clamorosa fortuna, a mia insaputa, grazie a una anziana signora nipponica che – mistero assoluto – mi ha designato suo erede universale; attraverso un testamento colmo di clausole e paletti. Non sono un ninja, eppure entro in possesso di una ricchezza leggendaria: libri infiniti.

Turbato dal segno del comando, dalle civette, dai fantasmi, invoco l’aiuto di John Keats, su suo suggerimento ricorro alla fantasia a briglia sciolta, immagino meraviglie;

ma, come lui, giovane e letterato per sempre – lui, non il sottoscritto – passando in rassegna le vere bellezze dell’universo, mi accorgo di una verità:

sono egoista, senza di Te non respiro“.

Eterna presenza, sei il mio balsamo.

Passo nomade

Passo e chiudo, anzi: apro.

Mi apro: al mondo, alle persone.

Forse non sembra, eppure.

Passo, uno alla volta; un lungo, lunghissimo cammino comincia dal primo passo, “si dice così, no?”.

Procedo al passo, spero. Procedo verso il passo per attraversare ambienti, i più numerosi, i più vari. Per i pianeti, infiniti, dell’universo, mi sto attrezzando.

Avanzo, con passo nomade; altrimenti, mi bloccherei nell’inazione. Non sarebbe un segnale confortante, né per me, come essere umano, né per i miei simili. Auspicabilmente.

Caracollo nel parco vicino casa, noto numerose margherite, splendenti nella loro semplicità, ma invece di esultare, mi preoccupo: sono mai apparse, nel mondo prima, margherite a gennaio? Incespico su nodose, possenti radici di alberi frondosi, rifletto sulla faccenda.

Penso, incredibile ma vero – credo – che, lo scrive Telmo Pievani, Neanderthal vantava cugini orientali, scoperti analizzando il DNA di un mignolo ritrovato nella grotta Denisova – tennista dell’Europa orientale? – , in Siberia meridionale. Il primo dubbio, sciocco: anche all’epoca, impacchettavano e spedivano gli indesiderati della società a smerciare ghiaccioli in Siberia? Forse no, considerato che questi denisoviani erano cacciatori raccoglitori e la comunità aveva necessità di contare su tutti i singoli validi, soprattutto, energici.

Denti possenti, cervello grande come il nostro, pelle scura, faccia larga“, queste le loro peculiarità più evidenti; al momento, un mistero tutto il resto. Cominciando dall’origine e, in seguito, dalla repentina scomparsa, o estinzione, che compulsare si voglia.

Sugli enigmi che ancora avvolgono le varie specie umane apparse, ibridatesi, avvicendatesi sulla Terra, Silvana Condemi, paleontologa, e Francois Savatier, fisico e giornalista, hanno dato alle stampe per Bollati Boringhieri, un coinvolgente saggio, ‘L’enigma Denisova‘; nel quale, tra le altre questioni, ci raccontano che homo sapiens sviluppò “un forte adattamento agli amidi, mentre Neanderthal e Denisova erano più dipendenti dai grassi. Una delle tante piste da esplorare per capire perché la nostra sia l’unica specie umana oggi sul Pianeta“.

Un altro enigma, possiamo indicare questo uomo ‘nuovo’ come denisoviano (già presente 700mila anni fa, sopravvissuto almeno fino a 100mila anni fa), o si tratta di una semplificazione per noi non addetti ai lavori? La dottoressa Condemi non ha dubbi: “I giovani stanno cambiando, ma gli accademici anziani non accettano l’idea che la razza cinese sia una discendenza di Homo sapiens dall’Africa. Al massimo, concedono di essersi evoluti dal Sinantropo, origine degli Han dalla preistoria. Comunque, per noi il fossile all’origine di questa specie è cinese di Dali, dunque il nome scientifico del Denisova, una volta ottenuto il consenso della comunità scientifica internazionale, potrebbe essere Homo daliensis“.

L’aspetto più sorprendente e affascinante della scoperta è in realtà ciò che oggi molti temono: il meticciamento. Le specie più note e studiate hanno, per così dire, coperto per lungo tempo l’Homo daliensis; “eravamo troppo concentrati su Homo erectus, Homo heidelbergensis, Neanderthal, Homo sapiens, credendo che in Europa e in Asia il popolamento fosse stato asimmetrico e discontinuo“.

Ancora Condemi sottolinea che “queste popolazioni (asiatiche, ndr) vivevano in piccoli gruppi. Erano cacciatori raccoglitori, non produttori di cibo. Non potevano permettersi di perdere in confronti aggressivi un cacciatore o una donna in età riproduttiva. La nostra idea è che ci siano stati ibridi biculturali, la nostra convinzione è che la sopravvivenza richiedesse collaborazione culturale e genetica“.

Nulla da aggiungere, vostro onore.

Come canta Gill, benemerito Gianluca Gilletti, artista siculo, vero erede di Franco Battiato, “cerchi in uno stagno (cosa trovi?)”; senza arroganza, né presunzione di essere un dio, con passo nomade, deambulare sulle acque:

meraviglia e precarietà dell’umana ontologia.

Sognando California

Un sogno eterno, ammesso abbia senso, buono per tutte le generazioni e le stagioni.

Oltre le fiamme, oltre certi presidenti autoritari, stampella istituzionale dei riccastri, oltre le facili suggestioni delle canzonette. Non mettetele alle strette.

Sognare California, paradiso terrestre, della Libertà e del Libero Amore, del cambiamento – necessario, vitale – sognare un paradiso, per noi.

Ci hanno raccontato spesso che l’umano si è evoluto – mister Darwin, suppongo – perché la sua peculiarità più spiccata, la migliore (l’unica?) sia – stata? – la capacità di adattarsi alle mutevoli e cangianti circostanze; di sicuro, non la forza, probabilmente, non l’intelligenza. Considerando il lasso, non dei cowboys, l’arco temporale dalla pandemia in poi, lecito nutrire, più che mai, la sana arte del dubbio.

Arte dei più illuminati – pochi – arte dei più sensibili, arte di coloro che sanno scandagliare da diversi, originali, innovativi punti di vista le situazioni, l’essenza delle persone, della storie e della Storia, della vita.

Così, senza logica ferrea, senza interconnessioni razionali – o forse sì – improvvisamente, dal nulla, da una duna di sabbia, da una palma di un’oasi onirica, si materializzano (si percepiscono) abbagli che inducono a spogliarsi: spoglio, non di voti e giuramenti, spoglio dalle nostre pesanti maschere, dalle sovrastrutture che ci imprigionano, che ci condizionano, che ci rendono automi serventi, senza volontà né coscienza.

Così, all’improvviso, eteree emozioni mi fanno accostare il nuovo film di Roberto Andò, il nuovo disco dei Baustelle, il ritorno dopo mezzo secolo del disco volante di Ufo Robot. Sono pazzo, lo so, ma non vorrei concludere la frase con il blues partenopeo di Pino Daniele.

Non potrei immaginare operazione cinematografica più rischiosa del raccontare il Risorgimento, la spedizione dei Mille salpati da Quarto e degli ideali che animavano davvero alcuni di quei protagonisti; Roberto Andò si affida per la scrittura a sé stesso, a Ugo Chiti e Massimo Gaudioso e sullo schermo all’ormai collaudato trio Toni Servillo, Salvo Ficarra e Valentino Picone. Compulsato doverosamente e con ammirazione sugli sguardi penetranti e intensissimi di Servillo e sulla ormai acclarata bravura della coppia sicula Ficarra/Picone, mi astengo dal dichiarare riuscita l’impresa. Non sono degno. Nemmeno troppo velatamente, il regista rende omaggio alla Grande Guerra di Monicelli, per delineare una porzione di Storia patria con accenti e sfumature lontane dall’iconografia classica (o attuale), a parte il Garibaldi arruffa popolo, ma non troppo umano, con poncho e cavallo bianco, nemmeno fosse lo spot Vidal. In certi dialoghi, si coglie una critica feroce nei confronti dell’oggi, delle logiche politiche e sociali che hanno ridotto questo paese a vassallo dei ‘potenti’, nella flebile speranza finale che, prima o poi, la comunità possa, voglia, sappia ridestarsi dall’abbaglio.

Anche i Baustelle, ,trimurti’ toscana dei ‘lavori in corso’, composta da Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, ritrovano voce, suoni e colori dopo due anni: per ‘spogliarsi’ delle brutture del presente, per perseguire rinascita e ribellione, per spezzare una volta e per sempre le pesanti, invisibili catene che ci legano a una modernità conformista, triste, deludente però letale. Per ritrovare quella creatività, quella energia che ci faceva sognare la California, l’Italia, il mondo intero affrancati finalmente dal tossico vuoto contemporaneo. Per vivere liberi, in armonia, in pace comunitaria.

Infine, Ufo Robot. Dopo quasi 50 anni, solcherà di nuovo i nostri cieli e tornerà ad essere la nostra ‘sentinella nel blù’. Archiviata la pessima manovra di marketing e riposizionamento orchestrata e gestita dagli arabi sauditi – stupisce che Go Nagai abbia fornito assenso e supervisione – Duke Fleed riabbraccerà i suoi amici terrestri e rinvigorirà quel legame affettivo e valoriale indissolubile di un tempo lontano. Sempre su Mamma Rai, sempre tra ‘capoccioni e operai’. Non sono ancora noti i particolari sulla messa in onda, ma Goldrake – perdonatemi l’euforia e l’esagerazione – è come il greco e il latino, come il liceo classico: gli sciocchi dicono che non serve a niente, i saggi sanno che contiene l’universo e i suoi meravigliosi meccanismi.

Come sostiene la dottissima scrittrice Andrea Marcolongo, “la cultura classica è l’unico antidoto contro la velocità e la superficialità della nostra epoca“;

senza dimenticare il sogno, tutti in California – ovunque – arrivano da qualche altra parte.

L’inganno dei Maestri (amara ironia)

Mentre il mondo brucia, noi accendiamo fuochi e ci illudiamo di salvarci.

Altro che diabolico complotto del dottor Fu Manchu (Peter Sellers, sempre cara mi fu questa pantera… rosa). Bagatelle tra educande, senza doppi sensi.

Crediamo che le mutazioni climatiche quasi irreversibili siano solo un astuto piano delle eminenze grigie per asservirci e impoverirci totalmente, quando accade l’esatto contrario, sotto i nostri occhi.

Saranno i mega fanta miliardari, coloro che arraffano patrimoni superiori a quasi tutti i bilanci dei vari paesi, a risolvere i problemi dell’umanità e della Terra; con i loro super poteri e con le loro super natiche. Senz’altro.

Un solo dato – tanto, chi ci crede? : 81 milioni di persone (persone?) lasciano sul Pianeta una impronta ecologica pari a quella di 4 miliardi e mezzo di sventurati. Ma sono solo fole.

Dal fatidico 1970 a oggi, le popolazioni di vertebrati sono calate del 60%; un milione (Marco Polo e Rustichello da Pisa non c’entrano, per la cronaca) di specie animali e vegetali è a rischio di estinzioni e poi non servirà l’intelligenza artificiale o qualche stupido algoritmo; due terzi degli uccelli al mondo sono polli (!); il 96% della biomassa dei mammiferi terrestri sono uomini (ominicchi) o animali allevati dall’uomo (mucche, maiali, capre, pecore). In teoria, per il sostentamento, nella laida pratica, per il profitto.

Che mai deve fermarsi, deve continuare imperterrito a fagocitare vite e risorse, senza pensare mai, nemmeno per sbaglio o per un attimo, al più piccolo risvolto etico.

Siamo occidentali, nordici, liberisti e siamo superiori. A chi, non è dato sapere, né è lecito chiedersi a quale disumana gara siamo iscritti.

Tutto questo e molto altro, molto di più ci racconta con dovizia di immagini e lucide parole Roberto Grossi, architetto e fumettista, attraverso “La grande rimozione” (per i tipi della Coconino Press); “Non riusciamo più a renderci conto della realtà“. L’autore sa collegare i puntini invisibili, come in quel giochino della Settimana Enigmistica; torna al macabro G8 di Genova (luglio 2001) quando devastazioni e uccisione di Carlo Giuliani furono eventi luttuosi, però in grado di riaccendere la coscienza civile e la voglia di lottare dell’opinione pubblica, dei popoli. “Ora al potere (come in un pessimo romanzo distopico, ndr) ci sono praticamente le stesse persone che nel 2001 hanno represso brutalmente i movimenti No Global, quando la gente chiedeva di invertire la rotta del liberismo che ci avrebbe portati alla catastrofe. La risposta è stata: vi massacriamo e tiriamo dritti. Al tempo lo hanno detto ‘solo’ a dei manifestanti, ora lo dicono sfacciatamente a tutto il mondo. E’ necessaria una rivoluzione culturale e per ottenerla servono sicuramente il confronto e il conflitto“.

Chico Mendes docet.

L’ecologismo senza lotta di classe è giardinaggio“, disse senza fronzoli e senza retorica, il lavoratore, sindacalista e attivista ambientalista brasiliano. Sembra di udire nel vento la canzone dei Nomadi a lui dedicata:

… “Ma lunga sarà la strada e tanti gli alberi abbattuti
Prima che l’idea trionfi senza che nessuno muoia
Forse un giorno uomo e foresta vivranno insieme
Speriamo che quel giorno ci siano ancora
.

Se quel giorno arriverà, ricordati di un amico
Morto per gli indios e la foresta, ricordati di Chico
Se quel giorno arriverà, ricordati di un amico
Morto per gli indios e la foresta, ricordati di Chico
” …

Ci trastulliamo nel trionfo del nulla, però la Contea dei Sogni, Hollywoodland, e la Città degli Angeli, ardono come pire sacrificali;

i fiammiferi criminali siamo noi, ansiosi di tornare cenere – senza arabe fenici – quanto prima.

L’inaspettato

La prima, grande sorpresa è la vita stessa, universale.

La seconda, l’etimo; o meglio, non trovare ‘inaspettato’ tra i vocaboli, quindi, restare inebetito.

La terza, ragionare: intanto, per l’attività intellettuale in sé; poi, per essere riuscito a comprendere che forse sarebbe stato meglio rintracciare il lemma ‘aspettare’. L’etimo funziona sempre. Se capisci come usarlo, se capisci le sue infinite potenzialità.

Evento non previsto: oppure un incontro sorprendente, perché non osavi nemmeno sognare di imbatterti in quella persona; ancora, non immaginavi con il tuo cervelletto metodico e limitato che la persona specifica volesse rivolgerti inusitate e tenere attenzioni. Un incanto, una benedizione.

Sui cavi della luce, due colombi, fendendo la nebbia e la polvere dei giorni, si posano all’improvviso e tubano; indifferenti agli affanni degli umani. Inaspettato, commovente.

Guardarli trasognato, stare rivolto verso di loro, come non esistesse altro, come se al mondo non ci fosse, almeno in quell’attimo eterno, qualcosa di più importante, più bello. più simbolico.

Ad spicere, per gli studiati, gli accadi (da quale reminiscenza balzano fuori?), gli accademici; osservare frequentemente, attentamente. Potremmo agire diversamente? Distratti, inconcludenti, abbandoniamo indolenti le nostre esistenze al flusso, ai flutti dell’irrealtà, ci crogioliamo nella frenetica non esistenza.

Attendo pazientemente senza accennare qualsivoglia movimento, sarebbe inopportuno, soprattutto inutile; al cospetto della perfezione potrei solo recare – arrecare – incomodo, deturpare.

I miei piccoli occhi mortali, il mio sguardo sono fissi su di loro, ipnotizzati (le mie pupille, non i volatili), quasi aspettassero altre meraviglie, altri consigli, rivelazioni arcane, ultime.

Improvvisamente, sono catapultato, anima e corpo, in una sequenza senza inizio né fine, di opere del maestro nipponico Yoshitaka Amano, da Shizuoka. Disorientato, mi arrendo. Deambulo insieme a Pinocchio, agli stravaganti personaggi di Yattaman, ammiro da vicino ma senza intervenire (non sono in grado) le acrobatiche evoluzioni di Hurricane Polimar; vago lieto tra illustrazioni di libri e visionarie scenografie teatrali, dissimulando sorpresa e lieve turbamento per la possibilità di toccare con mano i protagonisti di graphic novels e videogiochi, quali Vampire Hunter D e Final Fantasy, transitando per i set patinati di Vogue e per i creativi, caotici corridoi della DC Comics; plano, infine, nelle gallerie d’arte del globo e mi inebrio con i tratti fantasy ed eterei di questo ‘mostro’ che da mezzo secolo ha contribuito a formare le nostre fantasie, la nostra più scapestrata immaginazione. Inaspettato.

Non mi sono allontanato da qui, sto ancora ammirando i colombi sul filo, mentre io, probabilmente, l’ho smarrito.

Del resto, anche l’esecuzione di una armoniosa, grande sinfonia prevede battute d’aspetto.

Risciacquare i panni in Adige

Principiare lo novello anno risciacquando – immaginifico – i panni in Adige.

Chiare fresche dolci acque – fresche, di sicuro – ove pose le belle membra colei che sola a me par donna; e anche noi, modesti mortali, non resistiamo immuni.

Colosseo o Arena, codesto il dilemma che dilania l’anima mia, la mente, il corpo. Non smarrisco né la via (quale?), né l’appetito, in particolare, per tale e quale rovello. Anche perchè l’Arena vanta più antichità e spettacoli non solo guerreschi, ma musicali, rispetto alla capitolina struttura gemella, grazie ad una acustica tra le migliori del mondo, di tutti i tempi. Conosciuti, trascorsi.

Deambulare senza fretta, senza meta, sul Ponte di Pietra, orientarsi verso la funicolare urbana e lasciarsi trasbordare a Castello San Pietro. Ammirare la città degli Scaligeri dall’alto, osservando le fortificazioni antiche, ignorando l’aria fredda e umida; scorgere l’ansa a gomito dell’ Adige, la struttura cittadina, teatro architettonico per le vicende dei Montecchi e dei Capuleti. Messer Guglielmo l’Albionico mi perdonerà se manco del suo genio, ma so riconoscerlo.

Urbe medioevale, nella quale abbandonarsi alle fantasie e alle illusioni più liete e piacevoli, scansando la folle folla, belluina e vacanziera; urbe contemporanea da evitare o migliorare, come i tempi moderni (Charlie Chaplin); se si vuole, se si può.

Pellegrinaggio, per così compulsare, alla Basilica di San Zeno (Zenone), antico monastero benedettino, forse foriero di miracoli, certo d’incanto e meraviglie. Anche a chi non interessa il culto religioso, chiesa romanica che mozza il fiato, non solo per il gelido gennaio. Si parte dal chiostro, luogo di vera serenità, luogo di meditazione trascendentale. Una necessaria sospensione dalla mondanità.

Si prosegue in chiesa, quasi senza rendersene conto, edificio su tre livelli – chiesa plebana, cripta, chiesa presbiteriale – si incontrano, a caso per i profani come me, un celebre trittico di Andra Mantegna, colui che “scolpì in pittura“, non pizza alla pala, ma pala di San Zeno; le formelle bronzee del portale, uniche e preziose; la Ruota della Fortuna, non oscena trasmissione tv, ma ampio, meraviglioso rosone. Per scorgere l’umano consesso virato con i toni di un arcobaleno.

L’ampia piazza,  ove sgambettano  spensierati e sorridenti bambini e quadrupedi,  completa un momento di rara gioia.

Ci si congeda con una leggera mestizia, consapevoli di essere stati cittadini privilegiati di una terra onirica, consapevoli che, lo scrisse sempre Guglielmo, “chi è bandito da qui è bandito dal mondo, e l’esilio dal mondo è la morte“.

Sole invitto (Natalis Dies)

L’immotivata frenesia contagia l’umanità – quella con i piedi caldi – e io, per non smentirmi, mi complico le ultime ore del 2024.

Sole invitto, chi è codesto Carneade? Invitto al Sole, non è invitato, nemmeno inviso, spero; ardentemente.

Invitto, invictus: non vinto, invincibile. Come dicono a sproposito ora i soloni, solare. Luminoso come Elio, il concetto. Quindi, scavando appena un po’, con l’unghia, senza troppa fatica, Natalis die – da non confondere con dies irae, ce ne scampi (boni) e liberi – rappresenta il giorno d’inizio di un evento. Importante, fondamentale.

Modesti per indole e natura, furono gli imperatori romani ad appropriarsi dell’espressione; natale di Tito, natale di Adriano, ad esempio, servivano a indicare, rammentare al popolo, a tutti che nel giorno indicato si celebrava il compleanno del ‘potente’ di turno. Natale di Mercurio (casuale) o di Minerva, bontà loro, cioè degli stessi imperatori, erano invece giorni dedicati alle celebrazioni degli dei o dei templi ad essi consacrati.

Non parliamo poi del Natale di Roma. Caput mundi, solo per citare le due definizioni più note e ricorrenti.

Eppure, forse non ci crederemmo, il più famoso festeggiato celebrato era proprio il dies Natalis Solis Invicti, ideato e calendarizzato dall’imperatore Eliogabalo (uno che il Sole non lo gabbava di certo), anche se ufficializzato da Aureliano.

In seguito, della ricorrenza si appropriò il Cristianesimo e già solo questo fatto dovrebbe indurci a interrogarci, a riflettere, a ponderare; quali sono gli eventi che passano alla Storia, quali personaggi i protagonisti. Al netto della fede, della religiosità, di ogni altra umana sincera convinzione.

Luce, radiosità, gioia ma anche il volo, il folle volo di Icaro. La pericolosa curiosità dell’uomo, l’ardimento di innalzarsi oltre i propri limiti, naturali, insuperabili. Dilemmi che da sempre ci tormentano e che forse mai troveranno risposte chiare, definitive.

A proposito di un dies Natali, citerei il 4 aprile 1978. Comprendo eventuali critiche, appunti, distinguo. La prima apparizione televisiva – catodica – di Ufo Robot (Goldrake) creato dal leggendario Go Nagai. In volo sul Giappone da ottobre 1975, giusto per sfiorare la pignoleria. Poi, nulla fu più lo stesso. Anche le generazioni seguenti, potenza di un vero mito, sono state conquistate dalla nostra sentinella nel blu.

Come si fosse avverato uno dei sogni di quel bambino del ’70, strenna natalizia 2024, imperdibile, è planata nelle italiche librerie la versione tradotta dal francese del poderoso – mai aggettivo fu più calzante – romanzo disegnato Goldrake (in originale Goldorak, autori Xavier Dorison, Denis Bajram, Brice Cossu, Alexis Sentenac e Yoann Guillo, per i tipi delle edizioni Kana); la vicenda con i personaggi originali della serie e con la benedizione del nume tutelare – onnipotente? – Go Nagai, riprende 10 anni dopo la dolorosa vittoria sulla truppe di Re Vega. Come se Ufo Robot non avesse mai lasciato la Terra. Di fatto, è andata proprio così.

Il regalo è addirittura doppio (San Nicola/Santa Claus ha voluto esagerare): Luca Papeo, artista italiano, autore di storia e disegni, per lo Studio Itaca – petrose rimembranze? – ha immaginato l’incontro/scontro tra Jeeg e il robottone pilotato da Duke Fleed. Una vicenda epica, mozzafiato che incanterà/incatenerà ‘anziani’ e giovani fanatici delle anime nipponiche, in particolare di quelle create dal maestro nato a Wajima.

Nesso forse inesistente tra la ricorrenza religiosa della cristianità e i mecha dal Sol Levante, ma a Natale, talvolta, le fantasie sfrenate, oniriche giungono a compimento. In qualche modo.

Sia Natale allo spuntare del Sole invitto, alba del cambiamento in meglio, luce della nascita, della rinascita di ognuno di noi.

Sia Natale per chi crede nell’equità, nella fratellanza, nella pace.

Lo vogliamo davvero?

Criptospazio

La clessidra, inesorabile, divora granelli di sabbia;

il Natale, con tutte le sue conseguenze, incombe su di noi.

Sogno più spesso ora di quanto non mi capitasse da giovane imberbe, della vita e della barba. Vorrei essere Tekkaman, Cavaliere dello Spazio; anzi: del criptospazio. Mentre l’umanità, quella che nonostante tutto persevera nella bambagia, si consuma nell’insostenibile leggerezza dell’essere e nell’insensata frenesia del periodo, mi imbatto (mi ‘intruppo’) in questo lemma e mi soffermo. Come spesso capita, mi imbambolo a pensare, al significato, all’etimo, ai suoi potenziali risvolti, dei quali non siamo coscienti ma che producono effetti. Affetti? Non so, auspicabile.

Mi perdo, mi disperdo nella cripta – escludo a priori l’argomento cripto valute et similia, per il sottoscritto equivalente al sumero – e non riesco a decidermi se mi spaventi vagare senza riferimenti nel vuoto, nell’ignoto, o il suo contrario.

Complesso reticolo di sotterranei che caratterizza edifici pubblici – niente di meglio di qualcosa esposto al continuo e pubblico dominio per celare ai popoli segreti inconfessabili – perlopiù sacri o cimiteriali; in fondo (non alla cripta) potrebbe andare peggio, potrebbero piovere ordigni.

L’etimo certifica senza fallo – con rispetto compulsando – che la ‘famigerata’ cripta è un luogo nascosto, coperto, da cui deriva il verbo celare, coprire. Per assonanze e somiglianze, pensiamo alla grotta, non solo di Alì Babà (ah, uno sfizioso babbà della partenopea Gambrinus) e dei 40 ladroni.

In origine, senza loschi fini da perseguire o inseguire, si designò una stretta galleria a terreno, che in seguito i Romani, astuti miglioratori di idee altrui (come i nipponici?), ribattezzarono crypto porticus, in quanto finalizzata a ritrovo sociale della popolazione quando le condizioni meteorologiche risultavano avverse per la frequentazione degli spazi aperti urbani. Più tardi il vocabolo fu riservato a passaggio o luogo sotterraneo, infine a volta e cella. Per approdare anche a catacomba con l’avvento se non del Cristianesimo, dei cristiani e delle loro chiese.

Con molta umiltà, dalla mia cripta o dal mio piccolo crypto porticus dell’ignoranza, vorrei sottolineare che studi recenti sull’umanità di 2000 anni fa, un’inezia, in fondo, hanno rivelato che presso gli Egizi, grazie a un vaso dedicato al dio Bes, le donne si occupavano della propria salute e del parto, anche usando con frequenza sostanze psicotrope. Una cultura, quella egizia, che si rivela una volta di più multidisciplinare, con una vasta e saggia sapienza di preparati e infusi derivati dalle sostanze naturali e che conferma quanto l’uomo del passato fosse più intelligente, più adattabile, estraneo alla limitante, fallace settorialità che ci caratterizza, sempre maggiore.

Efedrina in tombe preistoriche alle Baleari, stupefacenti per riti guerreschi e religiosi tra i possenti Vichinghi, oppure, tra gli antichi Greci, una bevanda a base di Lsa, precursore ‘classico’ dell’Lsd. I nostri antenati conoscevano gli stupefacenti, conoscevano nei dettagli le piante e le loro qualità, ottenendone dei mix bilanciati, studiati alla perfezione, efficaci per lo scopo prefissato.

Non per essere banale, né fortemente venale, ma queste sostanze erano conservate dal dio Bes; bes in lingua friulana significa migliore, mentre il simile bez indica il vile denaro. Ognuno tragga le conclusioni che può, che ritiene più opportune.

Vanno bene i criptospazi, vanno bene le intelligenze artificiali – in contumacia o estinzione di quelle naturali – permane, forte, la sensazione che, come dice il professor Enrico Greco (Chimica dell’Ambiente e Beni culturali, Università di Trieste), “abbiamo occhi troppo condizionati dalla visione moderna delle cose. Bisognerebbe pensare un po’ come gli antichi“.

Anche se già fatichiamo a pensare come i nostri nonni.

Anche se pensare ci costa fatica, immane.

Sturm und Drang

Bonvi mi perdonerà, ma le sue Sturmtruppen questa volta sono costrette a ritirarsi, in ordine buono.

Anche se di ridere di cuore – con tutto il cuore? – abbiamo sempre un bisogno estremo, ai nostri giorni di più.

Forse non sarebbe opportuno celebrare l’irruzione dell’irrazionale nella vita e nelle arti – già di loro regno dell’irrazionale – quando i presunti lumi della ragione hanno sempre barcollato, anche quando, in molta teoria, si ritrovarono all’apice del proprio splendore. Per così dire.

Stabilire dove siamo ora è impresa ardua, forse impossibile; dove ci collochiamo come consesso umano, drammatico dubbio, se non esiziale. Speriamo solo che non decida, una volta e per sempre, la Natura, al limite della pazienza nei nostri confronti.

Non Sturm Graz, squadra calcistica austriaca (senza nostalgie per l’impero, quello di Cecco Beppe, né vacue reminiscenze della ‘fu’ Mittel Europa), né – senza alcun discrimine sui gusti personali – drag queen. Porte, portoni, aperti al mutamento, anche repentino. Foriero di cosa, chissà.

Impeto e assalto o tempesta e impeto? La differenza non è trascurabile. Il fatto che Titano sia il genio dello Sturm und Drang, nemmeno. Non per l’ignorante sottoscritto. Spesso, le sfumature sono il tutto, o lo determinano.

Impeto, moto violento di cosa o di persona che si spinge in avanti contro un oggetto o contro un’altra persona (nel peggiore dei casi); come se la forza creatrice contenesse in sé una componente di violenza, latente o palese, insopprimibile. Improvviso moto dell’animo – improvviso o improvvido? – che innescato da una passione spinge ad agire, purtroppo senza riflettere. Temo sia la vexata quaestio che ci riguarda, da vicinissimo.

Tempesta, violenta (di nuovo) perturbazione atmosferica, di varia estensione e durata, caratterizzata da vento fortissimo, ma da assenza di scariche elettriche, seppur non meno perigliosa. Attenzione: può essere di vari tipi, di ghiaccio, magnetica. La quiete, prima o dopo la tempesta, preannuncia o sancisce la fine del disastro, mai la perfetta ricomposizione della situazione. Una lezione semplice che non vogliamo imparare, da millenni. Ammesso contino qualcosa al cospetto degli eoni dell’Universo e della nostra inconsistenza che reputiamo così fondamentale.

Nemmeno l’etimo ci soccorre, perché dovrebbe. Impetus equivale ad assalto, in versione più ottimistica, assalto di passione. Tempesta in origine significò momento del giorno per poi giungere a stato atmosferico in generale, per chiudere l’arco degli eventi con l’accezione tempo cattivo, burrascoso. Quindi, uragano, procella, burrasca. Non potevano esimersi dallo stimolare la fantasia sentimentale: travaglio interiore, grande turbamento dell’animo.

Ormai così lontani, meglio, separati da noi stessi, staccati dal mondo reale, concreto, dimentichiamo che si nasce e si muore soli, ma si vive davvero, pienamente, insieme.

Conviene citare il poeta friulano Pierluigi Cappello, durante il suo troppo breve volo:

dove io si dice per dire/ – per esserenoi“.