Dietro casa

Avrete certo incontrato anche voi un distinto fenicottero rosa che, calmo e placido, dopo piacevole, garbata conversazione, vi avrà consigliato di raggiungere Marzamemi.

Piccolo porto o baia delle tortore: l’antico toponimo resta un mistero, mentre la bellezza del luogo inebria e trasporta in altre dimensioni. Nemmeno troppo distanti: Vendicari, Calamosche, Noto.

Liquefarsi nel tramonto di Marzamemi – perché sei tu, Trinacria? – e risolidificarsi immantinente al cospetto del Sol Levante. Altre dimensioni, altri mondi. Culturali, geografici, spirituali.

Vagare per Tokio, avvertire il vago sentore che forse non è come deambulare allegramente per i campi, arati o selvaggi, di Pozzo. Imbattersi in strani – per me, di sicuro – personaggi, tra cui un nipponico che somiglia (potenza dei sogni, anche senza essere in un film di Akira Kurosawa San) davvero tanto, troppo, a Georges Simenon. Rimanendo, lui, uno scrittore chiaramente indigeno.

Forse mi ha rivolto la parola, sconosciuta quanto l’idioma locale, ma non mi preoccupo: il lessico dei sogni è meglio dell’esperanto. Matsumoto, nome proprio di narratore, dedito a storie thriller, nelle quali abbondano intrighi, corruzione, omicidi, nelle quali emerge il marciume che compone in parte l’umano e a nulla vale, non come scusante, parziale o totale, che le vicende siano generate da un ambiente in faticosa, angosciosa ripresa dopi i lutti, i disastri, le tragedie del II conflitto mondiale.

Se la Dalia, originaria del Messico o del Sud America, fiore estivo che ama la luce e l’acqua, fosse nera – non lo sapremo mai, ma l’immaginazione degli uomini è tossica – , se sia stata uccisa a Hollywood o nella capitale di Yamato, decidetelo voi: nella memoria rimarrà “il suo debole“, tenace, sorriso, anche alla fine prematura, innaturale, del viaggio, decretata, come troppo spesso accade, da un misero bipede.

Abbandonata in fretta o con esasperante lentezza Tokyo – questa o quella, per me pari son, nelle visioni oniriche – e instradarmi per perdermi in una valle oscura, mutata d’incanto nel bosco segreto di Kengo, altro rappresentante del Sol Levante (i miei sogni sono stati e continuano a esserlo, ad alta gradazione nipponica). Un atipico, nato in Scozia; prima game designer, ora ‘fumettaro’ vecchia scuola: matita, carta, inchiostro, pazienza e capacità di osservare infinite, immaginazione allo stato brado.

Poche, scarne, rarefatte parole: bastano la magia e la meraviglia create dalla Natura; perfino Oberon, Titania e la loro folta schiera di folletti birboni sarebbero d’accordo. Ancora una persona in cammino, ancora una persona solitaria – fisicamente, mentalmente a causa della tecnologia – ancora una persona che, grazie a un cane, scopre all’improvviso quanto sia affascinante entrare nel mistero, nella luce, nelle atmosfere naturali; condividere le scoperte con altri umani, magari incontrati per caso, diventa parte integrante, fondamentale del processo di crescita, di apprendimento. Con l’esempio e i consigli di una nonna, perché, se si è fortunati, esiste sempre una nonna speciale che sembra ricoprire il ruolo di faro del Pireo.

Poi, alberi, tanti, bellissimi (in un bosco che si rispetti, capita d’incontrarne), custodi silenziosi e affidabili di tutti i nostri segreti; fonti d’amore, vero, naturale, in quanto depositari delle energie necessarie, essenziali per tutti i viventi attorno, o vicini a loro, in qualche modo.

Camminare, osservare – sognare, forse – condividere:

il segreto della Vita probabilmente si (ri) trova nel bosco dietro casa.

Sogni (veri) vs dolore

Vade retro (da me), dolore.

Non voglio compulsare – ci sono in giro già troppi adepti, contenti loro – l’apologia del dolore. Chissà poi perché. Non mi azzardo a formulare ipotesi (opinioni personali), mi limito a constatare.

Vivere con una sensazione che affligge, dal latino dolor, derivante dal verbo anch’esso latino (per la cronaca e per i puntigliosi): doleo; sento male – non c’entra l’udito – mi dolgo.

Mi pento e mi dolgo, mi rimbrotto da solo per la malaugurata iniziativa di affrontare l’argomento, la vexata quaestio.

Altresì, dal latino, ora e sempre presente, crescere: inteso come fare, produrre, creare. Soprattutto, aumentare di massa e di estensione in qualsivoglia verso, specialmente in altezza; aumentare di numero, d’intensità, financo di gagliardia. Fosse possibile, magari.

Come sosteneva PPP, il Poeta: sviluppo e progresso non sono sinonimi, anzi; nonostante oggi quasi tutti indichino l’importanza dello sviluppo e sia stata bandita la parola, parolaccia, progresso. Il paradosso o, se vi solletica di più, l’umorismo della situazione, nonostante i due concetti siano inconciliabili, senza la realizzazione del primo, molto difficilmente – o mai – si avvererà il secondo.

Affermo dai tempi dei primi, rudimentali ragionamenti che prediligo – teoricamente, ammesso intuisca i termini della tenzone – la crescita allo sviluppo, mentre negli anni ho rinnegato, rifiutato, esecrato al pari di una maledizione, forse ineliminabile ma non necessaria, il dolore.

Il dolore esiste, si verifica, va contrastato, combattuto, superato per scongiurare, evitare che si tramuti in sofferenza perenne, ma non lo considero viatico fondamentale, fondante per un incedere armonioso sui sentieri, già di loro accidentati, della vita. Rigetto il dolore quale architrave per edificare una persona buona e giusta.

Mutatis mutandis, inutile sottolineare il perché, come analizza il professor Roberto Mancini (pura omonimia), il capitalismo insiste nell’annientamento di vite umane e del mondo, ossessionato dal profitto, “rivelando la sua natura bellica e necrofila“; avendo ormai sostituito il riassorbimento delle istanze di contestazione con la repressione, dura e violenta. Mentre, i movimenti che ancora si battono e dibattono di pace come condicio sine qua non – da non tradurre con ‘siamo qua noi’ – e per un’economia finalmente libera dai diktat del neoliberismo capitalista, risultano spaesati, scombussolati. Unico modo per renderli – le idee e i movimenti – vincenti, celebrare la loro unione indissolubile, senza paura. Senza più dubbi né distinguo capziosi sulla collocazione e perseguimento della verità.

Più che mai, più di sempre nella Storia, aneliamo sogni da realizzare – fossero quelli di Kurosawa e Miyazachi, meglio ancora – non dolore né sofferenza;

come ripete costantemente lo stesso Mancini:

i sogni ci insegnano mentre dormiamo quello che non riusciamo a capire da svegli“.

Sogni concreti (per costruire il Futuro)

Correre insieme a tutte le persone che amiamo.

Correre fra verdi prati lussureggianti, in mezzo a mari d’erba nipponici, attraversando cascate di petali di ciliegio, avvolti costantemente da una luce infinita, perfetta, indescrivibile.

Rifugiarsi in un vagone abbandonato di una linea ferroviaria dismessa, dimenticata, lontana dal mondo, anzi, dalla società degli uomini, dalle sue regole crudeli, dalla sua ipocrisia.

Nel vagone, ricreare un mondo incantato, soprattutto libero; ove ognuno può davvero esprimere la propria dimensione ontologica, lasciando a briglia sciolta le emozioni, i desideri, le fantasie: senza occhio giudicante, senza mano che punisce.

Sublimarsi nella gioia luminosa della propria essenza, cullati eternamente dal trascorrere delle comete, delle stelle, degli eoni spazio temporali.

L’innocenza o, per essere più fedeli all’originale, Il mostro – in senso etimologico – è un dono estivo che dalle nostre sale, ancora spopolate causa ferie, plana sulle nostre vite; Hirokazu Kore’eda distilla cinema, racconta le dinamiche complesse e spesso problematiche delle famiglie, dove nulla è mai come sembra, cita a piene mani Rashōmon di Akira Kurosawa, ma raggiunge l’apice nell’ultima mezzora, nella quale i più ingenui e entusiasti (come il compulsatore), ravvedono in controluce la sagoma inconfondibile di Miyazaki Sensei. Un condensato di pura meraviglia miyazakiana: colori, atmosfere, protagonisti, filosofia, anzi, Weltanschauung dell’autore nipponico.

Le opere, una volta pubblicate, sono totalmente dei fruitori, interpretazione compresa. Cosi è, se vi aggrada. Anche se non. Gli Artisti lo sanno.

Del resto, il velo lieve e fragile che separa la realtà – le infinite versioni della realtà – dall’immaginazione, dall’onirico, dovrebbe aiutarci a riflettere; le forze del bene e del male non sono separate in modo netto, manicheo, oserei affermare; un certo Guglielmo d’Albione ci disse qualche tempo fa che esistono più verità in cielo e in terra di quante possa comprenderne la nostra filosofia, la nostra scienza, la nostra ‘suprema’ (illusione) tecnologia.

La meraviglia dell’innocenza contro la barbarie dell’avidità, lo stupore dei bambini di fronte alla bellezza della Terra, contro l’aridità di troppi adulti. Se sul serio abbiamo a cuore le sorti della casa comune e di noi tutti, non gli indici azionari.

Tim Ingold, antropologo inglese, in Italia per la lectio inaugurale del nuovo progetto culturale Serra Madre, quasi si fosse confrontato con i due registi del Sol Levante (con Hayao in particolare), avverte: “nessun domani post umano, con fughe su altri pianeti. Dobbiamo trovare un piano B. anzi, molti. Paghiamo caro le insensatezze capitalistiche, a base di incessante produzione e confidando sulla presunta, infondata disponibilità infinita delle risorse. Tutto questo ha creato solo danni: disuguaglianze sociali, crisi ambientale“.

Come i sogni, molto concreti – perdonate il paradosso – di Miyazaki, così un vero futuro intergenerazionale sarà possibile solo abbandonando l’eccesso di tecnologia, comunicazione robotica, intelligenza artificiale, big science (irresponsabile, insostenibile);

ci salveremo e prospereremo ancora non ponendoci più in posizione dominante, ma centrali rispetto al mondo vivente, per promuovere il benessere di tutte le forme di vita sul Pianeta.

Vivremo lieti e sani solo con minore ricorso al digitale, con maggiore ricorso all’umanesimo.

Come in un film di Miyazaki Sensei: quando si entra in una delle sue allettanti porte, dopo un percorso affascinate ma impervio, si esce migliori:

nuovi, in ogni senso.

Corse & Scalate

Pagina dei Tiratori, però franchi.

Franchi Franco e Ingrassia Ciccio, artisti sottovalutati, non a caso, lontani dal sottobosco dei franchi tiratori, sottocategoria detestabile dei cecchini; impallinatori, a seconda di usi e costumi, convenienze, calcoli: di piccioni, poveri piccioni viaggiatori inconsapevoli – inconsapevoli del destino, non dell’identità da augelli – piccioni politici, ché uno pseudo San Sebastiano da trafiggere torna sempre utile; senza scomodare santità varje, né illustri, esagerati paragoni, torna buona la cambusa di allocchi da sacrificare, sull’altare delle trame e dei tramacci; un allocco supremo, così, si trova sempre e comunque.

Sono tiratori senza pudore, birboni immatricolati, spesso (sempre) mercenari, però franchi: adamantini – sinceri, chissà – nel loro sporco lavoro; qualcuno tanto lo deve fare e, come dicono i grandi saggi, fuori c’è la fila, ti rifiuti tu, avanti il prossimo.

Caro Martin (il pescatore?), saprai – da detti proverbiali popolari – che per un franco si rischia di perdere cappa, spada, strada e talvolta financo la ghirba.

Corsa, scalata, duello; si stenta a credere, non solo al paranormale, alla normale prassi, istituzionale o meno che sia; beato chi ha fede, chi non ce l’ha, resti scapolo, celibe, nubile, nobile. Una carica – speriamo non di tritolo – diventa nello sciatto, scarico, ordinario immaginario mediatico, una sorta di gara all’ultimo sangue, un contesa rustica rusticana, all’ultima spada coltello pugnale o letale intruglio venefico – da far impallidire Madonna Lucrezia, quella dei Borgia – invece della procedura elettorale parlamentare per designare il nuovo (ignorando la pietosa/impietosa anagrafe) inquilino del Quirinale (ex Vaticano): per 7 anni, se non di guai, vissuti spesso malvolentieri, in modo molto pericoloso.

Ché i perigli non sono opzionali: quando ti investono, ti investono; vallo a dire agli abitanti di Tonga.

Pagina della crisi esistenziale, esistenzialista dei tiratori; dalla culla, all’asilo, dalle elementari, all’università, non li nota mai nessuno, anche senza dono o maledizione dell’invisibilità; almeno una volta – semel in settennato, il seme giusto – ogni tanto, senza incomodare lutti papali (fascia nera su abito bianco) altrui, concediamo loro un momento di vanità, vanagloria, protagonismo; se poi il ruolo, sarà negativo, barra (codice a barra) pessimo, pazienza: purché il volgo ne parli. Una vita da pessimo: magari un giorno ti consegnano (a insindacabile giudizio di una commissione tra le infinite) non l’oscar, ma il tapino di latta, come ultimo dei cattivi, inetto, poco adatto, a diventare il migliore dei famigerati.

Passatempo – il tempo passa, anche fosse solo una dimensione – mio diletto, gigioneggiare divagare inneggiare con, alle divine Parole; aggettivo desueto, pare sia divenuto diletto – di letto? – e mentre scrivo, demodé retrò antiquato, anche desueto stesso. Sono desueto, per me stesso. Una benedizione, una consacrazione, diventare aggettivo: solo i veri artisti ci riescono dopo una vita intera di passione, di passioni, in bilico sul limitare tra il mondo dei sensi e quello sovrasensibile. Tre sono giunti – in sogno, come altrimenti? – a lenire le mie frustrazioni, a confortare i miei numerosi difetti; tre numero della perfezione: Van Gogh, Kurosawa, Fellini (con litografie celebrative di David Lynch).

Quando cammini, presta la tua attenzione, alle valvole rapide di sfogo o di ausilio alla forza anti dispersione di gas – anch’essi nobili, se va bene – o umori; importante non disperdere gli umori, in particolare, della pazza folla: non sempre le civiltà del momento hanno sotto mano una cloaca, massima.

Un tempo cancellato dalla memoria, anche piccole canzoni riuscivano a trasmettere con poetiche armonie grandi insegnamenti; in una, interpretata dalla signora Carla Bissi, si ammoniva con amara delicatezza:

più lontano vai, sempre meno conosci.

Lo stolto, imperturbabile, replicherebbe:

non è importante conoscere, ma è meglio sia importante chi conosco.