nessuno è più grunge – grugnito? – di me.
non sono nato a Seattle, non ho un successo planetario da cui mondarmi, non incarno uno o molti talenti, non posso più nemmeno spegnermi in fretta, invece di bruciare lentamente.
sono un citrullo, qualsiasi.
sono analogico, in un mondo, anzi, un’umanità (almeno: quella che frequento e che vedo) sempre più digitale, vorrei essere figlio dei fiori e provare il brivido di qualche apparente rivoluzione, invece sono figlio di quelli che dopo la II guerra mondiale – stupida come tutti i conflitti, eppure non ultima – hanno, a loro insaputa o forse no, preparato il terreno ai boomers.
mi nutro voracemente di rimembranze, ma non so siano mie, se siano accadute davvero; in ogni caso, la maggior parte mi è stata raccontata, patisco un’inguaribile nostalgia per fatti e persone che non ho vissuto, né conosciuto, quindi senza il diritto di chiamarli/le miei/mie.
di questo sono certo (davvero?): ho assistito, sono stato parte attiva e integrante dell’invasione nipponica, i disegni animati, la cultura – non sono la stessa cosa? – i fumetti; una passione viscerale che nutrivo anche prima, da fantolino, cresciuta a dismisura con l’avvento dell’ipnosi televisiva e con l’amicizia nata per puro accidente, mai per caso, tra mia mamma, mia nonna materna, le mie due prozie materne e un ingegnere elettronico di Tokyo, Akio Ashimoto. in visita di aggiornamento e scambio professionale alla Zanussi di Pordenone. negli anni ’80 del 1900 ci scrivemmo varie lettere, in inglese maccheronico – noi, allievi ciucci (somari, per i non addetti) di Totò e Peppino – in albionico perfetto, lui; mentre il pianeta affrontava con angoscia il buco nell’ozono, le piogge acide, l’aids. poi, purtroppo, il virtuoso carteggio s’interruppe, mentre il piccolo globo di fango debellava due minacce su tre; dell’aids ha solo smesso di discuterne.
l’insana infatuazione, resiste.
il sol levante non è mai stato così vicino, ho imparato grazie allo scrittore Douglas – questo nome non mi suona nuovo – Coupland che appartengo alla Generazione X (giovani, carini e disoccupati o Generazione Goldrake?), che oggi si è tramutata in una Sandwich Generation; non perché si nutra/ci nutriamo di cibo spazzatura, ma perché, malgrado siano/siamo stati bollati quali debosciati e fannulloni, si trovano/ci ritroviamo in una realtà che poco hanno/abbiamo contribuito a forgiare; tra figli, nipoti, genitori anziani da accudire e magagne e rogne planetarie.
come dice Coupland, la differenza sostanziale, senza volontà di incensare (né censoria) il passato: credevamo nella speranza, Kurt Cobain cantava disperato il suo disagio e la sensazione che il materialismo allegro e scriteriato ci avrebbe travolti, presto, prestissimo; l’odierna Generazione Z si abbarbica alla ferrea logica, all’intelligenza artificiale (artificiosa), credendo che ogni guaio si possa risolvere – o il contrario – solo con radicalità, non con speranza e dialogo.
non so, non ho vissuto stati prossimi al nirvana, né lo raggiungerò, mai;
però, in sella alla mia bici, ascendendo a Madonna del Monte di Marsure, so ancora rimanere incantato dalla semplice bellezza di una margherita:
dal suo potere palingenetico.



