Le parole, la metafisica

Un uomo in bianco e nero, in bilico sulla erigenda darsena di Milano.

Fuma tranquillo la sua pipa, con volto sicuro osserva lontano, non avverte pericolo nella situazione precaria – in piedi, sulla terra smossa – tiene le mani nelle ampie tasche del cappotto; chissà quali pensieri attraversano veloci la sua mente, chissà se sono considerazioni sui lavori in corso – baustelle – o tracce di nuovi romanzi, con i quali mettere a nudo la fragilità, la reale psicologia dei lettori, della critica. Di tutte e tutti noi, anche dopo decenni dal suo naturale congedo, anche se le ‘intelligenze artificiali’ deturpano implacabili il nuovo, vecchissimo millennio.

Senza concessioni, senza ipocrita pietà. Espirando nuvolette di fumo.

Sguardo che squarcia, limpido – malgrado l’ombra della tesa del copricapo – al quale, volenti o nolenti, non ci si può sottrarre; nemmeno lui, se disponesse di un piccolo specchietto da tasca.

Oltre l’effimero – ogni città ‘grande’, è portatrice di una quota, sana o perniciosa – , perché solo utilizzando parole scarne diventa possibile radiografare l’anima delle persone. Senza infingimenti.

Metafisica: la filosofia, il movimento d’avanguardia, forse la nostra essenza, in bilico perenne – qui comincia la neve perenne, antica ‘freddura’ – tra pulsioni molto terrene (terra terra? non si tratta dell’urlo di entusiasmo del marinaio di vedetta delle tre caravelle) e dimensione incorporea, insondabile.

Metafisiche, tutto quello che esiste dopo, anzi, forse prima delle cose fisiche; le cause prime (di chi?) e la natura ultima – senza essere in gara – della realtà, o di quella che crediamo tale. Deambulare nei giardini della pre esistenza, cercando la nostra identità ontologia, liberi dalla soma, dalla zavorra dell’esperienza sensibile e materiale.

Uomo silenzioso e immobile, eppure vivo, vivissimo; uomo in apparenza sospeso nel tempo e nello spazio concreto del suo piccolo pianeta, uomo che con gli occhi scandaglia l’ipotetica realtà, per scoprirne i veri segreti, per appurare il senso: ultimo, definitivo.

Come solo una donna/nonna – versione evoluta – saprebbe fare; con somma saggezza, per istinto, anche sprovvista di bagaglio (culturale) e con fianco scoperto (senza marito).

Potrebbe, quindi, accadere – chissà quante volte è già avvenuto, chissà quante ricapiterà, con altre modalità, presso altre culture – che una giovane donna di Parigi, disinibita e di successo (qualunque cosa significhi), accolga in appartamento, in qualità di convivente, la semisconosciuta nonna materna, sfrattata dalla casa che sarà abbattuta per lasciare spazio a nuovi progetti, nuove speculazioni edilizie.

Poco a poco, la vegliarda, mentre crollano i muri dell’abitazione di una vita, con lemmi semplici, farà crollare la “vita indipendente e sregolata” della nipote; le parole dell’anziana hanno il potere “di mettere a fuoco ogni paura e ogni fragilità, di darvi corpo“. Fisico, non metafisico. Facendo cambiare radicalmente tutto.

Possiamo fingerci forti, possiamo fingerci esseri superiori, ma, come sosteneva Fedor Dostoevskij, “è solo nelle parole che le cose accadono“. Infatti, fino a prima dell’era delle nuove pandemia, il più alto tasso di suicidi si registrava in società tribali primitive, dove le persone non conoscono vocaboli per esprimere i propri disagi interiori.

Le parole pronunciate costringono a guardare quello che prima si ignorava“, ma esisteva;

costringono a agire, forse, a rinascere:

nuovi e consapevoli.

Lettera bacio testamento

Lettera a Te, caro carissimo Fedor.

Hai molte colpe, a partire dalla nazionalità di nascita: ucraino, russo, russo ucraino, viceversa o all’unisono. Che confusione, sotto il Cielo tutto è ingarbugliato, l’animo umano e la mente sempre più, all’ennesima potenza, dell’impotenza congenita.

Come in una fulminante vignetta di Mauro Biani, Tu pensavi molto, troppo, e, soprattutto, scrivevi; questo ha decretato la Tua condanna postuma, oltre a quelle subite in vita per le tue idee libertarie, poco gradite al regime degli zar. Qualcuno dice che la storia – a differenza di Paganini – offre repliche: la prima in forma di tragedia, la seconda con l’abito della farsa. Noi, qui, siamo giunti all’idiozia conclamata, dispiegata, rivendicata con orgoglio.

Incredibile quanto le tue opere contemplassero e analizzassero con il pantascopio dell’intelletto tutte le nevrosi, i limiti dell’uomo moderno; schiacciato dalla geometrica potenza degli edifici urbani, spersonalizzato dalla massa che sono tutti, tutti contro l’individuo solo, monade inadatta, incapace di reagire agire affermare un proprio pensiero, assalito dallo spleen, dalla noia del vivere che si muta spesso in risentimento, in odio anche per le offese non ancora ricevute e che rischia di tracimare in volontà di auto cancellazione o di annientamento dei propri simili.

Capisci anche Tu che meriti il rogo, la condanna alla damnatio memoriae.

Come la cultura latina, come Dante, come lo stesso Luigi Pirandello: ammirati, studiati in tutto il mondo, ma oggi meritevoli del marchio d’infamia, meritevoli di essere messi al bando, all’indice, rei in toto di non avere mai preso le distanze dal regime fascista, espressione impura di una pseudo cultura, autoritaria repressiva coloniale. Tié.

Si resta poi sbigottiti al cospetto dell’arrogante impudenza con la quale certi politicanti, ex o in attività, pretenderebbero anche applausi e patenti di santità per i loro ruoli, alquanto opachi, di consulenti speciali per aziende nazionali, auto proclamati, auto innalzati paladini dei prodotti indigeni sui mercati internazionali: misteriosamente, quasi sempre, tali prodigiosi prodotti sono armamenti letali o fonti fossili inquinanti di energia; mai parmigiano e prosciutti, per fornire un esempio banale, ma saporito assai.

Il tempo scivola via: come i Nomadi vorrei cantare non è stato tutto inutile, ma che le bombe non siano propense all’ascolto delle altrui ragioni, lo sapevamo prima di costruirle e venderle; mi preoccupano di più le sordità intellettive selettive delle degli smidollati smidollate in teoria rappresentanti del mondo dei buoni. Invio un bacio al cielo, consapevole che scrivere missive non sia mai stato una questione semplice; scrutando lo spazio, spero possa un giorno arrivare, da qualche galassia indipendente, l’Arcadia di Capitan Harlock.

Se fossimo costretti a vergare un testamento – soprattutto spirituale – sarebbe confortante, auspicabile applicare il metodo Ennio (Morricone, assai simile a quello del Manzoni):

pensarci su, al cospetto della pagina intonsa e bianca, pensarci bene, per poi regalare all’umanità bellezza senza tempo, bellezza autentica, bellezza universale.

Come una musica inafferrabile, nel vento astrale.

La rivoluzione delle Api

Luci a San Siro, Golden Rivera da un po’ non segna più, almeno non con il pallone.

Fuochi piccoli nella nebbia densa come maglia di ferro, fuochi ai bordi delle strade, fagocitati dal vecchio che avanza come torma militare, fuochi nel porto, invaso dalle nebbie mefitiche, più che da Migranti.

Luci della Ribalta e anche – cara a Fabio il Narratore, quindi ai malati di Narrazione – luci della ribaltina per scrivere di notte nella notte sulla notte e chissà se basterà viaggiare fino al termine del buio e all’estremo limite del Mondo Dopo, per non cadere di sotto. Confidiamo nelle possenti spalle di Titano.

Se girando un film in un’area protetta, spettacolare esteticamente, funzionale alla bisogna, comparissero i No Ciak, come dovrebbe reagire la produzione? Intanto, qualora la pellicola si rivelasse un flop al botteghino e sul successivo mercatino di riparazione delle web tv, avrebbe pronti infiocchettati auto immolati i capri, quelli espiatori; fanno sempre comodo e anche tanta compagnia, in questo incomprensibile – oddio… – Mondo Dopo.

L’Universo conosciuto segnala la presenza – all’improvviso uno sconosciuto alle porte della Via Lattea! – di decine di Pianeti potenzialmente più ‘abitabili’ della cara, vecchia, obsoleta Terra: del resto, qualche anno luce di cammino in più o in meno quale differenza potrebbe mai fare, con la prospettiva realistica dell’Eternità, partendo da qui, adesso?

Geppetto parte per un tour, un povero diavolo come tanti; costretto dalle ristrettezze della vita grama a sostituirsi al suo burattino – o al sogno di realizzare un burattino di legno, un sorta di surrogato di un figliuolo vero – per non disperdere le memorie del sottosuolo (auguri Fedor Dostoevskij), ché senza più parole, nemmeno una briciola di verbo nelle tasche tarlate, diventa complicato capire esprimere creare il mondo, almeno il proprio piccolo mondo, sempre più antico.

Un tour senza lusso senza nastrini senza lustrini, con altri demoni disperati, come lui, un tour da pagliaccio, triste, stralunato surreale; per questo, bersaglio ideale di scherno beffe canzonature, delle genti senza cuore.

Affacciarsi alla finestra, notare i tizi della finestra di fronte, indistinguibili mentre di sera fumano placidi guardando il Mar Nero; scrivere lettere dopo avere aperto la ribaltina, scelto con calma carta pregiata, penna e inchiostro poco simpatico, ponderare le parole delle missive da spedire alla famiglia, ideale, e soprattutto al mio giudice, non so se a Berlino o a L’Avana; accorgersi, alzando gli occhi ad un compatto gruppo nebuloso grigio sporco, quanto somigli alla neve sporca, nella quale affondava piedi senza stivali il viaggiatore solitario del giorno dei morti. In attesa di tornare all’hotel, quello della Natura.

Scoprire che gli scherani del sultano vietano le manifestazioni di protesta, in quanto gli assembramenti arrecherebbero nocumento all’economia e alla salute pubbliche; categorico invece, non vietare gli assembramenti sui mezzi pubblici e sulle stesse vie viali piazze dei centri urbani, propedeutici all’acquisto compulsivo nei negozi; logica ferrea, logica scientifica, tanto come dice Kristina di Romolo e Akira, i virus, educati e pazienti, ci attendono alle uscite.

Robert, forse non lo sai: i due tizi che millantano di avere inventato la tua tecnologia farmacologica nuova, ora che i dubbi sull’efficacia del rimedio contro il primo – l’apripista, il battistrada, lo scalda pubblico, l’avanguardista – dei bacilli dell’esercito virale dell’era pandemica, si stanno moltiplicando in ogni angolo, pertugio del Globo, con ammirevole tempestività, annunciano alle folle la possibilità – tra cinque anni, dopo opportuno, necessario piano quinquennale – grazie a loro (ovvio) di sconfiggere il cancro e l’Alzheimer; così Geppetto non solo tornerebbe alla vita, ma di colpo, ritroverebbe tutte le parole dell’Universo.

Nel frattempo, i due tizi – il Gatto e la Volpe, falsi invalidi nella satirica versione degli Oblivion – realizzano nuovi ricavi record, grazie alle azioni quotate in borsa, non quella di Ippocrate ed Esculapio; gli eredi del buon Sabin, intanto, masticano amaro e danno del fesso al proprio illustre antenato.

Pretendo una task force di Biovigilanza attiva e la pretendo formata da esseri superiori e di comprovata, certificata competenza: le sacre Api, Sentinelle della Biodiversità!

Pretendo la Democrazia, non quella del V secolo di Atene, quella delle Api, vere amiche dell’Umanità, capaci con rito collettivo di scegliere ogni anno il programma politico migliore, per il bene comune.

L’ecocidio è solo un complotto inventato da ambientalisti radicali? Cosa sareste disposti a fare – anche commettere omicidio? – per scongiurare l’ecocidio? Serge Quadruppani, Amico del commissario Montalbano, docet.

La rivoluzione delle Api è pacifica:

chi adotta un’arnia, salva tutto il Mondo.