Oscillare

Bene o male, rientriamo tutti nella categoria oscillatoria.

Pendoliamo, incerti, oscilliamo titubanti, come tante marionette guidate dall’alto da un deus ex machina, come sciami di banderuole esposte ai venti (non 20), terrestri, financo cosmici.

Oscillazioni di borsa – le nostre sempre più spesso emaciate risorse, ma anche le borse mondiali, dove, misteriosamente, i riccastri, alla fine dei giochi, risultano sempre più danarosi e tracotanti – , oscillazioni meteo, oscillazioni di una realtà circostante che reputavamo solida e invece crolla, letteralmente, alla prima vibrazione.

Si sta come le foglie sugli alberi in autunno, ammesso esista ancora e i giovani lo conoscano; ci assilliamo per noi e per la scomoda eredità che lasceremo alle prossime generazioni, anche se, qualcuno, comincia a pensarla come Marx, Groucho (o Richard, se siete inguaribili figli degli ’80 del 1900): “cosa hanno mai fatto per me le nuove generazioni?“.

Pendolo sì, magari di Foucault, del professor Umberto Eco. Mi sono incartato e non sono una strenna (nemmeno una renna) natalizia, ante litteram. Dunque, il famoso pendolo era di Foucault, ma il romanzo, solido, fu scritto da Eco. L’esperimento scientifico di Leon Foucault dimostrò in modo incontrovertibile, non oscillatorio, che la cara, vecchia Terra ruota attorno al proprio asse. Partendo da qui, come argomenterebbe Manlio Sgalambro, Umberto Eco, con grande maestria e perizia letteraria, intellettuale, imbastì la vicenda, giocando su vari piani: la scienza, certo, ma anche l’esoterismo.

Se poi ancora non vi riterrete soddisfatti e cercherete ulteriori illuminazioni sulle meccaniche celesti, rivolgetevi a Franco Battiato; noi siamo fallibili, lui no. Forse.

Loro non oscillano, incedono, con passo baldanzoso e spassoso; Asterix e Obelix, oltre ad una forza fisica prodigiosa – effetto a tempo limitato di una pozione magica inventata dal druido Panoramix – vantano un’allegria contagiosa, un appetito illimitato e la volontà di resistere alla soperchiante forza militare e invaditrice dell’impero romano, capeggiato da Giulio Cesare. A suon di sganassoni e con la cacofonia dei brani arpeggiati dal bardo del villaggio armoricano, Assurancetourix, i due amici per la vita sono giunti all’avventura numero 41, in un racconto (romanzi disegnati, per definirla alla Hugo Pratt) che prosegue brillantemente dal 1959.

I due simpatici guerrieri galli sono atemporali, nonostante la loro collocazione storica assai precisa, e intergenerazionali, eppure non posseggono un autentico segreto: lottano per i deboli contro le prepotenze degli imperialisti, sono sempre satirici senza necessità di sbracare nella volgarità, ci fanno divertire ma nelle loro avventure affrontano sempre un tema sociale che in realtà “parla di noi, ogni storia di Asterix è una fotografia umoristica dello stato del mondo“.

Garantiscono Fabcaro (nom de plume) e Didier Conrad, attuali sceneggiatore e disegnatore dell’immarcescibile duo. Se non ci sentiamo all’altezza di emulare altri esempi virtuosi, poco o per nulla oscillatori, potremmo tentare con questi due: non gli autori, Asterix e Obelix.

Guarda (te) come pendolo, guarda (te) come pendolo: non si tratta di “guarda come dondolo“, ingenuo motivetto anni ’60 del 1900; né del Pendolino treno (lo rammentiamo?), né di quello, falsamente e ipocritamente divinatorio di Maurizio Mosca, giornalista sportivo che inventava scoop e interviste: una summa, o somma (S) di tutto questo, un minestrone primordiale, un guazzabuglio inesplicabile, nel quale (nonostante il quale) dovremmo mettere mani e ordine.

In fretta. Senza oscillare.

Tutto si trasforma

Lo sosteneva qualcuno, con convinzione, con ottime conoscenze; nel senso di cultura.

Stéphane Mallarmé citato da Jorge Luis Borges, o viceversa; poiché io, certo non loro – l’oro? – sono il vanto dell’ignoranza crassa.

Aggiungeva Brodskij, infine, che il male politico è sempre un cattivo stilista. Chi legge, chi sa narrare, sviluppa in modo naturale un raffinato gusto per il bello, sa distinguere tra le verità e il kitsch, tra le verità e il fake; non si accontenta dell’acrimonia immotivata generata dagli sciatti, vuole le storie delle persone che tratteggiano i volti, respinge al mittente le teorie che vorrebbero cancellare la nostra umanità. Raccontare dona il super potere più grande, più prezioso, l’unico davvero imbattibile: l’empatia.

Garantisce e spiega questo, nei dettagli, entusiasmanti per chi ama la letteratura, il poeta e scrittore Georgi Gospodinov, autore di una formidabile lectio magistralis; viviamo in un’epoca dura, disumana, che mai nella storia si era verificata: annichilimento del mondo, annichilimento della memoria. Come in The neverending story, il nulla assoluto tritura tutti e tutto. Leggere e scrivere ci salveranno, ci regaleranno non solo speranza nel futuro, ma progetti concreti, perché le parole sono le paladine di pace che sanno conferire ordine al caos dell’universo.

Come in una canzone di Franco Battiato e Giusto Pio, tutti cerchiamo un’altra vita, anche se siamo soli, spaventati, quasi completamente arresi: le telenovelas di sottofondo a divani abbandonati a telecomandi in mano e sulle strade la terza linea del metrò che avanzano inesorabili sono bazzecole, eppure acuiscono le frustrazioni e il nostro senso di disagio, inadeguatezza, inutilità. Un’altra vita, vi prego, il mio regno per un’altra vita. Magari la stessa, ma dall’inizio. Vergine.

L’orbe terracqueo si è tramutato in un gigantesco porto – lo è sempre stato? – e noi, illusi privilegiati nordoccidentali, affacciati alla finestra crediamo di assistere allo spettacolo di arti varie, variegate della multiforme umanità. Come scrive Filippo La Porta, l’ideale stilistico di Italo Calvino era un’acqua limpida – ora, difficile anche solo immaginarsela – così trasparente da consentire un’osservazione perfetta della storia, come appunto una finestra sul porto. Manuel Agnelli, languidamente steso su un balcone, obietterebbe che il porto sembra un cuore, nero e morto (cuore di tenebra?), che però ci sputa una poesia. Ennesimo dono della parola e dell’inventiva. Della facoltà umana di creare, quando non siamo sconnessi dalle nostre peculiarità.

L’intellettuale francese Edgar Morin, sociologo e filosofo, sconfitto il tempo cronologico, 103 anni d’età (anacronico), pubblica il suo primo romanzo: L’anno ha perso la sua primavera (Guanda). Conservato in un cassetto dal 1948, “per pudore, perché non sapevo se avessi abbastanza talento per scrivere un buon romanzo“. Lezione da imparare a memoria, metabolizzare. Ci ammonisce, ci sferza, ci incoraggia, lui può: “Le tragedie si susseguono con differenze e tratti comuni. Ciò che si ripete è il sonnambulismo dei governanti e dei popoli quando si vive e si subisce la corsa verso i disastri“. Ormai, non c’è più nemmeno l’orchestrina sul Titanic, e noi, temo, non l’ascolteremmo distratti da miriadi di sciocchezze, banalità – la cui somma provoca tragedie.

Al limitare del sentiero, forse prossimi a raggiungere l’agognata altra esistenza – o qualunque altra forma sussista – così raccontano quelli che sono stati vicini ai ‘congedanti’: perdono ogni interesse per questa vita terrestre. Morin a parte, ma scriviamo di veri fenomeni. Anche loro, però, sanno che narrare una storia impedisce al mondo di finire; anzi, lo rigenera.

Ecco che, alfine, si avvera la ‘profezia‘ di Mallarmé, quella del titolo, finalmente completa:

tutto, prima o poi, si trasforma in libri. E ci rende liberi di volare, ovunque, senza limiti.

Anche contro, oltre i mali peggiori: propaganda, odio, Apocalisse. Proprio come scrive Gospodinov.

Leggere e scrivere, per vivere in eterno.

Passo nomade

Passo e chiudo, anzi: apro.

Mi apro: al mondo, alle persone.

Forse non sembra, eppure.

Passo, uno alla volta; un lungo, lunghissimo cammino comincia dal primo passo, “si dice così, no?”.

Procedo al passo, spero. Procedo verso il passo per attraversare ambienti, i più numerosi, i più vari. Per i pianeti, infiniti, dell’universo, mi sto attrezzando.

Avanzo, con passo nomade; altrimenti, mi bloccherei nell’inazione. Non sarebbe un segnale confortante, né per me, come essere umano, né per i miei simili. Auspicabilmente.

Caracollo nel parco vicino casa, noto numerose margherite, splendenti nella loro semplicità, ma invece di esultare, mi preoccupo: sono mai apparse, nel mondo prima, margherite a gennaio? Incespico su nodose, possenti radici di alberi frondosi, rifletto sulla faccenda.

Penso, incredibile ma vero – credo – che, lo scrive Telmo Pievani, Neanderthal vantava cugini orientali, scoperti analizzando il DNA di un mignolo ritrovato nella grotta Denisova – tennista dell’Europa orientale? – , in Siberia meridionale. Il primo dubbio, sciocco: anche all’epoca, impacchettavano e spedivano gli indesiderati della società a smerciare ghiaccioli in Siberia? Forse no, considerato che questi denisoviani erano cacciatori raccoglitori e la comunità aveva necessità di contare su tutti i singoli validi, soprattutto, energici.

Denti possenti, cervello grande come il nostro, pelle scura, faccia larga“, queste le loro peculiarità più evidenti; al momento, un mistero tutto il resto. Cominciando dall’origine e, in seguito, dalla repentina scomparsa, o estinzione, che compulsare si voglia.

Sugli enigmi che ancora avvolgono le varie specie umane apparse, ibridatesi, avvicendatesi sulla Terra, Silvana Condemi, paleontologa, e Francois Savatier, fisico e giornalista, hanno dato alle stampe per Bollati Boringhieri, un coinvolgente saggio, ‘L’enigma Denisova‘; nel quale, tra le altre questioni, ci raccontano che homo sapiens sviluppò “un forte adattamento agli amidi, mentre Neanderthal e Denisova erano più dipendenti dai grassi. Una delle tante piste da esplorare per capire perché la nostra sia l’unica specie umana oggi sul Pianeta“.

Un altro enigma, possiamo indicare questo uomo ‘nuovo’ come denisoviano (già presente 700mila anni fa, sopravvissuto almeno fino a 100mila anni fa), o si tratta di una semplificazione per noi non addetti ai lavori? La dottoressa Condemi non ha dubbi: “I giovani stanno cambiando, ma gli accademici anziani non accettano l’idea che la razza cinese sia una discendenza di Homo sapiens dall’Africa. Al massimo, concedono di essersi evoluti dal Sinantropo, origine degli Han dalla preistoria. Comunque, per noi il fossile all’origine di questa specie è cinese di Dali, dunque il nome scientifico del Denisova, una volta ottenuto il consenso della comunità scientifica internazionale, potrebbe essere Homo daliensis“.

L’aspetto più sorprendente e affascinante della scoperta è in realtà ciò che oggi molti temono: il meticciamento. Le specie più note e studiate hanno, per così dire, coperto per lungo tempo l’Homo daliensis; “eravamo troppo concentrati su Homo erectus, Homo heidelbergensis, Neanderthal, Homo sapiens, credendo che in Europa e in Asia il popolamento fosse stato asimmetrico e discontinuo“.

Ancora Condemi sottolinea che “queste popolazioni (asiatiche, ndr) vivevano in piccoli gruppi. Erano cacciatori raccoglitori, non produttori di cibo. Non potevano permettersi di perdere in confronti aggressivi un cacciatore o una donna in età riproduttiva. La nostra idea è che ci siano stati ibridi biculturali, la nostra convinzione è che la sopravvivenza richiedesse collaborazione culturale e genetica“.

Nulla da aggiungere, vostro onore.

Come canta Gill, benemerito Gianluca Gilletti, artista siculo, vero erede di Franco Battiato, “cerchi in uno stagno (cosa trovi?)”; senza arroganza, né presunzione di essere un dio, con passo nomade, deambulare sulle acque:

meraviglia e precarietà dell’umana ontologia.

Scaldarsi le mani

Alexander Platz, cammino per le strade di Berlino.

Non c’è la neve, si vive come si può – non credo bene, almeno i mortali come me – non incontro Franco Battiato, Milva, Bertolt Brecht, Fabio Stassi.

Non in carne, ossa, intelletto; solo con l’immaginazione, dentro la mia mente: sì, per fortuna. La mia.

Molto spaziosa, la mia mente (del resto, è vuota), può contenere infinite persone, infiniti mondi.

Improvvisamente: siamo tornati non nel giardino della pre esistenza, ma nella Germania del 1933, in Bebelplatz. Dovrebbe rammentarmi qualcosa, dovrebbe risuonare un diapason sensibile al pericolo: imminente, terribile, letale.

Ho freddo, il gelo mi paralizza i pochi, scombinati pensieri; non conosco l’idioma germanico, ma qualcuno mi dice, ghignando: “Scaldati le mani al rogo dei libri“.

Sguardo inebetito, mi avvicino tremante alle fiamme. Guardo intontito migliaia di pagine, milioni di parole trasformarsi in tristi farfalle nere, poi in cenere. Non ci credo. Forse, anche per noi sarà così, forse, svaniremo in una folata di vento selvaggio.

Non comprendo la ragione, ma tremo di più, in modo incontrollabile.

Decine di migliaia di persone mi circondano, tutte recano libri, appaiono invasate e urlano: “Morte alla cultura, morte ai nemici e ai traditori della patria“. Dopo il rito fiammeggiante, un uomo tetro in divisa sale su un palco e arringa la folla: “L’uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere“. Ovazioni, acclamazioni, applausi.

Mi allontano in fretta, come se la mia passione per le parole stampate fosse scritta – come confessione, come auto da fé – sulla mia faccia; come se la mia indole mi condannasse senza appello ad ardere eternamente al centro dell’Inferno.

Nemmeno un Pape Satan cui rivolgere una disperata richiesta di clemenza, nemmeno un povero diavolo per condividere l’incubo.

Il mio sguardo vaga ovunque alla ricerca di un segno, anche minimo, anche flebile, di speranza, ma nota con sgomento che perfino le opere di Emilio Salgari, “un volgare antimperialista internazionalista“, sono lanciate nel fuoco distruttore. Di sogni, di idee. Di domani.

Voglio ridestarmi, devo ridestarmi, non voglio vivere in un continente dove l’aria è ammorbata da miasmi di benzina e cenere.

Madido, ansante, afferro La linea della vita, nuova avventura di Corto Maltese: subito recupero energia e ottimismo.

Ancora scombussolato, tra me e me, sussurro: “Assurdo, impossibile. Ci siamo già passati“.

Fabio Stassi, però, dal suo libro più recente, mi ammonisce e mi dice:

Rammenta le parole di Primo Levi: se qualcosa è avvenuto, può avvenire di nuovo“.

Completa guarigione

Dolore nella voce, o voce del dolore?

Incipit che appare peregrino, marzulliano, ma scompare, appare in tutta la sua tragicità, concretezza, se solo ci soffermiamo per qualche minuto sulle dolorose vicende di Sinead O’ Connor e Dolores O’ Riordan. Curiose assonanze di cognome, carriera, destino, esiti finali.

Il dolore è più forte, devastante, distruttivo se non si è in grado di esprimerlo, se non esiste una sola parola per definirlo. Leggere le statistiche sui suicidi in certe società tribali, ove non esistono lemmi per descrivere il disagio, l’infelicità umana.

Dolores e Sinead sono rimaste nel cono di tenebra della disperazione, si sono ribellate o hanno tentato, ma compiere quell’unico grande passo non è stato possibile, per loro. La catena incorporea ha loro precluso la luce, per sempre. Almeno qui, sul pianeta Terra.

Ci si abbarbica disperataMente a ogni cosa, per non patire o patire in modo più sopportabile, perfino alle sudate carte, fogli inutili, alle fole dei romanzi: più che rivelare, nutrono, fanno sgorgare nuove domande; la cognizione del dolore non è solo uno splendido (flusso di coscienza, senza pietà) di Carlo Emilio Gadda, è un pasticciaccio brutto, cui, come scrisse Pietro Citati, nemmeno “la felicità della forma riesce a risanare questa terribile piaga“. L’epilogo, a valanga, è noto; disperato.

Uno, non per indicare il primo capitolo o il primo numero di un (antico) codice binario; uno al di sopra del bene e del male, uno inteso come unità del tutto, nonostante, o grazie alla diversità di ognuno di noi, degli altri esseri viventi, delle cose.

Complicato da capire, eppure evidente, malgrado il nostro scetticismo, le nostre resistenze.

Uno per librarsi decisi – come Nietzsche? – al di là del bene e del male, per muoversi da nomadi, liberi davvero, tra storia, psicologia, cultura, per ridurre a brani (brandelli, se preferite) la morale, per divincolarsi, una volta per tutte, dalla religione cristiana, o meglio, dal cristianesimo, “autentico platonismo per i popoli“.

Riattivare il nostro occhio interiore – terzo occhio, non per importanza – , abbracciare, farsi avvolgere dal misticismo, dalla realtà superiore e divina che permea la concretezza, abbandonare la facile tentazione duale (bene e male, yin e yang, luce e buio, ecc.), finalmente approdare all’unità interiore.

Scorgere l’ombra della Luce, in un Oceano di silenzio, e, infine, conquistare la completa guarigione.

Anche Sinead e Dolores.

Consumismo? Esaurito

Consumiamo, consumiamo: qualcosa resterà.

Questa la versione ottimistica, considerato che ogni anno, sempre più in fretta, sempre prima rispetto al ciclo dei 12 mesi precedenti – passati, in baldanzosa cavalleria – esauriamo le risorse che consentirebbero al pianeta, tutto il pianeta ex azzurro, di vivere bene. Tra l’altro, dettaglio trascurabile, inconsistente: in armonia, in condivisione, in pace. Ammesso interessi. Non bancari.

Qualcosa resterà, purtroppo i rifiuti: tossici; non un problema – il problema – della Terra. Anzi: nostro.

Qualcuno resterà? Forse le macchine, forse l’intelligenza artificiale. La stupidità naturale va forte, non dobbiamo preoccuparci.

Resteranno i Tre allegri ragazzi morti (Tarm), in vita da 30 anni – al cospetto della morte, un’inezia – suonanti e disegnanti al bastione Garage Pordenone; in quanto deceduti – però, che allegria – non sono in vendita: mestizia funesta per il sacro mercato, per l’irascibile violenza commerciale, per la morte stessa, con la falce inoperosa (rischio ruggine).

Come sostiene Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista argentino, ex guerrigliero guevarista – Che Guevara, quello vero, non l’icona del marketting – dovremmo imparare ad abitare il presente in modo diverso, come una realtà di gioia. Non con il pessimismo tipico dei privilegiati, dei profeti da salotto dell’apocalisse, quelli che si reputano unici e sostengono che il povero, vecchio mondo finirà con loro. Chissà poi perché.

Cattiva notizia, tra le tante: il Sole e la verità non sono osservabili direttamente. Buona notizia, finché dura: siamo vivi. Lo diceva Platone, non un convinto avventore di osterie.

Riporre troppe aspettative nei confronti delle nuove generazioni sarebbe ingiusto, un errore; non sono state dotate degli strumenti adeguati, sono nate in questa temperie – tempesta perfetta, per così scrivere – le clamorose rivolte che talvolta hanno scatenato o scatenano sono per entrare a pieno titolo nel bacato sistema del consumismo, non per abbatterlo; entrare nel consumismo e perpetrare tutti i suoi effetti deleteri. Alle ragazze e ai ragazzi bisognerebbe comunicare la bellezza e l’importanza fondamentale di arte e poesia, la grande possibilità di accumulare esperienze formative, la gioia di esplorare, sbagliando, senza il diktat dei bilanci e del profitto per il profitto.

Il consumismo, però, è concluso – notizia ottima o pessima, dipende dai punti di vista – non può accogliere, né contenere – intrappolare – più nessuno. Il consumismo ha consunto (anche troppo) e si è consunto. Fine del gioco. Letale.

Speranzosi e ottimisti? Di fronte alle emergenze attuali non ci si può cullare, trastullare, consolare con questi atteggiamenti.

Impegnati, questo sì, sul serio: per cambiare paradigma. Non sarà facile, né breve, ma l’unica via. Intelligente, sostenibile, vivibile. Prima lo capiremo, prima lo accetteremo, prima lo metteremo in pratica, maggiori saranno le possibilità di salvezza.

Nonna Erminia, grande donna, lo diceva con saggezza: chi è povero, chi deve procacciare il pane per la sopravvivenza dei figli, della famiglia (in senso ampio), di sé stesso, non può concedersi il lusso di filosofeggiare. Osserviamo, sempre più spesso in Sudamerica e presso popoli tartassati da povertà e potere, esempi di un’altra vita; anche senza voler citare, coscienti o meno, Franco Battiato.

Dovremmo, tutti, imparare a sperimentare stili di resistenza, esistenza, sussistenza alternativi;

il popolo messicano sostiene che solo per immaginare un cambiamento significativo in una società umana servono 120 anni. Centoventi.

Chissà se davvero avremo ancora a disposizione questo lasso di tempo: impossibile, no; molto complicato, senza dubbi.

In questa “molteplicità conflittuale (in apparenza, senza vie d’uscita), diventa urgente produrre altri modi di desiderare. E di vivere“.

Senza il culto del pauperismo, né della povertà.

Benasayag ne è convinto.

Speriamo di potergli dare ragione.

La Cosa

Pagina dell’indeterminatezza.

Sono, quasi con certezza, una cosa, alla latina (non latrina, per carità); derivo da causa, ho a che fare con ambito giuridico – non chiedetemi perché – ma essendo materiale e immateriale, significo tutto e, soprattutto, nulla.

Vorrei essere Franco Battiato che da solo imparò a scindere le energie fini da quelle grossolane, seppe astrarsi e giungere al nirvana con la meditazione, amando, da pari a pari, insetti, animali, alberi; vorrei essere Franco Cordero, insigne maestro di procedura penale, che forse era un gemello di Kafka e, tra le altre innumerevoli imprese della Parola, coniò il soprannome Caimano per riferirsi a un certo imprenditore brianzolo.

Certo, non si può negare, la possibile – auspicabile, ma per chi? – identificazione con la Cosa dei Fantastici Quattro (come i Moschettieri del Re, per chi tiene a bada certe ricorrenti assonanze, somiglianze): Ben Grimm, amico fraterno di Reed Richards, insieme a lui fondatore del gruppo super eroistico, nonché mutato in uomo dal cuore e dai possenti muscoli di pietra, causa prolungata esposizione alle radiazioni cosmiche; fossero state comiche, avremmo assistito a belle pantomime. Questo, a partire dal 1961.

Non affrontiamo poi il capitolo, vastissimo, dell’Indeterminatezza cromatica e filosofica delle genti nipponiche: un valore enorme, imprescindibile; per non complicarci un’esistenza già molto turbolenta così.

Potrei trasferirmi in Giappone e diventare il Re dell’Indeterminatezza: anzi, per essere precisi e sul pezzo – di cosa? beata ignoranza – l’Imperatore del Sol Levante e del nulla eterno. Del nulla, eterno, ma imperatore. Figura simbolica e cerimoniale, però almeno assisa sul trono del crisantemo e, scusate se vi appare poco, sovrano celeste.

Sarei nell’impero dei sensi – o dei sensei – dei manga, delle anime; non sarebbe il Paradiso, come si evince da molti racconti dei grandi Maestri, ma l’Inferno (La Divina Commedia) sì, tanto per non citare una delle opere più importanti di Go Nagai (Durante degli Alighieri, chi era costui?);

una vita d’inferno, tra manga e anime, seguendo però i riti shintoisti, come consiglia la favolosa scrittrice a colori Laura Imai Messina, nipponica per scelta: sua e della vita.

Grazie a Flavia per avermi salvato da un ictus un anno fa;

grazie perché (non mi riferisco alla nota canzone) mi salva dai miei infiniti limiti, ogni giorno;

grazie, infine, perché, forse, sono un fattapposta (alla foggiana, non app), una cosa imprecisata, ma viva e amante della Vita.

Fiera

Pagina della fiera.

Si chiude un portone, si apre una voragine.

Ci inghiotte, ci fagocita, ci metabolizza; cosa voglia dire, chissà. Attenti all’etimo, attenti al bolo: alimentare.

Fiera, nel senso di giorno festivo, festa religiosa non ultima, né trascurata; non a caso – mai per caso – un tempo (quanto tempo?) i mercati erano allestiti durante i giorni di vacanza dai pubblici negozi e mi scuserete se è poco.

Attenzione alle vocali, se la fiera confonde la nostra vista, le nostre percezioni, le nostre vocali, può diventare feira, in portoghese – non un furbissimo abusivo – del Portogallo; segunda feira equivale a lunedì, auspicando non sia nero, nel senso simbolico del colore. Non apriamo le molte, infinite parentesi cromatiche del Sol Levante, per non fare girare la capa, per non perderci nei meandri orientali.

Sempre feira, senza per forza trasformarla in ossessione, può essere fiera di paese, mercato libero, o, significato che dovremmo inseguire costantemente tutti i giorni, giusta cioè equanime, persona che si comporta secondo i principi della giustizia – magari non proprio quella degli umani, quella di livello superiore – e tenta, in modo matto e disperatissimo, di formarsi un giudizio obiettivo e imparziale. Non solo personale.

Se poi vi garbano viaggi e turismo sostenibile, potete sempre pianificare un’escursione a Santa Maria da Feira – meglio che al centro della Terra – o dedicarvi all’ascolto attento e ragionato di Segunda Feira, di Franco Battiato; sempre che riusciate a reperirlo in qualcuna delle sue ineffabili ascese diagonali.

Si può giungere – rischio, o opportunità – in una grande fiera degli animali (auspicabilmente vivi), in una grande esposizione, la più varia e fornita, in un bailamme poco intelligibile, poco tollerabile, ma divertente; non precipitiamo gli eventi e non finiamo dalla fiera alle grinfie di un fiero: feroce, crudele, spietato; un nemico, un tiranno. Il tempo sarà tiranno – o Tyrannosaurus Rex? – ma quelli su due zampe sono peggiori. Di solito.

A proposito di animali: fiera, ghepardo, leonessa, tigre, lince; ci siamo capiti, sogno e non aggiungo sovrastrutture. Inutili.

A proposito di fiera, indicante belva: la bocca sollevò dal fiero pasto, così fece Ugolino della Gherardesca nella dottissima ricostruzione dantesca (Inferno, canto XXXIII): massima prudenza e circospezione, perché in preda alla fame (appetiti) rischiamo di accontentarci di pietanze discutibili per bocche buone, rischiamo di finire in Bocca alla Verità:

ciascuno dovrà poi denudarsi, molto più di un anellide e fare i conti, anzi, rendere conto di azioni, parole, opere e omissioni alla propria coscienza.

Imparziale, fiera più di ogni cosa, più di tutti, più della nostra ipocrisia.

Antropocene, ei fu

Pagina dell’antropocene, in tutta, o parziale, evidenza: non la descrizione delle cene dell’uomo (rigorosamente minuscolo).

Né, in lieta alternativa, degli sciocchi apericena, molto in voga presso la gente che s’illude di piacere.

Pagina dei quesiti, dei dubbi, delle domande, anche se non siamo in un telequiz che ci fa sentire tutti letterati, intellettuali, geni; geni veri, anzi, genia.

Si può matematicizzare la matematica? Sarebbe galvanizzante chiederlo allo scrittore statunitense, scomparso – ma riapparso, chissà dove e come – di recente, Cormac McCarthy; lui forse saprebbe rispondere, a tono. Ne nascerebbe una bella conversazione, un confronto (filosofico? fisico?) stimolante, tra una birra e l’altra – Zahre Beer, per non esagerare – magari una franca amicizia. E’ apparso prima l’uomo o sono stati generati – non creati? – prima i suoi compagni immaginari, ma concreti?

Antropocene, questo sconosciuto; non tanto la sua ingombrante presenza – era del pensiero? magari – ma quando è cominciato, quali sono i suoi effetti, come potremmo (potemmo? vorremmo?) liberarcene? Le organizzazioni mondiali dei geologi, certo, ma non solo, pare adottino il termine senza paura e senza dubbi; peccato che quella brutta bestia identificata come uomo abbia alterato la velocità di invecchiamento della Terra, mentre un ristretto manipolo di bipedi ha arraffato più di metà delle ricchezze presenti sul nostro piccolo sasso alla deriva nel cosmo. Se tutto questo scatafascio non è intimamente connesso alla difesa dei diritti civili, ditelo voi cos’è e chi può aiutarci.

Andrebbe di lusso anche utilizzare l’intelligenza artificiale, però di buon umore. Non vale appellarsi agli idrocarburi – o sono i carboidrati? – e alla bomba H.

Per la cronaca (verde, visto che l’argomento è trendy), animali e piante – chi vuole, può informarsi e prendere appunti – sono esseri senzienti, speciali, come sosterrebbe Franco Battiato; anche in questo campo – mente e sentimenti – il nostro primato autoassegnato si sta sgretolando come povere capanne di cartapesta esposte alla bora impetuosa.

Se pochi paesi ricchi si autoproclamano civili ed evoluti, mentre i paesi poveri e meno sviluppati pagano il conto (salatissimo) per tutti; se pinguini africani incatramati dal petrolio tentano disperatamente di sopravvivere; se Rachel Carson – Rachel, non Kit: lui saprebbe risolvere forse in modo rude il dilemma dei petrolieri – profetizza “nuove primavere sempre più silenziose“.

Come racconta con forza poetica, filmica Paola Cortellesi, c’è ancora domani;

purché non sia – per nostra ignoranza, ignavia, pigrizia – the Day After.

Cadere nell'(I)sacco, con estasi

Pensare bene a quello che si ha da fare, fare bene – magari meglio – quello cui si è pensato.

Niente è come appare – il niente può apparire? – ma così è, o sarà, se vi appare; resterebbe da stabilire la cosa mirabile, soprattutto comprenderla, apprenderla, non appenderla quale fatuo trofeo di caccia della presunta ragione.

Cadere nell’estasi, cadere come corpo morto – a corpo morto, dritti come un piombo: fuso – cade, precipitare nel vuoto: esiste il vuoto, esiste assenza di materia, energia negativa, anti materia, materia oscura, esiste davvero la nostra essenza? Forse, come tentano di spiegare i mistici ai profani (troppi profani, troppi, davvero in esubero i profanatori della vita): non siamo mai nati, non possiamo morire, siamo piccole anime migranti, viaggiatori anomali in dimensioni universali mistiche.

Ciao cara, esco un attimo, vado a cercare l’era del Cinghiale Bianco, poi torno, forse; spesso sono proprio certi ritorni le fasi più perigliose, più insidiose, talvolta letali; come Pollicino, spero di avere lasciato tracce adeguate e intelligibili lungo il percorso, o almeno briciole per il sostentamento (nel caso, confidare nel Pan di via degli Elfi, auspicando di incappare in loro durante giornate di lieto umore).

La realtà, le realtà, la verità, le verità sono fluide: attenzione però, i fluidi si mescolano spesso e volentieri, allegramente, con ineffabile sollazzo, tra di loro. Tutto molto bello, tutto assai caotico. Kaos, imparare dal kaos, imparare da quel trattato di filosofia dei fratelli Taviani, intitolato Kaos, per puro caso, per caso in purezza, scritto come fosse – lo è – un capolavoro cinematografico, con l’attiva complicità di messere Luigi Pirandello.

Forse in Trinacria, come sostengono gli stolti, non accade mai qualcosa, non si produce mai qualcosa, almeno non nell’ottica deviata della società globale dominata dall’insostenibile mercato – a proposito se le parole sono pietre, come mai verba volant? – ma solo nella sicilianitudine puoi rinvenire, puoi ritrovare, capire te stesso, magari rispondere alla fatale domanda: io chi sono? Se e quando ti presenterai alla tua autentica identità ontologica, dovrai ringraziare la magia, l’alone metafisico dell’isola di Scilla e Cariddi; più che essere ricordato come fulgido esempio, peggio, come simbolo, dovresti temere il ricordo dei posteri e anche dei postumi: di certe, invereconde sbronze.

Quel ragazzo bislacco, una sorta di hippie post litteram – anche compagnone, a saperlo prendere – ci aveva avvisati: riposate nel giardino, ma il vostro sia sempre un riposo vigile. Invece, ci siamo distratti e soprattutto addormentati, anche perché l’essenziale resta invisibile agli occhi mortali. Sentinelle inutili, noi sedicenti uomini; del resto, nonostante tutte le incombenze responsabili, solo le madri non dormono mai.

Le metamorfosi sono parte integrante dei nostri codici genetici: più che un grande classico, una necessità dettata dalla volontà di sopravvivenza; per conferma, chiedere lumi a Dafne e Apollo, anche quelli immortalati dal Tintoretto veneziano. In fondo, i classici, non solo si adattano a ogni epoca, restando grandi e inimitabili, ma come scrive acutamente Melania Mazzucco, suscitano, oltre il tempo, nuove interpretazioni e nuove domande, perché a fornire risposte alla carlona sono bravi tutti; il vero genio riesce a porre di continuo, a getto continuo, nuove domande. La vita è un’eterna interrogazione: alla lavagna, davanti alla cattedra, in piedi al centro della classe o camminando amabilmente nel peripato ombreggiato.

Se caduta sarà, speriamo si concluda nell’Isacco, juta mistica di Ninive – con spuntino a base di pistacchi e datteri berberi – tentando di tradurre testi mesopotamici; quando ci affrancheremo dalla soma corporea, dalla schiavitù e dal peso incatenante dei desideri e delle passioni, ascenderemo di nuovo a realtà, quote più elevate, abbandonandoci a quell’ignoranza estatica, superiore ad ogni conoscenza empirica: la mente e soprattutto l’anima saranno finalmente libere, purificate, pure, senza bisogno di immagini e/o dimostrazioni, spesso contraddittorie, ipocrite, fuorvianti.

Francesco Franco Ciccio (uno e trino? al bando, al netto della blasfemia: però l’Uno al di sopra del bene e del male, sì), ci hai davvero spezzato il cuore – grazie Morgan, pirata navigante con pianoforte sull’Oceano di Silenzio – ci manca tutto della tua vita mortale:

eppure, la tua partenza è stata un bacio, un respiro ampio armonico salvifico:

con e verso l’Infinito.