Oscillare

Bene o male, rientriamo tutti nella categoria oscillatoria.

Pendoliamo, incerti, oscilliamo titubanti, come tante marionette guidate dall’alto da un deus ex machina, come sciami di banderuole esposte ai venti (non 20), terrestri, financo cosmici.

Oscillazioni di borsa – le nostre sempre più spesso emaciate risorse, ma anche le borse mondiali, dove, misteriosamente, i riccastri, alla fine dei giochi, risultano sempre più danarosi e tracotanti – , oscillazioni meteo, oscillazioni di una realtà circostante che reputavamo solida e invece crolla, letteralmente, alla prima vibrazione.

Si sta come le foglie sugli alberi in autunno, ammesso esista ancora e i giovani lo conoscano; ci assilliamo per noi e per la scomoda eredità che lasceremo alle prossime generazioni, anche se, qualcuno, comincia a pensarla come Marx, Groucho (o Richard, se siete inguaribili figli degli ’80 del 1900): “cosa hanno mai fatto per me le nuove generazioni?“.

Pendolo sì, magari di Foucault, del professor Umberto Eco. Mi sono incartato e non sono una strenna (nemmeno una renna) natalizia, ante litteram. Dunque, il famoso pendolo era di Foucault, ma il romanzo, solido, fu scritto da Eco. L’esperimento scientifico di Leon Foucault dimostrò in modo incontrovertibile, non oscillatorio, che la cara, vecchia Terra ruota attorno al proprio asse. Partendo da qui, come argomenterebbe Manlio Sgalambro, Umberto Eco, con grande maestria e perizia letteraria, intellettuale, imbastì la vicenda, giocando su vari piani: la scienza, certo, ma anche l’esoterismo.

Se poi ancora non vi riterrete soddisfatti e cercherete ulteriori illuminazioni sulle meccaniche celesti, rivolgetevi a Franco Battiato; noi siamo fallibili, lui no. Forse.

Loro non oscillano, incedono, con passo baldanzoso e spassoso; Asterix e Obelix, oltre ad una forza fisica prodigiosa – effetto a tempo limitato di una pozione magica inventata dal druido Panoramix – vantano un’allegria contagiosa, un appetito illimitato e la volontà di resistere alla soperchiante forza militare e invaditrice dell’impero romano, capeggiato da Giulio Cesare. A suon di sganassoni e con la cacofonia dei brani arpeggiati dal bardo del villaggio armoricano, Assurancetourix, i due amici per la vita sono giunti all’avventura numero 41, in un racconto (romanzi disegnati, per definirla alla Hugo Pratt) che prosegue brillantemente dal 1959.

I due simpatici guerrieri galli sono atemporali, nonostante la loro collocazione storica assai precisa, e intergenerazionali, eppure non posseggono un autentico segreto: lottano per i deboli contro le prepotenze degli imperialisti, sono sempre satirici senza necessità di sbracare nella volgarità, ci fanno divertire ma nelle loro avventure affrontano sempre un tema sociale che in realtà “parla di noi, ogni storia di Asterix è una fotografia umoristica dello stato del mondo“.

Garantiscono Fabcaro (nom de plume) e Didier Conrad, attuali sceneggiatore e disegnatore dell’immarcescibile duo. Se non ci sentiamo all’altezza di emulare altri esempi virtuosi, poco o per nulla oscillatori, potremmo tentare con questi due: non gli autori, Asterix e Obelix.

Guarda (te) come pendolo, guarda (te) come pendolo: non si tratta di “guarda come dondolo“, ingenuo motivetto anni ’60 del 1900; né del Pendolino treno (lo rammentiamo?), né di quello, falsamente e ipocritamente divinatorio di Maurizio Mosca, giornalista sportivo che inventava scoop e interviste: una summa, o somma (S) di tutto questo, un minestrone primordiale, un guazzabuglio inesplicabile, nel quale (nonostante il quale) dovremmo mettere mani e ordine.

In fretta. Senza oscillare.

Selene 1999

Pagina delle missioni: non religiose.

Nello spazio, oscuro e profondo. A caccia di minerali preziosi, per le industrie civili e per quelle biomediche.

Pagina del ‘sarà vero’? Meglio ancora: sarà possibile? Nell’ipotesi ottimista, non solo salveremo la Terra, ma avremo le fondamentali risorse per salvare noi stessi. Ammesso sia questo il traguardo, la volontà.

Da qui alla Luna, Selene se preferite. L’ottica terrestre svia, induce alla geopolitica – d’accatto, verrebbe naturale scrivere – ma forse a 300.000 chilometri nello spazio, sempre però nella gravità del pianeta (in ogni senso) i popoli, o meglio, i loro governi, riuscirebbero a capirsi, potrebbero collaborare per il bene comune, per il bene di tutti.

Sarebbe bello essere in Spazio 1999, ma lo avremmo deciso noi, soprattutto se le questioni venissero una volta e per sempre, affrontate e risolte. Osserviamo la Luna, nostro poetico – talvolta inquietante – satellite, non il dito che la indica come possibile soluzione.

Dovremmo, potendo, trasformarci in Cleopatra, regina indimenticabile e leggendaria degli antichi Egizi. Passata alla Storia, quella dei grandi eventi promossi da grandi personalità – anche se poi le vere trasformazioni camminano con le gambe delle persone, con le passioni degli umani – come formidabile ammaliatrice, era in realtà, in prima battuta, una Donna: intelligente, preparata, fortissima. Del resto, oltre alla favolosa bellezza, c’era di più, molto di più. Non si conquistano altrimenti Cesare, genio politico e militare, Antonio, una specie di ‘sor tentenna’, impreparato a tutto, ma rappresentante della supremazia di Roma, quasi, anche Ottaviano che sarà l’unico a resistere alle lusinghe della sovrana e al suo vero grande progetto di spostare il baricentro del mondo antico dall’Urbe allo scacchiere ellenistico, quello che faceva affidamento e riferimento alla Grecia e all’Egitto. Per poco, per sfumature, non ci riuscì, dimostrazione plastica di quanto i piani ambiziosi e difficili dipendano in fondo da azioni minime, legate in modo indissolubile al nostro carattere umbratile, fallace, ondivago. Avremmo vissuto una Storia altra, ci saremmo tramandati altre narrazioni.

Non si tratta del solo caso, non sarà stato l’ultimo; temo.

Così, immaginiamo – pensando ancora a Selene 1999 – di essere l’aliena emotiva Maya, di padroneggiare le sue capacità metamorfiche (non so cosa significhi, forse assumere le caratteristiche e le qualità di ogni altro vivente);

trasformarci in modo permanente, non solo in caso di esiziale rischio, in individui che perseguono la mitezza, l’equità, la pace, l’equilibrio vitale del Pianeta.

Trasformarci in altro da noi, da questi, adesso:

forse ci verrà più facile con altri volti, con altre sembianze.

La giostra delle zucche

Pagina della zucca: non sempre, non per forza vuota.

Metti una domenica a Cividale del Friuli, magari con annessa festa della zucca, a tua insaputa, ma reale: la festa e anche le zucche, nel senso dei cucurbitacei.

Le zucche, tutti ne parlano, lodano ampiamente le superbe caratteristiche dell’ortaggio arancione, si riempiono le fauci a più non posso, ma quanti ne saprebbero parlare – perché no in pubblico, magari ad una platea che si balocca dentro una qualche pasticceria o forno che produce gubane e pani (alla zucca)? – con precisione e dovizia di particolari? Interessanti, irrinunciabili, incantevoli.

Deambulare fra le nuvole, poi accorgersi di percorrere il Ponte del Diavolo e temere per la propria sorte, anche se splende il Sole, con il fiero proposito di non formulare promesse – non necessariamente da marinaio – di non sottoscrivere patti con personaggi strani, inquietanti, sinistri.

Dopo qualche metro, incontrare un austero e meditabondo Cesare, chiedergli – sulla base di nessuna confidenza – se sa qualcosa a proposito dei Romani (antichi), dei Longobardi lontani leghe, anzi, anni luce da noi, dei Patriarchi, quelli di Aquileia e come responso ottenere solo un rauco grugnito che suona tipo Forum Iulii, senza esserne certi. Né della risposta, né del recondito significato.

Accorgersi che una zucca senza sale più che insipida – mai, in nessun modo o maniera – è priva di contenuti densi, forse allegrotta, ma sciocca; meglio: sciocchina.

Camminare, camminare, camminare, non potendo per una volta pedalare; ritrovarsi – meglio smarrirsi? – nel Monastero di Santa Maria in Valle e nel meraviglioso annesso chiostro. Chiedere venia e permesso alle Orsoline – esistono ancora? – percepire la presenza del sacro nell’area un tempo forse prossima, forse centro nodale della Cividale romana; illudersi, circondati dalle brume e dall’imbrunire, di essere precipitati dentro il segno del comando in una atmosfera onirica, ma invece di farsi abbacinare dalla strega Lucia – sempre luce – cadere nella malia regale di Piltrude; probabilmente, non una regina, ma un’autorevole madre badessa.

Halloween si avvicina – peccato sia una festa del marketing copiata da tutti i Santi e antichi culti europei – ma temo non possa redimerci o affrancarci dai nostri antichi vizi, per esempio credere che armi sempre più letali siano l’unico strumento per raggiungere la pace, o che continuando a produrre, trasportare, consumare, accumulare immondizia, si possa all’improvviso guarire: noi e il nostro sasso volante nell’Universo; potremmo, in ultima analisi, rivolgerci a Goblin, nemico giurato dell’Uomo Ragno, ma pare non sia persona molto affidabile.

Se brancoliamo nel buio, se non troviamo santi o almeno scogli cui appigliarci, resta sempre Benito, Jacovitti, naturalmente: vive nell’oscurità, come i pipistrelli, smonta e ricostruisce a modo suo, con ironia e divertimento, ogni cosa, soprattutto i tic e le bizzarre ideologie umane: lui saprebbe tracciare mappe per evitare di vagare senza meta, per non prendersi sul serio. Né troppo, né poco.

Organizzare infine una competizione, un torneo, una bella, sacrosanta giostra: rammentate Ettore Fieramosca e la disfida di Barletta (13 febbraio 1503)? Simile, giusto per rendere l’idea, per intenderci. Una giostra globale, tutti invitati a partecipare, tutti – nei limiti del possibile – con la propria zucca. Chissà se l’atmosfera di festa collettiva, unita a quel pizzico di pepe garantito dall’agonismo, compirà il sospirato incantesimo:

non trasformare le zucche in nuove fiammanti carrozze trainate da superbi cavalli, ma in teste sopraffine, lussureggianti, finalmente pensanti.