La setta della Fenice

Post fata, resurgo.

In fondo, una quisquilia.

Attendiamo la luce da Est, attendiamo le parole, nuove:

per rinascere, per nascere, finalmente.

Parole di vita, non parole trappola, che attirano, ingannano, imprigionano.

Come saprebbe dire il poeta: “luce neve”, “luce che accende cielo e monte”.

Luce e parole che piano rigenerano gli umani, nei giorni più bui e in quelli più gelidi; luce e parole, perché, mentre tutto sembra andare in letargo, o concludere il suo ciclo, recano ancora speranza.

Calore, respiro.

Archiviamo il 2025, non rottamiamolo: teniamolo sempre a mente, agiamo all’opposto: forse, non andrà tutto bene – sarebbe impossibile – meglio, sì.

Senza dubbio.

Anzi: tra i dubbi consueti, ma optando per soluzioni umane.

Non vogliamo, non servono alle genti della Terra bagnarole sfondate, armi.

Dialogo, sorrisi, abbracci, collaborazioni comunitarie.

Post fata, resurgunt.

C’era (no cera) una volta

Incipit nell’incipit, o meglio: titolo incipit, per ottimizzare (come usano i rozzi cibernetici contemporanei) le risorse. Sempre più esigue.

Inizio classico di favole e fiabe, potremmo lanciare il grande quiz a premi – chi indovina, vince un soggiorno in Lapponia, nel Circolo Polare Artico (quindi, non solo circolo di lettura) – : spiegare, per sommi capi, non siamo draconiani almeno nel periodo natalizio, le differenze di protagonisti e finalità tra i due generi, dalla umana fantasia generati. Orali prima, poi letterari; come antichi esami scolastici, assai prima dell’avvento di internet e presunte intelligenze artificiali.

Per restare ancorati a oggi – ma veleggiare liberi per i mari sarebbe meglio assai – , saldamente abbarbicati allo scoglio, come una cozza verghiana, potrei citare (se la memoria non vacilla troppo): Sandokan, Orzowei, D’Artagnan, Zorro, Goldrake; noi anziani del ’70, siamo stati, forse tra i primi, ad annoverare un gigante tecnologico, sempre in bilico tra demone e angelo, a seconda delle scelte di chi lo guida, nel pantheon degli eroi immortali. Perdonateci, se vi pare – così è, se vi appare – poco.

Sandokan, quello ‘vero’, ‘storico’, scolpito per sempre nel nostro immaginario da Emilio Salgari e da Sergio Sollima. La recente variante moderna, anzi, aggiornata, può risultare avvincente – se garbano le avventure ricostruite in toto all’interno di un teatro di posa e con l’ausilio di migliaia di effetti speciali – , perfino divertente, ma poco, nulla condivide con la vera vicenda, le origini storiche, il contesto in cui si muoveva la Tigre della Malesia. Per Natale, sarebbe bello, una strenna (no renna, in ferie), confrontarsi con la storica teutonica Bianca Maria Gerlich, per chiederle le fonti dei suoi studi nel Borneo, da chi e da dove abbia appreso dell’esistenza di un comandante navale di nome Sandokong, “il quale avrebbe in comune col personaggio salgariano la bandiera rossa con la testa di tigre (nota anche alla letteratura storica inglese), i luoghi, gli anni, i nemici“. Dono davvero speciale.

Orzowei, figlio della Savana, scolaro anche lui, come milioni di italiane e italiani, del meritorio, imperituro maestro Alberto Manzi. Letteratura e cinematografia ‘per ragazzi’, ammesso che questa misera classificazione abbia un senso. Una storia contro il razzismo, di ogni tipo e di ogni colore, una fiaba moderna che ci mostra e dimostra come gli umani, variamente pigmentati, quando si conoscono davvero, finiscono, anche se non è Natale, per amarsi. Corri, Trovato vai, e non fermarti mai. Come la solidarietà, auspichiamo.

D’Artagnan, ricalcato e modificato da Alexandre Dumas sulla figura storica di Charles de Batz de Castelmore. Guascone, ossia natio della Guascogna, ma anche spaccamontagne, leader naturale dei Tre Moschettieri che in realtà, con lui, divennero quattro. Cappa e spada, avventure e duelli mozzafiato, anche se molti studiosi garantiscono che i tratti salienti del personaggio siano altamente riconducibili al padre, generale francese, nonché mulatto, del fecondo autore francese. Non sarà uno scandalo di corte – della collana o dei bijoux? – a fermare l’impetuosità e lealtà delle ‘spade’, al servizio di Sua Maestà.

Douglas Fairbanks, Tyrone Power, Guy Williams, Alain Delon: altri quattro spadaccini, che, ciascuno nella propria epoca, hanno prestato volto, fisico e acrobazie all’eroe mascherato El Zorro, la Volpe, presso il pueblo di Los Angeles. Periodo della dominazione ispanica in California. Il paladino dei poveri, dei reietti, dei dominati, creato dalla fantasia e dalla penna (lapis?) di Johnston McCulley, già reporter della polizia nonchè ufficiale di affari pubblici durante il primo conflitto mondiale, agisce e si batte contro individui corrotti, malvagi, opprimenti che vantano il solo merito di giustificare quello che fanno in nome e sotto l’egida della corona di Madrid. La spada, la zeta come inconfondibile firma, il destriero Tornado e l’impareggiabile ‘collaboratore’ sordomuto Bernardo, sono i fedeli alleati dell’eroe, capostipite dell’età moderna, nella quale i difensori degli oppressi sono titolari di una doppia identità (almeno); ma non per denaro e potere – don Diego De La Vega ama i libri e la musica al pianoforte – , solo per innato senso di giustizia.

UFO Robot Goldrake, conosciuto da noi come Atlas, apri pista della tracimazione nipponica degli anime e dei manga, primo golia tecnologico disegnato, anche se nella mente e nella produzione del Sensi Go Nagai, è ‘solo’ il terzo figlio; dopo Mazinga Z (un’altra zeta, di altra natura) e il Grande Mazinga. Il principe di Fleed tenta di sfuggire agli inganni e alla volontà di dominio del malvagio monarca Vega, ma presto si rassegna ad affrontare il suo destino: battersi contro la soverchiante forza militare – troppi governanti terrestri indicano le armi quale unico mezzo per realizzare la pace (?) – di un impero dallo spazio profondo, per salvare il Pianeta Azzurro dall’inferno della guerra definitiva. Non sembrerebbero temi adatti ai bambini, di quell’epoca, eppure in molti di noi, la vicenda e le traversie di Actarus sono state capaci di instillare il senso di giustizia, di condivisione, di altruismo, di umanità, di rispetto e tutela per la Natura che rendono la vita degna di essere vissuta, a pieno titolo. Ancora oggi, a Natale, qualcuno sogna di alzare lo sguardo verso il cielo, per notare un puntino luminoso che continua a distribuire doni utili a tutti i bambini del mondo, a vegliare su di noi.

Credenti o agnostici, cancelliamo “la magia del Natale” – banale strategia di marketing consumistico – per affermare, per impegnarci in prima persona a realizzare concretamente speranza e rinnovamento, condivisione e comunità, riflessione e gratitudine, lungo il flusso dei nostri giorni.

Natale, o Sol Invictus, questo sia un memento, sacro:

a nascere, a vivere.

Lanterna delle Fate

Nelle bigie, grigie, giornate di pioggia, è naturale pensare con speranza e, in qualche modo, struggimento, alle lanterne.

Tradizionali, solide, in grado di illuminare, la realtà fisica – sempre parziale e prospettica – e le menti (auspicio forte più che mai); lucerne, se vi aggrada di più, l’importante resta lo splendore, anche senza giungere a significati allegorici danteschi.

Ne avremmo urgente bisogno: sorgente luminosa portatile. Negatelo, se ne siete capaci, o in grado.

Forse, ci aiuterebbero a individuare direzioni, soluzioni, nuove accattivanti, evolutive prospettive. O viceversa.

Ci sono state, esistono ancora, lanterne cieche, capaci, attraverso un gioco di schermi girevoli, di concentrare la luce in un fascio, oppure oscurarla (i ‘nemici’, noi stessi, riflettendo meglio, stanno sempre in agguato, pronti a ghermire); basta non piombare nella corbelleria, imbalsamandosi a fissare il dito, ignorando la Luna.

Lanterne veneziane, cinesi, nipponiche: quali preferite? Non ignoratele, sono preziose, ognuna nelle proprie peculiarità. La molteplicità di visioni, crea la vera, inusitata ricchezza.

Certo, con cura e accortezza, occorre deambulare senza sonnambulismo – non più del lecito, senza eccedere oltre il necessario minimo garantito – senza incantarsi (arduo, ne convengo) a rimirare le ormai rarissime lucciole, scambiandole per lanterne. Interiorizzando, se possibile, il ‘metodo Diogene’, per rintracciare, in fretta ormai, l’uomo, anzi, gli uomini e le donne, di comprovata, ottima volontà. Con le lucerne, sempre accese, anche in pieno giorno.

Lanterne magiche, per immaginare nuovi mondi, nuove persone, nuovi noi; mai privare le lanterne magiche di luce, introdurre costantemente lampade brillanti perché le più fantasmagoriche immagini compaiano su noiose pareti bianche.

La Lanterna, quella di Genova, senza mai obliare quella del Pireo; fondamentale nell’antichità, insegnò a tutti noi a navigare, a trarci in salvo tra i flutti perigliosi.

Lanterne rosse, per ribellarsi, rifiutare, affrancarsi da ogni tentazione di società feudale, per cancellare per sempre il giogo, insopportabile, inumano, del patriarcato che ci dilania con gli ultimi, letali, colpi di coda. In assenza di lanterne, affidiamoci a caleidoscopi: belle immagini da osservare confortano l’animo, e poi, si sa, gli specchi hanno il potere di perdere i Narcisisti più tossici.

Lanterne rosse, gruppi di guerrigliere, ché da sempre le Donne hanno dovuto combattere per affermare la propria identità, per rivendicare diritti, per dimostrare ai limitati uomini di essere meglio di loro, più forti, più capaci; non per caso furono gruppi di combattimento femminili durante la rivolta dei Boxer, Cina, a cui gli abitanti dei villaggi attribuivano poteri soprannaturali, in quanto capaci di portare a termine imprese impossibili per i maschi.

Lanterne Verdi, per l’ordine cosmico e la giustizia, anche nello spazio. Il Pianeta Azzurro galleggia nel Cielo, quindi, forse, ne ha o ne avrà bisogno. Lanterne Verdi per tutelare la Natura di cui facciamo parte, di cui non disponiamo da padroni, dalla quale dipendiamo per ogni più minuta esigenza e dalla quale siamo graziati, fino al nostro ultimo respiro.

Lanterna delle Fate, particolare specie di una famiglia di piante tra le più rare al mondo – forse, 20 esemplari, non di più – magnifiche, splendide, incantevoli. L’ultima in ordine di apparizione vive (sopravvive) in Malaysia – coincidenza letteraria – la Scienza internazionale si è mobilitata per tutelarla, proteggerla da noi stessi, forse perché ci rammenta non solo quanto sia meravigliosa la Natura, ma quanto i bipedi non siano in grado di esistere senza la sua presenza benefica.

Federico coronò il desiderio di trasmutarsi in un aggettivo – felliniano – , molto più umilmente e modestamente, vorrei diventare un vocabolo greco, antico: lampter, attinente (stretta, inestricabile parentela) con il verbo lampein, rilucere.

Non sarò mai una lampada – mai affermare mai – , mi basterebbe essere un lumino che si difende dai venti contrari, un lanternino dotato dalla fantasia dei fanciulli di una magica, reale, potenza.

Amico della sconfitta

Illo tempore, conobbi un tizio.

Un tale (no talent, per carità), se vi balocca di più. Non si faceva nemmeno chiamare, né Caio, né Sempronio.

Sì illudeva, meglio, sognava, di ribattezzarsi Giorgio Sim, ma l’impietosa, nuda e cruda realtà, lo costringeva ad accontentarsi di essere un Ermete Pit, qualsiasi, senza pretese, senza spiccare voli pindarici, o, incandescenti, di Icaro.

Certo, in quanto rampollo di Dedalo, la sua esistenza errabonda – fallace, girovaga – sarebbe comunque risultata labirintica, un eterno perdersi, nella speranza di ritrovarsi.

Prima o poi, in qualche modo.

Icaro, ma anche il tizio.

Ritrovarsi, ritrovare il proprio nome, definire la propria identità. Ricorrere, rincorrere l’epistemologia molecare, come direbbero quelli veramente colti, coltivati, gli esperti.

Individuare il proprio ramo – genetico, sociale, culturale – per ricostruire, rilevare le tracce, le impronte lasciate negli eoni di Kronos, sulle nuvole; lo stesso potrebbero, dovrebbero fare le genti, i popoli.

Qualcuna filava – Berta, la lana e l’amianto? – , Pit arrancava; in fondo era il suo personalissimo modo di procedere, a tentoni, a naso. Meno male che il naso era importante, parte nobile, punto di riferimento solido, sorta di bussola sostitutiva, alternativa, cognitiva.

Arrancando, sbuffava, ma non smetteva di sognare; i martiri dell’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki; Yukio Mishima, poeta, drammaturgo, perdutamente innamorato del suo Paese del Sol Levante; Onoda Hiro, tenente giapponese, ritrovato nella giungla filippina nel 1974, 30 anni dopo la fine del secondo massacro mondiale, convinto che il conflitto fosse senza fine, pronto a sacrificarsi per il Giappone, fino al suo ultimo respiro, fino alla sua ultima goccia di sangue, fino al suo ultimo attimo su questa Terra.

Ermete si convinceva sempre più di un suo arcano legame con Yamato, sempre più percepiva una inspiegabile consonanza con una percezione altra – alta, a quote più normali della vita – , sempre più avvertiva di allontanarsi dai sedicenti valori occidentali, di essersi trasformato in un amico, un ottimo amico della sconfitta. Qualunque cosa significasse.

Conscio di non essere in grado di disegnarlo, avrebbe voluto abbracciare il vento, farne parte, mutarsi in una corrente:

inarrestabile.

Fedele al libro, libero di tradirlo (simbiosi)

Nulla come prendersi cura di un piccolo giardino, ci restituisce la nostra ‘misura‘ terrena, ci ricolloca al posto giusto tra le creature dell’Universo (o multiversi), ristabilisce priorità e valori imprescindibili.

Mentre la mente si concentra sulle svariate attività che contribuiscono a formare la manutenzione della flora domestica, sorgono spontanei pensieri sani e positivi, riflessioni originali sulla vita e i suoi aspetti, respirando a pieni polmoni l’aroma della terra, cogliendo l’essenza della nostra dimensione ontologica.

Al bando pose marchettare post litteram da ambientalista, da ‘ecosofo’ (non esperto di Umberto Eco, anche se) ispirato da Arne Næss, o ‘biofilo’ (non bibliofilo, anche se) fuori tempo massimo, cioè da vecchio, anzi, antico. Non ancora soprammobile, però.

Rammentare l’etimo di dimensione, ancora una volta, rischiara il cammino e gli orizzonti: dal latino demensionem, lunghezza altezza profondità, le tre proprietà commensurabili che forniscono l’esatta misura – se preferite, estensione – dei corpi; fisici, certo, ma non solo.

Mi piacerebbe disegnare pagine ispirate a questa vita, come saprebbero fare in modo sopraffino Brian Selznik, con le sue passeggiate romane, ambientate nel tempo cronologico nel 1986 e, contemporaneamente, nell’immortalità della Città Eterna; o Milo Manara, non solo (semplicisticamente) maestro dell’eros, ma artista che negli ultimi anni ha saputo tradurre in letteratura disegnata Il nome della rosa, impresa ardua per l’importanza del romanzo, per la sua complessità, tra colte citazioni letterarie, tra rimandi a dispute filosofiche accanite, compiute da varie correnti della Chiesa.

Se potessi, se sapessi – non solo disegnare – mi evolverei in un essere, possibilmente pensante e sensibile, capace di mantenersi ‘fedele al libro, libero di tradirlo‘. Creativo, immaginifico, svincolato da barriere, confini, catene.

Se potessi, se sapessi – non solo sopravvivere, vivere davvero, completamente – forse sarei capace di mutarmi in arcadico – non componente della cosmonave Arkadia (o ‘astroveliero’), anche se – ma in un abitante della mitica regione: Arcadia, dove uomo e Natura coabitano in perfetta armonia e i bipedi sono consapevoli di essere una parte del Creato e si comportano di conseguenza. Elegia bucolica, però adulta e matura.

Sarebbe un sogno – a occhi aperti, con i piedi saldi sulla nostra amata Terra – fare parte della Compagnia dei Gelosi che imbeccati, addestrati dal Tasso (Torquato) misero in scena la favola pastorale Aminta; sarebbe un sogno diventare ambasciatore letterario e convincere l’editore veneziano Aldo Pio Manuzio a stampare e vendere l’opera. Sarebbe un sogno essere una delle bestie condotte al pascolo da Aminta e sperimentare sulla mia pelle, con le mie zampe, il sacro principio aristotelico: unità di tempo, luogo, azione.

Sarebbe un sogno – a occhi molto bene aperti – comporre l’Aegloga rusticale intitolata Bernino; peccato sia stato preceduto di qualche secolo (1516) dal buon Pierantonio Legacci, componimento stampato in Siena da Semione di Nicolo, cartaio. Senza offesa, anzi, con molta stima e sana invidia culturale.

Se potessi, se sapessi – non solo compulsare fole, ma scrivere e, soprattutto, fare – tanto mi garberebbe emulare Telmo Pievani, filosofo della scienza: come lui, affidare al vasto pubblico Uniti per la vita, partorito insieme al docente di zoologia Maurizio Casiraghi e raccontare quanto l’altruismo – derelitto e deriso (quando dice bene) ai giorni contemporanei – abbia solide basi biologiche. Per aiutarci a dedurre, tutti, che – a dispetto delle app e dell’intelligenza artificiale – è la cooperazione a favorire quel processo strano denominato evoluzione. Come scrivono i tipi della Lettura (Corriere della Sera), “lezione che vale anche per le relazioni tra persone“.

Fuori dai denti: “Ci si salva insieme, perché la vita è simbiosi“.

Ammesso ne esistano ancora.

Persone.