Ceneri

Novembre incombe su di noi (molte nubi minacciose).

Mi correggo, si appropinqua: a falcate ampie e sicure.

Forse per questo motivo, mi sento κόνις, cenere; in greco antico (κόνις), sensazione – come direbbero i neo modernisti – contemporanea.

Siamo cenere, torneremo alla cenere: magari ce lo segniamo (previa gesti apotropaici), per non incorrere nella dimenticanza.

Il concetto è il medesimo –  cinis, cineris – ma la derivazione, se preferite, l’etimologia, è latina. Alla faccia degli zombi, delle lingue ritenute, incautamente, morte.

Cenere, quella sostanza polverosa grigia che si produce in seguito a combustione di legna, carbone, carta e altri, svariati, innumerevoli materiali. Bigio, cinereo (non cine reo), cenerino (non canarino): tonalità di colore che somiglia alla cenere, come i miei vetusti capelli.

Tra i sinonimi, cenerognolo che non è un nano o il compagno furfante che conduce alla rovina – ridurre in cenere, annientare – burattini lignei, eppure parlanti. Altresì, potrei citare un’altra variante, non troppo allegra, né ottimista: andare in cenere, in senso letterale e anche figurato. Del resto, secondo la fede che va per la maggiore, è la fine cui tutti siamo destinati.

Con esiti diversi, magari, eppure, tanto per citare un titolo letterario: la fine è nota.

Un’urna cineraria, ideale, metaforica, ci accoglierà tutti, tappa intermedia, forse, prima di spiccare il balzo verso nuove, sconosciute destinazioni, dimensioni.

Lungi dall’assumere pose da artista tormentato, esistenzialista e transalpino – qualcuno potrebbe rammentare uno spassoso numero di Gigi Proietti – urge digitare che la cenere in realtà si presta ad usi assai interessanti: fertilizzante naturale, repellente per insetti e lumache, coadiuvante per la pulizia domestica, oltre a essere ricca di minerali (potassio, fosforo – servirebbe a certe/certi smemorati selettivi), calcio), per nutrire le piante e combattere l’acidità del terreno.

Penso al clamoroso furto ai danni di Napoleone (“tutti i francesi sono ladri? no, Bonaparte“…), rettifico, del Louvre e penso che con la cenere, gli audaci ladri – Arsenio Lupin o Lupin III? – potranno lucidare l’argenteria. In alternativa, lasciare cenere da masticare, amara, alle disorientate forze dell’ordine.

Panna montata, per innervare autostima e forza d’animo, ma monta anche la nostalgia: che tempi meravigliosi quelli della Pantera Rosa e dell’ispettore Clouseau. Per tacere dell’eleganza naturale e della signorilità di David Niven.

In una società sempre più “militarizzata e finanziarizzata“, la bulimia da energia, ci colpisce come un ciclone e presto ci affonderà, definitivamente; ce lo spiega bene Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale, presso l’ateneo di Trento. Astrofisico, nonché divulgatore appassionato e accattivante, ci parla di tutto, dalla creazione fino alla probabile “morte termica del cosmo“. Se possiamo osare, ci parla anche della cenere che resterà di noi e dopo i nostri disastri. “Dietro ogni pensiero, dietro ogni emozione, dietro ogni flusso di coscienza esiste un flusso di energia“. L’approccio dell’accademico non si limita agli ineludibili aspetti pragmatici, ma è anche filosofico, con in mente il bene comune, come approdo finale. Chi controlla l’energia, controlla il destino stesso delle comunità umane, ma, forse, non si rende conto che le società possono collassare “se eccedono la capacità di carico energetico del proprio ambiente“.

Battiston ci ammonisce con chiarezza, senza ricorrere a frasi ammiccanti o ipocritamente ottimiste, edulcorate: “Dobbiamo riallinearci con i flussi naturali di energia – sole, vento, acqua – in sinergia con gli ecosistemi, senza più accumulare stock di energia antica immagazzinata nelle rocce“. Potremmo vivere armoniosamente, con la Natura e tra di noi. Presto, subito.

Riabilitata la cenere, sarebbe sempre l’ora di riabilitare il consesso umano, perché, antichi modi di dire a parte (“Bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere“…), o meglio:

urge che il consesso umano si riabiliti da sé, prima di auto annientarsi, possibilmente diventando comunità cooperante e ‘trasformandosi’ da padrone a custode della Natura.

Qualcuno lo ha già detto e scritto.

Umanesimo estremo

Umano, estremista: sei il primo della lista.

Né insulto, né minaccia: viviamo già in un mondo complicato, da noi.

Si tratta della soluzione – non semplice, ma realistica, possibile, necessaria con urgenza – che gli esseri umani potrebbero, dovrebbero adottare per uscire dall’imbuto che conduce all’estinzione e, finalmente, camminare di nuovo in verticale, insieme, per rimirare le stelle, il Sole, l’intero universo. Averne finalmente cura.

Idea e parole del professor Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica presso l’ateneo di Macerata, storico collaboratore della rivista Altreconomia; perché svelare le magagne – per essere cauti – non basta più (non è bastato mai), bisogna fornire progetti, obiettivi, traguardi. Da raggiungere con fatica, passo dopo passo. Senza demoralizzarsi, senza arrendersi quando, come adesso, le avversità appaiono insormontabili, disseminate da ‘forze oscure’, dominanti e imbattibili.

Forze dominanti, certo, oscure non tanto: solo per chi sceglie di chiudere gli occhi o coprirli con le mani, ché le proverbiali fette di prosciutto costano troppo. Sono quelle che muovono i fili dell’economia globale , anzi ‘finanziarizzata’, o peggio ancora, militarizzata. Descrive bene gli effetti pratici di tutto questo, Stefano Massini con il suo trafiletto su Robinson; Marco Polo, 700 anni fa, si recava a Samarcanda, descrivendola “come una città magnifica, in cui convivevano saraceni e cristiani“. Oggi, l’avanzatissima Lombardia, è costretta a ‘importare’ personale infermieristico dall’Uzbekistan, perché dottori e infermieri indigeni fuggono verso mete estere, per ritrovare considerazione, dignità e salari decorosi. Si tratta delle famigerate ‘porte girevoli’ che costringono uzbechi, o brasiliani per citare altri alla affannosa ricerca di una vita decente, e lombardi – tutti noi comuni mortali, per sintetizzare – che si “inchinano”, volenti o nolenti, al mostro, all’idolo, al Leviatano: “Nostra Signora Economia“.

Questo è il punto centrale, anzi, il nodo gordiano che dobbiamo sciogliere o recidere. Un altro esempio, purtroppo lampante e tragico, è la vicenda che ha portato all’annientamento di Gaza: distruzione del territorio e genocidio del popolo. Mentre adesso i mostri, i criminali festeggiano e vengono osannati e celebrati da quasi tutti i media planetari – senza spendere una parola o illustrare una prospettiva per i sopravvissuti – noi tapini restiamo afoni, incapaci di sollevare un dito per proporre meditazioni che dovranno essere quanto mai, più che mai, approfondite e propositive.

Anche perché, altro pessimo segnale, molta gente, disinformata e traviata da un sistema mediatico servile, applaude i carnefici, gli stessi che, prima o poi, troveranno una ragione, magari partorita dall’idiozia artificiale, per sbarazzarsi di loro, eliminarli in quanto individui non graditi, oggetti ingombranti, inutili.

Dunque, la nostra risposta può essere solo una reazione: positiva, pacifica, riconciliatrice; elevando all’ennesima potenza la nostra umanità: dobbiamo evolverci, in fretta, da subito, diventando umanisti estremi. Non c’è altra via, nessun sotterfugio.

Umanesimo, sì; non possiamo certo aspirare a diventare novelli Socrate o Cicerone, né pretendere di ergerci al centro del Creato – ci siamo già troppo posizionati su un piedistallo di alabastro, senza essere statue scolpite da Fidia – ma esseri finalmente umani che abbracciano la coralità, la giustizia e l’equanimità in ogni settore, che riscoprono l’importanza fondamentale dell’istruzione per offrire alle menti orizzonti vasti e sconfinati, coltivare “la speranza che ispira l’azione” (virtuosa), agire per il bene comune per alimentare, senza fine, la speranza.

Vita e futuro: dobbiamo pretenderli – il pane e le rose – e il modo migliore non è restare inerti confidando nelle elites, ma costruirli da soli, cominciando dalla “risocializzazione delle persone, delle comunità, delle istituzioni“;

non c’è più tempo, non possiamo affogarenell’illusione di salvarci senza o contro gli altri“.

Serve una concezione globale condivisa dell’Uomo, dell’Essere umano; rammentandoci che l’Umanesimo “ha una tradizione vecchia di duemilacinquecento anni, e che ha avuto esordio con i profeti nel mondo occidentale e con gli insegnamenti buddisti in Oriente. Quali sono i principi fondamentali di quest’umanesimo? La concezione può essere così sintetizzata: uno, fede nell’unità della specie umana, in quanto non v’è nulla di umano che non sia reperibile in ciascuno; due, accentuazione della dignità umana; tre, affermazione della capacità di autosviluppo e auto perfezionamento dell’uomo; quattro, importanza attribuita alla ragione, all’obiettività, alla pace“.

Lo scrisse Erich Fromm, psicologo, psicoanalista, filosofo tedesco, nel 1971, nell’opera Dalla parte dell’uomo; nel millennio passato.

Sperando non sia, non diventi:

il nostro epitaffio.

Il Sole sulla Terra

Se potessi avere mille lire al mese.

Chi ha tanti soldi vive come un pascià e a piedi caldi se ne sta (sotto testo, per rimarcare il concetto: viva i soldi).

Grave forma di sindrome nostalgica? Improvvisa epidemia individuale – esiste? – di materialismo sfrenato, stile anni ’80 del 1900?

In verità (senza superbia, anche per non incorrere nelle ire divine), le soluzioni che cerchiamo per produrre sempre maggiore energia, per un consesso umano dipendente sempre più dall’elettricità, suoi derivati, consimili, sono tutte costosissime e per implementarle, metterle a regime, alimentarle, servirebbero altre, svariate, miriadi di vagonate dei “beneamati soldi“.

L’auspicio generale – o meglio, delle persone di buona volontà – è che queste energie potenziali (al momento) siano davvero ecologiche e ci permettano di abbandonare definitivamente quelle derivate dai letali idrocarburi; in aggiunta, dettaglio non trascurabile, conoscendo le pulsioni della bestia umana, che non inneschino nuove guerre, armate e/o economiche, diverse facce della medesima oscura medaglia.

Ci si avvinghia a tutto per individuare fonti pulite e sostenibili, per davvero, non come le cianfrusaglie inquinanti proposte in modo invasivo dalla reclame, in ogni momento, per ogni dove; alziamo gli occhi verso il cielo siderale e proprio negli astri poniamo, riponiamo nuove speranze; sembra di essere piombati in un anime avveniristico, ma si tratta della nostra ardua realtà.

La direttrice dell’istituto di fisica del plasma Max Planck, in Germania, è la studiosa statunitense Rachael McDermott; ospite illustre di BergamoScienza, ci fa sognare con le sue parole, chiare e lucide, lontane dal lirismo della poesia, pragmatiche eppure poetiche: “Esiste speranza nella fusione nucleare tra due nuclei atomici, come avviene nel cuore delle stelle“.

Per proseguire con gli afflati poetici, potremmo osare e dire che stiamo cercando di “produrre il Sole sulla Terra“; la fusione nucleare tra due nuclei atomici leggeri origina un terzo nucleo atomico più pesante, che rilascia energia, il plasma. Capire come ‘imprigionare’ questa energia e come renderla disponibile per le nostre ‘affamatissime’ reti elettriche è la missione che l’istituto Max Planck si è dato.

Oltre ogni altra considerazione, permangono due ordini di problemi, enormi: il costo per la realizzazione del progetto, decine di miliardi di euro, e i tempi di realizzazione, dieci anni per riuscire a compiere il primo, accurato passo, venti per l’implementazione vera e propria del programma. Intanto, si sa, alcuni privati, ingolositi dai possibili risvolti lucrosi, spingono sull’acceleratore, disposti a correre anche quei rischi fatali che “un istituto pubblico non può concedersi“.

Proseguendo nella sua analisi, la professoressa McDermott utilizza un’altra immagine molto esplicativa: “Per ottenere la fusione tra due nuclei servono tre cose: la giusta densità, la giusta temperatura e il fatto di mantenerla abbastanza a lungo da sfruttarla. Per quanto riguarda i primi due passaggi non ci sono soverchi problemi, il terzo rimane invece complicato. Come un caffé caldo si raffredda velocemente una volta versato nella tazzina, anche per il plasma tornerebbe utile un thermos. Ecco, ci servirebbe un thermos migliore di quelli di cui disponiamo ora“.

Una volta fatto tutto questo – uno scherzetto, in fondo – giungeremmo (meglio, l’umanità riuscirebbe) a produrre l’agognata energia pulita, di cui siamo assetati come dispersi nel deserto del Sahara; la fiducia della studiosa nella fisica del plasma è però incrollabile: “Noi speriamo di contribuire per il 20 per cento del totale del fabbisogno, grazie alla fusione nucleare“.

Noi poveri bipedi, frastornati più che mai, sballottati tra conflitti, interessi impuri dei vari plutocrati, diritti democratici avversati e maltrattati da più parti (anche insospettabili), ci affidiamo al cuore buono delle stelle;

confidiamo, anzi, che le stelle prendano con la massima urgenza nel cuore i nostri bisogni fondamentali:

non solo quello dell’energia.

Shooting Star

Ready, my UFO robot in the space
(Pronto, il mio ufo robot nello spazio)
And change your body in your face
(E cambia il tuo corpo nel tuo viso)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)
My UFO robot in the space
(Il mio ufo robot nello spazio)

Fly my UFO robot in the sky
(Vola, il mio ufo robot nel cielo)
Against the monster of the night
(Contro il mostro della notte)
My UFO robot in the sky
(Il mio ufo robot nel cielo)
My UFO robot in the sky (Il mio ufo robot nel cielo) 

Testo: Luigi Albertelli; Musica: Vince Tempera; Basso: Ares Tavolazzi

Essere un dio greco, ma, pedalando sulla pedemontana, immaginare di tramutarsi in Ares.

Ares, altra divinità dell’Olimpo, figlio di Zeus ed Era; bellicoso e ribelle, cacciato dal consesso divino dopo essere stato sorpreso in attività fornicatrici con Afrodite, decise di ritirarsi in Tracia, limite estremo della Grecia classica, ritenuta terra abitata da genti barbare e spesso animose.

Ares, non solo violenza e continue gazzarre, anche poesia, musica, gioia e rivoluzione. Stagioni memorabili, indimenticabili, con un basso – strumento musicale, per fugare eventuali maldicenze – nell’Area del rock d’avanguardia, rock sperimentale, rock progressivo, con l’obiettivo dichiarato di “superare l’individualismo narcisistico, per giungere a una musica totale, di fusione e internazionalità“.

Incontrare un altro ellenico, di nome Demetrio, dio della voce e di tutti i linguaggi arcani e magici che nella voce si mimetizzano; imparare da lui, grazie a lui “a coagulare diversi tipi di musica – jazz, pop, mediterranea, mediorientale, elettronica e contemporanea – , per giungere all’abolizione delle barriere tra musica e vita, per trarre spunti dalla realtà, dalla strada“.

Pedalare, rigorosamente in salita – ascese a qualche monte ventoso – e immaginare un bimbo degli anni ’70, del secolo scorso; un bimbo rapito, in senso buono, dai suoi primi, sconfinati sogni, completamento perso nei suoi sogni, così vividi e concreti da tramutarsi nella sua realtà quotidiana.

Nell’appartamento dove viveva quel bimbo, assieme ai suoi genitori, c’era uno sgabuzzino, minuscolo e buio – oscuro? – che conteneva però un piccolo armadio misterioso; era, per chi lo sapeva riconoscere e attivare, un varco dimensionale che permetteva di volare nelle immensità astrali dello spazio, nelle ere temporali più varie e impensabili, da mente umana raziocinante.

H: controllo di essere da solo, i miei genitori dovrebbero ancora essere impegnati in ufficio. Con cautela e circospezione mi avvicino allo sgabuzzino e poi entro deciso. Mi chiudo la porta alle spalle. Esso è qui, lo so, lo percepisco. Non la sua struttura fisica, materiale, ma il suo potere. Mi lascio fagocitare e trasportare nello spazio. Freddo, buio. Poi, appaiono puntini luminosi, un mulinello iridescente, nuvole gassose nivee, corpi celesti sconosciuti (immaginari? no, li vedo, sono a poca distanza da me). Lentamente, la temperatura è divenuta gradevole. Vortici di luci caleidoscopiche, sensazione di leggerezza, incorporeità, di fusione con l’universo, con i suoi mondi più lontani.

H: avverto dei suoni. Non rumori dissonanti occasionali, ma una vera e propria musica, una melodia affascinante, ipnotizzante, conducente (che conduce, instrada, che guida): Una musica nello spazio, attraverso lo spazio, dallo spazio, elemento edificante, cullante, protettivo. Curioso, so per istinto infantile che è stata creata, composta, assemblata da tre terrestri per narrare, svelare, disvelare l’odissea spaziale di Duke Fleed, Actarus, se vi garba di più. Non so come sia possibile, ma io vedo e provo gli stessi sentimenti del Principe che comanda il robot (Goldrake), potente macchina da guerra, eppure straordinario strumento e simbolo di pace.

Auguri, usanza molto terrestre (oggi, ne abbiamo necessità, più che mai) per il tuo primo mezzo secolo di vita – almeno, secondo i nostri parametri – e, come direbbe il buono e saggio Nonno Ermes, “cosa sono 50 anni, al cospetto dell’eternità?“.

Tu continui a volare nello spazio lassù, sempiterna sentinella contro il mostro della notte;

quaggiù, ho il vago sospetto, emulandoti, toccherà a noi ridare vita ad una società planetaria, finalmente umana e pacifica.

L’isola di ieri

Se io fossi un’isola, dell’Oceano: Pacifico.

Pacifico, nome del mare e pacifico: lo scribacchino virtuale.

Soprattutto, coltiverei la speranza di suscitare, in un modo o nell’altro, prima o poi, la curiosità di Hugo Pratt; alleverei la fondata speranza di essere scenario per una delle avventure di Corto Maltese, gentiluomo di mare atemporale, mai separato o indifferente d/al mondo.

Se io fossi un oceanista – oceanologo? – antropologo, o viceversa, non solo potrei piacere all’Autore veneziano, ma (chissà…) potrei avere gli strumenti immateriali per capire meglio, di più la storia degli uomini, delle genti, dei popoli di mille colori in questa immensa porzione di Pianeta.

Se lo fossi – o studiassi con impegno per diventarlo – poi mi piacerebbe cambiare nome, adottare quello di Favole o Aria; Favole nell’Aria che si traducono nella realtà, che si trasformano in realtà e salvano gli Oceani, i mari, la Terra, i Popoli.

Oso troppo? Sogno, però forte; non esistono utopie, ma progetti e cooperazione.

Come Corto, mi illudo di poter salvare il mondo? Solo me stesso, però, da quanto ho capito – sempre troppo tardi, sempre troppo poco – insieme agli altri, perché “nessun uomo è un’isola“. Forse, un’asola.

Per chi suona la campana? A morto, per noi, intesi come umanità. Ernest Hemingway utilizzò questo celeberrimo verso di John Donne (parole già scelte dal monaco scrittore Thomas Merton, quale titolo di una sua opera letteraria) come epigrafe per il romanzo, divenuto anche una pellicola di successo mondiale. La morte di un soldato in guerra – oggi, costretti ancora a parlare di conflitti e loro conseguenze – è una tragedia individuale e familiare, ma in realtà coinvolge e colpisce l’intero consesso civile del pianeta.

Come scriverebbero quelli bravi (non di don Rodrigo): tutti gli uomini sono interconnessi, interdipendenti spiritualmente tra loro. Anche se non lo percepiscono, o credono con fermezza il contrario.

Lo sanno molto bene, dolorosamente, amaramente le persone che vivono nell’area dell’Oceano Pacifico, che appartengono a quelle culture variegate ma concatenate; lo sanno perché sperimentano sui propri corpi il rischio di annichilimento, non solo del patrimonio di conoscenze, ma la scomparsa delle loro case, delle loro isole, a causa degli effetti devastanti della crisi climatica. Più, tutto il resto. Anche se, per qualche testa d’uovo (con rispetto scrivendo, nei confronti dell’uovo), si tratta di una truffa.

Immergersi al mattino da una battigia, ancora integra – o quel che ne rimane dopo i frequenti cicloni – , e imbattersi in gigantesche isole di rifiuti di plastica, è uno scherzo? Ai posteri, l’ardua sentenza; avremmo detto e scritto un tempo, oggi auspichiamo ai posteri di poterci essere: dopo di noi, dopo i nostri disastri.

Corto Maltese cominciò da questi mari il suo viaggio (1967, Una ballata del mare salato), e viaggia, naviga, si avventura ora, lottando insieme a noi, senza sosta, né intenzione alcuna di concedersi requie.

Come gli indigeni decisi a battersi per una giusta causa comune, per un bene grande: salvare l’identità locale, salvare le loro isole, nonostante l’inerzia di una comunità internazionale che latita sulle urgenti questioni climatiche; sono lungimiranti, previdenti e cambiano le rispettive costituzioni, introducendo il principio di uno stato “che continuerà a esistere anche privo di un territorio fisico“. Per capire la predisposizione d’animo e la forza morale di queste genti, basterebbe riflettere che qui gli studenti, dalle isole Fiji, intentano cause legali per ragioni climatiche alle Nazioni Unite e alla Corte internazionale di giustizia.

Sogno o son desto?

Se io fossi un’isola – lungi dall’essere o trasformarmi in isolata – annuncerei al piccolo, vasto mondo che le popolazioni oceaniche sono in costante risveglio e indicano una via, un modello a quelle ancora dormienti o ipnotizzate; se fossi quell’isola, canterei al pianeta tutto che “l’oceanitudine (Hugo Pratt e Corto Maltese approvano, incondizionatamente) è uno spazio di connessioni“. Al bando, le involuzioni che stanno deturpando altre zone del nostro amato, unico globo.

Se fossi l’isola, annuncerei all’umanità: noi siamo forti insieme, noi siamo il futuro, perché “noi siamo l’oceano“.

Spalle al mondo

Scivola, scivola, scivola, ma non è un ritornello dell’Umberto nazionale (Tozzi, a scanso di equivoci).

Scivola, scivola, scivola, ma non siamo su un pista di pattinaggio su ghiaccio, su un tracciato montano di slalom gigante (anche se), in un palazzetto per campionati di curling.

Scivoliamo, tutti – o meglio, quelli che si trovano per spudorata fortuna a vivere nella porzione di sedicente umanità ‘privilegiata’ – inesorabilmente, lentamente verso l’epilogo (non quello auspicato, pronosticato da maghe e fattucchiere prezzolate). Non più lentamente, considerando la nostra complicità, anche passiva.

C’era una volta – c’è ancora, per la cronaca e il puntiglio – Unterluss; molti, forse la moltitudine o parte maggiore, compreso lo scrivente, non ne hanno mai sentito parlare, non conoscono il luogo. Si tratta di un paesone di 3.800 abitanti, circondato da boschi, con al centro – più o meno – un campo di calcio. Tutto molto ameno, potremmo dire, magari con un vago, non infondato, sospetto. Al posto di quel campo, durante gli anni bui e terribili del nazismo, sorgeva un lager: con prigionieri militari italiani che dopo l’armistizio del 1943, scelsero, lottando, non solo contro gli aguzzini, non solo contro una patria che per ignavia li aveva abbandonati quali “schiavi di hitler“, ma contro la propria coscienza, di offrirsi come ‘forza lavoro coatta’ (con morte certa), rifiutando di schierarsi, con il fuhrer o con il duce.

Né la Germania (timidamente, balbettando negli ultimi anni), né i partiti italiani, negli ultimi 80 anni, ritenendo la loro storia e le loro vite “poco utili alla causa“, hanno davvero fatto i conti con questi protagonisti “dell’Altra Resistenza“. Il nostro Parlamento, per una volta con voto unanime, dedicherà loro la giornata del 20 settembre. Doverosamente.

Ancora più sconvolgente, almeno per l’inutile compulsatore di tasti, oggi, anno del Signore 2025 (Lui lo sa? E’ d’accordo?), a pochi metri da quel rifiorito campo, incombe la più grande fabbrica d’Europa di munizioni; “per la nostra difesa, per la nostra sicurezza“.

La disumanizzazione del povero capro espiatorio, con le conseguenze tragiche che conosciamo anche troppo bene, è una strategia, vecchia come il cucco; anzi, troppo comodo: vecchia come quella immonda (talvolta o troppo spesso? la guerra non è una condizione naturale, lo è la pace) bestia che ha la pretesa di essere ‘uomo’. Non è una strategia inventata da Vega – nelle notti limpide e stellate, nelle notti illuminate dalla Luna piena e rossa, alzo gli occhi al cielo, scruto con attenzione e anche se non riesco a vederlo, so che lui è lassù (Actarus/Goldrake); scivola scivola scivola, tornerà, anche stavolta – , non si tratta di una strategia nazista; accadeva prima del III reich, accadde con gli ‘sterminatori in nero‘, accade ai giorni nostri, a ogni latitudine, anche nelle nostre ‘belle democrazie‘. Lo dimostra lo storico inglese Laurence Rees, nel suo documentatissimo, preciso saggio La mente nazi, 12 moniti dalla storia (pubblicato dai tipi di Bompiani).

Moniti da non ignorare, moniti da cogliere, moniti per il risveglio collettivo: delle coscienze, delle azioni comunitarie.

Spalle al mondo, dunque;

non per rivolgere le proprie spalle alla Terra, per apatia e menefreghismo, ma per trasformarle in quelle di Titano, in un certo senso e grado, per caricarsi il peso, la responsabilità, l’umiltà operosa di aiutare – tanto o anche solo un poco – (come scrive il professor Roberto Mancini, su Altreconomia di settembre) tutte le comunità dei viventi;

umani o animali, appartenenti a flora e fauna.

Adesso, subito: per non scomparire nell’assuefazione allo status quo, nel degrado.

Per non essere cancellati per sempre, dalla nostra stessa auto disumanizzazione.

Piccolo sognatore

C’era una volta.

Il più classico degli incipit, delle fiabe. Stereotipo vorrebbe che tutte le vicende, le avventure narrate – ambientate in un tempo indefinito, indefinibile – trovassero lo stesso lieto epilogo: e vissero felici e contenti.

Dopo secoli di narrazioni, dall’alba dei tempi, non è proprio così, non più; sono mutati i fruitori delle fiabe, sono mutate le circostanze (anche le stanze del circo), forse sono mutate le regole e le caratteristiche delle fiabe stesse. Il confine tra bene e male non appare più così manicheo, ma risulta labile, sfumato, quasi impercettibile, come nella dura realtà.

C’era una volta, tanto tempo fa, un bimbo a spasso con i nonni materni che si fermava sempre davanti all’edicola della piazza, incantato, affascinato dalle copertine fantastiche – per lui erano così, senza ombre di dubbi – , variegate, policrome, dei vari albi a fumetti pubblicati, esposti per essere acquistati e letti dagli individui più fortunati della terra. Di quella terra. Mitica e onirica.

Un agognato ritorno – a casa? alle origini? – con un’espressione comune a tutti i popoli del Pianeta azzurro; un’espressione che avremmo potuto ascoltare nei magnifici giardini pensili di Babilonia, per delucidare quanto questa frase sia stata utilizzata, sfruttata per carpire l’attenzione e la sospensione dell’incredulità, quanto successo abbia riscosso ovunque. Se i Popoli volessero ripartire da qui, il futuro si tingerebbe di speranza, di concreta collaborazione, di prosperità; per tutto e tutti.

Il sognatore si fa piccolo, al cospetto dei sogni: più grandi, più mirabili, più magnificenti della realtà. Un bambino lo sa, lo avverte, per natura: non sono leggi, ma codici esistenziali, inscritti nel suo DNA.

Per quel bambino, il sogno assomiglia da vicino all’utopia di cui discettava, tanto, troppo, tempo fa (per restare in tema), un docente di educazione fisica: un’idea che non si realizzerà mai: a meno che, non la si trasformi in un progetto, concreto, come una pietra, un fiume, il pane.

Il sognatore si rende parte, porzione, frammento, punto – i punti formano le linee e sono infiniti, per rammentare nozioni base – del sogno, realtà onirica che non può non essere senza limiti. Dal latino somnium, stessa radice di somnus, sonno (Ypnos, in greco antico). Immagini che nascono nella mente durante il sonno, collegate tra loro nei modi più strani, irrazionali, incoerenti; tali, fuori dal sonno, eppure perfetti, perfettamente logici, durante il viaggio nei nostri meandri.

Volendo esagerare – siamo o non siamo puri sognatori? – : trasognare, sognare a occhi aperti, mentre si osservano le situazioni attorno a noi; trasognare: per renderle umane, gentili, accoglienti. Umane, mai troppo umane.

Quando si soffre, sotto una qualsiasi brutale dittatura, quando perfino la libertà è un miraggio, disegnare fumetti (di nascosto) diventa un atto eroico, un atto di ribellione, di resistenza; è il tema centrale del recente graphic novel di Paco Roca, fumettaro iberico, disegnatore delle nuove avventure di Corto Maltese, marinaio di ventura, avvezzo da una vita alle utopie, alle materie oniriche.

La storia comincia proprio con un bambino, incantato davanti alle copertine degli albi a fumetti, esposti in una edicola.

Vorrei anch’io osservare quegli albi, perdermi nella loro “geografia insondabile“, appendere alle pareti di casa nostra – ovunque sia, qualunque cosa significhi – il mio sogno più bello, più grande, più necessario;

ponti in tutto il pianeta, ponti tra tutti i pianeti delle nostre immaginazioni.

Grand Hotel

Ritrovarsi solitario su una spiaggia adriatica – o cercarsi? – , arenile sfuggito alla furia del meteo e alle scorribande vacanziere delle varie movide.

Si dice così, no? Pino D’Angiò docet.

Come vi ero arrivato, chissà; importante che di fronte a me ci fosse un oceano di silenzio, pace e poesia. Anche solo il mare, adriatico.

Improvviso, improvvido, traumatico mutamento di scena: sono al lido, di Rimini. Sotto una palma fronduta, nei paraggi del Grand Hotel. Ombra rigenerante e compagnia poetica stimolante: Federico Fellini.

Mai conosciuto (sconosciuto, mai), di persona. Dialoghiamo fitto fitto – non sulle palafitte – , armoniosamente, pacatamente. Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet – se preferite, il signor Mastroianni M.; forse Villaggio, Paolo? – non è mai finito, eppure non si può definirlo un’incompiuta; in fondo, siamo tutti viaggiatori inconsapevoli, di un cammino molto più ampio, universale, ove la nascita non rappresenta l’inizio, la morte non costituisce la fine.

Da un misterioso cavalcavia, qualcuno bloccato tra auto prepotenti e asfissianti, mi rivolge un cenno di saluto; i passeggeri dei sedili posteriori, sono due bimbi scavezzacollo e due gatte coccolone.

Il lungometraggio non vide mai la luce, anzi, il buio della sala; anche perché, un noto, potentissimo, sensitivo, “mi sconsigliò caldamente di compiere questa impresa cinematografica“. L’avventura – vero, o verosimile, l’ammonimento parapsicologico – non fu mai intrapresa, perseguita, inseguita. Solo e sempre sognata, come sono, in fondo, le mete, le realtà oniriche più vere, più belle.

Tu mi chiedi, come tanti in passato, perché; nulla si sa, tutto si immagina. Dovrai accontentarti e capire“.

Da un Maestro, non si pretendono risposte, ma suggestioni, squarci di paesaggi e orizzonti, lampi di luce nella tenebra che vorrebbe avvolgerci; Lui mi confessò – nell’audace sogno, non a me in particolare, al mondo – che per tutta la vita aveva desiderato diventare un aggettivo: alle soglie dell’anzianità, era riuscito nel suo intento.

Sarebbe bello, quanto ci garberebbe essere, anzi, tramutarci, anche noi, mortali semplici, in felliniani;

in alternativa, potremmo ripiegare, abbozzare, rassegnarci (speriamo: mai):

mercuriali, o ermetici (pari non sono), andrebbe di lusso.

Anche se l’estate volge al crepuscolo.

Non degli dei, per ora.

Sconosciuto

A me stesso, soprattutto.

Sarebbe facile, liquidare così la questione; troppo, comodo e senza complicazioni: di coscienza.

Sconosciuto, cioè colui che non si conosce, che non si è mai visto: gente sconosciuta, quando, ad esempio, si esplorano – è ancora possibile – nuovi territori, nuove realtà, nuovi pianeti.

Tante eccezioni, anzi, accezioni; tante sfumature, come spesso regala e certifica la nostra amata, sconosciuta – per restare abbarbicati al tema – ai più (lo scrivente, in testa), lingua italiana.

Potessi optare, diventerei un illustre sconosciuto; sconosciutamente, me ne andrei con pochi, fidatissimi compagni (per citare, fintamente colto, il Boccaccio).

Mi piacerebbe essere un personaggio della letteratura disegnata, lo Sconosciuto di Magnus – Satanik e Alan Ford dovrebbero dire qualcosa, smuovere l’immaginazione, agitare fumettose rimembranze – , alias Roberto Raviola; celebrato giustamente con una fortunata mostra monografica al Paff, Palazzo delle Arti e del Fumetto di Portus Naonis, l’autore bolognese, svincolatosi dall’impegno pressante della serialità, offre al pubblico uno spaccato degli anni ’70 (del 1900, per il puntiglio), attraverso le vicende e gli occhi di un disincantato, di un cinico, di uno sconfitto, che sulla propria pelle vive, e registra, non come uno storico o un romanziere classico, gli interessi e le trame occulte che in quel periodo agitano l’Italia e lo scacchiere internazionale; con un tono vagamente, volutamente pulp.

Sconosciuto, il mio destino: per fortuna. Meno bene, sconosciuto il saper (come) vivere; meglio, il senso della vita. Da vecchi, o in viaggio non commutabile, su quel sentiero: fatto ingiustificabile, intollerabile.

Mi sovviene, curiose associazioni mentali, lo Straniero e non so quali, o se esistano, attinenze tra i due personaggi; in caso affermativo, sono ignote, a me stesso, acclarato ignorante totale. Ignote, eppure presenti, ravvisabili, tangibili, solo con la mente e suoi derivati. Premesso, ammesso funzionino: correttamente.

Scavo, scavo archeologicamente nella memoria, meglio di quanto farebbe Heinrich Schliemann – chi fu, costui? – per rintracciare, per rinvenire (non svenire), per recuperare indizi, orme, schegge di selce, di me, del mio passato, appurato che del futuro – posteriore, anteriore o meno – non detengo nemmeno prelazioni, certezze. La verità, una delle poche cui possiamo accedere, riguarda la memoria: lungi dall’essere un archivio fotografico, lungi dall’essere uno sterminato archivio di informazioni, “è un delicato sistema ricostruttivo che vive di equilibrio tra ricordare e dimenticare“. Lo assicura Sergio Della Sala, professore di Neuroscienze cognitive umane presso l’università di Edimburgo. La dimenticanza non è poi così grave, riflettendoci un po’. Magari improvvisando danze tradizionali scozzesi, per stimolarne, a seconda del ritmo, maggiore o minore vigoria. Della dimenticanza.

Purtroppo, esistono anche realtà fastidiose, non sconosciute, almeno dal 1972, ma che noi, intesi come popolazione mondiale, vogliamo abbandonare nell’ombra, possibilmente rimuovere, in fretta e per sempre. In tale categoria, a pieno titolo, cito il meritorio Rapporto sui limiti dello sviluppo, “terrificante oracolo” – come scrivono i tipi de La Lettura del Corriere della Sera – che anticipò di decenni il ‘vaticinio di Cassandra’ sui modelli di sviluppo e crescita economica senza limiti, che ci hanno condotti sull’orlo della catastrofe finale. Il transalpino Abel Quentin narra la storia e le vicissitudini dei fantastici quattro (Donella Meadows, Dennis Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III) che misero in allerta l’umanità riguardo i pericoli esiziali del nostro modo di abitare il pianeta e di sfruttarne le risorse; lo fa con leggerezza, per quanto possibile, e con una sana dose di umorismo. Lo fa, bene, in forma di romanzo, ma non c’è, davvero, niente da ridere.

Ormai sappiamo che “per innescare un ruolo“, consapevole e attivo, in chi ascolta brutte notizie, la strategia più indicata, risiede nella capacità di porre domande interessanti, anzi, giuste;

certo, per scongiurare la fine del mondo, temo ci si debba ingegnare come mai, prima d’ora.

Intonare A che ora è la fine del mondo? e impugnare una ramazza di saggina, potrebbe non risultare sufficiente;

ma si può tentare: potrebbe essere l’inizio:

per non essere più sconosciuti, umanamente, a se stessi.

Movimento

Curioso, associo subito il lemma all’ambito musicale: movimento, parte di una composizione sinfonica, non escluderei quella da camera; soprattutto, con meteo piovoso, barra / procelloso.

Curioso, non il soggetto – anche, senza dubbio – ma il pensiero: presunto o reale che sia.

Muovere, muoversi (darsi una mossa, non quella provocante e lussuriosa di Marisa la Nuit), dal latino – latineggiante? – movere; il movente, colui che si muove, ma anche l’innesco, la causa di una turpe azione criminale; meglio sarebbe optare per il garbo del muovere una persona (stimolare una persona a), l’atteggiamento, il modo (elegante? raffinato? misurato?) in cui un individuo si muove, nei confronti dei suoi simili, in mezzo al mondo.

Potrei, posso elencare una miriade – mi correggo: una quantità, modica (non quella, magnifica, in Trinacria) – di accezioni, sfumature se gradite di più, per lo stesso vocabolo; sfoggio comoda erudizione (non cultura, non sono così superbo, né artificialmente intelligente), snocciolando: nelle arti figurative, in architettura, nella critica letteraria e dello spettacolo, nella tecnica delle costruzioni, in geometria, nella statistica (quella sublime scienza che certifica: se io divoro due polli arrosto e tu zero, nisba, nada, dunque, entrambi abbiamo … ), in ragioneria, in economia, azione convergente di una moltitudine di persone (da non confondere con partito – non in senso nuziale – , organizzato, molto più strutturato), e, dulcis in fundo, se vi basta, movimento di cose e/o esseri viventi. Al punto che, il movimento in analisi, pare una delle peculiarità essenziali dei viventi. Oibò, urca.

Non escluderei flora e regno minerale, ma sono convenzioni, convinzioni, punti di vista, di svista; più o meno illuminati, illuminanti.

Vorrei aggiungere, in senso lato (non l’attaccante esterno della Polonia, anni ’70/’80), i movimenti, o moti – più specifici, più accurati – di memoria; ennesimo elemento spesso invocato, tanto citato, trascinato a caso, o utilizzato in modo maldestro e strumentalizzato, per fini personali, egoistici, criminali.

Nessuno si sorprenda, o finga stupore, se mi permetto di compulsare che l’oblio, identificato quale cancellazione, addirittura negazione della memoria, in realtà è considerato, è da considerarsi, senza tentennamenti, senza indugi, senza fraintendimenti, elemento fondamentale per formare, rinforzare, esercitare l’atto mnemonico, il patrimonio mnemonico.

Non lo affermo, né scopro io, il fine ragionamento, ma Marc Augé: etnologo, antropologo, sociologo passato alla storia come teorizzatore dei malsani ‘non luoghi‘ (aeroporti, centri commerciali, supermercati e compagnia infestante). Volendo sintetizzare al massimo gli studi e le riflessioni dello studioso francese, potremmo sciorinare l’espressione coniata dai tipi di Robinson: senza l’oblio, il ricordo non vive.

In sostanza, in soldoni (giusto per essere ‘ordinari‘), “il punto chiave per Augé è comprendere che l’oblio non è la mera perdita di uno o più ricordi, ma un vuoto che diventa componente essenziale della memoria stessa“. In altre parole, la memoria, per essere tale, autentica, deve sgravarsi della soma, dell’inutile, che impedisce ai concetti importanti di emergere, di risaltare. Se parlassimo di scultura, ad esempio, l’opera d’arte è ciò che resta una volta (buona, volta) eliminata la materia inutile, ‘affardellante‘.

L’oblio è la forza viva e selettiva della memoria; il ricordo è il risultato della sua azione“.

Esagerando – compiendo quindi l’opposto di ciò che fa la grande letteratura: tacere il superfluo, fosse anche la più meravigliosa delle descrizioni – potrei, vorrei, anzi citerei Michael Herzfeld, antropologo, professore emerito di Scienze Sociali alla Harvard University di Londra (gli amati, stimati, cugini dei Galli): “Qualificare come tradizionale/tradizione qualsiasi oggetto (una canzone, un tipo di casa, una ricetta) è già un atto politico che stabilisce una gerarchia di autenticità, spesso escludendo aspetti culturali appartenenti alla vita quotidiana di gruppi emarginati o svantaggiati. La tradizione è soprattutto un’idea, un concetto, prodotto da persone desiderose di ancorare l’attualità (in particolare, l’identità collettiva) a un passato specifico, come se la storia avesse un inizio fisso!“.

I componenti di un determinato gruppo, di una determinata comunità tendono ad aggrapparsi alla cosiddetta “intimità culturale“: soffermandoci sulla società italiana, argomenta ancora il professor Herzfeld, “i romani, ad esempio, sono consapevoli che il loro dialetto romanesco suscita sdegno, imbarazzo, ma ne sono per lo più orgogliosi, perché l’uso di quell’idioma serve a escludere l’orecchio invadente dell’estraneo“. Quando ciarliamo di tradizioni, dunque, dovremmo rimanere attenti e cauti, per non confezionare un enorme pacco omaggio ai neo nazionalismi in ebollizione.

Se memoria deve esserci, se non altro per impedirci di replicare il male del passato (l’attualità mondiale mi smentisce clamorosamente), vorrei che fosse quella definita da Malcolm de Chazal, poeta, aforista, intellettuale delle isole Mauritius:

La memoria ha cinque porte d’entrata: i cinque sensi; e una sola d’uscita: l’immaginazione“.