Sogni concreti (per costruire il Futuro)

Correre insieme a tutte le persone che amiamo.

Correre fra verdi prati lussureggianti, in mezzo a mari d’erba nipponici, attraversando cascate di petali di ciliegio, avvolti costantemente da una luce infinita, perfetta, indescrivibile.

Rifugiarsi in un vagone abbandonato di una linea ferroviaria dismessa, dimenticata, lontana dal mondo, anzi, dalla società degli uomini, dalle sue regole crudeli, dalla sua ipocrisia.

Nel vagone, ricreare un mondo incantato, soprattutto libero; ove ognuno può davvero esprimere la propria dimensione ontologica, lasciando a briglia sciolta le emozioni, i desideri, le fantasie: senza occhio giudicante, senza mano che punisce.

Sublimarsi nella gioia luminosa della propria essenza, cullati eternamente dal trascorrere delle comete, delle stelle, degli eoni spazio temporali.

L’innocenza o, per essere più fedeli all’originale, Il mostro – in senso etimologico – è un dono estivo che dalle nostre sale, ancora spopolate causa ferie, plana sulle nostre vite; Hirokazu Kore’eda distilla cinema, racconta le dinamiche complesse e spesso problematiche delle famiglie, dove nulla è mai come sembra, cita a piene mani Rashōmon di Akira Kurosawa, ma raggiunge l’apice nell’ultima mezzora, nella quale i più ingenui e entusiasti (come il compulsatore), ravvedono in controluce la sagoma inconfondibile di Miyazaki Sensei. Un condensato di pura meraviglia miyazakiana: colori, atmosfere, protagonisti, filosofia, anzi, Weltanschauung dell’autore nipponico.

Le opere, una volta pubblicate, sono totalmente dei fruitori, interpretazione compresa. Cosi è, se vi aggrada. Anche se non. Gli Artisti lo sanno.

Del resto, il velo lieve e fragile che separa la realtà – le infinite versioni della realtà – dall’immaginazione, dall’onirico, dovrebbe aiutarci a riflettere; le forze del bene e del male non sono separate in modo netto, manicheo, oserei affermare; un certo Guglielmo d’Albione ci disse qualche tempo fa che esistono più verità in cielo e in terra di quante possa comprenderne la nostra filosofia, la nostra scienza, la nostra ‘suprema’ (illusione) tecnologia.

La meraviglia dell’innocenza contro la barbarie dell’avidità, lo stupore dei bambini di fronte alla bellezza della Terra, contro l’aridità di troppi adulti. Se sul serio abbiamo a cuore le sorti della casa comune e di noi tutti, non gli indici azionari.

Tim Ingold, antropologo inglese, in Italia per la lectio inaugurale del nuovo progetto culturale Serra Madre, quasi si fosse confrontato con i due registi del Sol Levante (con Hayao in particolare), avverte: “nessun domani post umano, con fughe su altri pianeti. Dobbiamo trovare un piano B. anzi, molti. Paghiamo caro le insensatezze capitalistiche, a base di incessante produzione e confidando sulla presunta, infondata disponibilità infinita delle risorse. Tutto questo ha creato solo danni: disuguaglianze sociali, crisi ambientale“.

Come i sogni, molto concreti – perdonate il paradosso – di Miyazaki, così un vero futuro intergenerazionale sarà possibile solo abbandonando l’eccesso di tecnologia, comunicazione robotica, intelligenza artificiale, big science (irresponsabile, insostenibile);

ci salveremo e prospereremo ancora non ponendoci più in posizione dominante, ma centrali rispetto al mondo vivente, per promuovere il benessere di tutte le forme di vita sul Pianeta.

Vivremo lieti e sani solo con minore ricorso al digitale, con maggiore ricorso all’umanesimo.

Come in un film di Miyazaki Sensei: quando si entra in una delle sue allettanti porte, dopo un percorso affascinate ma impervio, si esce migliori:

nuovi, in ogni senso.

Ucronia

Ucronia, ucronia, per piccina che tu sia, tu mi appari una magia.

Ho scritto ucronia, non utopia (Nomadi), né – spero di essere chiaro – ironia.

In fondo, cos’è mai questa ucronia, tanto vagheggiata? Da chi? Perché?

Un genere letterario, mi rivelano i dotti: niente meno, forse qualcosa in più.

Dal rasoterra, dal fondo scala, dai sotterranei della mia ignoranza mi abbarbico, come di consueto, alle briciole della realtà – dura, anche violenta, mai sicura – e deambulo; come un sonnambulo, come un sognatore, come un bimbo, spaventato da tutto perché precipitato sulla crosta terrestre indipendentemente dalla sua volontà, che entra nel bosco (o sottobosco, un lusso di pari grado) e si costruisce una piccola casa, dove rifugiarsi spesso, per leggere. Per immaginare mondi, vite – specie la sua – alternativi.

Sono nato – almeno credo – attore, pirandelliano. Nel senso, ho interpretato sempre, solo (quasi, spesso e volentieri) personaggi creati dalla mente di Luigi Pirandello. Ho consunto assi (di legno, dei teatri) e neuroni a furia di recitare Uno, nessuno, centomila, Sei personaggi in cerca di autore, L’uomo dal fiore in bocca, I giganti della montagna. Soprattutto, La giara, la mia opera prediletta, novella umoristica che mi ha sempre baloccato come fossi prigioniero del burlone re del solletico. Zi’ Dima Licasi resterà un personalissimo ‘mulo da soma’, capace di trottare oltre le contrade del verismo, per spaziare libero su quelle del grottesco.

Sono scrittore, oltre ogni dubbio, oltre ogni barriera. Il coraggio (o audacia) di affrontare l’ignoto – tutto – il coraggio di non restare arenato, spiaggiato dalle infinite domande angosciose sulle mie reali capacità di orchestrare storie e personaggi. Non sarò mai Virginia Woolf, Mary Shelley, Alice Walker; non mi tramuterò miracolosamente in Georges Simenon, Lev Tolstoj, Gabriel Garcia Marquez. Un umile artigiano, un onesto ‘lavoratore’, un sincero vivente di parole.

Sono esploratore, qualunque cosa significhi. Esploratore qualunque, con il desiderio di scoprire angoli di mondo inesplorati – ancora possibile? – anfratti, particolari geografici e umani. La visione delle parti parti più affascinanti e insolite per comporre la comprensione globale. Difficile emulare Antoine de Saint-Exupéry o Dervla Murphy, anche perché se mi avvicinassi al primo avrei l’imbarazzo di optare tra l’aviatore e lo scrittore (steccati senza senso), mentre se tentassi di essere la seconda, rinuncerei in partenza, consapevole di non possedere né la stoffa – attitudini, se preferite – né la costanza.

Sono nato con l’orecchio assoluto, cioè, dotato di. Anche il naso, non scherza, servisse aiuto. O un robusto puntello. Sono un musicista, alta o bassa – non il volume, la musica e il suo livello – non importa. Non formalizziamoci. Non sono un maestro, non sarò mai un fuoriclasse, tipo, per citarne a caso uno minore, Volfango Mozart; o George Gershwin, o Janis Lyn Joplin. Mi applico, lavoro duro, ma il talento è come, se non di più, il coraggio: se non ce l’hai, non te lo puoi dare. Mi piacerebbe essere almeno un musicista fortunello, un brano mondiale, uno solo, e entri in modo trionfale nella Storia.

Sono certo un filosofo. Di scuola pindarica. Pindaro – tra l’altro, assiduo frequentatore della Trinacria – garantite voi, colti, era un poeta? Nessuno è perfetto; questa, forse, è già stata detta. Comunque, magari come filosofo rappresento un ‘magnaaufo‘ per poi nemmeno pagare il dazio, o conto che dir si voglia. Non dovrei giustificare la mia strampalataggine; incapace di voli di poesia metafisica, potrei dedicarmi a tempo pieno, ma anche a tempo perso, ai miei amati voli pindarici. Da Siracusa ad Agrigento e ritorno.

Nato friulano, non speciale, né unico: umano, questo sì.

Nato in un bosco siculo intricato, non per caso denominato dagli stessi indigeni di Girgenti:

Càvusu, Kaos.

Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante, disse Nietzsche;

mi sono avvantaggiato, la mia origine è lì.

Notturno

Sul limite della notte – buio rarefatto, quasi alba – ansare, lentamente.

Colpa dell’afa opprimente, della mancanza di ossigeno, colpa degli incubi o dei sogni sinistri, senza un finale, senza una morale da raccontare.

Sognare un uomo dai capelli fulvi, un uomo che non vuole dire niente ai suoi simili, un uomo che non vuole insegnare qualcosa, un bipede che non vuole radunare milioni di follower inneggianti, pronti a filmarlo in presa diretta. Filmare l’impresa, firmarla. Anche perché è il fatidico 7 agosto – ma dai – 1974, lui cammina lieve su un cavo d’acciaio teso tra le Twin Towers (nel frattempo, distrutte da una delle troppe follie umane), sa solo di chiamarsi Philippe Petit, di essere un funambolo.

Forse, per i cinici o per i superficiali, si tratta di poco, ma in realtà rappresenta tutto, il meglio dell’umana commedia. Il perché, lo possono spigare solo i saggi.

Continuare a boccheggiare e immaginarsi, tra molto onirismo e poca realtà, come la sposa di Frankenstein: vita dura, ma che emozioni. Non cedere, insistere: diventare Brigitte Helm/Maria, ispiratrice e mente illuminata della rivolta degli operai in Metropolis, di Fritz Lang. Divenire Diva, mandare in visibilio il Friuli – inteso come regione – alloggiare presso una villa nobiliare di Ruda e favorire l’intesa pacifica, proficua, duratura tra masse operaie (esistono ancora?) e padroni del vapore. O come si chiamano adesso.

Madido, annaspo, eppure sono disteso. Ora vaga, incerta. Farneticazioni, visioni, anche stralci di letture durante il dormiveglia, prima del suono cacofonico e crudele della sveglia; sono all’improvviso cittadina/contadina di Brescello – consegnata alla leggenda da Peppone e don Camillo, per intercessione di Guareschi – vivo sulle sponde del Grande Fiume, vivo il Po, lui è parte di me, costituisce la mia ontologia. La sua corrente (quando ancora scorre) mi inebria, mi ipnotizza, nei suoi mulinelli avverto come si preparano le cose, intuisco come andranno gli eventi, qui, in tutto il mondo.

Il Fiume resta sempre sé stesso, ma muta in continuazione: irrighiamo speranza, forse.

Non solo a causa del torrido meteo del periodo;

mi sento, al limitare di questa notte apparentemente infinita, anzi sono:

sgarrupato.

Gran (beffa) finale

Pagina blanca y final, pagina bianco lutto, pagina che chiude una storia o pagina di un nuovo, vero inizio.

Raschiare la pergamena incrostata e vergare un magnifico palinsesto?

Non la Storia, maestra senza alunni, né una storia minima, una come tante, una tra le infinite della grottesca commedia umana. Riuscire proprio un attimo prima dell’epilogo a intrufolarsi con cautela nella stanza segreta dei bottoni, nella Grande Plancia del Comando e non individuare presenze.

Udire uno squittio sguaiato e canzonatorio.

Una piccola bertuccia irriverente che pone tutto a soqquadro, che balzando selvaggiamente tra una console e l’altra, preme pulsanti luminosi a caso, aziona leve e levette, digita compulsivamente seguendo il proprio estro sulle mille tastiere disposte a raggiera.

Agita le braccia, saltella senza posa per ogni dove. Ma dove, con precisione, nessuno potrebbe dirlo.

Capire all’improvviso. Un baluginio finale dell’intelletto: l’errore fatale è stato cercare un senso. Credere di poter comprendere. Affanni, conflitti, dilemmi, tutto inutile e futile; sarebbe stato meglio dedicarsi alla coltivazione degli Alberi del Balsamo e dell’Atarassia, producendo le vitali boccette erboristiche dell’a-tarassaco.

L’ineluttabilità delle Leggi dell’Universo, la suprema e regale indifferenza della Natura alle vicende umane e all’agire idiota degli uomini.

Infine, al cospetto della Tragedia, genuflessi ormai in presenza di Sua Maestà la Tragedia, prorompere in una irrefrenabile risata, ridere forte, morire dal ridere.

Farsi seppellire dalle proprie risate, congedarsi al concerto beffardo delle proprie immotivate risate.

p.s.

Paginetta bianca del post scriptum: dedicata a tutti coloro – noi, a ranghi completi? – che non riuscivano a vivere per ‘futurofobia’, oberati dalla minaccia pachidermica del futuro sulle proprie fragili casse toraciche. Pagina bianca fuori catalogo per la soluzione di ogni problema. Almeno dalla vita potremo congedarci con animo rasserenato, il futuro è stato abolito per decreto speciale. Nel frattempo, anche le batterie del Monkey Cyborg Goku 4.0 si sono esaurite e nella sala vuota resta solo un cupo ronzio di sottofondo al ritrovato silenzio.

Eterno.

Disegnare sogni

Disegnare, sognare, forse.

Attività che spesso cessiamo di coltivare durante la crudele, poco sensata adolescenza, bollandole come fuochi fatui, infantili; condannandoci alla povertà – intellettuale, espressiva – e al cinismo.

Simone Massi, autore di film animati – tanti poetici disegni, poche parole – riflette su questo strano paese (il nostro) ricco di arte e storia, cui, però, “non piace rivangare il passato, specie quello scomodo“.

Antico malcostume: ci si illude che per guarire da vizi e mali, sia sufficiente ignorarli, nascondendo, a più non posso, la polvere sotto il tappeto. Nemmeno volante, il tappeto.

In questo piccolo lato del mondo, ci si vergogna delle proprie umili originihumilis, la pianta che sorge poco da terra, ma si riconnette a humus, terra vera e propria, nostra preziosa progenitrice, nonché foriera di doni incommensurabili – “si è perso l’uso delle mani, delle parole. Si perde tempo per seguire le vite degli altri, non si vive la propria“.

Paradosso incalcolabile, sognare per attivare le fonti del disegno, per attivare le mani che creano cose concrete, per stimolare la nascita di parole in grado di raccontare le storie, la Storia, soprattutto quella perduta, anzi, abbandonata all’oblio.

Quanto avremmo bisogno di vagare “invelle“, da nessuna parte, lemma dialettale del regista che vive in un paesino nelle Marche e deambulando nel nulla (per i canoni della presunta modernità) trova, ritrova, attinge alle radici autentiche di sé stesso, ai valori essenziali.

Resistenza civile, lotte operaie (spesso, da sradicati in contesti che mutavano velocemente), realtà contadina, Simone Massi racconta quello che non vogliamo sentire né vedere, traccia disegni, percorsi onirici, che, una volta accolti e metabolizzati, diverrebbero nostri, i nostri punti cardinali, le nostre stelle di orientamento.

Disegnare la Memoria in disfacimento, Invelle, prima che il futile e il dilettevole – nemmeno quello, ormai – fagocitino tutto:

anche noi.

Senza titolo

La temperatura tropicale – tropicana? – ha inaridito ogni fonte, quindi anche il titolo del pezzo è evaporato.

Non solo, anche gli altri titoli, a cominciare da quelli di studio in giù (o in su), si sono rinsecchiti; ammesso avessero mai goduto di vitalità, di esistenza, di resistenza.

Nel mio nomadismo culturale, mi imbatto nella ‘bellezza inquieta‘ delle bromelie e subito finisco spiaggiato, fuori pista, in crisi. Omelie pretenziose di pretini baciapile – come avrebbe detto, senza complimenti, nonna Erminia – , crasi (saperla) tra bromuro e sacrestia? La mancanza oceanica di titoli, o, più semplicemente, di vera competenza, ottiene l’effetto di smantellare il palco; perché anche il proverbiale, incolpevole, arguto asino ride al cospetto delle mie gravi lagune: lacune, per meglio dire.

Fischiettando per darmi un tono (non un titolo, purtroppo), per simulare disinvolta indifferenza – mentre avvampo di vergogna – scopro che la su scritta (la vegetale, intendo) esiste, pianta verde e andina, non ondivaga, dal corpo carnoso, vagamente inquietante. Non è razzismo, è botanica.

Esaurita la premessa, il preambolo, l’incipit – cosa sarà mai? – esaurito me stesso, mi accorgo della mia fase prolungata di stasi, sullo stesso punto. Prima o poi, il resto del mondo transiterà da qui, auspico. Già stanco, io, ma anche la variopinta, variegata umanità.

Non per ingannare il Tempo – utopia fine a sé stessa – ma per renderlo rigoglioso e fecondo, vorrei essere la cantante teutonica Ute Lemper; non solo impersonarla, essere lei. Per un’estate, questa. Interpretare così ancora una volta il progetto artistico Neruda Songbook, perché ora più di sempre abbiamo bisogno di scoprire, riscoprire, come mantra salvifico, Venti poesie d’amore e una canzone disperata.

Questo nostro tempo si sente perduto e alla continua ricerca di un vero scopo, di uguaglianza, giustizia e umanità. Mentre il nostro tempo, perduto, ribadisco, continua a reinventare simboli nazionalistici che alimentano l’odio e la mancanza di rispetto verso coloro che sono diversi“.

Vorrei essere l’intellettuale Angelo Floramo, distillare e instillare cultura come solo lui sa fare, condividendola a profusione, senza superbia, né acrimonia.

Come lui, rinnegare il culto dei confini, maschi patri guerrafondai; proiettarmi verso frontiere, femminili, luoghi aperti alla possibilità di dialogo tra diverse culture, frontiere pacifiche, fattive, pronte sempre a edificare il presente e il futuro, comunitario e armonioso. Umano.

Se in questa calura, posso sognare per salvarmi, per rigenerare le fonti, voglio sognare in grande:

trasformare il Sogno in progetti concreti, ispirandomi alla generosa magnificenza muliebre:

altrimenti mi prosciugherò nell’aridità del marketing globale.

Completa guarigione

Dolore nella voce, o voce del dolore?

Incipit che appare peregrino, marzulliano, ma scompare, appare in tutta la sua tragicità, concretezza, se solo ci soffermiamo per qualche minuto sulle dolorose vicende di Sinead O’ Connor e Dolores O’ Riordan. Curiose assonanze di cognome, carriera, destino, esiti finali.

Il dolore è più forte, devastante, distruttivo se non si è in grado di esprimerlo, se non esiste una sola parola per definirlo. Leggere le statistiche sui suicidi in certe società tribali, ove non esistono lemmi per descrivere il disagio, l’infelicità umana.

Dolores e Sinead sono rimaste nel cono di tenebra della disperazione, si sono ribellate o hanno tentato, ma compiere quell’unico grande passo non è stato possibile, per loro. La catena incorporea ha loro precluso la luce, per sempre. Almeno qui, sul pianeta Terra.

Ci si abbarbica disperataMente a ogni cosa, per non patire o patire in modo più sopportabile, perfino alle sudate carte, fogli inutili, alle fole dei romanzi: più che rivelare, nutrono, fanno sgorgare nuove domande; la cognizione del dolore non è solo uno splendido (flusso di coscienza, senza pietà) di Carlo Emilio Gadda, è un pasticciaccio brutto, cui, come scrisse Pietro Citati, nemmeno “la felicità della forma riesce a risanare questa terribile piaga“. L’epilogo, a valanga, è noto; disperato.

Uno, non per indicare il primo capitolo o il primo numero di un (antico) codice binario; uno al di sopra del bene e del male, uno inteso come unità del tutto, nonostante, o grazie alla diversità di ognuno di noi, degli altri esseri viventi, delle cose.

Complicato da capire, eppure evidente, malgrado il nostro scetticismo, le nostre resistenze.

Uno per librarsi decisi – come Nietzsche? – al di là del bene e del male, per muoversi da nomadi, liberi davvero, tra storia, psicologia, cultura, per ridurre a brani (brandelli, se preferite) la morale, per divincolarsi, una volta per tutte, dalla religione cristiana, o meglio, dal cristianesimo, “autentico platonismo per i popoli“.

Riattivare il nostro occhio interiore – terzo occhio, non per importanza – , abbracciare, farsi avvolgere dal misticismo, dalla realtà superiore e divina che permea la concretezza, abbandonare la facile tentazione duale (bene e male, yin e yang, luce e buio, ecc.), finalmente approdare all’unità interiore.

Scorgere l’ombra della Luce, in un Oceano di silenzio, e, infine, conquistare la completa guarigione.

Anche Sinead e Dolores.

Abominevole uomo delle nevi

Uomo non saprei – inteso come genere umano, non come sesso – abominevole, senza dubbio alcuno.

Delle nevi, auspicabile: con questo caldo estivo – finalmente – afoso. Solito lamento, dell’esule; dall’intelligenza.

Yeti, chi era (o è tuttora) costui? Ammesso esista, ammesso bazzichi la Mongolia o l’Himalaya, perché classificarlo quale spregevole, detestabile, addirittura odioso?

Mi rammenta Tintin e l’abominevole Yeti (Tintin in Tibet, 1960 Hergé) – questo il suo nome d’arte – anche se, per onestà intellettuale (non io, intellettuale: l’onestà), ammetto che l’albo di Hergé forse non possiede le basi scientifiche adatte per descrivere il soggetto; una bella, appassionante avventura, con tutti gli ingredienti giusti.

Del resto, se artisti contemporanei immaginano pavoni che somigliano ai pinguini, di cosa dovremmo sorprenderci? Della disumanità dilagante? Dell’intelligenza artificiale che con svariati algo (algidi) ritmi decide i nostri gusti, le nostre pseudo convinzioni, le nostre vite?

Accogliamo con letizia e spirito critico le opere provocatorie, ma illuminanti che ci esortano a riflettere sulla crisi climatica, sulle sue conseguenze, sull’impatto che noi stessi, dopo averla scatenata, siamo chiamati, volenti o nolenti, ad arginare.

Dovremmo abbandonarci alla danza, non per insensata, scriteriata euforia – come sulla tolda del Titanic – ma per rendere visibile ciò che ci rifiutiamo di percepire, ciò che è ormai incontrovertibile.

Potremmo seguire l’esempio del Mozambico, lontano anni luce dalla canzoncina manierista – purtroppo sì – di Bob Dylan, che con pazienza e duro lavoro costante, anche grazie alla coltivazione del prezioso caffè, sta tentando di ricomporre una comunità a livello ecologico; le cui basi portanti poggiano sui contadini nei campi e sui magnifici, dispensatori di vita sana, alberi (ditelo a certi borgomastri italopitechi).

Ci sono gli scettici, i complottisti, anche tra le persone in teoria dotte, tra quelle di scienza; non credono all’antropocene deleterio, non credono ‘all’età del fuoco’, sono convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili, mentre il ‘catastrofismo climatico’ non aiuterebbe il Pianeta e renderebbe i poveri sempre più poveri. Per costoro – gli scettici, non i poveri -, il ‘santissimo’ mercato globale si auto regola (mah). Non essendo Alberto Angela, non avendo i super poteri per trasformarmi in Telmo Pievani, inviterei queste persone a dialogare con i vigili del fuoco dell’Alberta, regione petrolifera del Canada; li esorterei a recepire con la dovuta attenzione cosa accadde il I maggio 2016 e quanti mesi impiegarono quei pompieri, a costo di sforzi e sacrifici immani, a domare in modo definitivo il rogo infernale.

A qualcuno, poi, piace il caldo. Molto, troppo caldo.

Guardando la celebre foto dell’astronauta William Anders, speriamo di poter ancora brindare a una nuova Earthrise:

alba della Terra.

Cuore di cane

Non vivevo in una discarica, non mangiavo rifiuti, nessun umano sadico mi ha mai gettato addosso della fetida acqua bollente, eppure ero maltrattata, legata a una catena, tenuta all’addiaccio, esposta alle intemperie, spesso rimproverata (chissà perché), derisa (da chi, poi).

Un manipolo di ragazze decise, coraggiose, generose mi trasse in salvo, portandomi presso un uomo solo che avrebbe dovuto accogliermi per breve tempo, in attesa di una famiglia amorevole che mi adottasse definitivamente.

Tra me e quell’uomo però bastarono uno sguardo e una carezza per generare amore infinito, indistruttibile. Mi adottò lui, senza remore, né ripensamenti.

Anni bellissimi, di formazione, educazione, di cambiamenti e crescita, per entrambi; anni spensierati, anni di peripezie, acrobazie, perché la vita di ognuno è sempre un esercizio di equilibrismo, di funambolismo su fili tesi sopra vari orridi, di navigazioni avventurose in mezzo a procelle e fortunali, nell’attesa, nella speranza di un porto riparato e sicuro.

Così approdai alla dimora dei miei nonni bipedi che dopo un attimo – anche meno – di smarrimento e rifiuto, decretarono la mia accoglienza, il mio ingresso trionfale e definitivo in famiglia, meglio di Remì. Divenni la loro bambina, la loro gemma, la zampa – meglio, la quattro zampe – protettrice, la loro compagna indispensabile, inimitabile nel transito attraverso la dimensione terrestre.

Un vortice di emozioni, passioni, un’esistenza densa e preziosa, un avvicendarsi di momenti di buio e di luce; le iniquità e le ingiustizie di sempre, la pandemia, le guerre che sono tornate – erano scomparse? – a funestare il presente, il futuro di tutti.

Insieme, indissolubilmente. Noi.

Il mio umano di riferimento sostiene che ho salvato vite – più volte – , donato a profusione gioia e allegria senza pretendere qualcosa in cambio, con altruismo, con dolcezza.

E’ convinto che ci ritroveremo ancora, uniti per sempre, esplorando altre dimensioni, viaggiando, indossando come abiti confortevoli altre forme.

Lo dice con tale sicurezza che mi ha convinto.

Vi aspetto, con il mio cuore di cane.

Minuetto nella nebbia, nel vento

Avanzo incerto, a passo di minuetto.

Mi si addice, mi confà: anche se si tratta di danza gallica – ovvero transalpina – creata chissà come e da chi all’inizio del secolo XVII (1600, per capirci o almeno tentare).

I passi sono più brevi – pas menu, piccolo passo – rispetto ad altri balli famosi e in voga, congeniali a un eterno – ragazzo? siamo seri – scomposto, goffo, proprio imbranato, tale e quale lo scrivente.

Piacque al popolo (nessuno sa cosa sia), poi se ne innamorò e impossessò l’aristocrazia, ai tempi di Luigi XIV; minuetto e Re Sole. Ritmo prima moderato, poi, con il trascorrere dei tempi – giochi di parole – , sempre più sostenuto, anzi, proprio allegro. Del resto, erano la sedicente nobiltà, l’andatura la decidevano a piacimento.

Meno allegri i sudditi che, malgrado le armoniche piroette, furono costretti a subire 72 anni di regno assolutistico, improntato alla discendenza divina del potere; minuetto infernale.

Come scrive argutamente Maurizio Maggiani, la (vera) gloria non appartiene ai vincitori – inguaribili chiacchieroni e promotori di sé stessi – ma ai loro cantori, ferrati (efferati?) nell’arte della parola, del racconto. Da tenere a mente che vanto, vano, vasto derivano dalla stessa radice indoeuropea wa, cioé devastato. Ognuno tragga le conclusioni dovute: gloria e vanto, di solito, non conducono a epiloghi lieti.

Bello ballare nel Sole, nella luce – anche se 6.000 gradi centigradi sono vagamente eccessivi – ma nella nebbia e nel vento, trovo maggiori affinità, come la maggior parte dei miei auspicati simili.

Siamo tutti viandanti sul mare di nebbia, come Friedrich pintor, non saprei dire quanto affini ai romantici teutonici, eppure al cospetto dell’infinito e del sublime, piccoli ammirati uomini, errabondi, capaci di meraviglia, vogliosi, consci dei propri limiti, infinitesima parte (frammenti) di questo meraviglioso universo.

Volenti o nolenti – magari nolani! – esseri naturali, nonostante le nostre amnesie, le nostre sovrastrutture; nature girls and boys: come l’autore della canzone preferita da Nat King Cole (a proposito di “re” e di gloria che volge in rovina). Il fumo delle sigarette è azzurro lontananza e nostalgia, brucia carta, nicotina, vite, incurante di voci sublimi, che non sanno accontentarsi di sé stesse.

Scegliere di chiamarsi eden, vivere con tre dollari al giorno abitando in una grotta, nutrendosi solo di frutta e verdura crude, permettere a un crooner afro americano di raggiungere il vertice della classifica delle vendite di dischi (non volanti, in vinile), in una confederazione spiccatamente razzista, nonostante i principi costituzionali. Se non ci credete, chiedete conferma a Luca Barbarossa.

Firmarsi con lettere minuscole, perché solo la trascendenza divina merita la maiuscola, credere che la vera vita si estrinsechi nella semplicità, fondata sull’unico comandamento, sull’unico valore che conti:

l’amore.

Per ogni cosa, nei confronti di tutti.