Senza titolo: panico, schermata bianca

Pagina Bianca, panico da.

Sono antiquato, nel Mondo Dopo ci siamo evoluti: anche il panico – pan Ico? – è divenuto 4.0 o qualcosa di simile, non più foglio bianco intenso intonso, ma schermata bianca, con cursore intermittente solitario, come certi anellidi.

Rammenta, forzando le interconnessioni mentali, certe preistoriche schermate del Commodore 64, commodoro capitano d’oro, di qualche inesistente vascello, però navigante su mari e su ali, della Fantasia.

Cinemazero ci manchi, siamo a zero cinema più che altro; zero teatri zero concerti Pasqua blindata zero socialità, azzerati anche i voli delle Palome. Zero in condotta, non si sa se quella di cittadini sempre più rintronati ripiegati in sé stessi, o quella dei politicanti tecnocrati farmaspacciatori che pompano inoculano ungono il Pianeta e i Popoli con pandemie psicotiche prima che virali, alternando incubi e feticci di pseudo rimedi, a caro salatissimo amarissimo prezzo.

Pasquetta – tanto, Giove Pluvio sarà dispettoso come da mitologiche consuetudini – in zona rossa, russa (non si equivalgono?), bolscevica, anche se le Rivoluzioni storiche/storicamente/stoicamente si concretizzano a Ottobre – caccia alla rivoluzione in un Ottobre rosso – aria di gioia e rivoluzione, aria rarefatta, tra mascherine e smog endemici; alla fine, hanno quindi prevalso i Bolscevichi? Stiamo ancora ricontando le schede, ma Baffone (Stalin, non Birra Moretti), per sicurezza sua, non è venuto, dissolto contumace alla macchia; per un identikit attendibile, servirebbero autorevoli autori Macchiaioli.

Come insegna/disegna Massimo Bucchi, in caso di parità tra i sessi, supplementari e eventuali rigori, ad libitum.

Padre Dante rese poetiche le parolacce, vero; però, rudi Amici del Turpe eloquio libero, il punto nodale con nodo incorporato – auspichiamo: non scorsoio – , non fungibile indistruttibile: di Alighieri ce n’è Uno, tutti gli altri son … completate a vostra libera immaginazione.

No al Papa straniero (non era… Papi?), soprattutto quando il sedicente salvatore – o Enrico the conqueror, Henry per gli esterofili con pretese d’internazionalità – è solo un antico paesano, indigeno autoctono emigrato anche esso, cui rifilare i rospi indigesti, continuando a sollazzarsi nel regno fatato del Bengodi, ma gode bene, chi gode ultimo. Prima spernacchiato, poi incoronato ma con rovi aculeiformi; comunque, tranquilli: la campanella suonerà imparziale, per tutti.

Meglio sarebbe gustare un ottimo San Pietro, pescato nella giusta zona – non rossa – Fao, da non confondere con lo storico sanpietrino, molto più difficile da cucinare, masticare, digerire; certo, magari con il giusto amarone di qualche saggio Frate, tutto va giù, tutto si sgorga.

Voli pindarici, gigioneggiare sì, di palafitta in frasca, anzi fresca caverna; guai ai vinti e soprattutto al rogo i dubbiosi, ma ironizziamo di continuo sulle epoche oscure, su quei rozzi oscurantisti del Medioevo, così ignoranti così superstiziosi.

Cara Simona, sei poi finita a vedere anche il festival virtuale? Adoro Sanremo, ma il concorso canoro senza più decoro, floreale, sembra una condanna eterna, un supplì di Tantalo, un contratto demoniaco, vergato ematicamente; apprezzo i Moleskine – taccuini superbi – racconto sempre con gusto le imprese ardite del ‘comandante populista ante litteram’ Achille Lauro, indimenticato sindaco non solo del rione Sanità, ma dell’intera città cara alla dea Partenope, armatore politico che in campagna elettorale prometteva scarpe nuove: ne consegnava una subito, l’altra a elezione avvenuta; infine, dulcis in fundo, Ligabue: chi osa criticare il genio e le creazioni di Antonio, El Matt?

Nessuno (Ulisse, dove sei, bighellone?) osi criticare l’efficacia traumaturgica dei portentosi rimedi: se la pandemia batte in ritirata, indiscusso indiscutibile merito loro, se qualcuno muore, si tratta solo di uno sfortunato evento. Dalla vita, cari i miei – memento al mentolo – difficile uscirne come vi eravate presentati e, soprattutto, ancora vivi.

Le parole come i pensieri e gli atti – non necessariamente apostolici – sono importanti; talvolta anche gli acronimi gli agronomi gli agri rifugi; uno dei sommi rappresentanti dell’aifa (Caifa? c’aggia fà?) rassicura e garantisce: rimedi sicuri, nessuna controindicazione.

Del resto, se lo dice il più autorevole sacerdote cAifa, quello del sinedrio che fece incriminare e inchiodare Gesù, chi ha più voglia di alzare la mano per palesare dubbi?

Di finestre, cime, rape

Pagina delle Finestre, non è una novità, non mi pento né mi dolgo:

Finestre aperte sui cortili, finestre di fronte ma anche laterali assolvono alla loro funzione istituzionale, finestre sull’insopportabile traffico quotidiano, sul nulla, sul canyon, sulle cascate di fiori le palme i baobab kebab del giardino, quando ci sono (i fiori e lo stesso giardino), sul nulla eterno cosmico comunque fitto di particelle elementari Watson, finestre spalancate come bocche mute durante interrogazioni interrogatori interludi in presenza sul Mondo.

Balliamoci sopra un Fandango, con Ligabue Antonio & Kevin Costner Due Calzini e non pensiamoci più.

Sul Mondo forse è troppo, visione troppo ambiziosa oziosa arrogante, su uno spicchio ecco, restiamo ancorati accorati core a core con la realtà tattile fattuale onirica.

Spicchio minimo quanto basta, minuscolo non microscopico orobico orbato gustoso dissetante per menti e occhi assetati assonnati assiepati al balcone; pertugio per me, non ampio quanto le fette (Piedi Neri? Tutti i geni cromatici, basta che siano geni genuini, sono i benvenuti) di Globo scoperte regalate all’Umanità da Antonio PigaFetta, Marco Polo l’esploratore con il Katai attorno, Magellano gabbiano, il Colombo non Falck ma Cristoforo (pentiti Fratello mio, pentiti!!! mannaggia a Te e agli election days).

Al tirar delle somme (tirate dalla suddetta finestra o come briglie imbriglianti) rigorosaMente a mente, una finestrella modesta ma pulita, garbata riservata pudica, comunque sempre meglio delle sue consorelle poco consanguinee poco misericordiose poco immacolate poco siamesi, troppo virtuali dei calcolatori elettronici.

Una schermata con pin up mozzafiato non sostituirà mai il panorama dal Giardino degli Aranci.

Tenterò mi impegnerò mi prodigherò per non ammorbare – l’attualità virale basta e avanza – la Rete soprattutto quella del vietatissimo calcetto amatoriale, ingolfandola (Golfi da Trieste a Napoli, non trascurando La Spezia, perché avere insennature è salvifico) di citazioni eccitazioni farneticazioni più o meno dotte; non trascuriamo moltiplicazioni – di pani pesci e vino ci sarà presto bisogno; divisioni frazioni fratture meglio fragranti fritture, a San Vito con ballo incorporato Chietino, a San Vito che pretende sempre di fare Lo Capo di simposi sontuosi di cous cous ittico/vegetariano (viva il Cous Cous Klan).

Una citazione anche per le Potenze, non mondiali: elevazioni come quelle del Teutonico Volante Oliver in dismesse aree di Rigore (i crucchi non si smentiscono mai, sempre rigorosi), elevare al cubo o il cubo, cubismi varj ed eventuali, elevatori con carrelli carrucole, tradizionali cestini di paglia senza fuochi, elevatori di Intelligenza e di Morale – sù con il morale, soprattutto delle Storie – elevati! imperativo quasi categorico, gli Elevati Beati loro: una statua per Sergej Bubka e il suo agosto dorato a Barcellona, con asta da Sotheby’s (bis? Paganini non ripete) per fini intenditori, per fini umanitari.

I marroni stagionali sono tendenzialmente sferici, ma le radici degli Ippocastani d’India (Cavalli Bruni?) da non abbandonare all’oblio da ritrovare da rinvigorire sono quadrate? Drammi dilemmi lemmi amletico scespiriani. Filosolfeggia a go go, ma qui sulla Terra siamo sommersi e speriamo un po’ salvati da selve di fitti misteri.

Non perdiamo il filo che poi Arianna chi la sente; alla finestra dalla finestra con la finestra osservo, mi dedico anima corpo occhi a questa attività passiva – magnifico ossimoro di lucida pazzia (lucidate sempre con attenzione le vostre pazzie di famiglia) – cara Mia si tratta di un duro logorante impegnativo lavoro, ma qualcuno deve sobbarcarsi barcamenarsi abbarbicarsi al davanzale e tra le schiere dei Volontari senza portafoglio, “mi hanno rimasto” in perfetta silenziosa confortante Solitudine, auspicabilmente abilmente amabilmente AbileneMente (il West spunta sempre) non centenaria.

In questa umida cruda (a me piacerebbe al dente, se posso esprimere una preferenza fuori scheda) crudele cruciale mattinata novembrina precoce ante litteram ante piumonem, le Cime degli Alberi superstiti si flettono gemono non germogliano al cospetto di Venti (non li ho contati) inafferrabili impetuosi imperiosi, impagabilmente irragionevoli.

La Passione la Bellezza la Sensualità dell’Autunno caldo tracimano – Cimabue buoi in cima e a valle – dal Transatlantico Transatletico Trans Siberiano alle vie spurie di comuni mortali sempre più guardinghi sospettosi ir(r)i guardosi e anche guardoni, spesso e volentieri.

In cima alle colonne del Foro chi c’è?

Dalla cima, puoi solo scendere precipitare volare: prova, se possiedi scorte di coraggio nella tua bisaccia (“Non esiste provare, esiste solo fare o non fare”, diceva il saggio cinese assistente di Nick Carter…).

Le Cime devono essere sempre e solo tempestose?

Ogni tanto, potrebbero essere di Rapa (Nui? I soliti faccioni litici clandestini);

la Fanciulla del Salento Occhi color del Mare placa entusiasmi, facili futili furtivi:

anche come rapa, non mi sembri una cima!