Piccolo sognatore

C’era una volta.

Il più classico degli incipit, delle fiabe. Stereotipo vorrebbe che tutte le vicende, le avventure narrate – ambientate in un tempo indefinito, indefinibile – trovassero lo stesso lieto epilogo: e vissero felici e contenti.

Dopo secoli di narrazioni, dall’alba dei tempi, non è proprio così, non più; sono mutati i fruitori delle fiabe, sono mutate le circostanze (anche le stanze del circo), forse sono mutate le regole e le caratteristiche delle fiabe stesse. Il confine tra bene e male non appare più così manicheo, ma risulta labile, sfumato, quasi impercettibile, come nella dura realtà.

C’era una volta, tanto tempo fa, un bimbo a spasso con i nonni materni che si fermava sempre davanti all’edicola della piazza, incantato, affascinato dalle copertine fantastiche – per lui erano così, senza ombre di dubbi – , variegate, policrome, dei vari albi a fumetti pubblicati, esposti per essere acquistati e letti dagli individui più fortunati della terra. Di quella terra. Mitica e onirica.

Un agognato ritorno – a casa? alle origini? – con un’espressione comune a tutti i popoli del Pianeta azzurro; un’espressione che avremmo potuto ascoltare nei magnifici giardini pensili di Babilonia, per delucidare quanto questa frase sia stata utilizzata, sfruttata per carpire l’attenzione e la sospensione dell’incredulità, quanto successo abbia riscosso ovunque. Se i Popoli volessero ripartire da qui, il futuro si tingerebbe di speranza, di concreta collaborazione, di prosperità; per tutto e tutti.

Il sognatore si fa piccolo, al cospetto dei sogni: più grandi, più mirabili, più magnificenti della realtà. Un bambino lo sa, lo avverte, per natura: non sono leggi, ma codici esistenziali, inscritti nel suo DNA.

Per quel bambino, il sogno assomiglia da vicino all’utopia di cui discettava, tanto, troppo, tempo fa (per restare in tema), un docente di educazione fisica: un’idea che non si realizzerà mai: a meno che, non la si trasformi in un progetto, concreto, come una pietra, un fiume, il pane.

Il sognatore si rende parte, porzione, frammento, punto – i punti formano le linee e sono infiniti, per rammentare nozioni base – del sogno, realtà onirica che non può non essere senza limiti. Dal latino somnium, stessa radice di somnus, sonno (Ypnos, in greco antico). Immagini che nascono nella mente durante il sonno, collegate tra loro nei modi più strani, irrazionali, incoerenti; tali, fuori dal sonno, eppure perfetti, perfettamente logici, durante il viaggio nei nostri meandri.

Volendo esagerare – siamo o non siamo puri sognatori? – : trasognare, sognare a occhi aperti, mentre si osservano le situazioni attorno a noi; trasognare: per renderle umane, gentili, accoglienti. Umane, mai troppo umane.

Quando si soffre, sotto una qualsiasi brutale dittatura, quando perfino la libertà è un miraggio, disegnare fumetti (di nascosto) diventa un atto eroico, un atto di ribellione, di resistenza; è il tema centrale del recente graphic novel di Paco Roca, fumettaro iberico, disegnatore delle nuove avventure di Corto Maltese, marinaio di ventura, avvezzo da una vita alle utopie, alle materie oniriche.

La storia comincia proprio con un bambino, incantato davanti alle copertine degli albi a fumetti, esposti in una edicola.

Vorrei anch’io osservare quegli albi, perdermi nella loro “geografia insondabile“, appendere alle pareti di casa nostra – ovunque sia, qualunque cosa significhi – il mio sogno più bello, più grande, più necessario;

ponti in tutto il pianeta, ponti tra tutti i pianeti delle nostre immaginazioni.

Colui/lei che apre porte

Sembra facile, a scriverlo.

Colui o colei, non una portiera di professione, o omologo; non una donna gentile, un uomo galante, anzi, come usava un tempo – una volta (una soltanto?) – un cavaliere. Per tacere del magnifico esemplare: l’equino.

Bisognerebbe prima chiarire i termini della questione, comprendersi; come diceva un tizio molti anni fa: famo a capisse. Solo questo potrebbe scatenare – non l’inferno, si spera – il subbuglio totale. Per la cronaca, nessuno riuscì a decifrarlo: il tizio.

Intanto: porte. Non quelle delle stanze – esistono culture che non le prevedono, lungimiranti – o degli edifici. Ne esistono altre, miriadi: eteree, incorporee, metafisiche. Penso (cosa volessi dire, non sono sicuro di saperlo). Le più complicate da individuare, aprire, attraversare.

Colei, colui che apre porte; non il gesto fisico, ma la creazione dal nulla (un po’ divina, senza sconfinare nella blasfemia), dal niente o dall’infinitamente piccolo delle suddette. Apertura della porta, quindi – della mente, la nostra – di un passaggio, di un sentiero: verso l’inesplorato, verso l’inconosciuto.

Ci soccorre, ci sostiene il Latino, lingua classica ritenuta defunta, mai viva come ora; puerta del Sol, idioma iberico, ma l’etimo è lo stesso. Da portare, ovvero sollevare. Se sostiamo anche un intero minuto a riflettere, ci accorgiamo di quanto sia bella questa accezione: una porta – o portale – che ci rende immuni alla gravità, ci permette letteralmente di volare verso un agognato, sospirato, sognato altrove, ove vivere in una realtà varia, multicolore, non omologata agli standard del mercato.

A proposito – o sproposito – di etimo, sconosciuto, meschino: porto, poro, parallelo all’antico (anche lui) greco perao: attraverso. Un passaggio, dunque, meglio se segreto, celato alla vista comune, ai ricettori di social e simili, disponibile per chi sviluppa uno sguardo curioso, attento all’armonia, al bello, ai dettagli: poco appariscenti, fondamentali.

Imposte, per accedere a un luogo chiuso; il perché lo saprà esso, le medesime riconoscono i meritevoli, meritori, i portatori sani di fantasia, pronti a compiere il fatidico passo (non matrimoniale, non solo).

Jane Austin, chi era costei? Autrice meravigliosa e generosa; non paga di offrire ai suoi simili adoranti le storie immaginate dalla sua fecondità, su tambureggiante richiesta, non solo dischiudeva soglie incantate, ma raccontava le vite – reali – dei personaggi romanzeschi, una volta esaurite e chiuse le pagine dei libri.

Infine, esiste la Sublime Porta – Porta Regale appare quasi una banalizzazione -, la più importante di tutte quelle che possiamo localizzare, attraversare; con tutto il rispetto per la cultura e la religione musulmane, non si tratta dell’uscio fregiato con frammenti della Pietra Nera o con indumenti di Maometto;

come scrive Marco Steiner, depositario e raffinato continuatore della poetica di Hugo Pratt: cosa rimane alla fine, quando tutto sembra concluso, esaurito, consumato? Quando – esempio casuale – un personaggio sopravvive al suo creatore?

Una sorta di miracolo, magia se preferite.

Resiste sempre l’immaginario, quella famosa porta forgiata dal papà di Corto Maltese che ci consente di affacciarci al mondo onirico, non per fuggire, sottrarci ai problemi, alle nostre responsabilità, ma per realizzare in noi, attorno a noi un mondo migliore.

Curiosi, coraggiosi, finalmente liberi.

Per davvero.

Arcadia (della fugace giovinezza)

Luogo miracoloso, luogo mitico, luogo mitologico.

Per il sottoscritto – ignorante consapevole come non mai – ma non solo, credo. Ignorante, certo, non caso unico, purtroppo.

Regione greca dove gli autoctoni – senza offesa – si dedicavano alla pastorizia e alla vita in armonia con i cicli naturali; regione del Peloponneso, provincia di Tripoli: non confondiamo il sacro con il profanato. Dalla volgarità.

Da non confondere con la vacua e oziosa accademia letteraria poetica romana del 1600; non confondere mai arcade, indigeno dell’Arcadia, con alcalde, capo supremo del municipio nonché giudice, istituzione araba, molto diffusa in Spagna (abolita nel 1812) e in America Latina. Mai vorrei ergermi a giudice di una vita umana, solo della mia. Ma con, altrettanto umana e fallace, umanità.

Arcadia, della mia giovinezza; difficile stabilire se mi stia addormentando e arrendendo alle confuse, imprecise rimembranze classiche o alla scatenata, irrefrenabile fantasia fanciullesca.

Arcadia, questo suono ritorna, come la risacca infinita del mare di stelle – con e senza streghe maligne, pronte a inglobarci nel loro abbraccio magnetico e letale – come una dolce nenia le cui note arcane sono segnate con precisione sullo spartito del nostro dna comune.

Arcadia, non deludere, peggio, tradire un vero amico; utilizzare l’essenziale senza umiliarsi o diventare schiavo; inseguire e perseguire i sogni, senza timore dei fallimenti. Trasformarsi in Arcade/Harlock/Emeraldas, senza più paura, con fierezza, persino con felicità.

Vorrei essere Aminta il pastore – in senso letterale, non figurato – per accumulare esperienza, vera (al bando eterno quella turistica), non della corte estense – con rispetto scrivendo – dell’Arcadia, delle favole pastorali e nipponiche che sono realtà e ci costringono a essere reali, concretamente; per consacrare l’anima a Silvia, ninfa mortale e leopardiana (in seguito), ma anche a Maya, donna e vestale, custode della fiducia nel Bene comune, nella Giustizia, nella Libertà. Senza inutili, arbitrari, opprimenti confini.

Un sogno muore solo quando rinunciamo ad esso, solo alla conclusione del nostro viaggio ci rendiamo conto con struggente nostalgia che la nostra giovinezza è (stata) la nostra indistruttibile, irripetibile Arcadia;

la nostra unica e vera libertà, sotto il cui vessillo avremmo potuto, dovuto vivere e lottare.

Ci arrendiamo? Al sogno

Procediamo, tutti: in mezzo a procelle, tempeste, uragani.

Questa è la versione ottimistica. Pensate il contrario.

Tempeste con vista marina, noi ci siamo in mezzo: protagonisti – vittime? – dipinti da William Turner, Hokusai o naufraghi, sulla zattera della Medusa.

Nemmeno un flebile raggio di Sole, cui abbarbicarsi e trarre motivi di speranza, salvezza e riscatto, ripartenza verso un nuovo inizio. Intelligente. Non come i viaggi con meta vacanze estive.

Eppure. Esiste sempre un’alternativa, anche e soprattutto quando non si palesa. Una scelta imprevedibile, uno scatto di reni, un sogno.

La realtà onirica, portale per accedere a mondi inesplorati, forse vergini, mai deturpati. Da noi.

Dormire, sognare forse. Sognare di essere cullati con dolcezza, sognare lidi sconosciuti incontaminati, sognare Corto Maltese; gentiluomo di ventura.

Nel frattempo, tra un pisolino e l’altro – tra una ronfata e l’altra – la letteratura disegnata annette il Grande Nord americano e incanta Quebec City, dove, dopo Durante (degli Alighieri) approda Corto a rappresentare degnamente la cultura italiana sul Pianeta. Sorriderà Hugo Pratt, sorridiamo tutti noi.

Proseguendo oltre i limiti – personali – e i presunti confini del sogno – quali confini? – perché non immaginare, anzi, non incontrare in carne, ossa e ispirati pensieri il Maltese, suo padre Hugo, Marco Steiner, allievo prediletto di Pratt, nonché prezioso autore egli stesso?

Incontri inaspettati, dialoghi magnifici, riflessioni maestose partendo dall’osservazione di piccole cose quasi invisibili; sognare più forte, sognare il meglio assoluto, grazie all’intercessione di Steiner e alla benedizione laica di Pratt – solo i grandi autori muoiono fisicamente, per rinascere e vivere per sempre nelle loro storie, nei loro personaggi (Vincenzo Cascone docet) – sognare Corto Maltese che si imbatte in Irene di Boston. Il marinaio più celebre del globo che dopo mille e più tempeste si ferma (temporaneamente) su una spiaggia sicula, al cospetto non di una Donna, ma del relitto di un antico veliero. O barca a vela. E dialoga e sogna.

Assi di legno frantumate, marcite che però conservano memoria e parole.

Così, l’avventura di Corto contiene i prodromi, i consigli per ottenere la soluzione, brillante, ai nostri guai peggiori; la fantasia, l’impegno sono totalmente a carico nostro.

Come sostenevano i filosofi presocratici:

non scegliamo i nostri luoghi prediletti, siamo da loro convocati“.

Forse vale anche per le persone.

Se solo fossimo più attenti al sublime, orientati all’ascolto:

senza egoismi, senza egolatrie.

Inconsapevole, dentro un Vettriano: quadro di

Ho esaurito i dipinti di Hopper:

nei quali perdermi, a perdita d’occhio e soprattutto di mente.

Esaurito, anch’io.

Comincio – riparto, dal via – con quelli di Jack, Vettriano.

Capitan Jack, pittore avventuriero pirata, forse robot, libera scelta: opta.

Il passato è davvero una terra straniera, infida, spesso inospitale, piena di tranelli e trabocchetti.

Sempre più spesso mi trovo – ci provo, a (ri)trovarmi – dentro le sue visioni pittoriche, dentro una sua pennellata, dentro un suo paesaggio, dentro la sua immaginazione, in modo di certo improprio inopportuno inquietante.

Colpa di certe copertine di romanzi maledetti che utilizzano suoi dipinti, colpa di testa bacata: la mia?

Inconsapevole, io di essere nel quadro o viceversa, il quadro di ospitarmi, a sua insaputa; dell’autore e dell’opera stessa.

Atmosfere retrò, anni ’50, atmosfere peccaminose lascive ma sempre permeate da una sorta di aura indolente, come se dietro ogni trasgressione, ogni audace contravvenzione (elevata o conciliante?) al socialmente corretto, al moralmente accettabile, fosse compresa una giusta, imprescindibile dose di noia, reiterazione meccanica di copioni già consunti, già rappresentati, già vissuti, troppe volte, con un finale noto, virato di malinconia.

Un retro gusto amarognolo, come prendere coscienza che anche la migliore coscienza non ci condurrà ad un’assoluzione finale ecumenica, nel senso del consesso umano planetario;

mentre l’urlo di Giobbe scuote consapevolezze certezze identità, leggi divine, chiamando al confronto, al redde rationem perfino il Padre, l’Entità metafisica, il Creatore primo e ultimo: blasfemia, empietà, bestemmia?

Sono tra quei bagnanti eleganti sulla battigia al tramonto o forse all’alba, sono un granello di sabbia, un raggio di sole ormai esausto, la giacca leggera posata distrattamente sulla spalla di uno dei gentiluomini, il cappello a tesa larga di quella coppia di amici; sono dentro e contemporaneamente fuori, dalla scena immortalata, resa immortale, epica della mondanità umana, dentro e fuori dalla tavolozza, dentro e fuori dal catalogo – madamina, il catalogo è proprio questo – di Vettriano: la signora e il suo compagno danzano avvinghiati in riva al mare, sotto un cielo che promette e mantiene tempesta, mentre un gentile terzo uomo – erano tre, non mi ero ingannato- regge l’ombrello, tenta di ripararli, di proteggere quella coreutica intimità; io sono l’ombrello, se Giove scaglierà folgori, pazienza, esserci ne sarà valsa pena penna – virtuale – rischio mortale.

Sono la valigetta porta abiti, sono la sdraio con le bande verticali bianco rosse, sono il rasoio sulle gambe nude ed eleganti della signora che si prepara per la serata, romantica o di gala; di vela da diporto o trasgressione erotica.

Giochi spietati, occhi bendati, perché solo anima cuore sensi abbiano pieni poteri.

Prigioniero dei colori, vivere non solo (nel)la stessa scena all’infinito, ma l’esatto momento di quella scena, in eterno. Eternauta, aiutami Tu.

Mortali bipedi che nella magia pittorica del buon Jack, raggiungono l’immortalità, o la sua fugace illusione, di un istante.

Il sogno, come l’acqua, ci determina;

Acqua e Sogno, inarginabili, ingredienti primari essenziali, preponderanti della Vita, delle nostre piccole, rapide fragili vite.

Del nostro veloce volo – anche il Tuo vulcano ha voluto renderTi omaggio, unico Franco universale – resterà forse la memoria della nostra scia nel firmamento, forse appena un sospiro, dentro una pennellata di Vettriano.