Bizzarra obliterazione della conoscenza (coscienza?)

Pagina della validazione, meglio – più colto – dell’obliterazione;

intanto, per evitare sanzioni: del biglietto. L’obliterazione.

Sola andata, perché ogni vero viaggio è così; sperando non si riveli una sòla, alla romana. Meglio, alla romanesca.

Obliterare, non blaterare vane e arcane parole alla Rosa dei Venti; annullare, cancellare. Se si tratta di un titolo (documento), convalida mediante apposita macchina automatica. Salvo errori, orrori o guasti; della coscienza, soprattutto. La nostra esile, fallace, posticcia conoscenza non scherza, se proprio volessimo essere pignoli. Meglio pinoli, ma tant’è.

Anche perché, non scusante o sciocca motivazione, nelle epigrafi – chiamo in aiuto i sapienti – nelle iscrizioni datate si possono verificare parziali o totali cancellature a causa dell’ineluttabile usura del Tempo. Tempus fugit, fosse solo lui il gran maratoneta.

Noi sedicenti umani siamo molto versati nell’obliterazione storica, un modo come un altro per mondarci, spesso e volentieri, l’ingombrante, fastidiosa coscienza; meglio una sbrigativa, risolutiva martellata al Grillo Parlante e la vita diviene – di colpo! – un Bengodi. Largo alla fantasia, alle fantasie, alle intuizioni (da ignoranza molto reale, poco artificiale), alle voglie; gli inferni sono tanti, infiniti.

Prevista e prevedibile anche la scomparsa, prematura o meno, di usi e costumi; evento inevitabile in questa vorticosa, confusa baraonda di tempi stretti, indecifrabili, impazienti: chissà perché.

Potrei aggiungere l’obliterazione medica, ma non essendo ‘efferato’ in materia, rischierei il ridicolo (questo il meno) oltre all’imprecisione ‘chirurgica’ (davvero inaccettabile, imperdonabile); un bel tacer non fu mai scritto, quindi mi astengo da patetici conati.

Sapremmo, in soldoni, dire qualcosa sulla Storia del Friuli antecedente la fondazione di Aquileia e di Cividale, da parte di Roma caput mundi? Sapremmo noi Friulani raccontare qualche episodio risalente all’epoca delle glaciazioni, della civiltà cavernicola, della sfida non certo indolore tra Neandertaliani e Sapiens? Farei fatica a declinare – i verbi greci, senza dubbio, caro Don Mosca – le mie generalità, immaginiamo il resto. Eppure, il lodevole, bravissimo giornalista e scrittore Walter Tomada ha ritenuto importante, fondamentale scrivere, riscrivere aggiungendo, la nostra storia, molto più ricca, imprevedibile, sorprendente, non solo perché da 40 anni o giù di lì, nessuno più si cimentava, come se l’argomento fosse chiuso, esaurito, definitivo; soprattutto perché se un popolo (oltre l’orgoglio e il prestigio, eventuale) non conosce, oblitera il proprio passato, non sarà mai in grado di orientarsi nel presente, né, a ragione maggiore, di edificare i pilastri di un futuro, concreto e sostenibile. All’altezza della Storia.

Obliterare la Storia o stravolgerla per meri fini immediati e utilitaristici? Staccare un francobollo storico e ricavarne, magari a causa della IA (idiozia artificiale), una narrazione ipocrita e invasiva; Piano Mattei, Piano Mattei: esisteva, in cosa consisteva davvero? Ah, potessimo saperlo; al massimo, mi sono spinto fino al piano Mattel, perché i giochi comunitari sono preziosi, quando veri e sinceri.

Dunque, cosa resta di noi, tra obliterazione della conoscenza e della coscienza?

Come filosofeggiava Hannah Arendt:

Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto oppure il comunista convinto, ma le persone per le quali non c’è più differenza tra realtà e finzione, tra il vero e il falso“.

Da quando “il passato non proietta più la sua luce sul futuro, la mente dell’uomo è costretta a vagare nelle tenebre“.

Tanto tuonò

Pagina agitata, nel senso: in ebollizione, non di qualcuno che la sventoli energicamente.

Potrei anche compulsare: tanto tuonò che piovve, ma parrebbe eccessivo. In fondo, ci garba essere il paese delle quasi rivoluzioni. Complete, accada ciò che deve – anzi, dovrebbe – mai; perché al momento culminante, decisivo, scatta sempre l’ora del pranzo principale, o, in alternativa, dell’aperitivo. Si sa.

Rivoluzione, poi, si può interpretare, costituisce termine, nonché concetto contraddittorio (discutibile assai): cambiare tutto per non mutare nulla – forse già udita da qualche parte – fare una bella giravolta su se stessi e tornare al punto di partenza, meglio dell’oca nel celeberrimo gioco; oppure, altra accezione, mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici, ma di solito non ci forniscono le istruzioni per l’uso, rischiando (raschiando?) di abbandonarci a violenze e distruzioni casuali e senza senso.

Siamo il paesello del “what if“. Mi è sgorgato in albionico, tanto, non capirsi per non capirsi, esiste almeno una ragione; se non buona, vera. Cosa sarebbe accaduto se: la ridda delle ipotesi è infinita, ci si può sbizzarrire. O imbizzarrire e poi smarrirsi. Ritrovarsi, è un’altra camicia.

L’epoca propizia avrebbe potuto – a proposito delle buone intenzioni e dei condizionali – essere quella degli anni 70 del 1900; al netto delle violenze terroristiche, ispirate da ‘oscuri’ parassiti che prosperano alla grande nello status quo, lontana dalla tristezza e dal grigiore con i quali è passata alla presunta Storia delle ricostruzioni ufficiali, fu animata, invece, da un popolo che si nutriva e cresceva con sentimenti comunitari molto accentuati e radicati, con una coscienza collettiva, civile sociale politica, invidiabile, con una insopprimibile voglia di libertà e democrazia che ci ha condotti a un passo dall’applicazione totale della Costituzione. Il piombo rovente e soprattutto la stupidità del consumismo liberista hanno ‘scongiurato’ il pericolo.

Accogliere e aiutare i fuoriusciti cileni o partecipare in massa alle adunate poetiche spontanee e gratuite furono solo ubbie, allucinazioni, illusioni. O no? Per esempi.

Tanto tuonò, Rombo di Tuono 1970, che piovve, sul serio; oggi, quando anche gli dei rientrano negli spogliatoi, servirebbe come manna, come benedizione dal Cielo, un uomo come lui; anzi, esagerando, una squadra di uomini come lui. Non presunti duri da pellicola hollywoodiana: duri veri, ma buoni, per non citare spot pubblicitari. Gente temprata da eventi vitali crudeli, divenuti adulti consapevoli, colmi di dignità, generosità, umanità: poche parole essenziali, solo fatti, determinanti, decisivi. Gli imbroglioni seriali sono facili da smascherare: quello che (non) fanno, chissà perché e per come, è sempre catalogabile negli eventi rivoluzionari. Secondo loro.

Gigi Riva non ne aveva necessità; sardo per scelta, scudetto con il Cagliari dei ‘pecorai’ allenato dal filosofo Manlio Scopigno, uomo nazionale: 35 reti in 42 presenze, due arti inferiori fratturati da interventi criminali di difensori che non sapevano come difendere e difendersi.

Quel tuono servirebbe, altroché:

come un miracolo meraviglioso.

Per aspera ad… boh

Pagina delle imprese, ma grandi.

Grandi imprese o imprese grandi? Da non confondere con il famigerato pennello di cinghiale – oggi, non esiste problema, vista la proliferazione incontrollata dell’ungulato – con cui dipingere vaste pareti.

Impresa dunque nel senso di azione umana notevole, non di intrapresa economica; anche se poi, a essere pignoli, rispettando regole leggi e persone, in un certo senso, si somigliano. Si sa, chi si somiglia, si impiglia. O giù di lì.

Non per saggezza da umarell – anziano in pensione che vagabonda per cantieri urbani, commentando lo stato dei lavori (o i lavori di stato) – ma risulta complesso assai giudicare l’effettiva o presunta grandezza di un’impresa; giudicare di per sé diventa una impresa, ardua e notevole. Spesso chi la compie, chi ne fa parte a pieno o parziale titolo, non possiede la necessaria lucidità, l’essenziale terzietà, l’imprescindibile lontananza. La lontananza sai, è come il vento. Il resto, mancia (è Storia).

Ditelo a Kali – non KalìFajardo Anstine, scrittrice; nel suo romanzo d’esordio narra le gesta di cinque generazioni di una famiglia nomade, in viaggio – in tutti e con tutti i sensi, possibili e immaginari (immaginabili) – tra Messico e Colorado. La Donna di luce dell’opera illumina, per giusto dire, la trama ma dispensa luce intellettiva e onirica anche per noi, poveri mortali analogici, lasciandoci intuire che nessuna terra, nessun popolo sono conquistati fino in fondo, fino a quando la memoria sopravvive. Vive, viene custodita come gemma preziosa e salvifica.

I nostri giorni a disposizione saranno stati forse happy – perché siamo stati giovani? pensa quando non esisteva la gioventù come categoria – resta la sensazione che quel telefilm, in apparenza così innocuo e di successo (bingo), veicolasse, in modo nemmeno troppo subliminale, un solo messaggio ‘forte’: aderite al sistema capitalistico (a stalle e strisce) e sarete per sempre invincibili e felici. Un’illusione, una menzogna: criminale. Mentre i loro aerei da guerra – ancora? nel 2024? – insozzano cieli e umanità, giorno e notte.

Per aspera – che poi sarebbero le difficoltà, le brutture, perfino le crudeli ingiustizie che ognuno di noi affronta durante la vita terrena – ad astra, dicevano gli avi Latini; auspicabile, ma chissà: la luce delle stelle, così affascinante e misteriosa, è luce di corpi ormai decaduti.

Meglio, più realistico se non altro, per aspera ad boh; consolante leggere, rileggere, leggere ancora i racconti di Osvaldo Soriano, i suoi Artisti, pazzi e criminali che non passano mai di moda, perché delle mode se ne infischiano. E se l’esito conclusivo, di tutto, deve essere Triste, solitario y final, almeno, per merito dell’autore, saremo in grado di osservare il mondo – perfino le dittature – con sguardo sognante e poetico.

Imago (non) mortis

Pagina davanti all’immagine, immagine portentosa, magica, caleidoscopica – chissà cosa significa – che produce immagini; anche oltre la nostra volontà, la nostra immaginazione. Appunto e virgola.

In fondo, ci nutriamo di immagini, viviamo di esse (non la sinuosa lettera, non solo), il nostro immaginario – Barnum (bar nume?) – personale è zeppo, su di loro si origina, trae costantemente energia.

Immagine: imitatore, per meglio spiegarsi ritratto, sembianza, ombra, spettro (nel senso di fantasma), perfino – come se le opzioni non fossero ampie, articolate, non bastassero – idea. Immagine è ciò che vediamo, ma soprattutto ciò che non vediamo, eppure reputiamo essenziale per individuare in modo certo una persona o un oggetto, per stabilirne, al netto degli errori di concetto e percezione, le caratteristiche esclusive, identitarie.

Dovremmo poi maneggiare con cura e attenzione – all’etimo – anche il verbo che comporta da parte nostra azione, cioè immaginare (parente diretto di imago – non – mortis, ove possibile): configurare, costruire immagini nella nostra mente irrequieta, fantasiosa, mai satolla – anche un atollo incantato non sarebbe male, magari non atomico – , fingere, supporre. Di infingimenti e supposizioni, in tempi di ignoranza poco artificiale e molto crassa, rischiamo di morire, soffocati. Anche se alla fine, per quelle colonne , erculee o meno, saremo chiamati a transitare. Senza eccezioni.

Nel frattempo, siamo in transito, come sosteneva con la forza delle proprie fragilità (accettate) e della propria libertà Holly Goligthly (Truman Capote, per interposta persona); come scriveva nei suoi diari inediti, riscoperti dall’adorata consorte Dori Ghezzi, Faber De Andrè: way point, eternamente in transito, non solo durante i viaggi in mare, sempre, come condizione esistenziale, basilare dell’essere umano; anche se cerca affannosamente dei momentanei, salvifici appigli – illusione? auto illusione? – cui ancorarsi.

Del resto, la premiata – con il Nobel per la Letteratura 2019, ammesso abbia ancora valore – acclamata, “mistica” scrittrice polacca Olga Tokarczuk annota con saggezza e armonia che tra i doni naturali – della Natura, cui facciamo parte, apparteniamo e alla fine, torneremo – il più grande e prezioso è l’immaginazione.

Quello che ci consente di congetturare vite infinite, ci consente di vivere.

Inizio, non nuovo

Pagina dei mutamenti.

Il più importante: cambiare radicalmente noi stessi, ma pare sia impossibile.

Pagina dell’arretramento delle terre emerse: le acque dal mare avanzano e la terra ferma – ammesso esista – diminuisce sempre più velocemente, perché i cambiamenti climatici sono ormai irreversibili, anche avessimo un interruttore in grado di bloccare da subito la produzione dei gas serra. Potete tranquillamente non crederci, questo intimo convincimento non migliorerà la realtà, né noi stessi.

Dovremmo pianificare l’utilizzo delle nuove tecnologie per contenere, limitare quanto più possibile gli stravolgimenti che ci minacciano e non imperniare la nostra pia illusione di salvezza globale su modelli che si basano sul passato; la Terra è entrata a velocità luce dentro una nuova era, per colpa nostra: sarebbe meglio attuare le opportune contromosse. Invece di ‘trastullarci’ con impossibili ponti di Messina – non ho scritto Messalina, con rispetto compulsando – , con armamenti, con combustibili fossili. Optate voi cosa sia peggiore.

Per chiarezza e onestà – non so se sia intellettuale, o globale – non lo sostengo (solo) io, ma lo dice con energia, argomentazioni, convinzione lo scienziato Marco Marani, responsabile Centro studi sugli impatti dei Cambiamenti climatici dell’Università di Padova a Rovigo; il tentativo, molto concreto poco velleitario, è quello di progettare un mondo a prova del clima che verrà. Magari se i popoli, tutti gli scienziati, i politici collaborassero, si potrebbe fare: prima e meglio.

Nuovo inizio è bello, confortante, ottimista; di origine latina – ammesso abbia una valenza – non significa solo cominciamento, ma andare in, entrare: affondare alla radice delle cose, capirle intimamente, applicare il massimo impegno per modificarle, se e quando necessario. Nuovo inizio come fondamento, base, occasione, per edificare un pianeta davvero bello, davvero giusto.

Come scrive il saggio Maurizio Maggiani non adiriamoci con il mondo: sporco mondo, mondo boia, porco mondo; tutto nasce dalla nostra vanagloria, dal crederci superiori, migliori di tutto e superiori a tutti i viventi e non. Invece mondo, tornando al nostro prezioso latino è duplice, per sua natura, è sostantivo – universo – e aggettivo, pulito lindo splendente.

Anche Nada Malanima, cuore di ragazza in inverno, neve di un giorno, lo digita, per combattere il buio stringente, soffocante: ci crediamo i primi, i privilegiati, i padroni, ma siamo poi così diversi da coloro e quanti dipendono dai cicli della ineffabile Natura?

Le paure, le fragilità, un po’ di freddo o, tanto per insistere sul tema, di alta marea, ci scaraventano di nuovo, sempre per sempre, al nostro posto:

quello giusto.

Sul fondo, molto in fondo.

Incontro (no boxe) tra Titani

Pagina dell’incontro, non dello scontro.

Scontro nel senso di conflitto, polemica, diatriba. O giù di lì.

Incontro inteso come conoscenza di qualcuno o contesa sportiva, mai bellica. Incontro tra persone, possibilmente raziocinanti, non belluine né belligeranti. Non sarà un incontro tra Titani, ma tra esseri pensanti, proprio sì.

Nel 2024, fra poche ore, la radio compirà il suo primo – glorioso? – secolo di vita, mentre Happy Days, telefilm statunitense che ebbe l’ardire di superare Star Trek e Hazzard nel cuore e nell’attenzione degli spettatori italici (nonché, nell’indice di gradimento), festeggerà con soddisfazione i 50 anni; forse i due eventi non sono in relazione, non hanno punti in comune (sicuri?), però meglio segnalare, anche perché, riflettendo con calma, accuratezza, analiticamente, forse elementi di contatto si trovano. Almeno ci si prova, tra fenomeni culturali popolari.

Appunto un incontro che parla di noi, ci descrive, delinea tratti salienti e peculiari delle trasformazioni sociali e dei gusti comunitari, anche i più sfumati e meno evidenti, che hanno caratterizzato la gens tricolore negli anni rivoluzionari del ’70 , per poi sfociare inaspettatamente in quelli gaudenti e molto sciocchi dell’80. Del 1900, un’era geologica fa. Evviva gli italopitechi, direbbe il leggendario tennista letterato Gianni Clerici (per tacere dell’informatissimo e preparatissimo amico: Rino Tommasi).

Nei fossi sulla Pedemontana l’acqua è allo stato liquido (non ghiacciato) questo incoraggia i ciclisti; anche se, come purtroppo capiterà agli appassionati della montagna e dello sci, il dettaglio in apparenza favorevole, non sarà foriero né messaggero di prossime, liete sorprese.

I lampioni scompaiono sulle rive dei fiumi, ma rifrangono la luce del Sole, capace di prevalere anche sulla fastidiosa, insistente, penetrante nebbia; i Titani restano attoniti e perplessi. Non solo loro.

Abbiamo inventato e sganciato la bomba atomica, ce ne siamo vantati, gloriati, ne abbiamo fatto un fantasma (più ordigni accumulo, minacciando di farli esplodere, più ottengo la sicurezza e la pace; davvero?), scriviamo la fallace, falsa storia indicando l’occidente come civiltà progredita, evoluta, avanzatissima. Pensa fosse il contrario.

Rincuora che i Titani, seduti in un inverno vero accanto a un focolare vero, si raccontino ancora la leggenda di Andrés Aguyar, il Moro di Garibaldi (Giuseppe, spaccamontagne nizzardo, lui): nato da una famiglia di schiavi di Montevideo, analfabeta, “cavaliere eccellente, formidabile domatore di cavalli” (scrive di lui Gian Antonio Stella), salvò la vita al condottiero dei Mille almeno un paio di volte, grazie al suo coraggio, alla sua straripante vigoria fisica, alla convinzione di amare due patrie, quella natia e quella prescelta: le repubbliche d’America e quella di Roma. Morì a Trastevere, falciato da una granata francese, il 30 giugno 1849, eroe dimenticato in fretta – o oscurato con fretta sospetta – della troppo breve stagione della repubblica romana.

Ci sarebbe poi la piccola vicenda personale di Sam Allison, arbitro di colore nella ricca Premier League inglese post Brexit, ma questa è davvero un’altra storia, una di quelle che si raccontano i Titani, quando s’incontrano e sono di buon umore;

come quella dell’Uomo che decise di salvare il Pianeta, le generazioni future e se stesso.

Questa però è davvero una fiaba, auspicando sia solo fantasia e non frutto di fandonie.

Una voce, poco fa

Pagina della voce, una voce poco fa. Nel senso, credo, che un suono solitario abbia effetti limitati; oppure, significato alternativo, un fruscio udito breve tempo addietro. Breve, cioè trascorso: il tempo.

Una voce di un misterioso misantropo – non necessariamente, comunque saggio, anche pensando agli ultimi sviluppi – nel deserto, quasi ovvio; dove esistono più possibilità di farsi ascoltare da qualcuno: essere vivente, animale, vegetale, minerale. Altro, non saprei.

Meglio dei droni e dei cyborg dei vari tg nazionali che sono investiti del precipuo compito di registrare le immagini dei portavoce dei presunti potenti; sapendo che le vere eminenze grigie sono altrove e ordiscono sottili strategie, neppure troppo segrete. A proposito, nonostante l’invadenza, il profluvio di intelligenze – non intelligence – artificiali, avrete notato, immagino, l’ignoranza e la sciatteria linguistica di molte/molti inviate/inviati. Crassa, l’ignoranza.

Dentro me, non so da dove – non dai deserti, presumo – cresce in questo periodo dell’anno, l’idiosincrasia per i bilanci, per le liste, per le classifiche di conclusione del frangente spazio temporale; è un’antipatia genetica, istintiva, più forte di me e della razionalità. Meglio, un pochino meglio, i consigli di Internazionale su libri, canzoni, film: almeno lo sguardo sarà costretto ad allungare la portata, gli orizzonti; policromatici.

Voci, quelle delle lunghe, pazienti scoperte sul nostro passato; quello prossimo, troppo vicino per consentire una valutazione ragionata. Quello remoto, in grado di smontare spesso miti antichi – oserei osservare – come quello relativo al buon selvaggio. Altro che senso della comunità e fronte comune contro le belve. L’agricoltura, lungi dall’avere innescato la stanzialità, casomai ha evidenziato quanto sospettavamo sull’umano (anche senza coinvolgere Sherlock Holmes): egoista, profittatore, accumulatore seriale, capace di creare fortificazioni, scatenare conflitti armati distruttivi.

Infine, una voce , una vocina, sussurra che, anche se insistiamo nel cominciare guerre per ottenere la pace – in nome, per conto, con la benedizione di qualche dio – o nell’ utilizzo e nello spreco delle risorse comuni, alla fine, potrebbe andare peggio:

potrebbe piovere (magari!)?

suvvia, non ci siamo ancora estinti.

La Cosa

Pagina dell’indeterminatezza.

Sono, quasi con certezza, una cosa, alla latina (non latrina, per carità); derivo da causa, ho a che fare con ambito giuridico – non chiedetemi perché – ma essendo materiale e immateriale, significo tutto e, soprattutto, nulla.

Vorrei essere Franco Battiato che da solo imparò a scindere le energie fini da quelle grossolane, seppe astrarsi e giungere al nirvana con la meditazione, amando, da pari a pari, insetti, animali, alberi; vorrei essere Franco Cordero, insigne maestro di procedura penale, che forse era un gemello di Kafka e, tra le altre innumerevoli imprese della Parola, coniò il soprannome Caimano per riferirsi a un certo imprenditore brianzolo.

Certo, non si può negare, la possibile – auspicabile, ma per chi? – identificazione con la Cosa dei Fantastici Quattro (come i Moschettieri del Re, per chi tiene a bada certe ricorrenti assonanze, somiglianze): Ben Grimm, amico fraterno di Reed Richards, insieme a lui fondatore del gruppo super eroistico, nonché mutato in uomo dal cuore e dai possenti muscoli di pietra, causa prolungata esposizione alle radiazioni cosmiche; fossero state comiche, avremmo assistito a belle pantomime. Questo, a partire dal 1961.

Non affrontiamo poi il capitolo, vastissimo, dell’Indeterminatezza cromatica e filosofica delle genti nipponiche: un valore enorme, imprescindibile; per non complicarci un’esistenza già molto turbolenta così.

Potrei trasferirmi in Giappone e diventare il Re dell’Indeterminatezza: anzi, per essere precisi e sul pezzo – di cosa? beata ignoranza – l’Imperatore del Sol Levante e del nulla eterno. Del nulla, eterno, ma imperatore. Figura simbolica e cerimoniale, però almeno assisa sul trono del crisantemo e, scusate se vi appare poco, sovrano celeste.

Sarei nell’impero dei sensi – o dei sensei – dei manga, delle anime; non sarebbe il Paradiso, come si evince da molti racconti dei grandi Maestri, ma l’Inferno (La Divina Commedia) sì, tanto per non citare una delle opere più importanti di Go Nagai (Durante degli Alighieri, chi era costui?);

una vita d’inferno, tra manga e anime, seguendo però i riti shintoisti, come consiglia la favolosa scrittrice a colori Laura Imai Messina, nipponica per scelta: sua e della vita.

Grazie a Flavia per avermi salvato da un ictus un anno fa;

grazie perché (non mi riferisco alla nota canzone) mi salva dai miei infiniti limiti, ogni giorno;

grazie, infine, perché, forse, sono un fattapposta (alla foggiana, non app), una cosa imprecisata, ma viva e amante della Vita.

Fiera

Pagina della fiera.

Si chiude un portone, si apre una voragine.

Ci inghiotte, ci fagocita, ci metabolizza; cosa voglia dire, chissà. Attenti all’etimo, attenti al bolo: alimentare.

Fiera, nel senso di giorno festivo, festa religiosa non ultima, né trascurata; non a caso – mai per caso – un tempo (quanto tempo?) i mercati erano allestiti durante i giorni di vacanza dai pubblici negozi e mi scuserete se è poco.

Attenzione alle vocali, se la fiera confonde la nostra vista, le nostre percezioni, le nostre vocali, può diventare feira, in portoghese – non un furbissimo abusivo – del Portogallo; segunda feira equivale a lunedì, auspicando non sia nero, nel senso simbolico del colore. Non apriamo le molte, infinite parentesi cromatiche del Sol Levante, per non fare girare la capa, per non perderci nei meandri orientali.

Sempre feira, senza per forza trasformarla in ossessione, può essere fiera di paese, mercato libero, o, significato che dovremmo inseguire costantemente tutti i giorni, giusta cioè equanime, persona che si comporta secondo i principi della giustizia – magari non proprio quella degli umani, quella di livello superiore – e tenta, in modo matto e disperatissimo, di formarsi un giudizio obiettivo e imparziale. Non solo personale.

Se poi vi garbano viaggi e turismo sostenibile, potete sempre pianificare un’escursione a Santa Maria da Feira – meglio che al centro della Terra – o dedicarvi all’ascolto attento e ragionato di Segunda Feira, di Franco Battiato; sempre che riusciate a reperirlo in qualcuna delle sue ineffabili ascese diagonali.

Si può giungere – rischio, o opportunità – in una grande fiera degli animali (auspicabilmente vivi), in una grande esposizione, la più varia e fornita, in un bailamme poco intelligibile, poco tollerabile, ma divertente; non precipitiamo gli eventi e non finiamo dalla fiera alle grinfie di un fiero: feroce, crudele, spietato; un nemico, un tiranno. Il tempo sarà tiranno – o Tyrannosaurus Rex? – ma quelli su due zampe sono peggiori. Di solito.

A proposito di animali: fiera, ghepardo, leonessa, tigre, lince; ci siamo capiti, sogno e non aggiungo sovrastrutture. Inutili.

A proposito di fiera, indicante belva: la bocca sollevò dal fiero pasto, così fece Ugolino della Gherardesca nella dottissima ricostruzione dantesca (Inferno, canto XXXIII): massima prudenza e circospezione, perché in preda alla fame (appetiti) rischiamo di accontentarci di pietanze discutibili per bocche buone, rischiamo di finire in Bocca alla Verità:

ciascuno dovrà poi denudarsi, molto più di un anellide e fare i conti, anzi, rendere conto di azioni, parole, opere e omissioni alla propria coscienza.

Imparziale, fiera più di ogni cosa, più di tutti, più della nostra ipocrisia.

Selene 1999

Pagina delle missioni: non religiose.

Nello spazio, oscuro e profondo. A caccia di minerali preziosi, per le industrie civili e per quelle biomediche.

Pagina del ‘sarà vero’? Meglio ancora: sarà possibile? Nell’ipotesi ottimista, non solo salveremo la Terra, ma avremo le fondamentali risorse per salvare noi stessi. Ammesso sia questo il traguardo, la volontà.

Da qui alla Luna, Selene se preferite. L’ottica terrestre svia, induce alla geopolitica – d’accatto, verrebbe naturale scrivere – ma forse a 300.000 chilometri nello spazio, sempre però nella gravità del pianeta (in ogni senso) i popoli, o meglio, i loro governi, riuscirebbero a capirsi, potrebbero collaborare per il bene comune, per il bene di tutti.

Sarebbe bello essere in Spazio 1999, ma lo avremmo deciso noi, soprattutto se le questioni venissero una volta e per sempre, affrontate e risolte. Osserviamo la Luna, nostro poetico – talvolta inquietante – satellite, non il dito che la indica come possibile soluzione.

Dovremmo, potendo, trasformarci in Cleopatra, regina indimenticabile e leggendaria degli antichi Egizi. Passata alla Storia, quella dei grandi eventi promossi da grandi personalità – anche se poi le vere trasformazioni camminano con le gambe delle persone, con le passioni degli umani – come formidabile ammaliatrice, era in realtà, in prima battuta, una Donna: intelligente, preparata, fortissima. Del resto, oltre alla favolosa bellezza, c’era di più, molto di più. Non si conquistano altrimenti Cesare, genio politico e militare, Antonio, una specie di ‘sor tentenna’, impreparato a tutto, ma rappresentante della supremazia di Roma, quasi, anche Ottaviano che sarà l’unico a resistere alle lusinghe della sovrana e al suo vero grande progetto di spostare il baricentro del mondo antico dall’Urbe allo scacchiere ellenistico, quello che faceva affidamento e riferimento alla Grecia e all’Egitto. Per poco, per sfumature, non ci riuscì, dimostrazione plastica di quanto i piani ambiziosi e difficili dipendano in fondo da azioni minime, legate in modo indissolubile al nostro carattere umbratile, fallace, ondivago. Avremmo vissuto una Storia altra, ci saremmo tramandati altre narrazioni.

Non si tratta del solo caso, non sarà stato l’ultimo; temo.

Così, immaginiamo – pensando ancora a Selene 1999 – di essere l’aliena emotiva Maya, di padroneggiare le sue capacità metamorfiche (non so cosa significhi, forse assumere le caratteristiche e le qualità di ogni altro vivente);

trasformarci in modo permanente, non solo in caso di esiziale rischio, in individui che perseguono la mitezza, l’equità, la pace, l’equilibrio vitale del Pianeta.

Trasformarci in altro da noi, da questi, adesso:

forse ci verrà più facile con altri volti, con altre sembianze.