Il laghetto delle Ninfee

Volo onirico: rapito dal becco adunco di un albatros, mi ritrovo catapultato, depositato in Normandia.

Ritrovato o perso, disperso, svanito, come, anzi, più del consueto.

Terra del vento, terra della creatività, terra dell’arte e dei fiori, terra dell’arte di creare o ricreare giardini lussureggianti, perfino nipponici; sol levante, a levante, importante accertarsi che non tramonti mai.

Gente rarefatta, eppure accogliente. Meno di mille, circa la metà, sorridenti rilassati educati: li incontri per la via, le due vie, ti scombussolano salutandoti con convincente naturalezza.

Qui si ritirò a vivere e cercare profonda ispirazione un antico pittore, in condizioni modeste, talvolta misere. Barba e capelli scompigliati da Eolo, adottò l’uso di un cappello di paglia a tese larghe per evitare che le correnti d’aria combinassero, scombinassero i suoi pensieri. Tenacia e talento gli valsero in anzianità successo commerciale e, infine, giusto riconoscimento della sua perizia artistica. Nella chiesa del villaggio sono incastonati i suoi occhiali – talvolta compaiono su una delle pareti esterne, così mi è sembrato – per distinguere bene tra bellezza e misteri della fede.

A proposito, a Gisors, sorge un antico castello fortificato che ospitò i cavalieri templari; narra una leggenda – fatto non infrequente – che essi vi nascosero un favoloso tesoro. Chissà, forse i tesori erano altri, metaforici.

Castello di Gisors, antica sede dei Templari

Del resto, questi paesi e villaggi normanni che formano la regione, sono protetti, per così scrivere, da castelli e abbazie, spade e preghiere.

Come Vernon, ove gli autoctoni, di fronte al municipio, hanno edificato una splendida cattedrale gotica; il cui vero tesoro è sorgere, ridestarsi ogni giorno sulle rive della Senna.

Correre evadendo dalle sbarre, di ferro o metaforiche, correre senza limiti, oltre i propri limiti, pedalare alla confluenza tra l’Epte e la Senna per assaporare l’aroma della libertà e della Natura;

Sono costretto a continue trasformazioni, perché tutto cresce e rinverdisce. Insomma, a forza di trasformazioni, io seguo la natura senza poterla afferrare“.

Bon voyage, Monsieur Monet, nous nous retrouverons sur les chemins du vent.

Dilemmi

Ronzano nella testa, come api aliene impazzite; arrabbiate, molto arrabbiate.

Dilemmi arcani, ancestrali, dilemmi delle 100 pistole; pistole non come armi, come pecunia. In fondo, a guardare bene, sono la stessa cosa.

Non conoscere la musica, non saper suonare alcuno strumento, o equivalente, o equipollente; illudersi però di essere un calibro, 35: fare parte, essere parte, eseguire partiture insieme alla band, adorare la vita di musicista bohemien, meneghino (come base di partenza, senza arrivo: filosofia Cochi & Renato), sollazzarsi con le colonne sonore dei film poliziotteschi anni ’70 del 1900. Esplorare poi ambiti musicali alternativi, come le sigle delle trasmissioni televisive più popolari negli ’80, sempre del secolo trascorso, sempre con un tocco fintamente improvvisato, ruvido, soprattutto: vero.

Non conoscere la scrittura – lineare A, lineare B, geroglifica, greca antica – eppure esprimere la chiara, incontrovertibile volontà di scrivere: romanzi, saggi, articoli. Narrare storie. Fare parte – ancora – del mondo culturale, farne parte come il gentiluomo della letteratura italiana, messer Tullio Avoledo da Valvasone; a pieno titolo, diritti e competenze, ma con una voce originale, fuori dagli schemi e dalle strategie, vagamente distopica nella contemporaneità. Dire tutte le verità, come i giullari dei tempi antichi: gli unici che potessero permettersi di spiattellare ogni magagna, in forma di scherzo, scherno, burla; anche al cospetto e in faccia ai re.

Vorrei disegnare, una storia, le storie. Partendo da situazioni reali, per sfociare, approdare rapidamente in mondi fantastici, onirici, immaginari, immaginati, immaginabili. Lo sta già facendo la IA, o le varie IA che stanno proliferando incontrollate, colonizzando rapidamente le nostre menti, limitate, eppure, se solo volessimo, senza argini, senza confini. Ghiblizzazione dell’universo creativo, sulla scia dello stile, delle opere, dell’ingegno del Maestro nipponico, Hayao Miyazaki. Non credo sia stato interpellato, ma ormai lo sfregio – o l’omaggio, come sostengono i favorevoli ottimisti? – del plagio, replicabile all’infinito, è avviato, compiuto, inarrestabile. Fino a quando la stessa umanità sarà ricreata dalla IA e nemmeno se ne renderà conto. Click.

Miyazaki San no: per pudore, per rispetto, eviterei – ne fossi capace – di replicarlo. Opterei per Vittorio Giardino, anche nel suo caso con deferenza e venerazione massime. Entrerei in punta di piedi nel giardino lussureggiante delle storie, mi aggirerei con la più totale curiosità, tenterei di apprendere l’arte con gli occhi, per poi trasferire bravura e creatività alle mani, al cuore. Prima al muscolo cardiaco. Come direbbe lui, nella prefazione al suo più recente romanzo disegnato (I cugini Meyer – Rizzoli Lizard), metterei “la vita dento una valigia“. Partire, con paura e speranze, verso l’ignoto; sapendo che forse una meta reale non verrà mai raggiunta. Disegnare storie, senza limiti temporali.

Dilemmi, arcani; comuni, naturali, purtuttavia angosciosi.

Oltre le passioni, gli interessi, le simpatie: chi sono? Cosa so fare, in grado di caratterizzarmi, descrivermi?

Se potessi, mi trasformerei nel lettore tipo del già menzionato Avoledo:

non in un nominativo dell’elenco telefonico di Atlantide, ma in una persona che non vuole e non cerca spiegoni all’esistenza, ma briciole d’ispirazione elargite dai Narratori, in grado di attivare immaginazione e creatività;

invece della solita, rassicurante ripetitività: sciatta e banale.

Macchia metafisica

Macchia, non nera; arci nemico di Topolino.

Macchia nera, bella grossa; come il nuovo, già a lungo discusso, logo del neo rinato Batman, nonché proletario. Mala tempora currunt, lo dicevano i Latini: oggi ci ‘suiciderebbero’. Nulla contro i proletari e il proletariato – cos’è? – , anzi, casomai ostile ai mala tempora.

I puristi – di cosa, al dunque? – non gradiranno, ma anche i super eroi mutano pelle, rinascono più e più volte (non sempre gli stessi), si adeguano all’epoca che viviamo noi lettori. Un grande scrittore sa essere universale e senza tempo se cala i suoi personaggi nel suo periodo di riferimento e attività letteraria. Così sostengono quelli bravi, davvero.

Macchie: sono tante, cosparse, apparse, disperse sull’anima, nel corso e nel correre degli anni. Piano piano, non subitanee, non improvvise; l’anagrafe non è miope e, di solito, non sbaglia mai. Le attribuisce con esattezza matematica. Senza sconti, senza cinismi.

Vorrei darmi alla macchia, mimetizzarmi in una macchia mediterranea, ma i miei sollazzi infantili e linguistici non mi sottraggono – inesorabilmente, giustamente – alla macchia: mi raggiunge ovunque, con le sue gemelle. Macula, in latino, pare più onesta e gentile, ma la sostanza permane.

Il senso figurato non soccorre, peggiora la situazione, ove possibile (se si può pensare, si realizzerà, presto anzichenò): colpa – chi è senza peccato, scagli la prima pietra – , difetto; ciò che offende l’onore, l’integrità morale. Quante volte figliolo? Tante, troppe, al punto da non rammentarle, ma restano le macchie: come nodi al fazzoletto, alla gola.

Tento l’impossibile, tramutarmi in macchiaiolo; rubare l’identità a Giovanni Fattori, ma il talento non ascolta ragioni, né pietose scuse: resta dov’è, con lui. Argan, il critico d’arte, sosteneva che “in lui si realizza il palesarsi dell’universale nel particolare“. Macchiaiolo io? Tuttalpiù, caffè macchiato: freddo.

Per consolarmi, bazzico i miei territori – altra illusione, altro miraggio – : mi rifugio nel greco antico. Macchia indelebile, sì, metafisica, però. Nobilitante, il greco antico; sono un antico greco, nel senso dell’età. Metà, nel senso di dopo, phisiké, nel senso di fisica, meglio, natura. Fingo di essere adepto e studioso di Andronico Rodio e patito della sua classificazione delle dottrine aristoteliche; dopo le cose o questioni fisiche o naturali, giungono le altre, quelle superiori, non materiali.

Macchia sapiente e ostinata, non ti convinco nemmeno così.

Qualcuno ha detto che la coscienza è la giudice più severa, ma anche la maestra più paziente;

solo Lei non si è spaventata per la quantità e l’estensione delle macchie, solo Lei con pazienza, tolleranza, amore senza limiti, sa tergere le mie macule – metafisiche e molto reali – , solo Lei le considera parti di me.

Solo Lei sa trasformare le macchie in un caleidoscopio, meraviglioso e senza fine.

Staffetta

Il male è potente, ma non prevarrà.

Soprattutto se, passandomi il testimone, – mentre sono in attesa sotto un salice piangente sulla riva del fiume Noncello – qualcuno non mi contagerà anche con l’odio.

Resterebbe da stabilire se sia più potente l’energia negativa, o il suo contraltare positivo, ma è una di quelle questioni sempre in bilico. Dirimente, decisiva.

Sono scomparsi i faraoni egizi, gli imperatori cinesi, i grandi capi dei Nativi d’America; scomparse, obliate le loro imprese, andati in rovina e disgregati i monumenti che ne celebravano la (presunta) grandezza e superiorità; nulla è rimasto, dissolti, come l’arroganza, la vanagloria.

Dove non sono mai stato, là sono: con l’immaginazione, con la fantasia, con la speranza che: prima o poi… Con i sogni, con i voli pindarici che così scombinati non sono, con la volontà di scoprire, riscoprire, condividere. Perché se non io sono là insieme, semplicemente, non sono.

Non farò da porta, né da sentiero, né da messo latore dell’odio: non mi interessa, non adoro il male, non reputo la morte un epilogo, solo una fase intermedia.

Vorrei che il mio amore fosse come quello di Rossella Casini, vorrei fosse coriaceo come il suo, vorrei esserne capace e degno. Oltre i riti, oltre gli inutili simboli di falso onore, oltre ogni finto potere generato dalla violenza, sinonimo di sconfitta: umana, culturale, sociale. Vorrei conoscere il suo coraggio, le sue parole, i suoi gesti che hanno annientato il male: con uno sguardo timido, con un sorriso lieve, con dei capelli arruffati.

Vorrei che l’amore – qualunque forma, qualunque aspetto, qualunque contenuto abbia – fosse come il testimone di una gara olimpica di staffetta mista; se inciampassi, se accusassi crampi, difficoltà, debolezze, sarei tranquillo perché il testimone passerebbe nelle tue mani preziose e arriverebbe al traguardo.

In attesa di quello successivo:

più impegnativo, più bello, sempre più nostro.

Fragmenta vitae (Virginia in the garden)

Se potessi, se solo potessi, se sapessi, mi rinchiuderei nel giardino segreto di Virginia – forse era una stanza? fa lo stesso – e ci proverei;

anzi, scriverei la storia di Goldrake. Completa, alfa e omega, dall’inizio alla fine, durerebbe tutta la vita, la mia, all’infinito: la sua.

Purtroppo, non sono in grado, ma so sognare, volo come Pindaro – senza offesa per Icaro, ma non mi sembra affidabile – so librarmi grazie ai pannelli solari della fantasia, fantasmagorica e compendiaria di tutti i colori del mondo. Sperando che qualcuno non me ne dica di tutti i colori, facendomi trascorrere la notte in bianco, nero per la rabbia e la delusione.

Sarei spesso in bolletta, al verde, ma saprei scrivere e non solo compulsare sciocchezze on line; continuerei a non avere sangue blu, ma frequenterei ogni giorno il principe di Fleed (o è il Duca?); niente verde invidia, solo speranza, chiara e luminosa, come al solito, niente pollice verde, ma pollice ottimista, per propensione e natura.

Fragmenta vitae, frammenti di vita, neppure avrebbero necessità di chiarimento; la portata dell’espressione e la sua potenza evocativa sono fortissime. Comunque, da patito perso dell’etimo: frammento, stessa radice di fragile, frangere. Già solo questo innesca pensieri e parole. Pezzo di cosa rotta, pezzo conservato di un’opera, libro, scrittura e simili, di cui risultino perdute – nel tempo, trafugate, distrutte dall’incuria o dall’ingordigia pecuniaria – le altre parti.

Sulla vita e sulla sua derivazione, potremmo accuratamente compilare addirittura tomi di una novella enciclopedia; escludendo, magari, un giro: vita. Stato di attività di sostanza organizzata, laonde per cui, animali e piante si somigliano molto più di quanto possano (o non possano) credere certi bipedi imbarazzanti; forza e anima sono sinonimi di vita, anche se troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Il tempo, nel senso di durata (che dura), che si vive è, molto più semplicemente, la nostra vita; il racconto che potrei/vorrei congegnare per voi della vita, magari non la mia – di scarso o nullo interesse – sarebbe grecamente definito una biografia. Considerando però quanto siano colme le librerie e i social, mi asterrei, se non altro per pudore e rispetto. Nei vostri confronti e in quelli della Vita.

La maniera o il modo di vivere sono le opere, le azioni sostanziali con le quali descriviamo peculiarmente le nostre vite terrene. Se poi, qualche volta, ci riuscisse di compiere piccole imprese, umane, saremmo quasi certi di essere protagonisti di una vita degna, nel rispetto dei nostri simili e del Creato, o, se preferite, della Natura madre.

Potrei continuare, potrei dilungarmi, non rappresenta quello che voglio. La cui erba pare non cresca nemmeno nel giardino – in the garden, per restare in tema – dei reali, mentre la gramigna non risulta altrettanto schifiltosa.

Vita mia, locuzione finale rivolta alla Donna del giorno, costrutto verbale che racchiude, o tenta goffamente di farlo, tutto l’amore verso questa persona che rende la vita un universo meraviglioso e sorprendente;

come direbbero correttamente i creativi e immaginifici siculi:

sciatu meu, mio respiro.

Vuoto (creAttivo?)

Un vuoto di paglia.

O forse no?

Un vuoto creativo, ma non sono in grado di compulsare sui massimi sistemi.

Mi sento vuoto, spero non a perdere, ma non è scritto sia un male.

Vuoto filosofico o vuoto fisico? Saperlo non sarebbe male, come punto – filosofico e fisico – di partenza. Verso dove?

Avverto la stessa radice di vaacus, vuoto, concavo; però, come diceva qualcuno, un po’ più titolato e colmo di talenti di me, il vantaggio è che posso contenere moltitudini. Ammesso le sappia interpretare, poi. Una difficoltà alla volta.

In realtà, prestando fede assoluta al sacro tomo dell’etimo, risulta sfizioso e assai divertente apprendere, oltre alla palese derivazione latina (davvero?), quelle dal serenissimo veneziano e dal magnifico mecenatismo senese. Altrettanto balocchevole leggere quanto una voce così breve, abbia innescato una dotta tenzone tra sapienti – e sapientoni – per rintracciare il vero e giusto capostipite dell’etimo in questione.

Carri, granai e casse – del tesoro – sono vuoti e tristi, resta la speranza di colmarli con le appropriate, gustose sostanze; materialisti va bene, siamo materia anche noi, magari labile e transeunte, ma ogni tanto cimentarsi, raffazzonare, non alla carlona, qualche discorso sostanzioso non farebbe male, né a noi, noi all’umanità. Tutta.

Sacco vuoto non sta in piedi, ma pieno di deliziose, croccanti, dorate (non d’oro) patate si regge alla grande, diventa una meraviglia, della natura e oltre. Ne converrete.

Vorrei essere un minuscolo insetto, curioso, capace di volare nella sala stampa vaticana, sorvolando il Conclave e i convocati, ignorando scientemente segreti inconfessabili e miasmi; mi piacerebbe assistere in segreto al dialogo tra Vincenzo Paglia, presidente della pontificia accademia per la Vita, e Guido Tonelli, fisico tra i più noti al mondo, anche perché ha incidentalmente contribuito alla scoperta del bosone di Higgs (no eggs). Solo per compulsarlo, mi si sono attorcigliate le dita e i rarissimi neuroni funzionanti.

A chi verrebbe in mente che il famosissimo Big Bang – anche senza diretta on line – è una metamorfosi del vuoto? Con grande sorpresa mia personale, di piccolo uomo insignificante, apprendo che la cosmologia e la teologia si intersecano, si abbracciano e il loro rapporto, dialogo se preferite, è molto stretto, fittissimo, produttivo. Si rincorrono, si abbracciano.

Credere o non credere alla creazione non è importante, perché da un osservatorio teologico o scientifico l’uomo rimane un essere minuscolo al cospetto dell’Universo e questo accresce la sua responsabilità nei confronti della Terra: siamo ospiti, non padroni assoluti, non predatori totali.

Tonelli chiama il tutto Natura, Paglia Creato, eppure le conclusioni sono complementari; “Il vuoto non è il nulla. E’ uno stato materiale che ribolle di possibilità“; “E’ un umanesimo planetario. L’uomo scopre la fraternità che lo lega alla polvere, al fango, alle montagne. Tutto è fratello e sorella“.

Meglio un momentaneo vuoto – lapsus? – di memoria che un vuoto d’aria, magari quando viaggi a bordo di un aereo o stai pedalando (le due attività possono essere connesse);

tutto risulta migliore e financo auspicabile, tranne essere una testa vuota.

Al limite, una testa d’uovo.

25 80 (1945/2025, ora e sempre)

Sono nato il 25 Aprile di 80 anni fa.

Vulgata sostiene che da adulti non sia possibile rammentare gli eventi dei primi tre anni di vita, ma non è vero; per me, almeno.

Rammento il momento esatto, preciso, quando vidi la luce, quando emisi il primo di tanti vagiti.

Come scrisse Giuseppe Ungaretti, pensando ai caduti per la Resistenza: “Qui vivono per sempre gli occhi che furono chiusi alla luce perché tutti li avessero aperti alla luce per sempre“.

Forse per questo tento di dormire a occhi spalancati, come consigliava il buon Cerini (è un’altra storia, eppure, sempre la Storia).

Nonostante l’età, resto ingenuo, vorrei essere saggio e profondo come i detenuti di San Vittore; loro sì sanno cosa conti davvero, quali siano i valori universali, quali le parole giuste per esprimerli:

L’indifferenza è ciò che più ferisce. Da Ponzio Pilato che se ne lavò le mani, la storia è costellata di morti e sofferenza a causa di questo atteggiamento e tutti ne siamo vittime e carnefici. Se non comprendiamo e ricordiamo, non possiamo evitare gli stessi errori e così la storia si ripete“.

Indifferenza trasuda dalle mura di questo carcere, dove sono miriadi le storie di persone abbandonate, dimenticate, nella solitudine di tragedie personali a cui molto spesso chi è fuori da tutto questo è indifferente“.

Il veleno della società è l’indifferenza, il frutto del pregiudizio, siamo abituati a vedere una persona a terra e a calpestarla piuttosto che tenderle la mano, criticare le scelte di una persona piuttosto che ascoltarla, emarginare una classe sociale per i suoi usi e costumi piuttosto che comprenderli, giudicare l’etnia, l’orientamento sessuale o il credo religioso. Cosa faresti se fossi tu a essere emarginato? A causa del pregiudizio, per non essere schiacciati dalla responsabilità, si preferisce essere indifferenti“.

Sono sciocco, eravamo giovani, forse inesperti della libertà, ma ci siamo ridotti, abbiamo permesso che ci riducessero a monadi indifferenti, egoiste, facili da controllare e asservire al potere (presunto, come sempre nella storia della varia umanità).

Dovremmo uscire nelle piazze, incontrarci, dialogare; viviamo tempi orribili e confusi (“di transizione“, dicono quelli bravi, ma non sanno spiegare verso cosa; lo temiamo). La tentazione umana, ma fallace – l’abbiamo esperita migliaia di volte nel percorso multi millenario – è sempre la medesima: affidarsi a un capo solitario, carismatico, autoritario, consegnarsi acriticamente a una ideologia semplicistica e salvifica. Non funziona così, non ha mai funzionato, né funzionerà mai, nemmeno con l’IA.

Dovremmo pensare a cosa ci ha uniti: l’antifascismo, nella resistenza in un nuovo Aventino, nella lotta di liberazione dal giogo nazifascista; integerrimi, coriacei, nonostante convinzioni politiche e provenienze eterogenee, le più diverse e disparate. Anche disperate, talvolta, ma inscalfibili.

Dovremmo istituzionalizzare l’ora quotidiana di gioia repubblicana;

per sentirci di nuovo popolo, per edificare convinti il domani.

Oggi.

Monarca

Contrario alla monarchia, per indole (la mia), preoccupato per il rischio estinzione delle Monarca in California. Monarca con le ali, nel senso delle farfalle.

Si incrementano, però, in Messico; non so se costituisca un segnale buono, resta l’allarme. Da tempo sappiamo che la sparizione degli insetti causerebbe l’immediato annichilimento della Natura: a titolo di cronaca, l’umano, elemento trascurabile, ma calamitoso, ne fa parte.

Essere un marinaio somalo migrante e subire le angherie disumane del razzismo, quando ormai l’imperialismo aveva stonato il suo canto di decesso; oggi, non potrebbe accadere. Intendo, la morte dell’imperialismo. Migrare per garantirsi una esistenza migliore, per la propria progenie e anche per sé, e accorgersi che i presunti, cosiddetti paesi civili e democratici, oltre la sottilissima, debolissima patina di rispettabilità, campano lucrando su soprusi, diseguaglianza, sfruttamento, prosperano rispettando una sola legge non scritta: la legge della giungla (non il libro, purtroppo).

La giungla, meglio, le foreste: dal 1990 a oggi, in soli 35 anni, ne abbiamo distrutti 420 milioni di ettari, 14 volte l’Italia, in nome dell’orrido feticcio nominato deforestazione a scopo di lucro. Eppure, il restauro ecologico o restauro della Natura, di cui abbiamo necessità per sopravvivere, per vivere, sarebbe conveniente anche economicamente; ogni dollaro investito – altro che dazi e catorci a quattro ruote – genera ritorno da 1,7 fino 30 volte maggiore, rispetto alla cifra di partenza. Altro che spese folli da integralisti dell’ambiente: strano nessuno chieda mai conto di quanto ci costino, in tutti i termini, guerre, armamenti, schiavitù da idrocarburi, consumo sconsiderato del suolo e del mare. A proposito, le plastiche e ancora di più, le letali microplastiche, lo stanno assassinando.

Eppure, lo certifica, numeri reali e scientifici alla mano, il biologo e ora divulgatore Roberto Danovaro – autore di ‘Restaurare la natura‘, per i tipi di Edizioni Ambiente – che parla senza paura “di più grande sfida del secolo; la soluzione esiste, si chiama restauro ecologico della natura. Siamo attardati, ma ancora in tempo. L’Assemblea delle Nazioni Unite e l’Unione europea, nonostante gli intralci delle solite lobbies in difesa degli interessi dei famigerati, hanno varato legislazioni in difesa e attuazione di questo progetto; ma gli obiettivi non si raggiungeranno senza l’adesione convinta di tutti“.

Compresi, ad esempio, quegli agricoltori che invasero Bruxelles con i loro trattori circa un anno fa, per protestare e per bloccare provvedimenti buoni e giusti; imbeccati male, non consapevoli che ormai il 75 per cento di tutti gli ecosistemi terrestri è stato degradato o profondamente alterato dalle mani avide e dissennate dell’uomo. E le cose stanno procedendo in peggio rispetto a quanto previsto 10, o solo 5 anni fa.

Vorrei avessimo la coscienza dei pipistrelli, accusati ingiustamente di essere i propagatori del covid. Chiara Valerio ci informa che dopo mezzo secolo, riappare nelle librerie mondiali (quindi, anche nelle nostre), il saggio di Thomas Nagel, Com’è essere un pipistrello?, a proposito della coscienza. Si e ci interroga ancora sulla vexata qaestio, indaga ancora su cosa sia la coscienza e su chi ne sia fornito, su cosa sia o riteniamo ‘alieno’, su quale sia l’esatta definizione, ammesso esista e sia possibile, l’essere umano. Perché, dunque, il pipistrello come pietra di paragone? Perché no, concludo io; anche da antico ammiratore di Batman.

Non vorrei – o meglio, sì, una volta compiuto il restauro della Natura – che ci tramutassimo tutti in farfalle monarca: le più longeve vivono, al massimo, un anno. Egoisticamente, per pararci, salvarci – esprimendoci in linguaggio forbito – le terga (chiappe) abbraccio gli alberi, l’ecologia. Radical chic, come dicono quelli che si illudono di essere bravi, ma per propagare l’umanità.

Cantavano i Nomadi, in omaggio a Chico Mendes, sindacalista e attivista ecologico brasiliano:

Ma salvare le foreste vuol dire salvare l’uomo, Perché l’uomo non può vivere tra acciaio e cemento. Non ci sarà mai pace, mai vero amore, Finché l’uomo non imparerà a rispettare la vita“.

Anche la giustizia sociale, ringrazierà.

La luce verde

Dovrei, forse, appellarmi alla teoria dei colori: per ottenere aiuto, per salvarmi, per capire. Me stesso e anche la teoria, compresa la pratica. Auspicabile.

La ruota cromatica di Goethe, Wolfgang, sarebbe utile; sembra un agile volante, volano, una ruota di carro – non certo, purtroppo, quella pizza deliziosa che sanno fare in Costiera amalfitana – che potrebbe condurmi, trasportarmi nel mondo immaginario partorito dalla mia fantasia. O qualcosa del genere.

Luce, ne abbiamo bisogno. Tutti, sempre di più. Non quella artificiale, ma naturale, vera, che illumini le menti (asfittiche) e perfino le anime; le nostre animacce nere, non ancora completamente dannate.

Green Lantern era un supereroe, almeno quando ero un bambino, troppe ere fa. Era, ero, ere: mi sto perdendo, la bussola o il lume della ragione, per ancorarmi al tema. Da adulto ho scoperto che in realtà Lanterna Verde era un nome collettivo, gli eroi erano – sono? – plurimi, appartenevano a un corpo di polizia spaziale con l’incarico di mantenere l’ordine (oggi, mi e vi chiederei: quale?) nell’Universo e di proteggerlo da eventuali minacce; del resto, qualcuno che si monti la testa – pratica complicata, ritengo – e che si creda padrone del mondo è sempre comparso, prima o poi, all’orizzonte. Saga a fumetti ideata e pubblicata dai tipi della statunitense DC Marvel, durante la leggendaria Golden Age – per noi ignoranti, Età dell’Oro – delle nuvole parlanti. Non parlano, le nuvole?

Saggio, Goethe, ma anche la sua Ruota cromatica (nel senso, è il titolo di un saggio: scientifico). Risalente al 1810, non ero ancora nato, credo, ma a Tubinga pubblicavano lo stesso innumerevoli tomi impegnativi, impegnati. Per recuperare il filo, non di Arianna, ma del mio scombinato discorso, riflessione, delirio, potrei aggiungere in punta di piedi che lo scrittore e poeta teutonico affida alle stampe una teoria cromatica in totale antitesi rispetto a quella di Newton. Non è la luce bianca a scaturire dalla sovrapposizione dei colori, ma l’esatto contrario. I colori primari non esistono, sempre per Wolfgang, ma vengono generati dall’offuscamento della luce o nell’interazione di questa con l’oscurità.

Teoria affascinante che attribuisce pari valore e importanza a luce e tenebra, a patto che non pretendiate che sia io a illustrarla ai posteri.

Tra le Lanterne Verdi e la Ruota di Colori riesco sempre a complicarmi il quotidiano, traballante incedere sulla crosta terrestre, ma ricavarsi sentieri – visibili o invisibili, tattili o evanescenti – non mi appare semplice, semplicistico.

Vorrei emulare Wolfango, consapevole – issimo, nel senso di: consapevolissimo (si potrà scrivere?) – della sua abilità poetica e letteraria, eppure convinto di essere superiore a Newton, certo che le sue conoscenze scientifiche all’avanguardia nascessero dalla sua produzione poetica e non viceversa. Fantastico.

Da profano, scavando nella miniera di gemme dell’etimo, indagando sul colore, scopro che colorem (latino), affine al sanscrito kalanka (macchia) e kala (nero), è solo una parte della derivazione: colors in provenzale, color in spagnolo, cor in portoghese; in greco kelis (macchia, non Macchia Nera), kelainos nero, oscuro, kelidoo macchiare, koleos fodera, senza tralasciare chroma, colore in senso stretto. Tutto questo elenco vorticoso, vertiginoso mi spinge a credere quanto ogni parola, ogni singolo termine, sia interconnesso agli altri, anche i più lontani e per noi astrusi. Aveva ragione Goethe, la scienza nasce dalla poesia. Le parole, meravigliose, sono davvero l’unica creazione, dall’alfa all’omega, umana.

Per dirimere dubbi, eventuali, ma anche per passione, cerco luce, in ogni senso: lux, in latino. Luz in provenzale, spagnolo e portoghese. La virtù che emana dal Sole, dalle stelle, dal fuoco e ci rende visibili gli oggetti; luce è ciò che illumina, mentre lume è lo splendore tramandato. Spesso, li confondiamo, purtroppo.

Resta, ultimo, ma non per me, il verde. Non in omaggio all’ipocrisia imperante che sempre precede le immense turlupinature sofferte dall’umanità, ma verde come colore della volontà, secondo le Lanterne Verdi, polizia dello spazio: Cavalieri dello Smeraldo. Personalmente, mi balza subito in mente il Corsaro Verde, uno dei due fratelli del Corsaro Nero, Emilio, Conte di Roccabruna, Signore di Ventimiglia e di Valpenta, che combatte il perfido duca fiammingo Van Guld, governatore disumano di Maracaibo. Volontà Verde, come un volenteroso gruppo di cittadini di Casalborgone, borgo torinese alle porte del Monferrato, che ai video e ai post preferiscono le azioni, per ripulire l’ambiente naturale da tutta l’immondizia che produciamo e, colpevolmente, abbandoniamo in giro. Inquinando e inquinandoci.

Verde come la speranza. Come la Luce Verde. Luce, come la lastra di cristallo che funge da specchio e ci offre la nostra figura in visione:

gli sciocchi narcisi – senza offesa, per Narciso – si rimirano, le persone avvedute rintracciano quanto non conoscono di sé stesse e, soprattutto, del mondo (il dito e la Luna).

Tracce

Partire dalla tana, per un viaggio.

Con una meta nella mente, annusando una preda.

Seguire, meglio, inseguire tracce, antiche di secoli, per fortuna o per sorte, chiare fresche (dolci acque? forse mi confondo) importanti.

Attraversare la Pianura Padana, mutata nei millenni. Del resto, la nostra stessa preziosa esistenza è un granello, un pulviscolo di fronte all’eternità.

Dalle mandrie di mammut – si fa così, per compulsare – alle miriadi di mostri inquinanti su ruote; cambiamenti epocali, come si usa dire oggidì per ogni sciocchezza, non so se evolutivi.

Approdare a Cremona, urbe medievale, ma con origini molto più lontane – veniamo, proveniamo dalle stelle, da una galassia lontana, lontana… – e arcane; stravolta in epoca fascista per fare largo a un’architettura futurista (chissà cosa commenterebbe Capitan Futuro), radendo al suolo le primitive mura e il baricentro rappresentato dal castello, tranne una sbiadita parvenza della facciata principale. Salviamo, almeno (meno di sicuro), la facciata.

Sapevate che Picasso è stato qui, in duomo (dedicato a Santa Maria Assunta), e ammirando l’imponente controfacciata della cattedrale, ha tratto ispirazione per creare il suo capolavoro Guernica?

Fiutando l’aria frizzantina del periodo, coadiuvata dalla sapienza artigiana dei liutai (al lavoro meticoloso mentre sgranocchiano torroni), un certo Antonio de Sacchis da Pordenone – coincidenza suprema – ci racconta che forse non è andata proprio così, ma quasi.

Fui convocato 5 secoli orsono dai massari della Fabbrica del Duomo e ingaggiato per affrescare una superba crocifissione sulla controfacciata e sulle due navate laterali. Giocò a mio favore il fatto che non mi fossi formato secondo i dettami, allora imperanti, della Serenissima repubblica lagunare. Raffaello e Michelangelo, ma anche Durer, per un originale connubio tra la grande arte italiana e quella teutonica, in salsa friulana furono la mia scuola personale. All’inizio, il mio lavoro fu respinto, bocciato senza appello: troppo rivoluzionario, con quei chiaroscuri serotini, con Cristo nostro Signore defilato, decentrato rispetto alla navata centrale e all’altare. Poi, però, riuscii a dimostrare che il Figlio del Creatore era il protagonista assoluto del dramma collocato in struttura piramidale, grazie al braccio dell’armigero che indica risolutamente la scena alle sue spalle e interpella ciascuno di noi: tu credi? tu credi alla sua morte e alla sua resurrezione per la nostra salvezza?“.

Picasso, non è mai stato a Cremona, né esistono prove concrete della sua conoscenza del Pordenone; però l’artista friulano fu riscoperto proprio negli anni precedenti alla realizzazione di Guernica e le analogie tra le due opere sono numerose e impressionanti, tali da adombrare o una familiarità fotografica, o quella sorta di rabdomanzia che guida gli artisti più illuminati.

Tornati sulla piazza del Comune, stupefatti per queste scoperte, la torre della cattedrale, il leggendario Torrazzo, finisce di ammaliarci con la sua imponenza, 112 metri, la più alta d’Europa, e con il suo orologio, il più grande del mondo: 24 le ore segnate, invece di dodici, tutti e 12 i segni zodiacali raffigurati, perché la dura vita nei campi agricoli potesse sempre disporre di dati cronologici e temporali molto precisi. Torre astrologica e zodiacale, perchè la fede religiosa è fondamentale, meglio se innervata da quella laico profana, con radici nella saggezza popolare.

Un altro strano viandante attira la nostra attenzione, vicino alla Pinacoteca del museo civico: “Mi chiamo Francesco, medito, non possiedo nulla, tranne la mia fede nella bellezza del Creato, nella carità degli uomini; quel vagabondo di Michelangelo Merisi un giorno di tanto tempo fa – non si tratta di una fiaba – volle ritrarmi con colori a olio su tela e luci magiche“.

Esausti, sfiniti, colmi di meraviglia, ammutoliamo al cospetto dell’ultimo incontro durante questa indescrivibile giornata particolare. Giovanni Zini, per sempre giovane, portiere glorioso e di talento della pionieristica Cremonese: “Ho difeso la porta della squadra della mia terra natale, portandola alla promozione e quando i tecnici federali mi notarono in ottica Nazionale, l’Italia come paese sconvolto dalla guerra mi chiamò a fare il barelliere sul Carso; durante una terribile notte d’agosto del 1915, tra bombe nemiche e fatiche disumane, fui stroncato da una febbre tifoide, seppellito a Cividale del Friuli. Destinandomi alla leggenda. Amate sempre lo sport, la Vita“.

Sulla riva del porto fluviale, affacciato sul fiume Po, inebriati dalla brezza e dalla inusitata bellezza cremonese, nel nostro piccolo microscopico, confidiamo di disseminare tracce, orme: positive.