Incontro (no boxe) tra Titani

Pagina dell’incontro, non dello scontro.

Scontro nel senso di conflitto, polemica, diatriba. O giù di lì.

Incontro inteso come conoscenza di qualcuno o contesa sportiva, mai bellica. Incontro tra persone, possibilmente raziocinanti, non belluine né belligeranti. Non sarà un incontro tra Titani, ma tra esseri pensanti, proprio sì.

Nel 2024, fra poche ore, la radio compirà il suo primo – glorioso? – secolo di vita, mentre Happy Days, telefilm statunitense che ebbe l’ardire di superare Star Trek e Hazzard nel cuore e nell’attenzione degli spettatori italici (nonché, nell’indice di gradimento), festeggerà con soddisfazione i 50 anni; forse i due eventi non sono in relazione, non hanno punti in comune (sicuri?), però meglio segnalare, anche perché, riflettendo con calma, accuratezza, analiticamente, forse elementi di contatto si trovano. Almeno ci si prova, tra fenomeni culturali popolari.

Appunto un incontro che parla di noi, ci descrive, delinea tratti salienti e peculiari delle trasformazioni sociali e dei gusti comunitari, anche i più sfumati e meno evidenti, che hanno caratterizzato la gens tricolore negli anni rivoluzionari del ’70 , per poi sfociare inaspettatamente in quelli gaudenti e molto sciocchi dell’80. Del 1900, un’era geologica fa. Evviva gli italopitechi, direbbe il leggendario tennista letterato Gianni Clerici (per tacere dell’informatissimo e preparatissimo amico: Rino Tommasi).

Nei fossi sulla Pedemontana l’acqua è allo stato liquido (non ghiacciato) questo incoraggia i ciclisti; anche se, come purtroppo capiterà agli appassionati della montagna e dello sci, il dettaglio in apparenza favorevole, non sarà foriero né messaggero di prossime, liete sorprese.

I lampioni scompaiono sulle rive dei fiumi, ma rifrangono la luce del Sole, capace di prevalere anche sulla fastidiosa, insistente, penetrante nebbia; i Titani restano attoniti e perplessi. Non solo loro.

Abbiamo inventato e sganciato la bomba atomica, ce ne siamo vantati, gloriati, ne abbiamo fatto un fantasma (più ordigni accumulo, minacciando di farli esplodere, più ottengo la sicurezza e la pace; davvero?), scriviamo la fallace, falsa storia indicando l’occidente come civiltà progredita, evoluta, avanzatissima. Pensa fosse il contrario.

Rincuora che i Titani, seduti in un inverno vero accanto a un focolare vero, si raccontino ancora la leggenda di Andrés Aguyar, il Moro di Garibaldi (Giuseppe, spaccamontagne nizzardo, lui): nato da una famiglia di schiavi di Montevideo, analfabeta, “cavaliere eccellente, formidabile domatore di cavalli” (scrive di lui Gian Antonio Stella), salvò la vita al condottiero dei Mille almeno un paio di volte, grazie al suo coraggio, alla sua straripante vigoria fisica, alla convinzione di amare due patrie, quella natia e quella prescelta: le repubbliche d’America e quella di Roma. Morì a Trastevere, falciato da una granata francese, il 30 giugno 1849, eroe dimenticato in fretta – o oscurato con fretta sospetta – della troppo breve stagione della repubblica romana.

Ci sarebbe poi la piccola vicenda personale di Sam Allison, arbitro di colore nella ricca Premier League inglese post Brexit, ma questa è davvero un’altra storia, una di quelle che si raccontano i Titani, quando s’incontrano e sono di buon umore;

come quella dell’Uomo che decise di salvare il Pianeta, le generazioni future e se stesso.

Questa però è davvero una fiaba, auspicando sia solo fantasia e non frutto di fandonie.

Una voce, poco fa

Pagina della voce, una voce poco fa. Nel senso, credo, che un suono solitario abbia effetti limitati; oppure, significato alternativo, un fruscio udito breve tempo addietro. Breve, cioè trascorso: il tempo.

Una voce di un misterioso misantropo – non necessariamente, comunque saggio, anche pensando agli ultimi sviluppi – nel deserto, quasi ovvio; dove esistono più possibilità di farsi ascoltare da qualcuno: essere vivente, animale, vegetale, minerale. Altro, non saprei.

Meglio dei droni e dei cyborg dei vari tg nazionali che sono investiti del precipuo compito di registrare le immagini dei portavoce dei presunti potenti; sapendo che le vere eminenze grigie sono altrove e ordiscono sottili strategie, neppure troppo segrete. A proposito, nonostante l’invadenza, il profluvio di intelligenze – non intelligence – artificiali, avrete notato, immagino, l’ignoranza e la sciatteria linguistica di molte/molti inviate/inviati. Crassa, l’ignoranza.

Dentro me, non so da dove – non dai deserti, presumo – cresce in questo periodo dell’anno, l’idiosincrasia per i bilanci, per le liste, per le classifiche di conclusione del frangente spazio temporale; è un’antipatia genetica, istintiva, più forte di me e della razionalità. Meglio, un pochino meglio, i consigli di Internazionale su libri, canzoni, film: almeno lo sguardo sarà costretto ad allungare la portata, gli orizzonti; policromatici.

Voci, quelle delle lunghe, pazienti scoperte sul nostro passato; quello prossimo, troppo vicino per consentire una valutazione ragionata. Quello remoto, in grado di smontare spesso miti antichi – oserei osservare – come quello relativo al buon selvaggio. Altro che senso della comunità e fronte comune contro le belve. L’agricoltura, lungi dall’avere innescato la stanzialità, casomai ha evidenziato quanto sospettavamo sull’umano (anche senza coinvolgere Sherlock Holmes): egoista, profittatore, accumulatore seriale, capace di creare fortificazioni, scatenare conflitti armati distruttivi.

Infine, una voce , una vocina, sussurra che, anche se insistiamo nel cominciare guerre per ottenere la pace – in nome, per conto, con la benedizione di qualche dio – o nell’ utilizzo e nello spreco delle risorse comuni, alla fine, potrebbe andare peggio:

potrebbe piovere (magari!)?

suvvia, non ci siamo ancora estinti.

La Cosa

Pagina dell’indeterminatezza.

Sono, quasi con certezza, una cosa, alla latina (non latrina, per carità); derivo da causa, ho a che fare con ambito giuridico – non chiedetemi perché – ma essendo materiale e immateriale, significo tutto e, soprattutto, nulla.

Vorrei essere Franco Battiato che da solo imparò a scindere le energie fini da quelle grossolane, seppe astrarsi e giungere al nirvana con la meditazione, amando, da pari a pari, insetti, animali, alberi; vorrei essere Franco Cordero, insigne maestro di procedura penale, che forse era un gemello di Kafka e, tra le altre innumerevoli imprese della Parola, coniò il soprannome Caimano per riferirsi a un certo imprenditore brianzolo.

Certo, non si può negare, la possibile – auspicabile, ma per chi? – identificazione con la Cosa dei Fantastici Quattro (come i Moschettieri del Re, per chi tiene a bada certe ricorrenti assonanze, somiglianze): Ben Grimm, amico fraterno di Reed Richards, insieme a lui fondatore del gruppo super eroistico, nonché mutato in uomo dal cuore e dai possenti muscoli di pietra, causa prolungata esposizione alle radiazioni cosmiche; fossero state comiche, avremmo assistito a belle pantomime. Questo, a partire dal 1961.

Non affrontiamo poi il capitolo, vastissimo, dell’Indeterminatezza cromatica e filosofica delle genti nipponiche: un valore enorme, imprescindibile; per non complicarci un’esistenza già molto turbolenta così.

Potrei trasferirmi in Giappone e diventare il Re dell’Indeterminatezza: anzi, per essere precisi e sul pezzo – di cosa? beata ignoranza – l’Imperatore del Sol Levante e del nulla eterno. Del nulla, eterno, ma imperatore. Figura simbolica e cerimoniale, però almeno assisa sul trono del crisantemo e, scusate se vi appare poco, sovrano celeste.

Sarei nell’impero dei sensi – o dei sensei – dei manga, delle anime; non sarebbe il Paradiso, come si evince da molti racconti dei grandi Maestri, ma l’Inferno (La Divina Commedia) sì, tanto per non citare una delle opere più importanti di Go Nagai (Durante degli Alighieri, chi era costui?);

una vita d’inferno, tra manga e anime, seguendo però i riti shintoisti, come consiglia la favolosa scrittrice a colori Laura Imai Messina, nipponica per scelta: sua e della vita.

Grazie a Flavia per avermi salvato da un ictus un anno fa;

grazie perché (non mi riferisco alla nota canzone) mi salva dai miei infiniti limiti, ogni giorno;

grazie, infine, perché, forse, sono un fattapposta (alla foggiana, non app), una cosa imprecisata, ma viva e amante della Vita.

Fiera

Pagina della fiera.

Si chiude un portone, si apre una voragine.

Ci inghiotte, ci fagocita, ci metabolizza; cosa voglia dire, chissà. Attenti all’etimo, attenti al bolo: alimentare.

Fiera, nel senso di giorno festivo, festa religiosa non ultima, né trascurata; non a caso – mai per caso – un tempo (quanto tempo?) i mercati erano allestiti durante i giorni di vacanza dai pubblici negozi e mi scuserete se è poco.

Attenzione alle vocali, se la fiera confonde la nostra vista, le nostre percezioni, le nostre vocali, può diventare feira, in portoghese – non un furbissimo abusivo – del Portogallo; segunda feira equivale a lunedì, auspicando non sia nero, nel senso simbolico del colore. Non apriamo le molte, infinite parentesi cromatiche del Sol Levante, per non fare girare la capa, per non perderci nei meandri orientali.

Sempre feira, senza per forza trasformarla in ossessione, può essere fiera di paese, mercato libero, o, significato che dovremmo inseguire costantemente tutti i giorni, giusta cioè equanime, persona che si comporta secondo i principi della giustizia – magari non proprio quella degli umani, quella di livello superiore – e tenta, in modo matto e disperatissimo, di formarsi un giudizio obiettivo e imparziale. Non solo personale.

Se poi vi garbano viaggi e turismo sostenibile, potete sempre pianificare un’escursione a Santa Maria da Feira – meglio che al centro della Terra – o dedicarvi all’ascolto attento e ragionato di Segunda Feira, di Franco Battiato; sempre che riusciate a reperirlo in qualcuna delle sue ineffabili ascese diagonali.

Si può giungere – rischio, o opportunità – in una grande fiera degli animali (auspicabilmente vivi), in una grande esposizione, la più varia e fornita, in un bailamme poco intelligibile, poco tollerabile, ma divertente; non precipitiamo gli eventi e non finiamo dalla fiera alle grinfie di un fiero: feroce, crudele, spietato; un nemico, un tiranno. Il tempo sarà tiranno – o Tyrannosaurus Rex? – ma quelli su due zampe sono peggiori. Di solito.

A proposito di animali: fiera, ghepardo, leonessa, tigre, lince; ci siamo capiti, sogno e non aggiungo sovrastrutture. Inutili.

A proposito di fiera, indicante belva: la bocca sollevò dal fiero pasto, così fece Ugolino della Gherardesca nella dottissima ricostruzione dantesca (Inferno, canto XXXIII): massima prudenza e circospezione, perché in preda alla fame (appetiti) rischiamo di accontentarci di pietanze discutibili per bocche buone, rischiamo di finire in Bocca alla Verità:

ciascuno dovrà poi denudarsi, molto più di un anellide e fare i conti, anzi, rendere conto di azioni, parole, opere e omissioni alla propria coscienza.

Imparziale, fiera più di ogni cosa, più di tutti, più della nostra ipocrisia.

Selene 1999

Pagina delle missioni: non religiose.

Nello spazio, oscuro e profondo. A caccia di minerali preziosi, per le industrie civili e per quelle biomediche.

Pagina del ‘sarà vero’? Meglio ancora: sarà possibile? Nell’ipotesi ottimista, non solo salveremo la Terra, ma avremo le fondamentali risorse per salvare noi stessi. Ammesso sia questo il traguardo, la volontà.

Da qui alla Luna, Selene se preferite. L’ottica terrestre svia, induce alla geopolitica – d’accatto, verrebbe naturale scrivere – ma forse a 300.000 chilometri nello spazio, sempre però nella gravità del pianeta (in ogni senso) i popoli, o meglio, i loro governi, riuscirebbero a capirsi, potrebbero collaborare per il bene comune, per il bene di tutti.

Sarebbe bello essere in Spazio 1999, ma lo avremmo deciso noi, soprattutto se le questioni venissero una volta e per sempre, affrontate e risolte. Osserviamo la Luna, nostro poetico – talvolta inquietante – satellite, non il dito che la indica come possibile soluzione.

Dovremmo, potendo, trasformarci in Cleopatra, regina indimenticabile e leggendaria degli antichi Egizi. Passata alla Storia, quella dei grandi eventi promossi da grandi personalità – anche se poi le vere trasformazioni camminano con le gambe delle persone, con le passioni degli umani – come formidabile ammaliatrice, era in realtà, in prima battuta, una Donna: intelligente, preparata, fortissima. Del resto, oltre alla favolosa bellezza, c’era di più, molto di più. Non si conquistano altrimenti Cesare, genio politico e militare, Antonio, una specie di ‘sor tentenna’, impreparato a tutto, ma rappresentante della supremazia di Roma, quasi, anche Ottaviano che sarà l’unico a resistere alle lusinghe della sovrana e al suo vero grande progetto di spostare il baricentro del mondo antico dall’Urbe allo scacchiere ellenistico, quello che faceva affidamento e riferimento alla Grecia e all’Egitto. Per poco, per sfumature, non ci riuscì, dimostrazione plastica di quanto i piani ambiziosi e difficili dipendano in fondo da azioni minime, legate in modo indissolubile al nostro carattere umbratile, fallace, ondivago. Avremmo vissuto una Storia altra, ci saremmo tramandati altre narrazioni.

Non si tratta del solo caso, non sarà stato l’ultimo; temo.

Così, immaginiamo – pensando ancora a Selene 1999 – di essere l’aliena emotiva Maya, di padroneggiare le sue capacità metamorfiche (non so cosa significhi, forse assumere le caratteristiche e le qualità di ogni altro vivente);

trasformarci in modo permanente, non solo in caso di esiziale rischio, in individui che perseguono la mitezza, l’equità, la pace, l’equilibrio vitale del Pianeta.

Trasformarci in altro da noi, da questi, adesso:

forse ci verrà più facile con altri volti, con altre sembianze.

Tutta mia la città

Pagina di Tutta mia la città, pagina della canzone dell’Equipe 84, pagina che tutto tiene, perché, prima o poi, tutto serve; tutto si ricicla, sano principio, tutto si può adattare o riadattare, alla bisogna.

Tutta mia la città, anche senza il simpatico (insomma) Maurizio Vandelli, perché dobbiamo rammentare – imperativo categorico – che forse possiamo disporre degli oggetti quando ci servono per esigenze pratiche, ma le persone sono sacre e inviolabili: condividono con noi una parte o un percorso completo; è una loro scelta libera e autonoma e per questo possiamo solo nutrire riconoscenza e gratitudine e, se mutano idea, non solo rientra nei diritti personali inalienabili, ma siamo tenuti a rispettarle, a non sentirci delusi, o peggio, defraudati da nostre presunte, inesistenti “spettanze divine“. Senza discussioni, di alcun genere e tipo.

Tutta mia la città, anche perché, nel futuro prossimo, già presente, la stragrande maggioranza dell’umanità si traferirà in ambienti urbani e le megalopoli non saranno merce rara, anzi, diventeranno la realtà con la quale saremo chiamati a confrontarci ogni giorno, sperando ci siano ancora giorni nostri. Per questo sarebbe opportuno, cosa buona e giusta quanto mai, cominciare da subito (ieri) fare i conti dell’oste o dell’ostessa – per così scrivere – con l’entità che, bene o male, volenti o nolenti, ha mutato in modo radicale il nostro stare al mondo, la nostra stessa visione del mondo, le nostre prospettive e opportunità; tutte.

Lo sostiene con la forza delle idee, con convinzione e con il beneficio incontrovertibile dei dati il professore e naturalista Stefano Mancuso: “le metropoli (megalopoli, purtroppo senza Megaloman) sono il luogo, lo strumento più evidente della nostra aggressione violenta all’ambiente; oltre il 70% del consumo mondiale di energia e il 73% di risorse naturali sono a carico loro“.

Identificato il vero, enorme problema che oscilla sulle nostre capocce come la lama di Damocle, sappiamo anche che quella stessa spada letale che prima o poi ci colpirà, può diventare, grazie a noi e al lavoro minuzioso e subitaneo, la soluzione vincente: le città vanno riprogettate in senso umano e ambientale. Senza tentennamenti, senza furbe formule di comodo. Se ogni edificio sarà solare, sostenibile, sede di orti e piante, se ogni città ospiterà alberi e aree verdi e arboree, se smetteremo di produrre senza posa oggetti inutili e inutili, inquinanti imballaggi, possiamo farcela. Con soddisfazione e lungimiranza ammirevoli. Scegliere continua la navigazione o kaputt dipende solo da noi.

Come ammonisce sempre il professor Mancuso, tra pochi anni alle nostre porte non busseranno poche migliaia di persone che ci fanno sentire in difficoltà e minacciati; si sposteranno nei luoghi più accoglienti del globo, miliardi di emigranti: in cerca di una vita sana, pacifica e giusta, a causa di mutamenti climatici insostenibili. Non saranno i sovranismi, non saranno i muri, non saranno gli eserciti o i droni a poterli fermare.

35, questo numero deve diventare una sorta di comandamento, un’ossessione, la certezza che superato questo limite del corpo umano, per noi popoli della Terra non ci sarà più domani;

35° C corporei, 40° C nell’aria che respiriamo, 75% di umidità: oltrepassate queste colonne d’Ercole – oltre a rendere impossibili gli allevamenti degli animali e la coltivazione della campagna – l’uomo sarà una vaga rimembranza, un racconto, una leggenda di Miyazaki (magari).

Per chi, non siamo in grado di saperlo.

P.S. Per chi volesse saperne di più, trarre ispirazione: Fitopolis, la città vivente (Laterza, pagg. 176, euro 18)

Tra Cenerentola e il Principe

Pagina dei promessi sposi, degli sposi promessi, di Fermo e Lucia;

ma forse mi sto confondendo, sbagliando indirizzo, mutando le carte in tavola.

Del resto – non si tratta di una scusa puerile, anzi, sciocca – grande è la confusione sotto il nostro cielo, mentre esistono (e resistono) più cose in cielo e in terra di quante possano essere clonate o taroccate dalle intelligenze artificiali. Ammesso lo siano, intelligenze. Delle filosofie, abbiamo smarrito le tracce.

Cenerentola è lo sposo e il Principe avverte la propria fluidità, mentre ormai ha deciso: altro che nozze e luna di miele – Melies? – vuole indubitabilmente cambiare sesso. Del resto, i Beatles sono primi in classifica, gli eterni rivali Rolling Stones quasi; Internet usciva cautamente alla luce nel 1969, quando gli stessi scarafaggi reali si stavano per sciogliere (Let it be!) – non loro in persona, il sodalizio – e il mondo credeva ancora nell’umanità e nella capacità di relazionarsi dal vivo; meglio: da vivi.

Essere o non essere, dormire, sognare forse; non sappiamo se il sogno, almeno quello, ci appartiene, o se siamo il sogno – l’incubo? – di qualche macchina, robot, cyborg ormai libero dalle leggi della robotica di Asimov; fuori controllo, autonomo, in tutto e per tutto, come noi abbiamo sempre e solo sognato. Appunto.

Quanti sogni, un po’ datati, un po’ consunti, un po’ scaduti; non seguono le effimere mode, non dispongono di conservanti, per loro superiore natura, non dipendono dalle nostre teste spesso avariate; ma le affollano e ogni tanto giungono a compimento, si realizzano. Nonostante le nostre fragilità.

Sarebbe opportuno non disperdere la memoria, individuale e collettiva: per non incorrere negli errori fondamentali, sempre gli stessi, oppure nuovi, almeno nella forma. Sarebbe opportuno non vanificarla, perché è il complesso di tutti i nostri ricordi, ci garantisce che esistiamo – qualunque cosa significhi – ci assicura la facoltà di connetterli e riconnetterli. I ricordi e la mente, la nostra, al mondo materiale, costituito di spirito e sostanza. Tanta sostanza, tutta quella dell’universo.

Sarebbe opportuno essere come San Francesco e, a sorpresa, Tina Modotti; semplici e radicali. Il patrono d’Italia e la (anche, tra le innumerevoli attività) spia, il povero di otto secoli fa che ci affascina e ci ispira con le sue scelte umane; e la fotografa partita da Udine che con il suo sguardo fiero e limpido ha immortalato gli umili, per farci capire dove stia e cosa sia la vera umanità.

Inutile tentare una sintesi pacifica tra i duellanti (tanti, troppi), convinti di incarnare la ragione, l’unica; meglio accorgersi che ogni posto povero e dimenticato, ogni persona derelitta, è Betlemme.

Il Principe, ricco e vincente, qualunque sia la sua identità, è l’arroganza del più forte, momentaneamente;

se la realtà non garba ai suoi desideri, la plasma e la modifica con il vizio.

Cenerentola, qualunque sia la sua identità, stracciona e sfruttata, è la Persona:

cui vorremmo (dovremmo) somigliare;

non certo per sposare e redimere un opulento.

Antropocene, ei fu

Pagina dell’antropocene, in tutta, o parziale, evidenza: non la descrizione delle cene dell’uomo (rigorosamente minuscolo).

Né, in lieta alternativa, degli sciocchi apericena, molto in voga presso la gente che s’illude di piacere.

Pagina dei quesiti, dei dubbi, delle domande, anche se non siamo in un telequiz che ci fa sentire tutti letterati, intellettuali, geni; geni veri, anzi, genia.

Si può matematicizzare la matematica? Sarebbe galvanizzante chiederlo allo scrittore statunitense, scomparso – ma riapparso, chissà dove e come – di recente, Cormac McCarthy; lui forse saprebbe rispondere, a tono. Ne nascerebbe una bella conversazione, un confronto (filosofico? fisico?) stimolante, tra una birra e l’altra – Zahre Beer, per non esagerare – magari una franca amicizia. E’ apparso prima l’uomo o sono stati generati – non creati? – prima i suoi compagni immaginari, ma concreti?

Antropocene, questo sconosciuto; non tanto la sua ingombrante presenza – era del pensiero? magari – ma quando è cominciato, quali sono i suoi effetti, come potremmo (potemmo? vorremmo?) liberarcene? Le organizzazioni mondiali dei geologi, certo, ma non solo, pare adottino il termine senza paura e senza dubbi; peccato che quella brutta bestia identificata come uomo abbia alterato la velocità di invecchiamento della Terra, mentre un ristretto manipolo di bipedi ha arraffato più di metà delle ricchezze presenti sul nostro piccolo sasso alla deriva nel cosmo. Se tutto questo scatafascio non è intimamente connesso alla difesa dei diritti civili, ditelo voi cos’è e chi può aiutarci.

Andrebbe di lusso anche utilizzare l’intelligenza artificiale, però di buon umore. Non vale appellarsi agli idrocarburi – o sono i carboidrati? – e alla bomba H.

Per la cronaca (verde, visto che l’argomento è trendy), animali e piante – chi vuole, può informarsi e prendere appunti – sono esseri senzienti, speciali, come sosterrebbe Franco Battiato; anche in questo campo – mente e sentimenti – il nostro primato autoassegnato si sta sgretolando come povere capanne di cartapesta esposte alla bora impetuosa.

Se pochi paesi ricchi si autoproclamano civili ed evoluti, mentre i paesi poveri e meno sviluppati pagano il conto (salatissimo) per tutti; se pinguini africani incatramati dal petrolio tentano disperatamente di sopravvivere; se Rachel Carson – Rachel, non Kit: lui saprebbe risolvere forse in modo rude il dilemma dei petrolieri – profetizza “nuove primavere sempre più silenziose“.

Come racconta con forza poetica, filmica Paola Cortellesi, c’è ancora domani;

purché non sia – per nostra ignoranza, ignavia, pigrizia – the Day After.

Non passaggio

Pagina dei luoghi, tutti, nei quali effettui il non transito; se preferisci: il non passaggio.

Non passaggio, ovvero non concedo il trasporto agli sconosciuti; ma come potrò mai conoscerli se non comincio a frequentarli? I luoghi e gli sconosciuti.

Certo, tra i non luoghi, il non passaggio, i non umani, diventa complicato viaggiare, anche fosse solo con l’immaginazione; o con la non immaginazione? Negazione per sé stessa, uguale a negazione al quadrato o affermazione convinta? Convinta poi da chi, a fare cosa, appare arduo capirlo.

Mi incarto, faccio il regalo in anticipo, evito di comprendere ove voglia trasportarmi la scrittura; meglio così, pensare troppo fa male – dicono – soprattutto a chi possiede materia grigia e la restituisce intonsa: il cervello è un bene primario in comodato d’uso, ma non siamo obbligati a conservarlo inutilizzato.

Come racconta lo scrittore Marco Steiner, allievo e soprattutto amico d’avventure di Hugo Pratt, viaggiare per anni – una vita, più vite – in compagnia di una persona, calcando gli stessi sentieri di un personaggio immaginario vissuto (?) un secolo fa; accorgersi all’improvviso che quel personaggio è aria pura, pura fantasia e malgrado questo, o forse proprio per questo, proseguire nell’impresa; con la voglia indomita di non finire mai, con “ribellione, ruvida poesia e immaginazione“.

La poesia, come il racconto, può essere ruvida o delicata; meglio la prima soluzione, però, se davvero vuoi carpire qualche segreto alla vita, se davvero aneli a trovare le piccole pepite dell’esistenza: senza ipocrisie, senza infingimenti, senza materiale grezzo che offusca e appesantisce.

Anche il non voto dovrebbe preoccuparci, dovrebbe preoccuparci la salute dei bipedi e quella della democrazia di cui sono – in teoria – titolari, inamovibili, per restare in tema; se la democrazia non scalpita, non sussulta, non si agita e di conseguenza, non ci fa vibrare, non serve: è elementare svuotarla dall’interno, truccarla, lasciare intatto e inalterato il suo nome, ma instaurare – tra applausi e cori di quanti non capiscono – vari tipi di regimi. Che poco o nulla vogliono spartire con le libertà sociali e i diritti.

Paragrafo del movimento, in teoria – anche questo – contrario (o: il contrario) del non passaggio, nel senso di passeggio; potrebbe essere non solo il moto di un corpo fisico o di un oggetto, ma quello dell’anima o, significato sociologico importante, fenomeno di aggregazione e mobilitazione di più individui al fine di raggiungere un obiettivo comune. Movimento, vita, piena e appagante.

Fermo (e Lucia?): non passaggio, del resto; non passano gli altri – non deambulano – non passo io; però sbiadisco, appassisco, forse concludo il mio ciclo vitale (non subito).

Immobile, come una guardia svizzera, come una guardia reale di Buckingham Palace, come un menhir dell’Armorica, mentre qualcuno suona con l’armonica a bocca uno struggente tango che rievoca tutti gli amori infelici del mondo.

Chissà poi perché.

Pioggia (acqua)

Pagina della pioggia, necessaria e vitale; quando si manifesta, quando esagera;

dopo un minuto invochi Manitù per rivedere, quanto prima, il Sole.

Quando latita per mesi, studi stratagemmi e espedienti affinché cada copiosa, affinché irrighi, affinché colmi i nostri invasi, le nostre falde, le nostre fonti; quali siano.

Non siamo Ginger RogersFred Astaire, ma su di noi quelle gocce di Cielo – non: cielo, mio marito – non funzionano da acqua miracolosa in grado di renderci allegri sine die, ballerini formidabili, persone migliori. Persone umide, anzi bagnate, anzi stonfe cioé zuppe, chissà se anche umani buoni.

Le ‘uova spaziali’ di Cocoon (erano bozzoli?), immerse nella fonte giusta, propagano i propri effetti – speriamo anche i nostri preziosi affetti – portentosi, rinvigorendo e ringiovanendo i nostri usurati, consunti, antichi tessuti (organici, epiteliali); l’acqua scarrozzata dalle nuvole ci battezza, ma non sempre trova soggetti collaborativi, fiduciosi, pronti a trasformare difficoltà anche drammatiche in nuove risorse rigeneranti. Per i bipedi, per il Mondo.

Quando eravamo giovani – lo siamo stati, anche noi – ribelli, selvaggi nell’accezione migliore, la pioggia non ci spaventava, non ci turbava; ci corroborava, ci dissetava, ci confortava: era un lavacro di energia, era un’immersione nel futuro, nelle infinite prospettive arcobaleno del futuro; alla fine, senza bilanci, c’era comunque una pentola di dobloni aurei da cui ripartire, con fiducia.

Vorrei, fosse possibile, piovere come Domenico Modugno, vorrei andare libero e governare i cicli dell’acqua relativi all’ambiente Terra, come la pioggia vagabonda dei Rokes di Shel Shapiro, vorrei essere l’acqua reale degli Scarafaggi albionici, quella in fondo malinconica di Gianni Morandi, quella triste eppure trionfante dei Guns ‘n Roses; vorrei diventare la Donna della Pioggia – del resto, a chi affidare una risorsa così fondamentale? – e dissetare l’Universo, benedizione con armonia e misura della ragione e della bellezza.

Af-fidiamoci a Nausicaa della Valle del Vento (sempre elementi naturali primari), figlia prediletta di Miyazaki, principessa incontrastata del sacrificio in nome del bene più grande: il bene comune; nella speranza che ancora una volta non siano gli uomini che tutto vedono solo come cagione di profitto a vanificare le speranze e i progetti.

Dacci oggi la nostra razione quotidiana di acqua (chiara, fresca, dolce), rendici se non saggi, almeno un po’ – un pizzico – più intelligenti;

al 55 (circa)% siamo acqua, siamo come dicono i sapienti orientali depositi millenari d’acqua fresca custodita nella nostra anima, come esorta la scrittrice Margaret Atwood, dobbiamo imparare quanto prima ad agire come essa;

se non possiamo superare o rimuovere un ostacolo, giriamogli intorno:

per scorrere ancora.