Piccolo sognatore

C’era una volta.

Il più classico degli incipit, delle fiabe. Stereotipo vorrebbe che tutte le vicende, le avventure narrate – ambientate in un tempo indefinito, indefinibile – trovassero lo stesso lieto epilogo: e vissero felici e contenti.

Dopo secoli di narrazioni, dall’alba dei tempi, non è proprio così, non più; sono mutati i fruitori delle fiabe, sono mutate le circostanze (anche le stanze del circo), forse sono mutate le regole e le caratteristiche delle fiabe stesse. Il confine tra bene e male non appare più così manicheo, ma risulta labile, sfumato, quasi impercettibile, come nella dura realtà.

C’era una volta, tanto tempo fa, un bimbo a spasso con i nonni materni che si fermava sempre davanti all’edicola della piazza, incantato, affascinato dalle copertine fantastiche – per lui erano così, senza ombre di dubbi – , variegate, policrome, dei vari albi a fumetti pubblicati, esposti per essere acquistati e letti dagli individui più fortunati della terra. Di quella terra. Mitica e onirica.

Un agognato ritorno – a casa? alle origini? – con un’espressione comune a tutti i popoli del Pianeta azzurro; un’espressione che avremmo potuto ascoltare nei magnifici giardini pensili di Babilonia, per delucidare quanto questa frase sia stata utilizzata, sfruttata per carpire l’attenzione e la sospensione dell’incredulità, quanto successo abbia riscosso ovunque. Se i Popoli volessero ripartire da qui, il futuro si tingerebbe di speranza, di concreta collaborazione, di prosperità; per tutto e tutti.

Il sognatore si fa piccolo, al cospetto dei sogni: più grandi, più mirabili, più magnificenti della realtà. Un bambino lo sa, lo avverte, per natura: non sono leggi, ma codici esistenziali, inscritti nel suo DNA.

Per quel bambino, il sogno assomiglia da vicino all’utopia di cui discettava, tanto, troppo, tempo fa (per restare in tema), un docente di educazione fisica: un’idea che non si realizzerà mai: a meno che, non la si trasformi in un progetto, concreto, come una pietra, un fiume, il pane.

Il sognatore si rende parte, porzione, frammento, punto – i punti formano le linee e sono infiniti, per rammentare nozioni base – del sogno, realtà onirica che non può non essere senza limiti. Dal latino somnium, stessa radice di somnus, sonno (Ypnos, in greco antico). Immagini che nascono nella mente durante il sonno, collegate tra loro nei modi più strani, irrazionali, incoerenti; tali, fuori dal sonno, eppure perfetti, perfettamente logici, durante il viaggio nei nostri meandri.

Volendo esagerare – siamo o non siamo puri sognatori? – : trasognare, sognare a occhi aperti, mentre si osservano le situazioni attorno a noi; trasognare: per renderle umane, gentili, accoglienti. Umane, mai troppo umane.

Quando si soffre, sotto una qualsiasi brutale dittatura, quando perfino la libertà è un miraggio, disegnare fumetti (di nascosto) diventa un atto eroico, un atto di ribellione, di resistenza; è il tema centrale del recente graphic novel di Paco Roca, fumettaro iberico, disegnatore delle nuove avventure di Corto Maltese, marinaio di ventura, avvezzo da una vita alle utopie, alle materie oniriche.

La storia comincia proprio con un bambino, incantato davanti alle copertine degli albi a fumetti, esposti in una edicola.

Vorrei anch’io osservare quegli albi, perdermi nella loro “geografia insondabile“, appendere alle pareti di casa nostra – ovunque sia, qualunque cosa significhi – il mio sogno più bello, più grande, più necessario;

ponti in tutto il pianeta, ponti tra tutti i pianeti delle nostre immaginazioni.

Grand Hotel

Ritrovarsi solitario su una spiaggia adriatica – o cercarsi? – , arenile sfuggito alla furia del meteo e alle scorribande vacanziere delle varie movide.

Si dice così, no? Pino D’Angiò docet.

Come vi ero arrivato, chissà; importante che di fronte a me ci fosse un oceano di silenzio, pace e poesia. Anche solo il mare, adriatico.

Improvviso, improvvido, traumatico mutamento di scena: sono al lido, di Rimini. Sotto una palma fronduta, nei paraggi del Grand Hotel. Ombra rigenerante e compagnia poetica stimolante: Federico Fellini.

Mai conosciuto (sconosciuto, mai), di persona. Dialoghiamo fitto fitto – non sulle palafitte – , armoniosamente, pacatamente. Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet – se preferite, il signor Mastroianni M.; forse Villaggio, Paolo? – non è mai finito, eppure non si può definirlo un’incompiuta; in fondo, siamo tutti viaggiatori inconsapevoli, di un cammino molto più ampio, universale, ove la nascita non rappresenta l’inizio, la morte non costituisce la fine.

Da un misterioso cavalcavia, qualcuno bloccato tra auto prepotenti e asfissianti, mi rivolge un cenno di saluto; i passeggeri dei sedili posteriori, sono due bimbi scavezzacollo e due gatte coccolone.

Il lungometraggio non vide mai la luce, anzi, il buio della sala; anche perché, un noto, potentissimo, sensitivo, “mi sconsigliò caldamente di compiere questa impresa cinematografica“. L’avventura – vero, o verosimile, l’ammonimento parapsicologico – non fu mai intrapresa, perseguita, inseguita. Solo e sempre sognata, come sono, in fondo, le mete, le realtà oniriche più vere, più belle.

Tu mi chiedi, come tanti in passato, perché; nulla si sa, tutto si immagina. Dovrai accontentarti e capire“.

Da un Maestro, non si pretendono risposte, ma suggestioni, squarci di paesaggi e orizzonti, lampi di luce nella tenebra che vorrebbe avvolgerci; Lui mi confessò – nell’audace sogno, non a me in particolare, al mondo – che per tutta la vita aveva desiderato diventare un aggettivo: alle soglie dell’anzianità, era riuscito nel suo intento.

Sarebbe bello, quanto ci garberebbe essere, anzi, tramutarci, anche noi, mortali semplici, in felliniani;

in alternativa, potremmo ripiegare, abbozzare, rassegnarci (speriamo: mai):

mercuriali, o ermetici (pari non sono), andrebbe di lusso.

Anche se l’estate volge al crepuscolo.

Non degli dei, per ora.

Sconosciuto

A me stesso, soprattutto.

Sarebbe facile, liquidare così la questione; troppo, comodo e senza complicazioni: di coscienza.

Sconosciuto, cioè colui che non si conosce, che non si è mai visto: gente sconosciuta, quando, ad esempio, si esplorano – è ancora possibile – nuovi territori, nuove realtà, nuovi pianeti.

Tante eccezioni, anzi, accezioni; tante sfumature, come spesso regala e certifica la nostra amata, sconosciuta – per restare abbarbicati al tema – ai più (lo scrivente, in testa), lingua italiana.

Potessi optare, diventerei un illustre sconosciuto; sconosciutamente, me ne andrei con pochi, fidatissimi compagni (per citare, fintamente colto, il Boccaccio).

Mi piacerebbe essere un personaggio della letteratura disegnata, lo Sconosciuto di Magnus – Satanik e Alan Ford dovrebbero dire qualcosa, smuovere l’immaginazione, agitare fumettose rimembranze – , alias Roberto Raviola; celebrato giustamente con una fortunata mostra monografica al Paff, Palazzo delle Arti e del Fumetto di Portus Naonis, l’autore bolognese, svincolatosi dall’impegno pressante della serialità, offre al pubblico uno spaccato degli anni ’70 (del 1900, per il puntiglio), attraverso le vicende e gli occhi di un disincantato, di un cinico, di uno sconfitto, che sulla propria pelle vive, e registra, non come uno storico o un romanziere classico, gli interessi e le trame occulte che in quel periodo agitano l’Italia e lo scacchiere internazionale; con un tono vagamente, volutamente pulp.

Sconosciuto, il mio destino: per fortuna. Meno bene, sconosciuto il saper (come) vivere; meglio, il senso della vita. Da vecchi, o in viaggio non commutabile, su quel sentiero: fatto ingiustificabile, intollerabile.

Mi sovviene, curiose associazioni mentali, lo Straniero e non so quali, o se esistano, attinenze tra i due personaggi; in caso affermativo, sono ignote, a me stesso, acclarato ignorante totale. Ignote, eppure presenti, ravvisabili, tangibili, solo con la mente e suoi derivati. Premesso, ammesso funzionino: correttamente.

Scavo, scavo archeologicamente nella memoria, meglio di quanto farebbe Heinrich Schliemann – chi fu, costui? – per rintracciare, per rinvenire (non svenire), per recuperare indizi, orme, schegge di selce, di me, del mio passato, appurato che del futuro – posteriore, anteriore o meno – non detengo nemmeno prelazioni, certezze. La verità, una delle poche cui possiamo accedere, riguarda la memoria: lungi dall’essere un archivio fotografico, lungi dall’essere uno sterminato archivio di informazioni, “è un delicato sistema ricostruttivo che vive di equilibrio tra ricordare e dimenticare“. Lo assicura Sergio Della Sala, professore di Neuroscienze cognitive umane presso l’università di Edimburgo. La dimenticanza non è poi così grave, riflettendoci un po’. Magari improvvisando danze tradizionali scozzesi, per stimolarne, a seconda del ritmo, maggiore o minore vigoria. Della dimenticanza.

Purtroppo, esistono anche realtà fastidiose, non sconosciute, almeno dal 1972, ma che noi, intesi come popolazione mondiale, vogliamo abbandonare nell’ombra, possibilmente rimuovere, in fretta e per sempre. In tale categoria, a pieno titolo, cito il meritorio Rapporto sui limiti dello sviluppo, “terrificante oracolo” – come scrivono i tipi de La Lettura del Corriere della Sera – che anticipò di decenni il ‘vaticinio di Cassandra’ sui modelli di sviluppo e crescita economica senza limiti, che ci hanno condotti sull’orlo della catastrofe finale. Il transalpino Abel Quentin narra la storia e le vicissitudini dei fantastici quattro (Donella Meadows, Dennis Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III) che misero in allerta l’umanità riguardo i pericoli esiziali del nostro modo di abitare il pianeta e di sfruttarne le risorse; lo fa con leggerezza, per quanto possibile, e con una sana dose di umorismo. Lo fa, bene, in forma di romanzo, ma non c’è, davvero, niente da ridere.

Ormai sappiamo che “per innescare un ruolo“, consapevole e attivo, in chi ascolta brutte notizie, la strategia più indicata, risiede nella capacità di porre domande interessanti, anzi, giuste;

certo, per scongiurare la fine del mondo, temo ci si debba ingegnare come mai, prima d’ora.

Intonare A che ora è la fine del mondo? e impugnare una ramazza di saggina, potrebbe non risultare sufficiente;

ma si può tentare: potrebbe essere l’inizio:

per non essere più sconosciuti, umanamente, a se stessi.

Movimento

Curioso, associo subito il lemma all’ambito musicale: movimento, parte di una composizione sinfonica, non escluderei quella da camera; soprattutto, con meteo piovoso, barra / procelloso.

Curioso, non il soggetto – anche, senza dubbio – ma il pensiero: presunto o reale che sia.

Muovere, muoversi (darsi una mossa, non quella provocante e lussuriosa di Marisa la Nuit), dal latino – latineggiante? – movere; il movente, colui che si muove, ma anche l’innesco, la causa di una turpe azione criminale; meglio sarebbe optare per il garbo del muovere una persona (stimolare una persona a), l’atteggiamento, il modo (elegante? raffinato? misurato?) in cui un individuo si muove, nei confronti dei suoi simili, in mezzo al mondo.

Potrei, posso elencare una miriade – mi correggo: una quantità, modica (non quella, magnifica, in Trinacria) – di accezioni, sfumature se gradite di più, per lo stesso vocabolo; sfoggio comoda erudizione (non cultura, non sono così superbo, né artificialmente intelligente), snocciolando: nelle arti figurative, in architettura, nella critica letteraria e dello spettacolo, nella tecnica delle costruzioni, in geometria, nella statistica (quella sublime scienza che certifica: se io divoro due polli arrosto e tu zero, nisba, nada, dunque, entrambi abbiamo … ), in ragioneria, in economia, azione convergente di una moltitudine di persone (da non confondere con partito – non in senso nuziale – , organizzato, molto più strutturato), e, dulcis in fundo, se vi basta, movimento di cose e/o esseri viventi. Al punto che, il movimento in analisi, pare una delle peculiarità essenziali dei viventi. Oibò, urca.

Non escluderei flora e regno minerale, ma sono convenzioni, convinzioni, punti di vista, di svista; più o meno illuminati, illuminanti.

Vorrei aggiungere, in senso lato (non l’attaccante esterno della Polonia, anni ’70/’80), i movimenti, o moti – più specifici, più accurati – di memoria; ennesimo elemento spesso invocato, tanto citato, trascinato a caso, o utilizzato in modo maldestro e strumentalizzato, per fini personali, egoistici, criminali.

Nessuno si sorprenda, o finga stupore, se mi permetto di compulsare che l’oblio, identificato quale cancellazione, addirittura negazione della memoria, in realtà è considerato, è da considerarsi, senza tentennamenti, senza indugi, senza fraintendimenti, elemento fondamentale per formare, rinforzare, esercitare l’atto mnemonico, il patrimonio mnemonico.

Non lo affermo, né scopro io, il fine ragionamento, ma Marc Augé: etnologo, antropologo, sociologo passato alla storia come teorizzatore dei malsani ‘non luoghi‘ (aeroporti, centri commerciali, supermercati e compagnia infestante). Volendo sintetizzare al massimo gli studi e le riflessioni dello studioso francese, potremmo sciorinare l’espressione coniata dai tipi di Robinson: senza l’oblio, il ricordo non vive.

In sostanza, in soldoni (giusto per essere ‘ordinari‘), “il punto chiave per Augé è comprendere che l’oblio non è la mera perdita di uno o più ricordi, ma un vuoto che diventa componente essenziale della memoria stessa“. In altre parole, la memoria, per essere tale, autentica, deve sgravarsi della soma, dell’inutile, che impedisce ai concetti importanti di emergere, di risaltare. Se parlassimo di scultura, ad esempio, l’opera d’arte è ciò che resta una volta (buona, volta) eliminata la materia inutile, ‘affardellante‘.

L’oblio è la forza viva e selettiva della memoria; il ricordo è il risultato della sua azione“.

Esagerando – compiendo quindi l’opposto di ciò che fa la grande letteratura: tacere il superfluo, fosse anche la più meravigliosa delle descrizioni – potrei, vorrei, anzi citerei Michael Herzfeld, antropologo, professore emerito di Scienze Sociali alla Harvard University di Londra (gli amati, stimati, cugini dei Galli): “Qualificare come tradizionale/tradizione qualsiasi oggetto (una canzone, un tipo di casa, una ricetta) è già un atto politico che stabilisce una gerarchia di autenticità, spesso escludendo aspetti culturali appartenenti alla vita quotidiana di gruppi emarginati o svantaggiati. La tradizione è soprattutto un’idea, un concetto, prodotto da persone desiderose di ancorare l’attualità (in particolare, l’identità collettiva) a un passato specifico, come se la storia avesse un inizio fisso!“.

I componenti di un determinato gruppo, di una determinata comunità tendono ad aggrapparsi alla cosiddetta “intimità culturale“: soffermandoci sulla società italiana, argomenta ancora il professor Herzfeld, “i romani, ad esempio, sono consapevoli che il loro dialetto romanesco suscita sdegno, imbarazzo, ma ne sono per lo più orgogliosi, perché l’uso di quell’idioma serve a escludere l’orecchio invadente dell’estraneo“. Quando ciarliamo di tradizioni, dunque, dovremmo rimanere attenti e cauti, per non confezionare un enorme pacco omaggio ai neo nazionalismi in ebollizione.

Se memoria deve esserci, se non altro per impedirci di replicare il male del passato (l’attualità mondiale mi smentisce clamorosamente), vorrei che fosse quella definita da Malcolm de Chazal, poeta, aforista, intellettuale delle isole Mauritius:

La memoria ha cinque porte d’entrata: i cinque sensi; e una sola d’uscita: l’immaginazione“.

Augusto in ferie

Un tempo – cribbio, nostalgia paleolitica? – nemmeno troppo lontano, almeno l’ostica matematica era un punto fermo e imprescindibile.

Magari, spesso – rei confessi e vergognosi – non sapevamo (sappiamo!) maneggiarla, non la capivamo, la rifiutavamo, a priori, ostentatamente. Però, non solo nei proverbi popolari o nelle mutevoli sentenze da osteria, era lì, punto fermo e immarcescibile.

Nel frattempo, in un paio di decenni, gli ultimi, anzi, i più prossimi, come usa dire, tutto è cambiato. Tranne l’uomo e i suoi difetti, quelli peggiori.

Perfino la geografia non è più la stessa (lo è stata mai?): mi spezzo e mi spiego; il nostro derelitto (colpe nostre) pianeta è un magnifico organismo, vivente e mutevole. Ma si sta alterando, per così scrivere; non ci sarebbe bisogno nemmeno della certificazione scientifica, lo esperiamo ogni singolo giorno, notando – si spera – cambiamenti meteorologici, climatici, morfologici che mai avevamo registrato nella nostra vita: del passato.

In letteratura, per fornire un esempio, la geografia è sempre stata un’opinione; almeno, da quando Cervantes, con il suo Don Chisciotte, inaugurò l’era del romanzo (dato per defunto e sepolto già troppe volte) e della creatività applicata con fervore alle nozioni geografiche; partendo magari da dati veri, incontestabili, l’autore, meglio, le donne e gli uomini con l’ardire e il desiderio di cimentarsi con carte, penne e calamai, spesso e volentieri, preferirono/preferiscono inventare e/o modificare l’ambiente. Creando scenari nei quali i loro personaggi potessero/possano agire in totale, o quasi, libertà, autonomia. Il mondo ‘fantasy‘ del Signore degli Anelli, per citarne uno vagamente noto, rappresenta, dice qualcosa, in proposito?

Se posso osare, una distopia geografica, senza confini.

Emulando Pindaro, per confermare il perdurare della nippo mania italica, un bel Yamato (Grande Armonia) non si nega a nessuno, in Valle d’Aosta, presso il Forte di Bard, hanno pensato bene di organizzare una grandiosa mostra: Eroi. Evoluzione di un mito. Dal Giappone antico al contemporaneo. Tema quanto mai interessante e stimolante, anche se, ingenuamente, potremmo chiederci: Aosta ricade sotto la giurisdizione, l’influenza culturale del Sol Levante? Possiamo trovare soluzione ai nostri dubbi fino al 30 novembre, ma, da subito, potremmo renderci conto che in un avvincente percorso, dai ninja a Ufo Robot, questa scheggia montana occidentale, condivide molti aspetti e valori con il “lontano e misterioso Oriente“.

Nella sempre più insopportabile, insostenibile calura agostana, mi colpiscono come mai, le ricorrenti, non collegabili tra loro, celebrazioni di fatti legati a epoche lontane, eppure così coinvolgenti nei nostri percorsi quotidiani.

Potrebbe apparire bizzarro, sconveniente, stupido accostare i bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, con le loro conseguenze ineliminabili, non solo per il popolo giapponese, ma per l’intera umanità (altro che reattori di 3° generazione e di quartiere), al vacanziero – chi può permetterselo – e mondano Ferragosto. 

Siamo tutti vittime e carnefici, lo resteremo fino a quando non ci voteremo al redde rationem, alla resa dei conti con le nostre coscienze – uh, che concetto desueto, superato – , fino a quando non diventeremo un’unica, variegata entità, in connessione, armonia, rispetto con la Terra.

Chissà se Augusto, imperatore astuto, inventore dei festeggiamenti e delle celebrazioni per la fine dei grandi lavori agricoli (soprattutto, per onorare se stesso, somma casualità), pensò, intuì, prefigurò anche inconsciamente, le derive, non balneari, – vamos a la plaia? – attuali.

Ferie d’Augusto, lo celebriamo e lo ringraziamo, a distanza di 2 millenni;

auspichiamo siano memorabili, meglio: non atomiche.

Planare

Volo a planare, con levità: sui 55.

Vogare con leggerezza a bordo di una barca lignea, come volare in mezzo alle acque stranamente placide e smeraldine di un lago, come fosse la scena più onirica e struggente di un capolavoro  del Sensei Miyazaki.

Capolavoro nipponico, non friulano; ogni singola vita è uno splendore, anche quella in apparenza più modesta, più bersagliata dagli strali del destino.

Vogare alacremente, con le ali, sulle acque fatate e lacustri di Braies; seguire il periplo del lago, sul sentiero protetto da abeti meravigliosi, ciascuno caratterizzato da una propria sfumatura di verde; con tortuose ascese e discese, di varia lunghezza e intensità.

Tre chilometri soltanto, di cammino, o un’ora e mezza, con lo zaino sulle spalle e lieti pensieri, nella mente libera, eppure avvinghiata magneticamente – CVD, come volevasi dimostrare – alla bellezza inusitata, rivitalizzante, di questa località magica e misteriosa.

Illudersi di divenire un cercatore d’oro nel Klondike, conscio che non il lucore, né i carati rendono ricchi nel viaggio terrestre, non pepite infinite – o trasformazioni alchemiche – rendono degna una vita, la Vita.

Illudersi di essere in grado di parlare, parlamentare, contrattare, con i leggendari, arcigni abitanti della valle, duri custodi dell’oro delle montagne circostanti. Illudersi di essere gli abili ambasciatori, capaci di convincere gli indigeni a donare quell’oro ai poveri allevatori montani, privi di risorse, di mezzi di sostentamento: per se stessi, per gli animali.

Illudersi, volersi illudere, ancora – Miyazaki sorride sornione, con labbra silenti a foggia di Sol Levante – di essere capaci di navigare sul lago, per raggiungere l’ingresso segreto, il portale che conduce  al mitico Regno di Fanes, le cui memorie arcane sono custodite gelosamente dai Ladini. Illudersi di discutere da pari a pari con i rappresentanti dei Fanes, infine, dimostrare loro che la via della pace è l’unica, la sola foriera di benessere per tutti i Popoli; mentre anche le fantastiche marmotte dell’altopiano, si abbandonano al giubilo e alla festa campale, per l’armonia ratificata del mondo.

Le aquile mi innalzano fino al Sass dla Porta, fino a planare con esattezza millimetrica sulla maestosa Croda del Becco, per respirare l’aria finalmente pura, la vera gioia;

in fondo, si tratta solo di speranza, di un magnifico sogno, a occhi spalancati e consapevoli.

O no?

Mendicare

Fingersi pazzi, talvolta è necessario;

spesso, il più delle volte, è una grande comodità: permette di agire nei modi più inopportuni, incongruenti, ma splendidamente funzionali, divertenti, perfino utili: per noi.

I più colti direbbero: come Amleto. Il principe di Danimarca agì in modo empio causa sopraggiunta pazzia, o, invece, fingendosi preda della follia, ebbe mani libere per compiere misfatti e delitti?

Lo sostiene, con convinzione, Oscar Grillo, artista argentino di Lanus; disegnatore, illustratore, artista visivo, fumettista. “Per vivere ho dovuto occuparmi di pubblicità, ma con una matita in mano sono felice. Tornavo a casa la sera e disegnare era, è una stanza tutta per me (come avrebbe detto e scritto Virginia Woolf)“. Mendicare tempo da dedicare al disegno, mendicare nella accezione più positiva del verbo. Non per caso, Grillo ha ottenuto una Palma d’Oro a Cannes, per il corto Seaside Woman; non per caso, ha spesso collaborato ai progetti di Paul e Linda McCartney, o a quelli della Pixar, per il lungometraggio Monsters & Co. Non per caso, infine, da quella stanza uscirà un libro ambizioso, magico, incentrato sulla storia di Amleto: “Voglio mettermi nei guai, è il testo della mia vita, per disegnarlo, realizzarlo seguirò la voce del Bardo“.

Vale sempre l’impegno, sfogliare il dizionario etimologico: si scoprono sempre sfumature, significati impensabili che ci arricchiscono, che rendono più colorata e interessante la nostra strada.

Mendicare, da mendicus, povero, senza risorse, senza beni materiali. Esclusivamente una condizione, anche temporanea, non una qualità, una caratteristica identificativa, una peculiarità di una persona. Cercare di ottenere qualcosa per sostentarsi, attraverso parole e gesti umili.

Lasciarsi condurre dai sogni, forse il solo modo per camminare appieno nella vita. E inseguire stelle e desideri, unico valido sistema, non per raggiungere un obiettivo – come usa adesso – ma per conoscersi, trasformarsi, evolvere.

Mendicare, desiderare: particella de unita a siderare, fissare attentamente le stelle.

Chiedetelo a Peppe Millanta, altro artista ‘incatalogabile, inclassificabile‘: scrittore, sceneggiatore, animatore culturale, artista di strada. Autore, per i tipi di Rizzoli, di Il pescatore di stelle, libro che narra l’avventura e l’incontro di Manuel con uno ‘strano’ pescatore, la cui barca è piena zeppa di stelle e di sogni. Appunto.

Da bambino chiesi a mio padre cosa ci differenzia dagli animali, cosa ci rende umani, senza mai ottenere risposta“. Non una condanna, ma un atteggiamento comune a molti padri, convinti che frasi assertive e, per loro, definitive, plachino la sete di risposte, di spiegazioni vere dei figli; in particolare, quelle che concernono le questioni rilevanti del nostro girovagare terrestre. Forse Millanta ha intrapreso il sentiero d’artista per ottenere quelle risposte, per offrirle a chi sa, a chi vuole ascoltarle. Soprattutto i bambini.

Non nasciamo noi stessi, ma siamo chiamati a diventarlo, un po’ alla volta; abbandonando, come Abramo, una concezione orizzontale del vivere, per passare a quella verticale, dedita ai desideri e alla vita vera. Desiderare, il sentimento che ci ha permesso, ci permette di non arrenderci alla realtà così com’è, ma di diventare co-creatori (l’altro è Dio, o chi per Lui, come avrebbe detto Lucio Dalla); desiderio non di obiettivi, ma come arte della trasformazione, in un continuo, affascinate viaggio di scoperta, svelamento e sorpresa“.

In mala tempora, disumanizzanti, di intelligenze artificiali e di app – qualunque cosa siano e facciano – per noi presunti adulti, diventa fondamentale reimparare, o meglio, imparare a desiderare:

per costruire noi stessi, per edificare, mattoncino accanto a mattoncino,

la concreta società equa e cooperante degli esseri umani.

La montagna incantata

Pedalo in montagna senza fretta, senza illusioni agonistiche fuori tempo – il mio – , progettando, vagheggiando escursioni naturalistiche: per osservare, ammirare, farmi ispirare, inspirare ciò che resta dell’aria sana, dell’atmosfera azzurra e fresca, simile a una sorta di ideale purezza.

Miraggio, chimera.

Salire in alto, sempre più in alto, diceva qualcuno; contro il logorio della vita moderna – rispondeva un autentico gentiluomo – non resta che sedersi in mezzo al traffico e bere l’amaro calice, che sia estratto di carciofo o altro intruglio. Nel frattempo, il logorio si è tramutato in nevrosi, patologia deflagrante in questi caotici giorni contemporanei.

Un secolo fa, avremmo potuto inerpicarci sul Monte Ventoso, come Petrarca (in sella o senza il fidato velocipede), verso il Mortirolo, verso lo Zoncolan, lato non professionistico, quindi, ancora più difficile e faticoso; imbatterci nei ruderi, abbandonati all’oblio, di un antico sanatorio, riflettere sui flussi e riflussi, sulla risacca della storia e su come l’uomo, definito prima di Cristo, con molto ottimismo, ‘animale sociale‘, ripeta gli stessi orrendi errori e regredisca, a uno stadio non calcistico, non belluino (rispetto per le belve), ma di sciocco, crudele, senz’anima, manichino.

Non a caso – mai per caso – due giganti dell’intelletto umano, Sigmund Freud e Thomas Mann, davano alle stampe, al pubblico dominio, nello stesso fatidico triennio (1921 – 1924), due opere fondamentali, capolavori che preannunciavano all’Europa e al mondo il miserevole, miserabile crollo dell’Occidente; ecco perché, magari in altura, forse sarebbe utile e doveroso rileggere con la giusta attenzione la ‘Psicologia delle masse e analisi dell’Io‘ e ‘La montagna incantata‘. Per non finire vittime sacrificali di imbonitori lestofanti, capaci di mandare al massacro interi popoli, per lucro personale. Inutile vergarne i nominativi. Famigerati più che mai.

Nessun uomo, essere umano, è un’isola; o una baita solitaria, restando in quota. Lo scrisse in un suo famoso poema John Donne (poeta, saggista, religioso), nel 1624 (!): il significato intrinseco, anzi, esplicito, è chiaro e incontrovertibile: le nostre vite individuali, le nostre voci, acquistano senso, dignità, importanza solo calate nell’arcipelago dell’umanità. Non siamo tristi monadi, non siamo soli al cospetto della pervasività della tecnologia e della potenza extra legale delle multinazionali (che ormai hanno surclassato i sistemi legali dei singoli stati nazionali), ma siamo forti, in quanto comunità umana cooperante e attiva, fattiva. Spesso non lo sappiamo, o ci inducono a dimenticarlo, a travisare, eppure è così.

Dovremmo ritrovare le forze per esercitarci nuovamente con la metafisica, non astrattismo filosofico fine a sé stesso, ma strumento valido ed efficace, lo sostiene il filosofo Vittorio Possenti; per combattere il nichilismo, per non arrendersi inermi al temibile ‘così va il mondo’, di chi sguazza nello status quo.

Ci travolgono con incessanti mutamenti che non offrono stabilità, abbiamo perso la forza della speranza; ma sono ottimista, credo nel ritorno all’eterno e non nell’eterno ritorno: mette in gioco la libertà del singolo“. Nel consesso, nella società ormai globale.

Speriamo che gli schiaffi gentili del vento d’alta montagna sappiano, possano ridestarci alla vita;

appena in tempo, prima del tracollo:

ultimo e finale.

Giardino delle delizie

Buen retiro: un obiettivo, un progetto, uno svolazzo onirico; perché no?

Anche buenos dia, buen viaje, buen camino – non quello da cui dovrebbe passare ogni anno Babbo Natale (con o senza renne?) – ma il cammino, passo dopo passo, goccia dopo goccia di sudore, gioia dopo fatica, di Santiago.

Deambulare placidi nel mitologico Giardino delle Esperidi, con tranquillità visitarlo accuratamente in loro compagnia – delle Esperidi, che forse sono tre, cinque o sette, a seconda di chi narra o delle esigenze del momento – , scoprire i segreti magici di questo luogo, collocato in nord Africa, tra Marocco e Algeria; in alternativa, o in aggiunta, deambulare per i meravigliosi giardini pensili (non prensili) di Babilonia, altrettanto mitologici, in quanto mai davvero collocati geograficamente, anche se furono una delle sette Meraviglie del mondo antico;

Babilonia o Ninive? Assiri e Babilonesi; Assiri o Babilonesi? Dilemmi amletici, esistenziali e la Storia stessa, l’esistenza, più che prove tangibili e incontrovertibili di sussistenza, esigono prove di fede, con cautela e rispetto digitando.

Oggigiorno, potremmo accontentarci – se così vi garba che io compulsi – non (solo) del giardino dei Finzi Contini, ma dei giardini all’italiana, o all’inglese, perché sempre la presunta e già menzionata Storia si schiera con chi è più furbo nell’accaparramento delle idee migliori, più redditizie; consideriamo che folleggiare nei giardini fiorentini di Boboli costituisce sempre un notevole e confortante procedere. Non bastasse tutto questo, organizzare un viaggio in Normandia, per bearsi tra le meraviglie floreali del giardino creato da Monet – per esempio – , o volare nel Paese del Sol Levante, per ammirare estasiati i giardini Korake-en, a Okayama; prima il dovere, poi abbandonarsi languidamente ai piaceri più delicati e raffinati. Non pensate male, per favore: mai.

Probabilmente – la mente è sempre centrale e fondamentale – non deve essere facile coltivare giardini e sogni, soprattutto facendolo da bambini, bambini della Sicilia, profonda e autentica; issarsi su un carrettino motorizzato, rinunciando alla formazione scolastica, e andare in giro a vendere arance e limoni, per aiutare il proprio padre a rendere accettabile e sostenibile il bilancio familiare. Eppure, tra realtà e mito, come spesso accade alle vicende in Trinacria, questa è la storia della vita di Venerando Faro, il cui solo nome già meriterebbe racconti, romanzi, spettacoli teatrali, lungometraggi.

Antonio Gnoli di La Repubblica, scrivendo di lui su Robinson, lo definisce “vivaista, imprenditore del verde, visionario“. Solo un ‘creattivo’, un visionario avrebbe potuto realizzare a Giarre, Catania, il più grande vivaio d’Europa dedicato alle specie mediterranee.

Un uomo mite che, con la saggezza maturata in decenni di frequentazioni arboree, – “gli alberi andrebbero chiamati con i loro nomi (carrubo, olivo, arancio), perché i nomi creano il bene più prezioso, l’identità e la diversità” – ora, pacatamente, può dire: “So che si sogna soli, ma la realizzazione dei progetti onirici avviene solo insieme agli altri“.

Il parco è stato battezzato Radicepura, qui si difendono con umiltà e semplicità, la bellezza e la memoria, del territorio e del mondo stesso; con la stessa tenacia degli alberi, delle piante: “senza ostilità, una pianta non preda, non uccide, non odia; ha solo bisogno di luce, acqua e terra, può vivere migliaia di anni“.

Qui, ogni anno, oltre ai visitatori, “giungono giovani progettisti vivaisti da ogni latitudine del pianeta, desiderosi di rendere concrete le loro idee in sintonia con il paesaggio mediterraneo“.

Qui è delizioso smarrirsi da soli, in solitudine sognare le fantasie più belle, più consolanti, più feconde;

qui è fantastico ridestarsi in compagnia e, con la forza e l’energia che derivano dall’agire per il bene comune, vivere in armonia e vigore, come il Popolo degli Ent, immaginato da Tolkien;

non a caso alberi, ma dotati di ontologia e poteri magici.

Concerto senza fine

Sarebbe magnifico, non vivere per sempre, ma risorgere: forse non a livello fisico, ad un livello più alto; anime risorte.

Anche solo immaginarlo.

Magari, essere ridestati da una melodia arcana, da una musica magica, da un suono indefinito e indefinibile, che abbia il potere di sollecitare, riattivare, ricaricare quella parte di noi ineffabile, non concreta, eppure fondamentale.

Programmare un lungo, strano, viaggio, come avrebbero detto i Grateful Dead, band che scrisse a note infuocate le coordinate dell’immaginario psichedelico, basandosi sugli esperimenti a base di Lsd, targati Albert Hofmann.

Del resto, nell’era del post panglobalismo – superamento di tutte le teorie globali, o globalizzanti, fondate o meno – potremmo aggrapparci tenacemente a quelli che furono i dettami post spirituali e post religiosi; come scrivono i tipi di Robinson, senza ricorrere agli eccessi, scevri anche delle utopie, con giudizio (buonsenso?).

Aggiungerei, senza coraggio: di osare, di volare. Oltre.

Si potrebbe cominciare andando tutti quanti allo zoo comunale – bioparco, va bene lo stesso? – per constatare lo stato di salute delle bestie feroci, delle fiere, e poi farsi sorprendere dal Re Leone in fuga che, appurata l’incerta, precaria situazione del genere (post, non social) umano, mosso a compassione, pietà, ruggisce: aiuto, sono scappati gli uomini. Da sé stessi.

Per non allontanarci troppo, per deambulare ancora in zona Enzo Jannacci e Dario Fo – chi furono costoro? – fallita la spedizione animalista, potremmo tentare con visite, guidate, al re, all’imperatore, al vescovo, ai ricchi sempre più ricchi e padroni, delle ferriere e non solo; poveri tapini, potremmo soccorrerli organizzando per loro un nuovo fantastico Live Aid e vedere l’effetto che fa. Si sa, i poveri, quelli veri, risolvono sempre i presunti problemi dei multi miliardari.

Corroborati dai primi insperati successi, partire, propositivi, entusiasti per Voghera. Partire davvero e lasciare le mamme? Restare, soprattutto fermi, ancorati ai propositi iniziali? Infine, dove arriviamo, se partiamo? Dilemmi amletici; forse, anche meno.

Ingarbugliati – intruppati, come avrebbe detto Luana, mia cugina – in questo mondo sempre più ingarbugliato, per colpa nostra, ché questo malefico, complicato garbuglio non riusciamo a dirimere; lanciare i dadi, ricorrere alla morra cinese, affidarci alla cabbala, alla numerologia, ai riti alchemici, al caso, al destino, alla fortuna?

Potremmo intonare i ritornelli delle canzoni di Lino Toffolo, attore, cantautore, cabarettista e pure molto altro (era una persona semplice, umana, coltissima); non risolveremmo i problemi, forse, ma impareremmo a riflettere, in allegria, re impareremmo a relazionarci, a collaborare alacremente per un fine comune, per il bene comune, universale.

Sarebbe magnifico – di nuovo, ancora – rinfrescarci le teste, ristorare le menti ‘su le nuvole‘, mentre i piedi restano saldamente depositati ‘su na gondola‘, che ci farebbe scoprire la laguna, Murano, i canali, il nostro magnifico mondo. Prima che sia troppo tardi, inutile.

Anche in preda alle visioni mistiche, varie ed eventuali, generate da suggestioni sonore, l’unica certezza è la permanenza, ostinata e non contraria, dell’amore;

siamo compagna e compagno, oltre la condivisione del pane quotidiano:

Tu sei diventata la Vita stessa, elemento fondamentale, ontologico, irrinunciabile dell’esistenza.

Un concerto senza fine.